Archive for the ‘pio XII’ Category

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

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Censura e liberazione. Casa editrice di Cl respinge il saggio dello storico che critica Pio XII

26 aprile 2013

“Adista”
n. 16, 27 aprile 2013

Luca Kocci

Proibito avanzare dubbi sulla condotta di Pio XII nei confronti della Soluzione finale contro gli ebrei messa in atto dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Chi lo fa, anche se si tratta di un autorevole studioso, viene censurato. È accaduto a Gabriele Nissim, saggista storico di origine ebraica, autore di numerosi volumi sui totalitarismi, presidente del comitato per la Foresta dei Giusti, associazione che ricerca in nel mondo i “giusti” di tutti i genocidi (www.gariwo.net).
Allo studioso, La Casa di Matriona (casa editrice dell’associazione Russia Cristiana) e Itaca edizioni (casa editrice espressione di Comunione e Liberazione) avevano chiesto di introdurre una riedizione del volume di Václav Havel Il potere dei senza potere. Nissim scrive una lunga prefazione, la consegna all’editore che però, dopo averla letta, chiede all’autore: «Bisogna cancellare quelle righe su Pio XII. Possono costituire un’offesa al papa ed urtare la sensibilità dei lettori». Nissim rifiuta il diktat: «Sono disposto a dialogare con tutti, Comunione e Liberazione inclusa, ma non sono disposto ad accettare nessun tipo di censura». Allora l’intera prefazione viene gettata nel cestino. Il volume uscirà senza il contributo di Nissim, sostituito da una prefazione di Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’Università di Milano-Bicocca e dal 2011 giudice costituzionale nominata da Giorgio Napolitano. La sintesi è facile: censura.
Ma cosa c’era scritto di così «offensivo» nella prefazione di Nissim? Nulla, se non qualche interrogativo sul comportamento di papa Pacelli – di cui Ratzinger, nel dicembre 2009, ha riconosciuto le «virtù eroiche», primo passo verso la beatificazione (v. Adista n. 1/10) – in merito allo sterminio degli ebrei (peraltro numerosi storici, come Giovanni Miccoli, ma anche diversi settori del mondo cattolico da anni rilevano e documentano i «silenzi» di Pio XII sulla Shoah: v. Adista nn. 52/96, 26/98, 77/99, 82/00, 54/02, 3 e 4/05, 71/08 e 17/10).
«Come comportarsi in una situazione senza speranza, dove il corso della storia è in mano a delle forze che calpestano i diritti umani e dove chi resiste non ha nessuna possibilità nel breve termine di vincere la battaglia e può solo registrare la sua impotenza?», chiede Nissim nella prefazione censurata, in cui parla dell’atteggiamento di Havel durante l’invasione sovietica di Praga nel 1968 («Havel scrisse una lettera a Dubček, chiedendogli di non rinunciare alla sua dignità morale e di non diventare lo strumento in mano ai russi per la normalizzazione del Paese»), dei gulag staliniani, dei lager nazisti, di Primo Levi, di Etty Hillesum e di Pio XII. E fa sua una riflessione dello storico della Shoah Yehuda Bauer su due questioni controverse della seconda guerra mondiale: il mancato bombardamento delle strutture che portavano ad Auschwitz da parte degli Alleati e la posizione di Pio XII rispetto alla sorte degli ebrei. Il bombardamento di Auschwitz molto probabilmente non avrebbe salvato gli ebrei ma «si sarebbe potuto lanciare un messaggio di solidarietà alle vittime», scrive: «È stato dunque prima di tutto un fallimento morale, più che un’opzione militare tecnicamente possibile e non portata a termine».
E un analogo ragionamento si può fare a proposito di papa Pacelli. «Una dichiarazione letta alla Radio Vaticana contro lo sterminio degli ebrei non avrebbe avuto nessun effetto pratico – scrive Nissim –. Chi avrebbe ascoltato quella radio, si chiede lo storico ceco-israeliano Bauer? “Un Ss tedesco, un ucraino, un lituano, un lettone, o un burocrate tedesco? Del resto, nel maggio del 1940, quando Pio XII fece una pubblica dichiarazione contro l’invasione nazista in Belgio ed in Olanda, nessuno reagì e vi pose attenzione. Se poi i vescovi avessero ripetuto il suo messaggio nelle cattedrali e i preti nelle chiese, la Ghestapo li avrebbe facilmente censurati. Forse qualche cosa poteva accadere, ma certamente non sarebbe servita per fermare l’Olocausto”. Una simile presa di posizione, dunque, non avrebbe avuto un grande effetto per la sorte degli ebrei, ma avrebbe lasciato comunque un segno morale di grande significato. Se si continua a porre questa domanda e non si trova ancora una risposta soddisfacente è perché si sente questa mancanza, non tanto per l’Italia, perché il clero cattolico in Italia si impegnò nella sua maggioranza per la salvezza degli ebrei, ma per quanto accadde nel resto del mondo. Può sembrare paradossale, ma la più inutile presa di posizione morale, dal punto di vista dei risultati effettivi, non serve soltanto alle vittime, che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno la possibilità di ascoltarla, ma alle generazioni successive che possono così continuare a credere nell’umanità. Di fronte alle macerie e all’orrore, sapendo che c’era qualcuno che aveva osato alzare la sua pur debole voce, ci si sente tutti molto meglio».
Parole giudicate «offensive» dalla casa editrice ciellina che quindi, in nome del valore della libertà proclamato da Havel, ha scelto la censura.

Il ritorno al passato della Chiesa di Ratzinger. Un libro di Daniele Menozzi

22 luglio 2012

“Adista”
n. 29, 28 luglio 2012

Luca Kocci

L’atteggiamento della Chiesa cattolica sulla questione dei diritti umani mostra in maniera evidente il percorso dell’istituzione ecclesiastica nel confronto con la società in età moderna e contemporanea: opposizione frontale nella fase iniziale – dal 1789 a Pio IX –, anche per contrastare quella modernità che, con la Rivoluzione francese, aveva decretato la fine di quella società cristiana di origine e impronta medievale; forte diffidenza, ma anche cauta apertura di sottili spiragli – per esempio con l’attenzione ai problemi scaturiti dalla questione sociale di fine ‘800 – da Leone XIII a Pio XII, a condizione che alla Chiesa e al papato fosse assicurato il ruolo di “guida morale” del consorzio civile; dialogo con la società e aggiornamento del magistero, al tempo di Giovanni XXIII e della stagione conciliare, sebbene non fino a mettere in atto una svolta decisa e decisiva, ma capace solo di gettare semi di innovazione e di cambiamento mai diventati rivoluzione; infine “ritorno al passato”, con i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che non arrivano a formulare un nuovo Sillabo di condanna assoluta della modernità, ma rivendicano con decisione il primato dell’istituzione ecclesiastica nella direzione della società e ai diritti umani frutto del relativismo sostituiscono i diritti naturali fondati sulla Verità eterna ed immutabile di cui la Chiesa si proclama erede e il papato custode. Nessun tema del resto, più di quello dei diritti umani costituisce una sorta di cartina di tornasole per osservare e valutare la posizione della Chiesa nei confronti della società: i diritti umani sono stati, e sono, il supremo tentativo di costruire un’etica laica, non soggetta ad autorità o verità provenienti dall’esterno, o dall’alto, ma capace di trarre da se stessa i propri presupposti e i propri fondamenti. Per cui aprirsi e collaborare a questa costruzione vuole dire accogliere la società e accettare la laicità; al contrario, manifestare diffidenza e contrapposizione o rivendicare superiorità e primazia significa non accettare fino in fondo la modernità.

È questo lo sviluppo di Chiesa e diritti umani (Il Mulino, Bologna, 2012), saggio di Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, studioso attento del papato in età moderna e contemporanea, che fissa l’inizio del percorso proprio con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, primo tentativo di attribuire diritti e libertà agli esseri umani in quanto tali e non sulla base di «una norma superiore di origine trascendente» e in ossequio ad una autorità, l’istituzione ecclesiastica, ritenuta «unica detentrice delle eterne leggi iscritte da Dio nella natura». Un testo, quello dell’89 che, falliti i tentativi da parte ecclesiastica di far inserire il nome di Dio nel primo articolo, venne condannato fin da subito: nella bolla Quod Aliquantum del 1791, papa «Pio VI osservava che “ritenere tutti gli uomini uguali e liberi” costituiva non solo un atto contrario alla ragione, ma anche alla dottrina cattolica», mettendo di fatto in contrapposizione cattolicesimo e diritti umani, «così come erano stati enunciati dall’Assemblea nazionale».

Con Leone XIII, un secolo dopo, i primi aggiustamenti, dettati dalla necessità di riportare dentro la storia – in cui avevano fatto irruzione le masse e i partiti socialisti – una Chiesa che frattanto Pio IX aveva separato e trasformato in “cittadella assediata” dalla modernità e dai suoi errori, solennemente condannati nel Sillabo: diritti e libertà – scrive nell’enciclica Libertas (1888) – si possono tollerare «dentro certi limiti». Ma tali limiti, spiega Menozzi, «non potevano essere fissati dagli uomini», perché risiedevano «in quella eterna, universale e immutabile legge naturale che preesisteva a ogni umana elaborazione giuridica in quanto era stata stabilita da Dio e di cui la Chiesa era l’unica guardiana». Tuttavia la Chiesa di Leone XIII non si limitava a fissare dei paletti, ma anche, con la Rerum novarum, la prima enciclica sociale (1891), a stabilire dei diritti «che dovevano essere posti a base di un assetto della società in grado di affrontare e risolvere i mali provocati dalle tumultuose trasformazioni indotte dalla rivoluzione industriale»: «Diritti naturali di tipo economico», a cominciare da quello alla proprietà privata messo in discussione dai socialisti massimalisti, individuati con la convinzione che «obbedendo alla legge evangelica si sarebbe risolto definitivamente il problema della convivenza sociale». C’era, al fondo, sebbene optando per una strategia diversa dalla contrapposizione frontale, la volontà di ribadire comunque «il controllo ecclesiastico sulla vita collettiva».

Una linea, fedele alla tradizione dell’intransigentismo, perseguita anche dai papi delle guerre mondiali, Pio XI e Pio XII, e applicata alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Falliti i tentativi – come già nel 1789 – di inserire un riferimento a Dio o alla «natura» nel primo articolo, il testo delle Nazioni Unite non venne scomunicato, ma guardato con diffidenza: condannata la scelta di “espellere Dio” dalla Carta («L’ostracismo a Dio», scriverà l’Osservatore Romano), p. Antonio Messineo sulla La Civiltà Cattolica «ribadiva che il fondamentale criterio della vita collettiva era costituito dalla legge naturale», incisa da Dio «nel cuore dell’uomo e discernibile al lume della retta ragione», illuminata e guidata dal magistero ecclesiastico.

Con Giovanni XXIII e la Pacem in Terris la «svolta», in parte animata dalla convinzione che il sostegno alla difesa dei diritti umani poteva essere usato in chiave anticomunista: Roncalli, scrive Menozzi, sosteneva «che la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite costituiva un punto di riferimento essenziale per tutelare la dignità della persona umana nel mondo contemporaneo». Si trattava di un «effettivo elemento di novità», tuttavia viziato da un’ambiguità di fondo: secondo il pontefice, la Dichiarazione del ‘48, sebbene senza formalizzarlo, non faceva altro che riconoscere e tradurre quei diritti della persona iscritti da Dio nella legge naturale, correttamente interpretata dalla Chiesa. Ambiguità che caratterizzerà sia il Concilio Vaticano II (lo Stato moderno «non si presentava più come un nemico contro cui lottare», anche «perché si poteva riconoscere che alcuni dei suoi valori e dei suoi principi erano in fondo principi e valori cristiani», sintetizza l’autore l’intervento di Giovanni XXIII nell’allocuzione di apertura del Concilio); sia il pontificato di Paolo VI e che, secondo Menozzi, non solo non ha consentito di archiviare definitivamente il passato, ma anzi di riportarlo in auge, soprattutto nell’ultimo trentennio: per Giovanni Paolo II, la Dichiarazione del ‘48 è solo una «approssimazione al corretto assetto della organizzazione collettiva», se orientata dalla direzione ecclesiastica, e gli stessi Stati democratici occidentali sono qualificati come «totalitari» se ignorano le indicazioni ecclesiastiche e recepiscono negli ordinamenti «diritti contrari alla natura», come eutanasia e aborto; per Benedetto XVI, che individua nel «relativismo» il principale nemico, «la Chiesa, custode e interprete della legge naturale, impressa da Dio nel cuore degli uomini, svolge una funzione non solo utile, ma indispensabile, all’organizzazione di una società ordinata, felice, prospera». È il rilancio del progetto di Leone XIII: «La rivendicazione del possesso della legge naturale diventa la via con cui la Chiesa, facendo appello a un criterio regolatore di carattere universale, apparentemente non confessionale», tende però «ad assumere una funzione direttiva sull’umanità intera». Un “ritorno al passato” che, secondo Menozzi, ha le sue radici nella «debolezza, l’insufficienza e l’inadeguatezza» della «svolta» di Roncalli e del Concilio. Oggi «abbondano le voci di chi celebra apologeticamente quella svolta e di chi ne nega pregiudizialmente la portata», ma il punto è che «la pur reale volontà di apertura della Chiesa al mondo contemporaneo non si è compiutamente tradotta in un appoggio agli strumenti che un lungo e tormentato percorso storico aveva prodotto per regolare la convivenza civile. La spiegazione dell’invasivo ritorno della Chiesa alla legge naturale a danno dei diritti umani sta, in fondo, anche nelle carenze di un ambiguo aggiornamento ecclesiale, in cui la rivendicazione del possesso della verità sul bene comune del consorzio civile si è intrecciata con la tendenza a immergersi pienamente nella storia degli uomini, senza però riuscire a superare l’eredità della tradizione intransigente».

Pio XII santo. Non subito

24 dicembre 2009

“il manifesto”
24 dicembre 2009

Luca Kocci

Sulla futura beatificazione di Pio XII, il Vaticano spiega ma non rettifica. E anzi ribadisce uno dei nodi fondamentali circa il silenzio pubblico di papa Pacelli di fronte alla Shoah: Pio XII ha agito con l’intenzione “di svolgere al meglio” il suo servizio.

In seguito alle reazioni al decreto di papa Ratzinger di sabato scorso sul riconoscimento delle “virtù eroiche” di Pio XII, viatico alla sua beatificazione, il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ieri ha rilasciato una dichiarazione ai microfoni della Radio Vaticana: “Quando il papa firma un decreto sulle virtù eroiche di un servo di Dio, cioè di una persona di cui è stata introdotta la causa di beatificazione”, ha detto Lombardi, conferma “che il candidato ha vissuto in modo eminente le virtù cristiane e ha manifestato la sua fede, la sua speranza, la sua carità, in grado superiore a ciò che si attende normalmente dai fedeli. Perciò può essere proposto come modello di vita cristiana”. Ma con questo, ha aggiunto il gesuita, non si intende dare una “valutazione della portata storica di tutte le sue scelte operative”, silenzi compresi. E anzi, ha precisato, la Chiesa afferma che tali scelte “sono state compiute con la pura intenzione di svolgere al meglio il servizio di altissima e drammatica responsabilità del pontefice”.

Per il Vaticano, quindi, Pio XII è “un modello di vita cristiana”, i suoi silenzi pubblici sono stati una scelta di responsabilità, e comunque la storia non c’entra nulla. Per cui una “eventuale beatificazione” non intende “minimamente limitare la discussione circa le scelte concrete compiute da Pio XII nella situazione in cui si trovava”, anzi rimane “aperta anche in futuro la ricerca e la valutazione degli storici”. Però, ha aggiunto padre Lombardi, gli archivi con le carte di papa Pacelli rimarranno ben chiusi: per l’apertura completa ci vorranno ancora “alcuni anni”. Comunque Pio XII non verrà beatificato insieme a Giovanni Paolo II, anche se il decreto sull’eroicità delle loro virtù è stato firmato lo stesso giorno: “le due cause sono del tutto indipendenti – ha precisato – e seguiranno ciascuna il proprio iter”.

Infine la mano tesa agli ebrei: la beatificazione di Pacelli non è “un atto ostile contro il popolo ebraico e ci si augura che non sia considerata un ostacolo sul cammino del dialogo” fra ebrei e cattolici. “Ci si augura anzi – ha concluso il direttore della Sala stampa vaticana – che la prossima visita del papa alla sinagoga di Roma sia occasione per riaffermare e rinsaldare” i vincoli “di amicizia e di stima”.

Palusi ma anche puntualizzazioni alle parole del Vaticano da parte degli ebrei. “Apprezzo il chiarimento di padre Lombardi”, dice il rabbino israeliano David Rosen, consulente per il dialogo interreligioso del Gran rabbinato di Israele, e la precisazione “che l’approvazione delle virtù eroiche non è un’affermazione relativa alla verità storica”. Tuttavia “è un po’ disonesto non riconoscere come questo procedimento viene percepito” dal mondo ebraico: “Pio XII è inestricabilmente connesso alla tragica storia della Shoah e, di conseguenza, ogni affermazione sul suo conto è vista alla sua ombra”. “Un opportuno segnale distensivo”, dichiara il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che il prossimo 17 gennaio accoglierà papa Ratzinger nella sinagoga della capitale. “Sono importanti sia la distinzione dell’aspetto religioso da quello storico – spiega Di Segni – sia la precisazione che la causa di beatificazione avrà un suo iter indipendente” da quello di papa Wojtyla. Però, puntualizza il rabbino, “rimane aperta e controversa la valutazione storica”. “L’intervento del Vaticano rende la vicenda più distesa”, anche se “continuano ad esserci delle differenze di giudizio sotto il profilo storico, ma di questo si potrà parlare con maggior ragione quando finalmente saranno resi accessibili gli archivi vaticani”, dice Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma.

Meno accondiscendente Piero Terracina, uno dei pochi ebrei-romani sopravvissuti al lager di Auschwitz-Birkenau, dove è stato deportato con la sua famiglia. “Durante il rastrellamento del ghetto di Roma nell’ottobre del 1943, ma anche nei mesi e negli anni precedenti, da parte di Pio XII ci fu un silenzio assordante”, ricorda Terracina. “Il Vaticano dice che il papa è stato un modello di vita cristiana, ma mi chiedo se la scelta di non intervenire pubblicamente di fronte alle leggi razziali o alla deportazione degli ebrei possa essere considerata coerente con i principi cristiani o addirittura espressione di santità. Sono convinto che una parola di Pio XII avrebbe potuto cambiare le cose e risvegliare le coscienze di molti italiani, ma questa parola non c’è stata. Comunque non possiamo interferire nelle scelte del Vaticano, anche perché noi ebrei non veneriamo santi. Onoriamo solo i ‘giusti’, cioè coloro che mettono in pericolo la propria vita per salvarne altre. E fra i ‘giusti’ ci sono anche molti cattolici, che decisero di agire personalmente, senza aspettare le parole del papa”.

«Pio XII non condannò i nazisti»

22 dicembre 2009

“il manifesto”
22 dicembre 2009

Luca Kocci

Tre giorni dopo il riconoscimento delle “virtù eroiche” di papa Pio XII, preambolo alla beatificazione, da parte di papa Ratzinger, il mondo ebraico manifesta a gran voce la sua contrarietà alla santificazione di un pontefice da più parti accusato di aver taciuto di fronte alla tragedia della Shoah. Anche se ieri Benedetto XVI, nel discorso alla Curia romana, ha detto che l’Olocausto “ha cacciato dal mondo anche Dio”, non si placano le polemiche. “La beatificazione di Pio XII è inopportuna e prematura, sino a quando i suoi archivi del periodo 1939-1945 resteranno chiusi e non si saranno chiarite le sue azioni, o inazioni, sulla persecuzione di milioni di ebrei durante l’Olocausto”, dichiara Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress. E gli ebrei italiani, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, che il prossimo 17 gennaio accoglierà papa Ratzinger in visita alla sinagoga della capitale, pur non volendo “interferire su decisioni interne della Chiesa”, ribadiscono che se la decisione vaticana significasse “un giudizio definitivo e unilaterale sull’operato storico di Pio XII, la nostra valutazione rimane critica”.

“La ricerca storica ha dimostrato che Pio XII è intervenuto solo a livello diplomatico, facendo presente al governo di Hitler che la Santa Sede non condivideva le persecuzioni contro gli ebrei”, spiega Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa ed esperto del papato novecentesco. “Ma papa Pacelli – prosegue – non ha mai assunto una posizione pubblica di condanna durante la guerra. E questo è dimostrato anche dal fatto che nel magistero pontificio del periodo bellico la parola ebrei non viene mai usata. Pio XII la pronuncerà solo molti anni dopo, a guerra finita, per dire che non si poteva fare nulla di più di quello che è stato fatto, in una sorta di autoassoluzione”.

Alcuni storici vicini alla Santa Sede sostengono che il silenzio di Pio XII fosse tattico, per consentire alla Chiesa di poter aiutare gli ebrei in segreto, per esempio nascondendoli nei conventi. Cosa ne pensa?

Istituzioni ecclesiastiche e singoli cattolici hanno sicuramente offerto una via di scampo a molti ebrei, ma il punto non è questo. La ricerca non può assumere le categorie con cui gli attori giustificano i loro comportamenti, perché il giudizio storico può tenere conto delle intenzioni ma deve basarsi sui fatti e sui risultati. E i risultati sono che i silenzi di Pio XII non hanno evitato lo sterminio degli ebrei, anzi hanno fatto parte del contesto in cui esso si è verificato. Aggiungo tuttavia che constatare il silenzio di Pacelli sulla Shoah non vuol dire che non ne fosse intimamente inorridito, né che non la condannasse e nemmeno che non cercasse di limitarne, tramite la via politico-diplomatica, le spaventose conseguenze. Significa solo che non prese pubblica posizione su di essa.

Insieme a Pio XII, papa Ratzinger ha riconosciuto anche le “virtù eroiche” di Giovanni Paolo II, dicendo che “i santi non sono rappresentanti del passato ma costituiscono presente e futuro della nostra società”. Esiste una sorta di “politica” vaticana delle canonizzazioni?

Per secoli la Chiesa di Roma non ha santificato dei papi. Poi, a partire dalla seconda metà del ‘900, proprio con Pio XII, si è iniziato a canonizzare pontefici, soprattutto quelli del XX secolo, avviando una prassi, interrotta solo da Giovanni XXIII e Paolo VI, per cui i papi vengono fatti santi. C’è una spiegazione: un papato che si sente in difficoltà in una società contemporanea che sfugge al suo controllo tende a rafforzarsi santificando se stesso.

La decisione di affiancare Pio XII e papa Wojtyla è casuale?

Non credo. Mi sembra che si voglia ripetere quanto venne fatto da Giovanni Paolo II nel 2000 beatificando Pio IX, ovvero un papa molto controverso, insieme con Giovanni XXIII, un papa al contrario molto popolare. E anche oggi si mettono insieme il discusso Pio XII con il popolarissimo Wojtyla. Ma le difficoltà mi sembrano maggiori perché il rapporto di Pacelli con il mondo ebraico è una ferita ancora aperta.

Anche papa Pacelli nel processo di beatificazione. Insieme a Wojtyla

20 dicembre 2009

“il manifesto”
20 dicembre 2009

Luca Kocci

Accelera la corsa verso gli onori degli altari di papa Wojtyla. E, a sorpresa, nel percorso ecclesiastico che porterà alla santità si inserisce anche papa Pio XII, il cui processo di beatificazione era fermo da tempo per i molti dubbi sui suoi silenzi davanti alla Shoah.

Benedetto XVI, al termine dell’udienza alla Congregazione vaticana delle cause dei santi, ha firmato ieri il decreto che riconosce le “virtù eroiche” di Giovanni Paolo II, Pio XII e altri 8 futuri santi e il “martirio” di don Jerzy Popieluzsko, prete polacco vicino a Solidarnosc, rapito ed ucciso nel 1984. Una tripletta non casuale che sottolinea anche le virtù anticomuniste dei tre: Pacelli, il papa della scomunica ai comunisti, Wojtyla, il papa del crollo del Muro di Berlino, e Popieluzsko, il martire del regime del generale Jaruzelski.

Il riconoscimento delle “virtù eroiche” è il penultimo passo prima della beatificazione. Dovrà essere completata solo l’istruttoria per l’accertamento di una guarigione miracolosa, poi si procederà alla cerimonia, che per Giovanni Paolo II dovrebbe avvenire ad ottobre 2010, appena sarà stato appurato che una suora francese è guarita dal morbo di Parkinson grazie all’intercessione di Wojtyla. Una beatificazione a tempo di record – la norma canonica prevede che debbano passare 5 anni dalla morte per aprire il processo, che invece per Giovanni Paolo II è partito un mese dopo la sua scomparsa –, su cui ha espresso dubbi anche il cardinal Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles: bisognava “rispettare la procedura normale”, senza “passare per corsie preferenziali”. Fra i pochi pareri contrari alla beatificazione di Wojtyla, quello dell’ex abate di San Paolo fuori le Mura, Giovanni Franzoni, che chiamato a deporre durante il processo istruito dalla diocesi di Roma – la deposizione integrale è stata resa nota dall’agenzia Adista – ha criticato fra l’altro la repressione dei teologi non allineati alle posizioni vaticane da parte di Giovanni Paolo II e le omissioni sullo scandalo Ior-Banco Ambrosiano.

Per Pio XII, invece, i tempi saranno più lunghi perché ancora manca il miracolo. Ma con il riconoscimento delle “virtù eroiche” è chiara l’intenzione di papa Ratzinger di proclamarlo beato. Un cammino accidentato, quello di Pacelli, verso la santità, di cui si parla già dai tempi di Wojtyla, che però preferì soprassedere. A riaprire la questione ci ha pensato Benedetto XVI, sfidando le critiche degli ebrei e di una parte del mondo cattolico che, sulla base di documentati riscontri storici, accusano Pio XII di aver taciuto, pur sapendo, di fronte alla tragedia della Shoah. Nel maggio 2007 la Congregazione vaticana delle cause dei santi dichiarò le “virtù eroiche” di Pacelli, ma Ratzinger ordinò un supplemento di indagine, istituendo una commissione di studio che evidentemente ora ha dato parere positivo.

Gli ebrei però continuano a pensarla diversamente. Lo ribadiscono il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Italiane Renzo Gattegna e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni: “non possiamo in alcun modo interferire su decisioni interne della Chiesa”, scrivono in una nota congiunta, ma “”se la decisione di oggi dovesse implicare un giudizio definitivo e unilaterale sull’operato storico di Pio XII ribadiamo che la nostra valutazione rimane critica”. E lo testimonia anche il pannello nello Yad Vashem, il museo della memoria di Gerusalemme, che lo stesso papa Ratzinger chiese invano di rimuovere, durante la sua visita in Israele nel maggio scorso: “eletto nel 1939, il papa mise da parte una lettera contro l’antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessore. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l’uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne”.