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Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

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Dario Fo: Papa Francesco, rivoluzionario a rischio

31 dicembre 2015

“il manifesto”
31 dicembre 2015

Luca Kocci

Il 2015 è stato l’anno anche di papa Francesco. Il terzo del suo pontificato, quello più denso di eventi, almeno finora.

A maggio la beatificazione di mons. Romero – il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte della giunta militare per il suo impegno per la giustizia – dopo oltre 30 anni di ostracismi e boicottaggi da parte della curia romana e dell’episcopato conservatore che temevano, insieme a Romero, la legittimazione dell’odiata teologia della liberazione. A giugno l’enciclica socio-ambientale Laudato si’, ispirata da Francesco d’Assisi e anche dalle tesi altermondialiste. A settembre il viaggio nelle Americhe, passando da Fidel e Raul Castro ad Obama e il Congresso Usa, testimonianza del disgelo ormai avvenuto ma non ancora concluso, anche per l’ostinato mantenimento del bloqueo contro Cuba. Ad ottobre la conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ancora in attesa di un pronunciamento ufficiale papale che apra (forse) le porte che il Sinodo ha preferito tenere socchiuse. A novembre il primo viaggio in Africa, con l’apertura della prima “porta santa” giubilare a Bangui (Repubblica centrafricana) ma il silenzio assoluto sulle leggi che discriminano (e condannano all’ergastolo) le persone omosessuali. L’8 dicembre, infine, l’inizio solenne del Giubileo dedicato alla misericordia, a San Pietro, riaffermando, nei fatti, la centralità romana.

Un anno importante quindi, da leggere in chiaroscuro: la novità di papa Francesco o la svolta che ancora non c’è? Dario Fo propende decisamente per la prima ipotesi: quello di Bergoglio è un pontificato rivoluzionario. «Papa Francesco – spiega – è un uomo di grande coraggio, ha il coraggio di dire la verità e di dirla in faccia. Quando parla fa nomi e cognomi, e quando non li fa esplicitamente, tutti capiamo di chi parla e a chi si rivolge. Inoltre chiede perdono, chiede perdono per la Chiesa, ammettendo quindi che nella Chiesa ci sono cose indegne. Altrimenti perché chiederebbe perdono?».

Chiede perdono per alcune colpe storiche della Chiesa…

«La Chiesa ha commesso atti infami, illegali, crimini, e papa Francesco chiede perdono. Pensa se un nostro dirigente di Stato chiedesse perdono per i propri errori, per esempio per quello di pochi giorni fa».

Cosa è successo?

«Il nostro presidente della Repubblica ha firmato la grazia per i due agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar».

L’imam egiziano rapito a Milano nel 2003 in collaborazione con i nostri servizi e la polizia?

«È la prova che siamo un Paese senza nessuna autonomia, perché gli agenti della Cia possono venire da noi, rapire chi vogliono, portarlo via dal luogo in cui vive, poi si fa il processo, vengono condannati, ma alla fine arriva il presidente della Repubblica che dice: nessuna condanna, liberi tutti. E non solo, perché veniamo a sapere che la nostra polizia e i nostri servizi segreti coprivano i rapitori, cioè evitavano che ci fossero delle interferenze. È un’infamia, e noi siamo un popolo senza autorità e senza dignità. Queste cose non le fanno mica in Svezia o in Danimarca. Se poi fosse successo negli Usa, sarebbe scoppiata l’ira di Dio! Dovrebbero dire: scusate, ci vergogniamo, abbiamo tolto la potestà al nostro popolo, ci siamo venduti a chi è più forte, abbiamo ceduto a chi ha autorità mentre noi non ne abbiamo».

Torniamo a papa Francesco. A quale richieste di perdono per le colpe della Chiesa si riferisce? Alle parole sulla corruzione presente anche nella Chiesa? Al fatto che l’istituzione ecclesiastica ha rinunciato alla povertà e ha abbracciato ricchezza e potere?

«A tutto. Papa Francesco ha parlato della dignità, ha detto che non esiste dignità se non c’è giustizia, ha denunciato l’equilibrismo dei governanti tale che i furbi e i potenti abbiano la possibilità di muoversi come vogliono, che il ricco può tutto e il povero deve pagare. Ha parlato anche delle banche, e pensiamo a quello che accade in questi giorni».

Su altri temi caldi, che riguardano più da vicino la Chiesa – le persone e le coppie omosessuali, il ruolo delle donne –, però Francesco pare più timido.

«Guarda che lui ha detto fin dall’inizio: quest’uomo vuole sposarsi con un altro uomo, che autorità ho io per impedirglielo? È omosessuale, e io cosa devo dirgli, che non si fa? Quale autorità, che diritto ho io di impedirlo?»

Veramente si è limitato a dire «chi sono io per giudicare un gay».

«E allora? Basta questo. Cosa vuoi di più?»

Che alle parole, nuove ed importanti, seguano anche dei fatti, delle riforme che intervengano sulla struttura ecclesiastica e sulla disciplina canonica, altrimenti il rischio è che passato Francesco nulla sia cambiato e tutto rimanga uguale.

«Ma se per “farlo fuori” si sono inventati che ha un cancro alla testa, benigno per carità! Tentano di far vedere che è malato alla testa, quindi non può essere sereno, lineare e logico in quello che dice. Quando si arriva a dei gesti di questo genere, puoi aspettarti di tutto, anche che lo ammazzino. Cosa vuoi di più da uno che si espone fino a far impazzire i vescovi, i cardinali, tutti coloro che nei secoli hanno goduto di privilegi e vantaggi? Non dobbiamo perdere mai di vista gli equilibri, perché sennò andiamo avanti a fare chiacchiere. È intervenuto anche perché fosse dichiarato beato il vescovo che difendeva i diritti dei poveri, ucciso in America latina».

Monsignor Romero?

«Sì. L’altro papa invece, Wojtyla, si è messo in ginocchio sulla sua tomba, ma non ha fatto nulla».

Alcuni gesti e parole del papa rimandano al tema della Chiesa povera e dei poveri…

«Ma certo, del resto si chiama Francesco. Il papa lo ha detto: nel momento in cui mi chiamo Francesco, io scelgo di essere Francesco. E chi è Francesco? È uno a cui, 40 anni dopo la sua morte, hanno deciso di cambiargli completamente la vita. Hanno preso la sua vita e ne hanno scritta un’altra, inventando miracoli che non aveva compiuto e cancellando tutte le cose straordinarie che aveva fatto».

Francesco d’Assisi è stato riportato all’ordine, trasformato in una sorta “santino” dal potere ecclesiastico, perché fosse meno scomodo.

«Certo. Gli hanno cambiato i connotati, gli hanno dato un’altra faccia, un altro modo di vivere. E allora un papa che ha il coraggio di prendere quel nome, che la Chiesa ha falsificato e ha buttato via, è un gigante».

Molte scelte individuali di papa Francesco – abitare a Santa Marta, rinunciare ad abiti sfarzosi, muoversi con semplici automobili – stanno rendendo il papato più “normale”?

«No, non è normale, è fuori dalle regole!»

Normale nel senso che ridimensionano la “sacralità” e la “potenza” del papato costruite attraverso i secoli…

«Questa è una scelta rivoluzionaria, che nella Chiesa non c’è mai stata. Altri ci hanno provato, hanno fatto dei bei discorsi, ma quando hanno cercato di mettere a posto le cose, si sono dovuti dimettere, come Celestino V. Perché papa Celestino aveva una bella idea, ma glie l’hanno fatta passare subito e l’hanno tolto di mezzo: o te ne vai o ti ammazziamo».

Oltretevere è scoppiato un nuovo Vatileaks: fuga di documenti riservati, episodi di corruzione, notizie false, come appunto il tumore di cui sarebbe affetto il papa. Cosa ne pensa?

«È la solita tecnica del potere: il potere sputtana. Il potere cerca di farti passare per scemo. Quando non ha a disposizione altri mezzi, il potere deve cercare di convincere la gente che dici delle cose giuste, che fanno impressione, ma che sono dette da uno che non è sano, da uno che è via di testa».

La Chiesa cambierà? L’istituzione ecclesiastica tornerà al Vangelo?

«Solo se nella Chiesa si creerà un movimento forte capace di imporre il Vangelo a tutti i furbacchioni. Perché questi personaggi che hanno l’abitazione all’ultimo piano che costa come una cattedrale, fin quando vivranno tranquillamente e avranno qualcuno che li sosterrà, non sarà mica vinta la battaglia, la battaglia va avanti».

Quindi papa Francesco deve essere sostenuto dalla base?

«Sì, perché se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V».

Canonizzazione, l’evento in 4D

27 aprile 2014

“il manifesto”
27 aprile 2014

Luca Kocci

Due papi sugli altari, Giovani XXIII e Giovanni Paolo II. Due sul sagrato di San Pietro, Francesco a presiedere la cerimonia e Benedetto XVI a concelebrarla, leggermente defilato. Un poker di pontefici mai visto nella storia della Chiesa cattolica che oggi saranno i protagonisti della canonizzazione di Roncalli e Wojtyla in piazza San Pietro dove sono previste 800mila persone, forse 1 milione, insieme a 112 delegazioni di Paesi esteri, 24 delle quali guidate da capi di Stato e reali, 11 da primi ministri. Per l’Italia ci saranno Napolitano e Renzi. Il sindaco Marino dichiara spese per oltre 7 milioni di euro (il Vicariato di Roma ne metterà 500mila) e batte cassa con il governo: «La canonizzazione non può riguardare solo Roma e i romani».

Tutto sarà trasmesso in mondovisione e sulla rete, per uno degli eventi – come sempre più spesso capita in Vaticano, si tratti dei funerali di Wojtyla, del volo in elicottero del dimissionario Ratzinger dal Palazzo apostolico a Castel Gandolfo o dell’elezione di Bergoglio – più seguiti nella storia delle comunicazioni. In un processo di mediatizzazione e spettacolarizzazione della fede che rischia sempre più, perlomeno nel senso comune, di identificare la Chiesa con il papato: in molte parrocchie sono stati piazzati degli schermi televisivi sui quali oggi i fedeli vedranno la canonizzazione in diretta al posto della messa domenicale mattutina; e il Centro televisivo vaticano – che ha l’esclusiva sulle immagini del pontefice e quindi farà anche un buon incasso – annuncia che, grazie alla collaborazione con Sky, l’evento sarà «raccontato per la prima volta in 3D» (in 500 cinema di 20 Paesi, 120 solo in Italia) per avere «la sensazione di essere presenti in piazza San Pietro». Insomma si inforcheranno gli occhialini e sembrerà di essere seduti accanto a Bergoglio.

Con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II salgono ad 80 (su 266) i papi santi. La rivista Credere delle edizioni San Paolo in edicola il 30 aprile rivela che presumibilmente il prossimo 19 ottobre verrà beatificato anche Paolo VI. E a breve toccherà anche ad altri due pontefici del ‘900: il controverso Pio XII e Giovanni Paolo I, dei quali sono state riconosciute le «virtù eroiche», primo passo verso la gloria degli altari. Continua dunque e si rafforza, nonostante la collegialità e la sinodalità auspicate da papa Francesco, quella santificazione del papato, e quindi del centralismo romano, criticata dalla Chiesa di base (il manifesto ne ha parlato ampiamente ieri, dando contro delle posizioni del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa) ma anche dal cardinal Martini, allergico ad ogni forma di papolatria.

La decisione di Bergoglio – che ha accelerato la corsa verso gli altari di Giovanni XXIII derogando alla necessità del secondo miracolo – di canonizzare insieme Roncalli e Wojtyla, i due papi più popolari del ‘900, oltre ad essere pastoralmente potente e mediaticamente efficacissima, contiene almeno due significati.

Il primo è che Francesco – nei manifesti rappresentato sullo sfondo dietro i nuovi santi con l’aureola – si propone come una sorta di sintesi dei due, evocata da diversi elementi: il richiamo al Concilio Vaticano II e alla «Chiesa povera» di Roncalli, il carisma e la forte presenza mediatica di Wojtyla. Il secondo è il ridimensionamento e l’inserimento nella continuità della storia della Chiesa dell’aggiornamento conciliare di Giovanni XXIII, non a caso mai lasciato solo ma sempre “guardato a vista” da un altro pontefice: quando venne beatificato nel 2000 insieme a lui c’era Pio IX, quindi il papa Sillabo e della condanna della modernità con quello delle aperture al mondo moderno, in una conciliazione degli opposti piuttosto stridente; ora c’è Wojtyla che ha chiuso, spesso depotenziandole e azzerandole, tante questioni aperte o appena lasciate intravedere dal Concilio, come la collegialità episcopale, la morale sessuale, il ruolo delle donne nella Chiesa. Bergoglio riprenderà alcuni di questi temi, come ha dichiarato di voler fare, e li trasformerà in riforme?

Certo è che le canonizzazioni, oltre al valore spirituale che rivestono per i credenti, hanno anche una indubbia ed inevitabile valenza politica. È stato così in tutta la storia della Chiesa, è così anche per la Chiesa di oggi e di domani. Roncalli e Wojtyla, nonostante siano proclamati santi insieme, delineano due modelli e due percorsi diversi e non sempre in armonia: vicini per l’impegno per la pace e contro la guerra, il dialogo interreligioso, la ricomposizione della frattura con gli ebrei, una cui nutrita delegazione sarà oggi presente a San Pietro; distanti su molte altre questioni che hanno come baricentro proprio il Vaticano II e il conservatorismo di Wojtyla sulle nomine episcopali, sulla repressione dei teologi, sull’etica sessuale. Fino ad ora Bergoglio ha rivitalizzato una Chiesa azzoppata dallo scandalo pedofilia, dal Vatileaks, dalla restaurazione di Ratzinger. Si tratterà adesso di vedere quale direzione effettiva prenderà la Chiesa guidata da Francesco.

I conti con la modernità. Intervista a Daniele Menozzi

27 aprile 2014

“il manifesto”
27 aprile 2014

Luca Kocci

Canonizzazione dei papi o santificazione del papato? Ne abbiamo parlato con Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, studioso del papato in età moderna e contemporanea, autore di volumi come Chiesa e diritti umani (2012), Chiesa, pace e guerra nel Novecento (2008), entrambi editi dal Mulino, e Giovanni Paolo II. Una transizione incompiuta? (Morcelliana, 2006), un’analisi storica del pontificato di Wojtyla.
«La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con la santificazione di Pio X, è ormai una linea consolidata della Santa sede – spiega Menozzi –. La concezione della teocrazia medievale per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida, dall’altro con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena».

Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora sta insieme a Giovanni Paolo II, il papa che ha ridimensionato il Concilio Vaticano II. Come interpreta queste scelte?

«Mi sembra un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non va sottovalutato il cammino di questi anni: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione o di dialogo con la modernità. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile».

Dal punto di vista storico cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?

«Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo II ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti sempre, comunque e dovunque erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità».

Bergoglio parla di collegialità e sinodalità ma, anche per il suo grande carisma, sembra esserci un ritorno della papolatria. È una sorta di eterogenesi dei fini? O non corrispondono alla realtà le intenzioni “democratiche” di Bergoglio?

«Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad un maggiore ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico: la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia, ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato».

Quella di Bergoglio è una rivoluzione?

«È troppo presto per dare giudizi così impegnativi. È certo che Bergoglio ha cambiato per tanti aspetti la linea di Benedetto XVI il quale del resto, con la sua rinuncia, ne ha riconosciuto il fallimento. Fin dove si spingerà il mutamento e soprattutto per sapere se questo mutamento sarà in linea con una lettura evangelica dei segni dei tempi bisognerà ancora aspettare».

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CON LA CANONIZZAZIONE DEI PAPI, LA CHIESA SANTIFICA SE STESSA. INTERVISTA A DANIELE MENOZZI

Adista n. 17
10 maggio 2014

Luca Kocci

«La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con l’elevazione alla gloria degli altari di Pio X, è ormai una linea consolidata della Santa Sede». Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e attento studioso del papato in età moderna e contemporanea, inserisce il riconoscimento pubblico della santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (v. notizia precedente) nella storia della Chiesa. «La concezione della teocrazia medievale – spiega Menozzi ad Adista – per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida; dall’altro lato con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena».

La canonizzazione di Giovanni Paolo II è piuttosto controversa, molti dubbi sono stati avanzati sulla sua condotta, sia da parte della Chiesa di base che di figure autorevoli della gerarchia ecclesiastica, come il card. Martini. È stato allora inopportuno proclamare santo Wojtyla?

«La canonizzazione di un papa non è solo il riconoscimento delle sue virtù individuali, ma diventa inevitabilmente anche la proclamazione dell’esemplarità della sua linea di governo. L’accesso agli onori dell’altare di Giovanni Paolo II dunque appare anche la maniera di celebrare il rilancio di cui la Chiesa ha fruito durante il suo pontificato. È indubbio infatti che, dopo le incertezze e le difficoltà dell’età montiniana, il suo governo ha assicurato alla Chiesa un rilievo prima sconosciuto. Si tratta di un rilievo in primo luogo mediatico, ma del resto proprio questo aspetto, in piena sintonia con le caratteristiche della società contemporanea, è stato uno dei fattori che ha garantito alla Chiesa una nuova ed efficace capacità di incidenza sulla storia».

Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora gli è stato affiancato Giovanni Paolo II: il papa del Concilio Vaticano II e quello che lo ha affossato. È un modo per neutralizzare Roncalli? Per riaffermare che nella Chiesa tutto si tiene insieme e collocare nella assoluta continuità l’aggiornamento del Concilio?

«L’affiancamento della beatificazione di Giovanni XXIII con Pio IX e della sua canonizzazione con quella di Giovanni Paolo II è senza dubbio un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non si può sottovalutare il cammino percorso dalla beatificazione alla canonizzazione: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione alla modernità o di dialogo con essa. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile».

Dal punto di vista storico cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?

«Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo II ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti gli uomini sempre e comunque, in ogni tempo ed in ogni luogo, erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità».

Nell’azione di Bergoglio si può rilevare qualche somiglianza con i pontificati di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II?

«Senza dubbio i richiami di Bergoglio a Giovanni XXIII sono frequenti. Al di là dei riferimenti espliciti, è anche chiaro che alcuni suoi interventi mostrano profonde analogie con le posizioni di Roncalli (ad esempio sul tema della pace e della Chiesa dei poveri, sul carattere pastorale del governo ecclesiastico, sulla storicità della Chiesa, sul dialogo con l’ebraismo e l’ortodossia). Ma è anche chiaro che l’eredità di Giovanni Paolo II pesa: come rinunciare alla capacità di penetrazione e all’ascolto planetario che, grazie al ruolo mediatico assicurato al papato da Wojtyla, la Chiesa ha ottenuto? Si tratta di scelte, o di una ricerca di nuove sintesi, che matureranno nei prossimi anni. La duplice canonizzazione evidenzia che entrambi i modelli sono oggi ritenuti praticabili».

Bergoglio parla di collegialità e sinodalità – o comunque queste intenzioni gli vengono attribuite – ma sembra esserci un ritorno alla “papolatria”. È una sorta di eterogenesi dei fini? O forse non corrispondono alla realtà le intenzioni “democratiche” di Bergoglio?

«Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad un maggiore e più frequente ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle Conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico nella Chiesa. Nell’ecclesiologia di Bergoglio la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia – e non si può certo sottovalutare questa concezione rispetto ad un predecessore che aveva una astratta visione ontologica della Chiesa – ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato».

Con Bergoglio c’è una rivoluzione in atto nella Chiesa?

«È troppo presto per dare giudizi così impegnativi. È certo che Bergoglio ha cambiato per tanti aspetti la linea di Benedetto XVI il quale del resto, con la sua rinuncia, ne ha riconosciuto il fallimento. Fin dove si spingerà il mutamento e soprattutto per sapere se questo mutamento sarà in linea con una lettura evangelica dei segni dei tempi dobbiamo ancora aspettare».

Più che due papi si santifica il papato

26 aprile 2014

“il manifesto”
26 aprile 2014

Luca Kocci

Più che due papi, domani a San Pietro «si santifica il papato». Nel coro di osanna trasmesso a reti unificate dai media di tutto il mondo, anche all’interno della Chiesa cattolica si leva qualche voce che rompe l’unanimismo e solleva rilievi critici sul «sistema della canonizzazioni» e in particolare sulla proclamazione di Giovanni Paolo II santo.

Si tratta di Noi Siamo Chiesa, il principale movimento cattolico internazionale progressista (Imwac, International movement We are Church), presente in oltre 20 nazioni, che da quando è nato, nel 1996, si batte per una riforma della Chiesa in direzione di una maggiore collegialità, pluralismo e povertà. «L’intero sistema delle canonizzazioni deve essere messo in discussione e radicalmente democratizzato», spiega Martha Heizer, presidente di Imwac. «La canonizzazione dei due papi, in particolare quelle dei pontefici morti da poco, glorifica la natura superiore e l’infallibilità del papato a spese del ruolo del Popolo di Dio». Forse quando un prete è eletto papa «la santità diviene un corollario del suo ruolo? O forse solo santi sono eletti al pontificato?», si chiede. Più probabilmente il fine diventa la santificazione del papato, del centralismo romano e dell’istituzione ecclesiastica, in contrasto con il Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII che – a proposito di contraddizioni – verrà pure lui proclamato santo domani, insieme a Wojtyla. «Lo sfavillante e glorioso sfarzo di una Chiesa cattolica medievale domani apparirà di nuovo in piazza San Pietro, in contraddizione con le vite di quella parte del Popolo di Dio e di tanti altri che nel mondo vivono in povertà, marginalità ed abbandono», sottolinea Imwac, che però mostra di nutrire speranze in papa Francesco: «Gli offriamo il nostro appoggio mentre cerca di riformare questa Chiesa trionfalistica in una Chiesa della solidarietà coi poveri».

Sulla santificazione di Wojtyla – a tempo di record grazie anche alle norme che egli stesso modificò, accorciando da 50 a 5 anni il tempo che deve trascorrere dalla morte – poi il dissenso si fa più netto. Lo puntualizza la sezione italiana di Noi Siamo Chiesa, elencando «evidenti meriti storici ed evangelici» – il dialogo interreligioso soprattutto con ebrei e musulmani, l’opposizione alla guerra in Iraq, il mea culpa per i peccati della Chiesa nella storia durante il Giubileo del 2000 – ma anche ricordando limiti ed errori in un dettagliato dossier: la repressione dei teologi non allineati, le posizioni integraliste sulla morale sessuale, il rifiuto del dibattito sulla condizione delle donne nella Chiesa e sul celibato ecclesiastico, l’omertà sugli abusi sessuali del clero sui minori, l’accettazione di una struttura come lo Ior «spesso complice di poteri oscuri e criminali» – erano gli anni di Marcinkus, Calvi e del Banco ambrosiano –, la nomina di vescovi quasi tutti di orientamento conservatore, il rafforzamento del centralismo romano a danno dell’autonomia delle Chiese locali e della collegialità episcopale, la condanna della teologia della liberazione e delle nuove teologie, la diffidenza nei confronti di mons. Romero e dei movimenti popolari in America latina, con il sostegno, implicito od esplicito, ai regimi autoritari (resta storica la foto di Giovanni Paolo II affacciato al balcone della Moneda con Pinochet nel 1987).

Ma ad esprimere perplessità sulla canonizzazione di papa Wojtyla, oltre alla Chiesa di base e a diversi teologi progressisti sono stati anche autorevoli esponenti della gerarchia ecclesiastica. Il card. Danneels, ex arcivescovo di Bruxelles e primate del Belgio, che criticò la creazione di una «corsia preferenziale» per santificare Giovanni Paolo II a tempo di record. E il card. Martini che, come viene rivelato dal libro di Andrea Riccardi appena pubblicato dalle edizioni San Paolo (La santità di papa Wojtyla), pur all’interno di un giudizio complessivamente positivo, nella sua deposizione al processo canonico manifestò delle riserve su Wojtyla: l’eccessivo appoggio ai movimenti, la tendenza a porsi «al centro dell’attenzione», la scelta di restare sul trono di Pietro fino alla fine nonostante le condizione di salute gli impedissero di esercitare il suo ministero.

Noi Siamo Chiesa: «I gesti del papa danno speranza»

20 aprile 2014

“il manifesto”
20 aprile 2014

Luca Kocci

Nuovo bagno di folla per papa Bergoglio oggi, giorno di Pasqua. Prima la messa in piazza San Pietro, poi il tradizionale messaggio Urbi et Orbi letto nelle varie lingue. E in settimana Roma sarà invasa dai pellegrini che, domenica prossima, parteciperanno alla doppia canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i due papi più popolari del ‘900. Ne parliamo con Vittorio Bellavite, coordinatore per l’Italia di Noi Siamo Chiesa, il più importante movimento internazionale per la riforma della Chiesa.

Proprio ieri, 19 aprile, ricorreva l’anniversario dell’elezione di Ratzinger a papa (nel 2005), che il manifesto annunciò con quella efficacissima prima pagina, «il pastore tedesco». Con Bergoglio è cambiato qualcosa?

«Sì, perché l’approccio alla realtà di Francesco è nettamente diverso da quello di Benedetto XVI. La crisi globale secondo Ratzinger era causata dal trionfo del relativismo, e la riposta doveva essere il rafforzamento dell’identità cattolica. Quella di Francesco invece è una risposta ancorata alla storia, quindi più evangelica: la crisi è provocata da un sistema economico-sociale che non funziona e che produce ingiustizia. Ed è un messaggio che ottiene grande risonanza anche perché le risposte che la politica sembra dare alla crisi sono molto deboli».

Bergoglio critica il sistema economico-finanziario, parla male del denaro e regala 50 euro ai clochard della stazione Termini. Però poi lo Ior resta al suo posto. Non è una contraddizione?

«La contraddizione c’è. Dice che “san Pietro non aveva una banca”, ma non è poi in grado di essere coerente fino in fondo con questa affermazione. C’è una grande difficoltà a liberarsi dalle strutture. Però mi sembra che almeno si stia impegnando a riformare queste strutture che hanno continuato ad agire in maniera non diversa da quanto accadeva ai tempi di Marcinkus e Calvi».

Domenica prossima ci saranno le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Noi Siamo Chiesa è stata sempre critica con il sistema delle santificazioni. E ora?

«Anche ora. Con queste operazioni si assecondano e si rafforzano forme di religiosità popolare che danno più valore ai santi e alle madonne che non al messaggio di liberazione del Vangelo. La religiosità popolare ha un suo valore, ma dovrebbero esserne evidenziati i limiti e andrebbe sottoposta ad una profonda revisione critica».

E poi si continuano a canonizzare pontefici…

«È un modo per santificare il papato. Anche unendo, come in questo caso, due papi molto diversi fra loro, quasi a voler bilanciare i diversi equilibri presenti nella cattolicità».

Giovanni Paolo II resta una figura controversa, in questi giorni è emerso che anche il card. Martini aveva dei dubbi sulla sua santificazione a tempo di record. Cosa ne pensa?

«Noi Siamo Chiesa è stata sempre contraria per molti motivi: la repressione della Teologia della liberazione in America latina e in generale di tutti i teologi progressisti; la nomina dei vescovi conservatori; il sostegno dato ai movimenti cattolici integralisti; l’abbandono delle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II».

Torniamo a Bergoglio. Molti, anche di area laica, esaltano parole e atti che giudicano rivoluzionari. Non c’è invece il rischio di rafforzare il papismo?

«Il rischio c’è. Noi però speriamo che con Francesco si possa camminare in direzione della sinodalità, quindi della democrazia. Dei segnali ci sono. Complessivamente però diamo un giudizio positivo perché ci sembra che, a differenza dei suoi predecessori, si muova più sull’orizzonte della pastorale che su quello della riaffermazione della dottrina. Forse non è rivoluzionario, però mi pare che possa avere delle conseguenze e portare dei cambiamenti, anche significativi, nella Chiesa».

Vista dal basso è tutta un’altra Chiesa

4 novembre 2013

Luca Kocci – Valerio Gigante
Introduzione a
La Chiesa di tutti. L’altra Chiesa: esperienze ecclesiali di frontiera, gruppi di base, movimenti e comunità, preti e laici “non allineati”, Altreconomia edizioni, Milano, 2013 *

Vista dall’esterno, la Chiesa cattolica appare come una struttura unitaria e un blocco monolitico. Ma attenzione. Se per Chiesa intendiamo la gerarchia e l’istituzione ecclesiastica, l’affermazione regge. Se invece consideriamo la Chiesa nella sua accezione più autentica, ossia come «popolo di Dio», allora le cose stanno diversamente.

A partire dal pontificato di papa Wojtyla, la presenza della gerarchia cattolica sui media e nella società è diventata infatti molto più pervasiva ed invadente, e l’influenza della Conferenza episcopale italiana e del Vaticano nel determinare gli indirizzi del Paese – soprattutto dopo la fine della Democrazia cristiana, quando in particolare la Cei guidata dal cardinal Camillo Ruini ha deciso di intervenire direttamente nel campo politico, ritirando la delega e facendo a meno della mediazione dei laici – è cresciuta a dismisura. Parallelamente la Chiesa diffusa, le comunità sparse sul territorio, le tante associazioni e i gruppi ecclesiali che dal basso vivono concretamente le contraddizioni del tempo presente, continuamente in ascolto e sintonia con i tempi che mutano, operando nel concreto a fianco dei migranti, degli emarginati, dei malati, dei senza voce, sono di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In maniera inversamente proporzionale alla visibilità e all’interventismo dei vertici ecclesiastici, si sono infatti ristretti gli spazi dentro e fuori la Chiesa per quelle realtà del cattolicesimo di base che talvolta criticano o che comunque vivono con disagio alcune posizioni del magistero e i pronunciamenti dei pontefici, del Vaticano e della Cei. Sono voci spesso fuori dal coro che non hanno pressoché nessuna cittadinanza sui mezzi di informazione istituzionali della Chiesa. Ma che esistono. E si moltiplicano. La distanza dal magistero su questioni come la contraccezione e le convivenze; l’insofferenza verso alcuni privilegi economici di cui godono gli enti ecclesiastici; il caso di Eluana Englaro, come quello di Piergiorgio Welby; il crescente disagio per i comportamenti personali e pubblici dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a lungo sostenuto dalle gerarchie ecclesiastiche parlano chiaro: i cattolici non hanno capito, o non hanno condiviso, le scelte dei loro vertici. Ma di questo dissenso, sui media ufficiali non compare quasi nessun cenno. Così, ad un osservatore esterno, la Chiesa sembra continuare a parlare con una sola voce, spesso inclinata verso destra.

Negli ultimi anni però – soprattutto dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II che aveva la capacità, anche mediatica, di tenere tutto insieme e di soffocare il dissenso – la contraddizione di una istituzione ecclesiastica sempre meno in sintonia con il suo popolo sembra essere più marcata ed evidente, come dimostra anche la secolarizzazione della società che avanza a larghi passi. Insomma, nonostante l’enorme quantità di denaro pubblico che dalle casse dello Stato prende la via delle istituzioni ecclesiastiche (otto per mille, finanziamenti alle scuole cattoliche e ad altri enti, insegnamento della religione nelle scuole statali, esenzioni fiscali di vario tipo, ecc.); nonostante la grande “potenza di fuoco” che la Chiesa istituzionale riesce ad esprimere attraverso i suoi giornali (dai quotidiani come Avvenire e l’Osservatore Romano, l’Eco di Bergamo e Il Cittadino di Lodi agli oltre 200 settimanali diocesani) e centinaia di riviste anche di grandissima diffusione, le televisioni (Tv2000, Telepace, il Centro Televisivo Vaticano), le radio (Radio Vaticana e circa 200 emittenti del circuito InBlu); nonostante gli altri pulpiti mediatici e reali delle oltre 25mila parrocchie, il fenomeno religioso perde consistenza nella società italiana. Sembra la realizzazione della “profezia” che don Lorenzo Milani scrisse in Esperienze pastorali, un volume pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel lontano 1957 e ritirato dal commercio perché giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio: «Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano i sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti e scuole e con tutte questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Sapere che presto sarà finita la fede dei poveri. Vien persino da domandarsi se la persecuzione potrà essere peggio di questo».

In questi tempi, durante i quali l’istituzione ecclesiastica ha privilegiato l’asse con i gruppi e i settori ecclesiali più conservatori e ha brandito i cosiddetti «principi non negoziabili» come una clava per tenere sotto tutela i “cattolici adulti” – come del resto ha riconosciuto lo stesso papa Bergoglio nella lunga intervista a Civiltà cattolica del 19 settembre 2013 («Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi») – l’insofferenza nella base ecclesiale è cresciuta e continua a crescere. Rilanciando, a 50 anni dal suo svolgimento, il Concilio Vaticano II con le sue dirompenti affermazioni sulla «Chiesa povera e dei poveri», sull’ecumenismo, sul ruolo dei laici e delle donne, sul rapporto con il mondo laico, sulla sinodalità e la collegialità nella Chiesa, sulla verità che non si dà una volta per tutte ma che si cerca faticosamente di raggiungere (e comunque sempre in maniera provvisoria). Il Concilio allora, nonostante tutte le «ermeneutiche della continuità» tese a depotenziare le sue istanze, resta l’elemento di maggiore contraddizione rispetto al mantenimento dello stato di cose presenti,  proprio perché esso costituisce la prova che è possibile una Chiesa intesa come «popolo di Dio in cammino», in ascolto dei «segni dei tempi». Alla luce di questo, un numero sempre più consistente di credenti chiede una Chiesa meno lobby politica e più impegnata nella difesa dei diritti, degli ultimi, della giustizia sociale, nella promozione di una società più partecipata e solidale, di una Chiesa in cui i teologi, laici, le donne, possano tornare a discutere liberamente e, perché no, anche deliberare, riappropriandosi della autonomia e della responsabilità che proprio il Concilio attribuisce loro nella sfera temporale.

Questa Chiesa del Concilio sta tentando di uscire dalle catacombe cui è stata costretta dal trentennio di Wojtyla e Ratzinger, di Ruini e Bagnasco, sta tornando a discutere pubblicamente, influenzando le posizioni e le parole di diversi esponenti della gerarchia. Se questa spinta dal basso riuscirà ad incidere, o se invece l’atteggiamento ambivalente della gerarchia resterà solo una ennesima dimostrazione della “politica dei due forni” funzionale a lasciarsi aperta qualsiasi strada per l’avvenire – il pontificato di Bergoglio è appena cominciato e, al di là degli entusiasmi, e delle speranze, manifestati da molti, è troppo presto per poter dire se la Chiesa cambierà in profondità e nella struttura oltre che nei toni e negli atteggiamenti –, saranno i prossimi mesi ed anni a dircelo. Intanto però, è importante raccontare e documentare la presenza, la vivacità e le attività di queste realtà ecclesiali, sottraendole al silenzio assordante cui i media ufficiali (cattolici, ma anche laici) li hanno costretti e li costringono. E restituendoli al ruolo, ed alla dignità, che gli competono. Quello che, in queste pagine, abbiamo tentato di fare.

Nel primo capitolo del volume è tracciata una breve storia del “dissenso cattolico” e della Chiesa conciliare, rintracciando gli antecedenti storico-culturali che si manifestano già alla fine dell’800 e proseguendo il percorso fino ai giorni nostri, attraverso anche una mappatura ragionata – nel secondo capitolo – di quello che c’è oggi in Italia. Nei capitoli 3 e 4 ci si sofferma in particolare sue due questioni che, oltre ad essere particolarmente dibattute anche nel mondo laico, hanno costituito un evidente elemento di divisione – quasi uno spartiacque – fra i vertici dell’istituzione ecclesiastica e la Chiesa di base variamente declinata: le finanze e i patrimoni della Chiesa; e i «principi non negoziabili». Nel quinto capitolo vengono raccontate più da vicino, e con un taglio maggiormente narrativo, sei esperienze di comunità ecclesiali “di frontiera”, particolarmente attive sul terreno sociale ma contestualmente impegnate nel tentativo di costruire una Chiesa più fedele al Vangelo. Il sesto capitolo, come in una sorta di “pagine gialle”, presenta un elenco – molto ampio ma sicuramente non esauriente, perché è impossibile contenere in poche pagine la ricchezza di un mondo cattolico di base tanto diffuso quanto sommerso e poco appariscente – dei gruppi ecclesiali di base oggi attivi in Italia e delle riviste di informazione e di controinformazione ecclesiale che mantengono viva l’ispirazione al Concilio Vaticano II.

* se ne parla qui:

ALTRECONOMIA – Massimo Acanfora
http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=233

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4365&fromRivDet=157

VATICAN INSIDER-LA STAMPA – Fabrizio Mastrofini
http://vaticaninsider.lastampa.it/recensioni/dettaglio-articolo/articolo/29322/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201312/131213santagata.pdf

EUROPA – Aldo Maria Valli
http://www.europaquotidiano.it/2013/11/16/la-chiesa-vista-dal-basso/#

VINO NUOVO – Aldo Maria Valli
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1490

L’ECO DI BERGAMO – Marco Marzano
http://www.altreconomia.it/img/Ecodibergamo_Altrachiesa.pdf

ADISTA
http://www.adista.it/?op=articolo&id=53301

IL REGNO
http://www.altreconomia.it/img/Libri%20del%20mese%202014-2%20schede.pdf

NIGRIZIA
http://www.altreconomia.it/img/NIGRIZIAGENNAIO2014-120.pdf

CONFRONTI
http://www.confronti.net/confronti/2013/10/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa/

KOINONIA – p. Alberto Bruno Simoni
http://www.koinonia-online.it/forum365base.htm

MICROMEGA
http://temi.repubblica.it/micromega-online/un%E2%80%99altra-chiesa-per-quale-chiesa/

NOI DONNE – Giancarla Codrignani
http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04909

PEACELINK – Giacomo Alessandroni
http://www.peacelink.it/nobrain/a/39417.html

REDATTORE SOCIALE
http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/455024/10-libri-sociali-le-novita-editoriali-scelte-da-Redattore-sociale
http://www.redattoresociale.it/Cultura/10%20Libri%20Sociali/Dettaglio/455005/LA-CHIESA-DI-TUTTI-L-altra-Chiesa-esperienze-ecclesiali-di-frontiera-gruppi-di-base-movimenti-e

IL DIALOGO
http://www.ildialogo.org/cultura/Recensioni_1383685606.htm

CENTONOVE – Augusto Cavadi
http://www.augustocavadi.com/2013/11/le-molte-facce-della-chiesa-cattolica.html
http://centonove.netsons.org/Centonove_151113.pdf

A SUD D’EUROPA – Augusto Cavadi
http://www.piolatorre.it/public/a_sud_europa/a_sud_europa_anno-7_n-46.pdf

LA PROVINCIA DI CREMONA
http://www.laprovinciacr.it/scheda/62127/-La-Chiesa-di-tutti-.html

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE – Marcello Vigli
http://www.cdbitalia.it/2013/12/13/un-segno-di-speranza-di-m-vigli/

NOI SIAMO CHIESA
http://www.noisiamochiesa.org/?p=2912

COMUNITÀ DELL’ISOLOTTO
http://baracchesempreverdi.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa.html

PADRE LUCIANO IN DIALOGO – blog di p. luciano meli
http://www.padreluciano.it/?p=4576

PIETRE VIVE
http://pietrevive.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa-di.html

ZAPPING ONLINE
http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=11919

CRONACHE LAICHE
http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90113&typeb=0&Vista-dal-basso-e-tutta-un-altra-Chiesa

Gesù, gli ultimi e il Concilio tradito. Conversazione con don Andrea Gallo

22 novembre 2012

“MicroMega”
n. 7/2012

Luca Kocci

Prete di strada, parroco dei centri sociali, l’immancabile prete-comunista: si sprecano le definizioni utilizzate dai media per descrivere don Andrea Gallo, il sacerdote genovese della Comunità di San Benedetto al Porto, amico di un altro genovese doc, Fabrizio De André, per il quale ha pronunciato l’orazione funebre durante il funerale. Spesso, però, ne manca una: prete del Concilio. E don Gallo ci tiene a ricordarlo: «Io sono un prete del Concilio. Quando Roncalli viene eletto papa, nel 1958, ero diacono; poi il 25 gennaio 1959, papa Giovanni annuncia di voler convocare un Concilio ecumenico per la Chiesa universale e pochi mesi dopo, il primo luglio, vengo ordinato prete. Quindi nasco prete con il Concilio».

Prete giovanissimo, perché don Gallo, che è nato a Genova nel 1928, all’apertura del Vaticano II aveva 34 anni. Prima della vita religiosa c’era stato l’antifascismo – nel 1944, quando la Repubblica sociale italiana richiama alle armi anche i nati nel 1928, sceglie di disertare – e la Resistenza, come staffetta partigiana, con il nome di battaglia di Nan, diminutivo di nasan, in genovese nasone. Finita la guerra l’incontro con i salesiani e l’ingresso nella Congregazione fondata da don Bosco, da cui però decide di uscire nel 1964: «La congregazione salesiana si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale», racconta don Gallo che, incardinato nella diocesi di Genova, viene nominato viceparroco della chiesa del Carmine, nel centro storico, fra gli epicentri della contestazione sessantontina – la facoltà di Lettere, il liceo classico “Cristoforo Colombo” e la sede di Autonomia operaia – e la Genova dei sottoproletari e degli irregolari cantati da De André. Don Gallo sceglie di stare dalla parte degli emarginati e partecipa al movimento: «Ho saputo che vai spesso in processione», lo rimprovera il cardinal Siri, arcivescovo di Genova, riferendosi ai cortei e alle manifestazioni a cui il “suo” prete prendeva parte; «io conosco le litanie dei santi, ma non ho mai visto né sentito quel santo che continui ad invocare con i tuoi parrocchiani, Ho Ci Minh». Il cardinale, rappresentante della parte più conservatrice della Curia romana e dell’episcopato lo allontana dalla parrocchia e don Gallo si rifugia nella parrocchia di San Benedetto al Porto: nasce la comunità di base e la comunità di accoglienza, che apre le sue porte a chiunque capiti da quelle parti, italiano o straniero, tossicodipendente, alcolista, prostituta, transessuale, ex detenuto. «Nella vita mi hanno apostrofato in ogni modo», racconta don Gallo, ma spesso «si sono dimenticati che sono anche amico delle prostitute, dei devianti, dei balordi, dei border line, dei migranti, di tutti coloro che viaggiano ai margini della società. Un prete da marciapiede, insomma. È lì che vivo, ogni giorno e ogni notte, cercando la speranza insieme alla persone che incontro». Ed è lì che continua a sognare una «Chiesa povera e dei poveri», come vuole il Vangelo, come sperava il Concilio.

«Il Concilio aveva suscitato in me, e in molti miei confratelli, grande entusiasmo e forti speranze – ricorda don Gallo –. Soprattutto mi avevano colpito gli interrogativi posti dal cardinal Suenens, uno dei moderatori del Concilio, e da Montini, allora arcivescovo di Milano: “Chiesa chi sei? Cosa dici di te stessa?”. Sono le domande fondamentali. Oggi la Chiesa non se le pone più, non riflette più su se stessa, perché è “sazia” e ha assunto nella società un ruolo dominante e una posizione di potere. La Curia romana e le gerarchie ecclesiastiche lo sanno, ma tacciono. In questo modo la Chiesa abbandona la profezia e dimentica la forza eversiva del Vangelo.

Non si mette più in discussione perché la tentazione del potere ha avuto la meglio?

Esatto. E così il Concilio, che è stato una “rivoluzione copernicana”, dopo cinquant’anni, è morto.

Sarà possibile riportarlo in vita?

Quella della Chiesa è una crisi di sistema, strutturale. Per risolverla ci vorrebbe una risposta teologica, invece si preferisce organizzare i raduni di massa, i pellegrinaggi, le offensive mediatiche, che però sono solo fumo negli occhi, perché la crisi rimane intatta. L’unica speranza per salvare la Chiesa sono il popolo di Dio e i cattolici di base. Lo ha scritto in uno dei suoi ultimi libri anche Hans Küng, il grande teologo a cui la Congregazione per la dottrina della fede ha proibito di insegnare nelle università cattoliche: Salviamo la Chiesa.

Ma per salvarsi è necessario che la Chiesa avvii delle riforme radicali, perché non si salverà mai una Chiesa verticistica, patriarcale, maschilista, misogina, sessuofobica ma molto attenta a coprire cardinali e pretini pedofili, una Chiesa eurocentrica che chiama la guerra ingerenza umanitaria o missione di pace, che benedice le portaerei e non si oppone alle basi militari – come a Vicenza con il Dal Molin -, una Chiesa che difende l’esclusivismo cristiano e l’imperialismo romano. «Osare la speranza» era il motto della mia brigata partigiana. E io non abbandono la speranza di una Chiesa evangelica, non di potere.

Di chi sono le maggiori responsabilità? Chi ha affossato il Concilio e addomesticato la forza eversiva del Vangelo?

Le responsabilità sono di tutti i cattolici, ma è ovvio che bisogna partire dall’alto, ovvero dalla gerarchia ecclesiastica. Ai tempi del Concilio avevo un amico che stava a Roma e che era molto vicino a Roncalli. E Roncalli un giorno gli confessò: sai perché non spingo troppo l’acceleratore per le riforme? Perché questi venerabili uomini della Curia romana si rivolterebbero a tal punto che, dopo di me, eleggerebbero come mio successore un uomo che affosserebbe tutto quello che ho cominciato. Ecco di chi sono le responsabilità.

Pare che la “profezia” di Roncalli si sia avverata…

Completamente. Già Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, fece qualche passo indietro, ad esempio con l’enciclica Humanae Vitae, quella contro la pillola. Con Wojtyla, poi, è iniziata la vera e propria restaurazione. Chi ha scelto per sostituire i vescovi che si ritiravano e che raggiungevano l’età pensionabile? Nuovi vescovi totalmente allineati a Roma. Ha decapitato la teologia della liberazione, che invece aveva pienamente abbracciato il Concilio: appena eletto, nel 1979, Wojtyla è andato a Puebla, per la III Conferenza generale della Celam (il Consiglio episcopale latinoamericano), dieci anni dopo la “nascita” della teologia della liberazione, a Medellin, nel 1968, e lì ha attaccato duramente la teologia della liberazione; negli anni successivi, poi, ha tolto le cattedre a tutti i principali teologi della liberazione

E poi arriva Ratzinger…

L’ultima enciclica di papa Ratzinger è la Caritas in veritate: un bellissimo titolo, ma falso, perché a me sembra che non ci sia né amore né verità. ComunqueRatzinger non fa altro che continuare la restaurazione avviata da Wojtyla, prendendo sempre più le distanze dal Concilio, ma anche allontanandosi dalla maggioranza del popolo di Dio. Poi però, con i grandi raduni organizzati dall’alto, come per esempio l’ultimo Incontro mondiale delle famiglie lo scorso giugno a Milano, in televisione si vede un milione di persone in piazza con Ratzinger e si pensa che tutti i cattolici stiano con il papa e i vescovi. La struttura ecclesiastica è seriamente malata, e la causa della malattia è il sistema di governo romano, che si è affermato nel corso del secondo millennio grazie soprattutto alla riforma gregoriana che ha concentrato tutti i poteri nelle mani del papa e della Curia, e che ancora resiste. Ma questo è un vero e proprio scisma, il più grave di quelli che la Chiesa ha conosciuto.

Uno scisma?

Esattamente. Nella storia della Chiesa ci sono stati tre scismi. Il primo nell’XI secolo, con la divisione fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente; il secondo nel XVI secolo, con Lutero e la seprazione fra cattolici e protestanti; il terzo nei secoli XVIII e XIX, tra il cattolicesimo romano e il mondo moderno. Il Concilio Vaticano II aveva tentato di ricomporre questo scisma, perché la Chiesa era ancora quella della Controriforma, nemica della modernità. Benché il suo pontificato sia durato meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito ad aprire le finestre della Chiesa sul mondo, nonostante la forte resistenza della Curia, e ad indicarle, con il Concilio, la via del rinnovamento e dell’aggiornamento, in direzione di un annuncio del Vangelo al passo con i tempi, di un’intesa con le altre Chiese cristiane, di un’apertura nei confronti delle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo, di una riconciliazione con la democrazia.

Questa finestra però è stata immediatamente richiusa dalla macchina della Curia, che ha fatto di tutto per tener sotto controllo il Concilio, e così lo scisma si è riaperto. Papa Giovanni è morto troppo presto, e il sistema romano ha vinto. E comanda soprattutto oggi, che siamo tornati indietro, ad una Chiesa preconciliare.

Si riferisca a papa Ratzinger che ha ripristinato una serie di elementi preconciliari, dalla messa in latino alla celebrazione liturgica con il prete che dà le spalle ai fedeli?

Non solo a Ratzinger, perché il processo di restaurazione è iniziato già con Wojtyla, che io paragono a Ronald Regan: un attore, con un grande carisma e un fascino potente, un comunicatore eccezionale, capace di gesti dall’alto valore simbolico, che, in questo modo, è stato in grado di rendere accettabili le dottrine e le pratiche più conservatrici, così da frenare il movimento conciliare e arrestare le riforme.

Viene ribadita integralmente la dottrina cattolica. Invece dell’apertura al mondo moderno, si rinnovano, con grande insistenza l’accusa, il rammarico e la denuncia di un presunto adattamento a esso. Si incoraggiano le forme di devozione più tradizionaliste. Si rafforza una nuova Inquisizione. Si rifiuta la libertà di coscienza. Si azzera l’ecumenismo e si pone l’accento su tutto ciò che è cattolico, facendo coincidere la Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica romana. Siamo in un’epoca non solo di ricattolicizzazione, ma di riromanizzazione.

Il Concilio ha segnato, tra l’altro, l’apertura della Chiesa al mondo moderno. Questo ambito sembra essere quello in cui l’arretramento è maggiore, soprattutto su alcuni temi, per esempio la morale sessuale…

L’affossamento del Concilio inizia proprio da lì, con l’Humanae Vitae, nel 1968. Paolo VI ignora non solo la Gaudium et spes,che mette al centro le donne e gli uomini del nostro tempo, ma anche il parere della Commissione preparatoria nominata da lui stesso, favorevole alla pillola. Si torna indietro, a quello che ci facevano studiare prima del Concilio: fine principale del matrimonio procreatio est, diceva il professore di teologia in aula magna. Basta, chiuso il discorso. Poi aggiungeva che era anche remedium concupiscentiae e poi mutuum auditorium. Dal 1968 ad oggi, in tema di morale sessuale non è cambiato nulla, siamo ancora all’Humanae Vitae, che pure terminava dicendo che la Chiesa avrebbe dovuto interessarsi di questo tema. Ma da allora non è successo nulla. Una dottrina più comprensiva sul controllo delle nascite è necessaria, ma la Chiesa è sorda, non ne vuole sapere. In occasione del trentesimo anniversario dell’enciclica, nel 1998, papa Wojtyla l’ha ribadita parola per parola, senza togliere e senza aggiungere una virgola. Una chiusura totale e immotivata, tanto che una volta chiesi ad un cardinale: scusi eminenza, ma la sessualità è un dono di Dio alle donne e agli uomini oppure è un dono del demonio?

Eppure il centro di qualsiasi unione, di qualsiasi tipo di unione, è l’amore. Addirittura nella celebrazione del sacramento del matrimonio non ci sarebbe nemmeno bisogno del prete, perché quello che conta è il sì degli sposi, e basta.

E poi ci sono le altre questioni: il «rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale» – ovvero non solo i temi della contraccezione ma anche della fecondazione assistita, del testamento biologico, dell’accanimento terapeutico, della ricerca sulle cellule staminali -, «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» – con l’altolà alle unioni di fatto e alle unioni omosessuali -, « la libertà di educazione dei figli» – cioè i finanziamenti alla scuola cattolica -. Tutte riassunte e codificate nella formula dei «principi non negoziabili» coniata da Ratzinger e utilizzata spessissimo dalla Conferenza episcopale italiana, soprattutto quando, nel dibattito politico, sembra farsi strada qualche legge non gradita ai vescovi.

Esattamente. Si tratta di argomenti “tabù”, non trattabili, sui quali non si può nemmeno discutere. E fra l’altro mostrano una Chiesa cieca che non solo non vuole dialogare con la scienza, ma che nemmeno la rispetta.

Non rispetta nemmeno la libertà di coscienza?

No. E non la rispetta nonostante il Concilio, torniamo di nuovo lì, abbia chiaramente affermato il primato della coscienza, che non è subordinata a niente e a nessuno. Invece capita spesso che questa libertà sia negata e anzi che quella stessa coscienza venga resa prigioniera con la minaccia dell’inferno. Perché se è vero che la Chiesa ha delle convinzioni alle quali non può rinunciare e ha il diritto di esprimerle pubblicamente, di discuterle e di proporle nel dibattito politico sulla formazione delle leggi, è altrettanto vero che in una società pluralista e democratica le regole e le norme si costruiscono insieme agli altri. Si può proporre, senza arroganza, ma non imporre. Invece sembra proprio che la Chiesa voglia imporre ad ogni costo i propri principi, in una società che è postcristiana. La Chiesa potrebbe essere un presidio di autentico umanesimo e svolgere un servizio alla libertà e alla dignità dell’uomo, invece non riconosce i valori che provengono dall’esterno, dal mondo laico, e questo è molto grave. Ma quando la Chiesa nega la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio, quando vede nella società odierna solo frammentazione di valori, nichilismo, cultura di morte, allora contribuisce non al confronto ma alimenta lo scontro. Si è tanto parlato di scontro di civiltà: dobbiamo stare attenti che non siano proprio i cattolici a fomentarlo all’interno delle nostre società, perché sarebbe anche questo un segno delle barbarie, una barbarie sempre più invadente.

La laicità è un valore?

Certo che lo è, ed esiste un’etica laica molto profonda. Non c’è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. La laicità non è laicismo, al contrario: è il rispetto di tutte le fedi da parte dello Stato che assicura il libero esercizio delle attività cultuali, spirituali, culturali, creative delle diverse comunità. E in una società pluralista, la laicità è l’unico spazio di dialogo e di comunicazione tra la religioni.

I «principi non negoziabili» sembrano essere molto lontani da quella forza eversiva e liberatrice del Vangelo di cui parlavamo in precedenza. Che fine hanno fatto temi evangelici come la giustizia sociale, l’attenzione agli emarginati e agli oppressi, la ricchezza e la povertà?

L’attenzione per il potere e per i privilegi li ha eclissati. La Chiesa, compreso il mio arcivescovo che è anche presidente della Cei, per anni ha sostenuto Berlusconi. Adesso sostiene Monti. Comunione e Liberazione applaude il potente di turno, l’ha scritto perfino Famiglia Cristiana parlando del Meeting di Rimini di questa estate. Più che la difesa dei principi non negoziabili, c’è l’attenzione alla difesa dei privilegi. Del resto, me l’hanno detto anche dei santi monaci, la Chiesa è governata dall’Opus Dei e dalle altre truppe scelte: Comunione e Liberazione, Comunità di Sant’Egidio, i Legionari di Cristo, con il loro fondatore, il pedofilo padre Maciel, protetto alla fine da papa Wojtyla. Anche in questo caso bisogna tornare al Concilio, dove si parlava di «Chiesa povera e dei poveri», e alla teologia della liberazione – decapitata da Wojtyla e Ratzinger – che ha proclamato l’opzione fondamentale per i poveri.

Però c’è una parte di Chiesa e molte organizzazioni cattoliche che aiutano i poveri…

È vero, ma bisogna fare molta attenzione. Ci sono due strade: sembrano simili, in realtà vanno in direzioni opposte. La gerarchia ecclesiastica e alcuni settori del mondo cattolico propongono una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo, e in questo modo conferma, anzi rafforza, il sistema economico dominante di sfruttamento, il neocolonialismo sui diseredati del mondo. La strada da percorrere è quella della solidarietà liberatrice, che mette in discussione il neoliberismo. Dom Helder Câmara, il grande vescovo di Olinda e Recife, aveva capito tutto: quando do da mangiare ai poveri, diceva, mi battono le mani; quando domando perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista. La Chiesa non ha ancora fatto una scelta chiara e netta. Ma se la Chiesa vuole essere cattolica, deve essere cristiana, se vuole essere cristiana deve essere povera, altrimenti sarà un apparato che governa nel mondo, ma non è certo l’ecclesia di Gesù.

Parliamo di alcuni temi ecclesiali emersi nel Concilio e nel post Concilio, su cui è stata posta una pietra tombale: ad esempio il ruolo della donna nella Chiesa, fino alla possibilità dell’ordinazione sacerdotale.

Su questo aspetto la chiusura è totale. Quest’anno, sempre nell’omelia del Giovedì santo, Ratzinger, a proposito dell’ordinazione femminile, ha detto che nostro Signore non ci ha dato nessuna «autorizzazione». Se fossi stato presente avrei voluto chiedergli: santo padre, forse Gesù vi ha autorizzato o suggerito di fondare lo Ior, la banca del Vaticano? Poi, come impone la prassi pontificia, ha citato Wojtyla – «il mio predecessore, il beato Giovanni Paolo II», ha detto Ratzinger – che ha ribadito il no al sacerdozio femminile «in maniera irrevocabile». Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria eresia: come è possibile dire «in maniera irrevocabile»? Il pontefice è il vescovo di Roma, il successore di Pietro, ma il più delle volte i papi credono di essere degli dei. Il Concilio ha affermato la libertà religiosa e il primato della coscienza, dopo secoli di oscurantismo e di condanne che non sono finite nell’800 ma che sono continuate fino a Pio XII, ovvero il predecessore di Giovanni XXIII. Ha spezzato tutti i vecchi paradigmi, ora invece si procede di restaurazione in restaurazione. Allora chiedo: è lecito per un cristiano come me invocare l’applicazione dei documenti del Concilio Vaticano II? Non posso fondare la mia fede sul principio di autorità del magistero pontificio, come se la mia fede fosse autentica solo se obbedisco ciecamente al papa. È un’assurdità, non sta in piedi né filosoficamente, né ontologicamente, né teologicamente, né biblicamente. «Non giurate mai», dice Gesù nel Vangelo, «dite sì quando è sì e no quando è no: tutto il resto viene dal diavolo». Quindi non ci sono dogmi, non possono esserci.

Che fine ha fatto la collegialità episcopale, anch’essa auspicata dal Concilio?

La collegialità episcopale esiste solo sulla carta. Poi arrivano le “veline” da Roma e i vescovi devono obbedire. I vescovi, ormai da anni, non si fanno carico della responsabilità collegiale nei confronti dell’intera Chiesa, conferita proprio dal Concilio, sono ridotti a semplici funzionari, a meri destinatari ed esecutori degli ordini vaticani. Lo stesso giuramento che i vescovi fanno al papa è in contrasto con il Vangelo dove è scritto, lo ripeto, «non giurate».

Ma c’è molto altro. Il matrimonio dei preti? Guai a parlarne. La comunione ai divorziati? Ancora no. Un nuovo ordinamento per la nomina dei vescovi? No. La riforma del papato e della Curia? No.

In Italia ci sono diversi preti e religiosi, noti ed autorevoli, schierati nettamente dalla parte degli emarginati e degli esclusi, che però, di fatto, scelgono di intervenire e di impegnarsi solo su temi e questioni sociali, dall’acqua agli inceneritori, dalle mafie al disarmo. Del sistema di potere ecclesiastico, della Curia vaticana e delle gerarchie, di quello che non funziona nella Chiesa, delle mancate riforme parlano poco o per niente, come se non volessero mettere il dito nelle piaghe. Per quale motivo?

Quello che dici è vero. Sono davvero pochi quelli che pongono questioni ecclesiali sostanziali e strutturali, che hanno il coraggio di affrontare nodi teologici e pastorali. Un tempo c’erano padre Balducci e padre Turoldo, fino a pochi mesi fa c’era don Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto di Firenze: grandi personalità, che ora non ci sono più. Quasi nessuno parla al posto loro. Oggi è rimasto fratel Arturo Paoli, che a novembre compirà 100 anni; c’è mons. Bettazzi, che però è messo in un angolo, come se fosse una reliquia del Concilio, invece è un grande vescovo; è rimasto don Franco Barbero, e infatti è stato dimesso dallo stato clericale da Wojtyla. I teologi tacciono, i preti pure. Il problema è che in Italia c’è una forte repressione: se parli liberamente e criticamente ti emarginano, ti tolgono la cattedra, ti fanno fare la fame. È una repressione che non dà scampo, quindi non è facile decidere di prendere la parola su questioni ecclesiali, decidere di criticare la Chiesa: hanno molta paura.

Alcuni gruppi ci provano, con grande coraggio: c’è la sezione italiana di Noi Siamo Chiesa, ci sono le Comunità di base, a volte c’è Pax Christi, ma in questo clima è difficile organizzare il dissenso e il pensiero critico. E questo silenzio è un grande problema, perché non aiuta la conversione della Chiesa.

Il recente “Appello alla disobbedienza” dei 300 preti austriaci che chiedono riforme radicali nella Chiesa cattolica – dalla comunione ai divorziati risposati alla celebrazione eucaristica senza prete, dal sacerdozio femminile alla fine del celibato ecclesiastico obbligatorio – in poco tempo ha fatto il giro d’Europa e ha raccolto migliaia di adesioni. Forse dall’estero, lontano da Roma e dal Vaticano, è più facile affrontare questi nodo ecclesiale e anche muovere critiche alla Chiesa?

Non a caso quell’appello non è stato firmato da preti e religiosi italiani. Poi però cosa è successo? Durante la celebrazione della messa del Giovedì santo, in san Pietro, Ratzinger li ha rimproverati e li ha richiamati all’obbedienza, senza nemmeno entrare nel merito delle cose che chiedevano.

Prima ancora, nel 1996, c’era stato l’“Appello dal popolo di Dio”, lanciato in Austria dal Movimento internazionale Noi Siamo Chiesa, che chiedeva al Vaticano una serie di riforme lungo la linea tracciata dal Concilio – dal riconscimento del ruolo della donna nella Chiesa al celibato facoltativo del clero, dal superamento delle discriminazioni verso gli omosessuali alla libertà di coscienza per quanto riguarda la regolazione delle nascite – e che ha raccolto oltre 2 milioni di firme, di cui più di 30mila in Italia…

E che sono state completamente ignorate. Questo significa che in Vaticano il popolo di Dio non conta nulla. Non c’è altra spiegazione. Eppure si dice che la Chiesa è semper gloriosa, semper paenitens e semper reformanda: quest’ultimo aspetto è stato cancellato e dimenticato del tutto.

Tutto questo mi amareggia molto: sono prete da 53 anni, amo la mia Chiesa e vedo che viene impedito che il messaggio rivoluzionario e liberatorio di Gesù raggiunga le donne e gli uomini. Ma continuo a sperare e a sognare

Cosa?

Un Concilio Vaticano III, con tre temi: la povertà della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio, il sacerdozio femminile.

Un papa «riduzionista»

12 ottobre 2012

“il manifesto”
12 ottobre 2012

Luca Kocci

Non il «balzo in avanti» prospettato da Giovanni XXIII, il pontefice che aprì il Concilio Vaticano II l’11 ottobre 1962, ma una «novità nella continuità». Usa gli ossimori papa Ratzinger per ricordare, e nello stesso tempo riportare all’interno dei saldi binari della tradizione e del magistero cattolico romano, il Concilio, contro tutte le interpretazioni “progressiste” sorte negli anni del post Concilio.

Non è una novità. Fin dall’inizio del suo pontificato – in un discorso alla curia romana il 22 dicembre 2005 – Ratzinger aveva esplicitato il suo pensiero sul Vaticano II: «Due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione; l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti». La prima è «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», la seconda è «l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità».

Ieri a piazza San Pietro, nell’anniversario dell’inizio del Concilio, durante l’omelia della messa per l’apertura dell’Anno della fede, Ratzinger ha ribadito gli elementi chiave della sua interpretazione che, se non è revisionista, è perlomeno riduzionista. Primo: limitarsi alla «lettera» del Concilio, ovvero ai documenti ufficiali prodotti da quell’assise – che, per quanto avanzati su molti aspetti, furono il risultato del necessario compromesso fra progressisti e conservatori, e quindi contengono anche elementi di segno molto diverso fra loro  –, e abbandonare la nozione di «spirito» del Concilio, cara invece ai settori ecclesiali più progressisti, che proprio lì ravvisarono la volontà di aggiornamento e di rinnovamento della Chiesa, rimasta ancora ferma al Concilio Vaticano I di Pio IX. Anzi, precisa Ratzinger «l’autentico spirito» del Concilio si trova solo nella sua «lettera». «Il riferimento ai documenti – spiega il papa – mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità». Secondo: rifiutare qualsiasi interpretazione del Vaticano II come evento di «rottura», perché «il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico». Invece «negli anni seguenti – ed è implicito il riferimento sia alla Chiesa di base sia anche alla “scuola di Bologna” di Dossetti e degli storici Alberigo e Melloni, rei di aver redatto una storia del Concilio giudicata in Vaticano troppo progressista – molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità».

Per rendere ancora più chiara l’interpretazione del Concilio nell’ottica della continuità, la messa di ieri si è aperta con una grande processione in piazza San Pietro – come già all’apertura del Vaticano II –, in cui hanno sfilato non i padri conciliari di ieri, ma 400 cardinali, vescovi, patriarchi e presidenti delle Conferenze episcopali di oggi (fra cui una dozzina di “reduci” del Concilio, ora novantenni), portando all’altare i messaggi finali del Vaticano II e una copia del Catechismo della Chiesa cattolica voluto da papa Wojtyla nel 1997. Del resto, ha voluto precisare Ratzinger, «fra Paolo VI (il papa che chiuse il Concilio nel 1965, n.d.r.) e Giovanni Paolo II c’è stata una profonda e piena convergenza». Un’operazione non nuova, anche questa, della conciliazione degli opposti all’interno della Chiesa, già sperimentata nel 2000, quando Wojtyla decise di beatificare insieme nello stesso giorno Pio IX, il papa del Sillabo e del non expedit, e Giovanni XXIII, il pontefice della Pacem in Terris  e dell’apertura al mondo moderno.

«Perché la rivoluzione del Concilio è morta». Intervista a don Andrea Gallo

4 ottobre 2012

“la Repubblica”
4 ottobre 2012

Luca Kocci

Prete di strada, parroco dei centri sociali, l’immancabile prete comunista: si sprecano le definizioni utilizzate dai media per descrivere don Andrea Gallo, il sacerdote genovese della Comunità di San Benedetto al Porto. Spesso, però, ne manca una e don Gallo ci tiene a ricordarlo: «Io sono un prete del Concilio». Un prete che continua a sognare «una Chiesa povera e dei poveri», come vuole il Vangelo, come sperava il Concilio. «Oggi la Chiesa non riflette più su se stessa, perché è “sazia” e ha assunto nella società un ruolo dominante e una posizione di potere. La curia romana e le gerarchie ecclesiastiche lo sanno, ma tacciono. In questo modo la Chiesa abbandona la profezia e dimentica la forza eversiva del Vangelo».

Non si mette più in discussione perché la tentazione del potere ha avuto la meglio?

«Esatto. E così il Concilio, che è stato una “rivoluzione copernicana”,
dopo cinquant’anni, è morto».

Sarà possibile riportarlo in vita?

«Quella della Chiesa è una crisi di sistema, strutturale. Per risolverla ci vorrebbe una risposta teologica, invece si preferisce organizzare i raduni di massa, i pellegrinaggi, le offensive mediatiche, che però sono solo fumo negli occhi, perché la crisi rimane intatta. L’unica speranza per salvare la Chiesa  sono il popolo di Dio e i cattolici di base. Lo ha scritto in uno dei suoi ultimi libri anche Hans Küng, il grande teologo a cui la Congregazione per la dottrina della fede ha proibito di insegnare nelle università cattoliche: “Salviamo la Chiesa”» (…).

Di chi sono le maggiori responsabilità? Chi ha affossato il Concilio e addomesticato la forza eversiva del Vangelo?

«Le responsabilità sono di tutti i cattolici, ma è ovvio che bisogna partire
dall’alto, ovvero dalla gerarchia ecclesiastica. Ai tempi del Concilio avevo un amico che stava a Roma e che era molto vicino a Roncalli. E Roncalli un giorno gli confessò: sai perché non spingo troppo l’acceleratore per le riforme? Perché questi venerabili uomini della curia romana si rivolterebbero a tal punto che, dopo di me, eleggerebbero come mio successore un uomo che affosserebbe tutto quello che ho cominciato. Ecco di chi sono le responsabilità».

Pare che la “profezia” di Roncalli si sia avverata…

«Completamente. Già Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, fece qualche passo indietro, ad esempio con l’enciclica Humanae vitae, quella contro la
pillola. Con Wojtyla, poi, è iniziata la vera e propria restaurazione. Ha decapitato la teologia della liberazione, che invece aveva pienamente abbracciato il Concilio» (…).

E poi arriva Ratzinger…

«È la struttura ecclesiastica ad essere seriamente malata, e la causa della malattia è il sistema di governo romano, che si è affermato nel corso del secondo millennio grazie soprattutto alla riforma gregoriana che ha concentrato tutti i poteri nelle mani del papa e della curia, e che ancora resiste.
Ma questo è un vero e proprio scisma, il più grave di quelli che la Chiesa ha conosciuto».

Uno scisma?

«Esattamente. Nella storia della Chiesa ci sono stati tre scismi. Il primo nell’XI secolo, con la divisione fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente; il secondo nel XVI secolo, con Lutero e la separazione fra cattolici e protestanti; il terzo nei secoli XVIII e XIX, tra il cattolicesimo romano e il mondo moderno. Il Concilio Vaticano II aveva tentato di ricomporre questo scisma, perché la Chiesa era ancora quella della Controriforma, nemica della modernità. Benché il suo pontificato sia durato meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito ad aprire le finestre della Chiesa sul mondo, nonostante la forte resistenza della curia, e a indicarle, con il Concilio, la via del rinnovamento e dell’aggiornamento, in direzione di un annuncio del Vangelo al passo con i tempi, di un’intesa con le altre Chiese cristiane, di un’apertura nei confronti delle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo, di una riconciliazione con la democrazia. Questa finestra però è stata immediatamente richiusa dalla macchina della curia, che ha fatto di tutto per tener sotto controllo il
Concilio, e così lo scisma si è riaperto. Papa Giovanni è morto troppo presto, e il sistema romano ha vinto. E comanda soprattutto oggi che siamo tornati indietro a una Chiesa preconciliare». (…)

Però c’è una parte di Chiesa e molte organizzazioni cattoliche che aiutano i poveri…

«È vero, ma bisogna fare molta attenzione. La gerarchia ecclesiastica e alcuni settori del mondo cattolico propongono una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo. La strada da percorrere, invece, è quella della solidarietà liberatrice, che mette in discussione il neoliberismo. La Chiesa non ha ancora fatto una scelta chiara e netta. Ma se la Chiesa vuole essere cattolica, deve essere cristiana, se vuole essere cristiana deve essere povera, altrimenti sarà un apparato che governa nel mondo, ma non è certo l’ecclesia di Gesù. Io, comunque, continuo a sperare e a sognare…».

Cosa?

«Un Concilio Vaticano III, con al centro tre temi: la povertà della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio, il sacerdozio femminile»

(l’intera intervista è pubblicata sul n. 7/2012 di MicroMega)