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Ordinare «presbiteri di comunità sposati». I dehoniani di “Settimana” rilanciano una proposta latinoamericana

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci – Eletta Cucuzza

«A quando i presbiteri di comunità sposati?». È la domanda che pone don Francesco Strazzari su Settimana news (dello scorso 18 febbraio) – versione online del quindicinale dei dehoniani, che ha cessato le pubblicazioni cartacee il 31 dicembre 2015 (v. Adista Notizie nn. 28, 32, 44/15 e 1/16) – rilanciando un dibattito che è piuttosto vivo in altre parti del mondo ma che in Italia non è mai stato avviato.

Lo fa citando, non a caso, tre fonti straniere. Innanzitutto il teologo benedettino p. Ghislain Lafont, che ha definito i «presbiteri di comunità» come «persone umanamente e cristianamente mature» alle quali viene riconosciuto il carisma di presiedere l’assemblea eucaristica (dovrebbero cioé essere formate per l’ordinazione sacerdotale dalle stesse loro comunità di appartenenza – sacerdoti in primis – e svolgerebbero il loro ministero all’interno di esse, magari solo per determinati periodi di tempo o anche a tempo parziale, sposati o no. Adista ha seguito l’iter dei “presbiteri di comunità” nei numeri 17 e 37/2011; 26, 40 e 45/2014; 39/2015).

Ma cita soprattutto il vescovo emerito di Jales (Brasile), dom Demetrio Valentini, per anni presidente della Caritas brasiliana, il quale, nell’omelia al santuario nazionale di Aparecida, lo scorso 14 febbraio, ha invitato la Chiesa del Brasile a riflettere sulla questione dei cattolici che non possono accedere all’eucaristia con frequenza per mancanza di preti. Dom Valentini parlava nel giorno della commemorazione dei 25 anni dell’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile. «Senza eucaristia non esiste comunità cristiana – ha detto Valentini, ripreso da Settimana news –. Questo è stato solennemente affermato qui in questa basilica da papa Benedetto XVI aprendo la quinta Conferenza generale dei vescovi dell’America Latina e dei Caraibi. Senza eucaristia non esiste comunità cristiana. È necessario adesso verificare che conseguenze pratiche tiriamo da questa verità così importante affermata dal papa. Qui entra in pieno di nuovo la questione presbiterale», ha affermato dom Demetrio, aggiungendo tra l’altro: «Papa Francesco con il suo coraggio e, nello stesso tempo, con prudenza ha chiesto alla Conferenza dei vescovi brasiliani di presentare un progetto; sarebbe già una motivazione da assumere con rapidità e dedizione. Personalmente, mi permetto di manifestare qui la mia posizione, ben consapevole che potrà avere poco peso. La vita insegna a relativizzare le aspirazioni personali e a situarle in una dimensione più ampia della storia. Non importa se non vediamo realizzati tutti i nostri sogni, ancora più adesso che, come vescovo emerito, non comando più niente. Ma non posso non dirlo. Mi prendo la libertà di chiedere alla Conferenza dei vescovi brasiliani che faciliti la discussione sul problema inerente alla questione dei presbiteri di comunità perché possa essere definita nei suoi dettagli e possiamo provvedere e attuare la disposizione di papa Francesco di mettere in movimento questo provvedimento, affinché in questa questione, che coinvolge profondamente la vita della Chiesa, il papa non si veda ostacolato dalla resistenza ecclesiale interna, ma possa contare sul chiaro appoggio della Conferenza dei vescovi brasiliani, in special modo dei presbiteri del Brasile rappresentati qui oggi dall’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile».

Infine, ricorda il settimanale dei dehoniani molto diffuso fra il clero – quindi la sua presa di posizione è particolarmente significativa –, a favore dei presbiteri di comunità si erano espressi, il 20 ottobre del 2016, diciotto vescovi di Brasile, Messico, Cile e Argentina, riuniti a Embu, nei pressi di San Paolo, per riflettere su temi riguardanti la loro missione episcopale. In una “mozione” sottoscritta dai diciotto vescovi e inviata al card. Rubén Salazar Gomez, arcivescovo di Bogotà e presidente del Consiglio episcopale latino-americano (Celam) perché venga esaminata «con affetto» e senza attendere troppo, hanno chiesto alle Conferenze episcopali di affrontare «con urgenza» il progetto di ordinare uomini sposati perché possano esercitare il ministero presbiterale nelle loro comunità. «La questione – scrivevano i vescovi – è già da molto tempo sul tappeto ed è giunto il momento di passare all’azione. Ci prendiamo la libertà di suggerire ad ogni Conferenza episcopale di mettere in cammino adeguatamente questo tema, affinché si arrivi quanto prima possibile a quegli ampi consensi che l’iniziativa richiede».

In Italia, intanto, tutto tace, il dibattito sui «presbiteri di comunità» non è mai stato realmente avviato, e la Conferenza episcopale sembra in altre faccende affaccendata.

Il “cammino” dei presbiteri di comunità

“Padre” della locuzione “presbiteri di comunità” è il vescovo emerito Fritz Lobinger, tedesco (esercitò il suo ministero in Sudafrica fra il 1987 e il 2004), che la espose fra l’altro in due suoi libri, Équipe di ministri ordinati e L’altare vuoto (l’editrice tedesca Herder pubblicò il primo nel 2003; la Emi pubblicò nel 2009 Preti per domani; in spagnolo, El altar Vacío è apparso nel 2011, accompagnato da un testo proprio di mons. Valentini; in portoghese Altar Vacío vide la luce per i tipi dell’Edizione Santuario di Aparecida). Un’idea ben nota a papa Francesco (sappiamo peraltro che era già stata sottoposta alle alte sfere vaticane e a papa Ratzinger da un vescovo brasiliano che ha sempre voluto rimanere anonimo) stando a quanto scrisse il settimanale spagnolo Vida nueva (5/12/2014) dopo un colloquio con il vescovo della diocesi brasiliana di Xingu, mons. Erwin Kraütler che aveva incontrato il pontefice il 4 aprile del ‘14: «Lo stesso Bergoglio si riferì ad alcune “teorie interessanti”, come quella già citata del vescovo Lobinger sui ministri ordinati che appartengono alla comunità e che continuano la loro vita familiare e professionale, rivela il prelato brasiliano di origine austriaca (Kraütler, ndr)». A Kraütler, d’altronde, che a Francesco faceva presente il pressante bisogno di sacerdoti nella sua diocesi, il papa aveva detto: siate, voi vescovi più «coraggiosi» nel fornire suggerimenti concreti.

 

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Riforma della Chiesa, migranti, povertà: la lettera di Natale dei preti del Nord-Est

14 gennaio 2017

“Adista”
n. 2, 14 gennaio 2017

Luca Kocci

Una Chiesa non «clericale» ma «umana», che apra i ministeri, anche quello presibiterale, agli uomini sposati e alle donne. È una delle proposte che emerge dalla ormai tradizionale “Lettera di Natale” di un gruppo di preti del nord est (Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini) presentata il 21 dicembre al Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

Ministero presbiterale per tutte e tutti

«La diminuzione drastica e inarrestabile dei preti dovrebbe sollecitare a percorrere altre strade, ad aprirsi ad altre possibilità con una decisione prioritaria, irrinunciabile che, ad enunciarla, potrebbe sembrare scontata, ma tale non è: quella del ritorno sine glossa, senza parentesi, adeguamenti, facilitazioni e scorciatoie, al Vangelo di Gesù di Nazareth, alla rivoluzione del Vangelo, perché tale è, e a scelte di vita conseguenti come persone, come comunità, come Chiesa», scrivono i preti che propongono un nuovo modello di Chiesa, non più «clericale», maschile e verticale, ma semplicemente «umana».

«Ci pare – scrivono – che si sia perso tempo, con la chiusura nelle tradizionali ma presunte sicurezze clericali di essere sicuri, bravi ed efficienti. Si sono persi decenni senza promuovere e riconoscere il protagonismo attivo di donne e di uomini di fede disponibili e responsabili, di diaconi, donne e uomini, che oggi potrebbero assumere, senza essere pallide e conformiste controfigure del clero, compiti significativi di guida, animazione, coordinamento delle esperienze comunitarie. Avvertiamo ancora titubanze e freni anche rispetto alle celebrazioni delle comunità senza la presenza del prete; eppure si tratta di esperienze che sono vissute da decenni in migliaia di comunità in Africa, America Latina e altrove nel mondo».

Quindi «i diversi ministeri nelle comunità siano diversificati in modo aperto e pluralista», e «il ministero del presbiterato possa essere esercitato da uomini celibi, da uomini sposati nelle condizioni di poter essere ordinati, da preti che si sono sposati e a motivo della legge del celibato obbligatorio hanno dovuto lasciare il loro ministero ma sentono giusto e importante poterlo esercitare nuovamente; da donne ordinate prete. Soprattutto queste ultime potrebbero portare alla comunità, come tante di loro già fanno senza riconoscimento ufficiale, la ricchezza della loro diversità di genere. Questa Chiesa sarebbe più umana, più coinvolta nella vita delle persone, più credibile, certo sempre in stretto, continuo e vivo rapporto con Gesù e il suo Vangelo e con la fedele e coerente testimonianza».

«I migranti ci svelano il mondo»

La Lettera di Natale affronta anche temi sociali, a cominciare da quello dei migranti, i quali, scrivono i preti, ci «rivelano le situazioni del mondo: la povertà, le violenze e la violazione dei diritti umani, le guerre, i disastri ambientali, il più delle volte provocati dal potere dei molti soldi nelle mani di pochi». E la «loro presenza ci provoca a liberarci dalla convinzione secolare che ha identificato il mondo con il “nostro” mondo e che ha indotto a considerare gli altri mondi comunque inferiori e quindi da poter dominare, opprimere e sfruttare».

Ma «il nostro mondo si chiama fuori dalle gravi responsabilità nella storia passata e recente nei loro confronti, come se loro stessi fossero causa dei loro esodi costretti. Volutamente, con ignoranza consapevole e colpevole, dichiariamo la nostra innocenza e con ipocrisia proponiamo, ora che arrivano da noi, di intervenire nei loro Paesi per fermarne i flussi». Interrogativi, perplessità e paure sono comprensibili, perché «espressione di un contesto sociale, culturale, umano e religioso segnato da difficoltà personali e relazionali, economiche, etiche e politiche». Sono «un vissuto da riconoscere e su cui riflettere, non sono da sminuire ed esorcizzare», ma nemmeno da amplificare, come spesso capita: «Molte situazioni di rifiuto che fanno capo a ideologie di stampo razzista non suscitano purtroppo indignazione perfino nel nostro mondo cattolico».

Che fare? «Non abbiamo la capacità di indicare progetti concreti di grande scala, operiamo entro contesti ristretti, nel piccolo, per come ci è possibile, cerchiamo di vivere l’accoglienza delle persone che fanno fatica, senza distinzioni fra residenti e immigrati», confessano i dodici preti della Lettera di Natale, che avanzano una proposta pragmatica: riteniamo che lo Stato e la Regione «dovrebbero orientarsi a progetti d’inserimento lavorativo in zone spopolate e abbandonate dove è necessaria la presenza di persone e un impegno lavorativo che riguardi l’ambiente, l’agricoltura, l’allevamento, la lavorazione dei prodotti; e questo coinvolgendo insieme italiani e stranieri».

I poveri, «carne di Cristo»

Infine i «poveri». «I problemi reali nelle nostre città sono tanti e di varia natura – scrivono i preti del nord est –. È paradossale che quello delle strade da “ripulire” dalla povera gente appaia il principale impegno da affrontare per un’amministrazione pubblica», tanto più se questi termini – «fare pulizia» – vengono usati per indicare la «presenza ingombrante di gente ai margini, povera, indicata come mendicante, immigrata, che “importuna” con la questua, presenze scomode che “deturpano” (sic) i siti urbani più adatti a una presentazione della città in modo adeguato che a ospitare visioni… puzzolenti di gente che trascina la propria disgrazia, non raramente ostentata attraverso vere o false menomazioni. Si amplificano le tinte, si esaspera la rappresentazione degli scenari: le amministrazioni reagiscono minacciando sanzioni, multe, repressione e non raramente forme di “deportazione urbana”».

Anche in questo caso, la proposta è «umana». «Far rispettare la legge e contemporaneamente rispettare la dignità delle persone sono due doveri che non possono venire scissi», scrivono i preti: «I cristiani che in qualche modo aderiscono al messaggio evangelico, non possono dimenticare che Francesco, il vescovo di Roma, ha definito, in linea con il Maestro di Nazareth, che i poveri “sono la carne di Cristo”. Una città che vuol spazzar via i poveri si troverà a breve impoverita dei valori che l’hanno, negli anni, caratterizzata».

Solo l’amore salva

«Chi e che cosa può salvarci?», si chiedono gli autori della Lettera di Natale. «Il pensiero, la scienza, la tecnica sono stati straordinari, sono indispensabili e hanno contribuito e contribuiscono a tante situazioni umane positive. Guardando le situazioni drammatiche del mondo attuale dobbiamo però constatare che non ci salvano: non ci salvano dalla fame, dalle guerre, dalle migliaia di morti in mare, dalla distruzione dell’ambiente vitale. E questo, soprattutto, perché si sono configurate come concentrazione di potere, perseguendo un’illusione di onnipotenza e perché non hanno saputo convertire la ricchezza delle loro scoperte e realizzazioni al servizio umile e disinteressato del bene comune».

Potrà salvarci la fede, ma solo «sentendoci salvati, portiamo segni di salvezza nella storia», perché «la fede senza amore può diventare facilmente spiritualismo astratto, istituzione di potere, ritualismo vuoto». Così come «la speranza senza amore può essere illusione temporanea» e «volontarismo affannoso». Non resta che l’amore, perché «solo l’amore sollecita la fede a farsi concreta prossimità, a incarnarsi nella storia per contribuire a renderla più umana» e solo «l’amore rende consistente la speranza che, così, può esprimere parole e gesti di bene, riprendendo energia e forza interiore dopo sconferme, stanchezze e avvilimenti».

Francesco assolve l’aborto: l’amore è superiore alla legge

22 novembre 2016

“il manifesto”
22 novembre 2016

Luca Kocci

Tutti i preti cattolici potranno concedere l’assoluzione per il «peccato di aborto».

Il Giubileo della misericordia, concluso ufficialmente domenica scorsa con la chiusura della “porta santa” della basilica di san Pietro – verrà riaperta in occasione del Giubileo ordinario del 2025 –, termina con una lettera apostolica di papa Francesco (Misericordia et misera) che modifica in maniera sostanziale la rigidità della prassi pastorale della Chiesa romana in materia di aborto. D’ora in poi, infatti – è scritto nel paragrafo 12 del documento firmato dal pontefice il giorno 20 ma reso noto solo ieri –, «tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero», avranno «la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». Quindi non solo le donne che scelgono di interrompere la gravidanza, ma anche medici, infermieri e tutto il personale socio-sanitario coinvolto. Fino a ieri per tutti c’era la scomunica automatica (latae sententiae), e potevano essere assolti solo da un vescovo o da un prete delegato appositamente dal vescovo stesso.

È una misura che non cancella il «peccato di aborto» («l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente», puntualizza Francesco) – quindi non c’è nessuna modifica dottrinale –, ma introduce un profondo aggiornamento pastorale e giuridico, tanto che in Vaticano metteranno mano anche al Codice di diritto canonico, come spiega mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: il diritto canonico «è un insieme di leggi, nel momento in cui c’è una disposizione del papa che modifica il dettato della legge si deve necessariamente cambiare l’articolo che riguarda quella specifica disposizione» (ovvero il canone 1398: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae»).

Il criterio che ha guidato papa Francesco – a partire dai racconti evangelici della «adultera» e della «peccatrice» perdonate da Gesù – è che «l’amore» è superiore alla «legge» e che «nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia». Pertanto «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito». Compreso l’aborto.

Nonostante la misura non giunga del tutto inaspettata – rende permanente ciò che era stato già permesso limitatamente alla durata del Giubileo –, è certo che provocherà forti terremoti all’interno della Chiesa cattolica, dove il fronte reazionario è già sul piede di guerra. Solo pochi giorni fa, infatti, quattro cardinali ultraconservatori (fra cui l’ex arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra), che già durante il Sinodo sulla famiglia animarono il fronte integralista contrario ad ogni apertura, hanno diffuso – tramite il blog del vaticanista Sandro Magister, sempre più megafono dell’opposizione conservatrice a papa Francesco – una lettera in cui chiedono al pontefice di chiarire «cinque dubbi» della Amoris laetitia, l’Esortazione post sinodale che contiene moderate aperture «caso per caso» per esempio sulla possibilità di concedere l’assoluzione e l’accesso alla comunione ai divorziati risposati. Ora, con questa nuova e più decisa azione di aggiornamento pastorale, le contestazioni dei reazionari non mancheranno, anzi saranno sicuramente accese.

Nella lettera apostolica di papa Francesco c’è una seconda misura di rilievo, anche questa concessa inizialmente per il Giubileo ed ora «estesa nel tempo»: la facoltà per i preti ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X – non pienamente in comunione con la Chiesa di Roma, per non aver mai riconosciuto i risultati del Concilio Vaticano II – di confessare e impartire «validamente e lecitamente l’assoluzione» ai fedeli.

Potrebbe sembrare, da parte di papa Francesco, un’operazione trasformista – un’apertura a sinistra (assoluzione per l’aborto) e una a destra (“sanatoria” per i lefebvriani) – per accontentare tutti, o non scontentare nessuno. Senz’altro c’è il tentativo di tenere insieme tutti i pezzi della Chiesa cattolica, contraddizioni comprese.

Infine l’indizione, per l’ultima domenica dell’anno liturgico cattolico – è stata domenica scorsa, quindi se ne parlerà a novembre prossimo – della Giornata mondiale dei poveri. Perché, scrive Francesco, la misericordia deve avere un «carattere sociale», e «la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio».

Dario Fo: Papa Francesco, rivoluzionario a rischio

31 dicembre 2015

“il manifesto”
31 dicembre 2015

Luca Kocci

Il 2015 è stato l’anno anche di papa Francesco. Il terzo del suo pontificato, quello più denso di eventi, almeno finora.

A maggio la beatificazione di mons. Romero – il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte della giunta militare per il suo impegno per la giustizia – dopo oltre 30 anni di ostracismi e boicottaggi da parte della curia romana e dell’episcopato conservatore che temevano, insieme a Romero, la legittimazione dell’odiata teologia della liberazione. A giugno l’enciclica socio-ambientale Laudato si’, ispirata da Francesco d’Assisi e anche dalle tesi altermondialiste. A settembre il viaggio nelle Americhe, passando da Fidel e Raul Castro ad Obama e il Congresso Usa, testimonianza del disgelo ormai avvenuto ma non ancora concluso, anche per l’ostinato mantenimento del bloqueo contro Cuba. Ad ottobre la conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ancora in attesa di un pronunciamento ufficiale papale che apra (forse) le porte che il Sinodo ha preferito tenere socchiuse. A novembre il primo viaggio in Africa, con l’apertura della prima “porta santa” giubilare a Bangui (Repubblica centrafricana) ma il silenzio assoluto sulle leggi che discriminano (e condannano all’ergastolo) le persone omosessuali. L’8 dicembre, infine, l’inizio solenne del Giubileo dedicato alla misericordia, a San Pietro, riaffermando, nei fatti, la centralità romana.

Un anno importante quindi, da leggere in chiaroscuro: la novità di papa Francesco o la svolta che ancora non c’è? Dario Fo propende decisamente per la prima ipotesi: quello di Bergoglio è un pontificato rivoluzionario. «Papa Francesco – spiega – è un uomo di grande coraggio, ha il coraggio di dire la verità e di dirla in faccia. Quando parla fa nomi e cognomi, e quando non li fa esplicitamente, tutti capiamo di chi parla e a chi si rivolge. Inoltre chiede perdono, chiede perdono per la Chiesa, ammettendo quindi che nella Chiesa ci sono cose indegne. Altrimenti perché chiederebbe perdono?».

Chiede perdono per alcune colpe storiche della Chiesa…

«La Chiesa ha commesso atti infami, illegali, crimini, e papa Francesco chiede perdono. Pensa se un nostro dirigente di Stato chiedesse perdono per i propri errori, per esempio per quello di pochi giorni fa».

Cosa è successo?

«Il nostro presidente della Repubblica ha firmato la grazia per i due agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar».

L’imam egiziano rapito a Milano nel 2003 in collaborazione con i nostri servizi e la polizia?

«È la prova che siamo un Paese senza nessuna autonomia, perché gli agenti della Cia possono venire da noi, rapire chi vogliono, portarlo via dal luogo in cui vive, poi si fa il processo, vengono condannati, ma alla fine arriva il presidente della Repubblica che dice: nessuna condanna, liberi tutti. E non solo, perché veniamo a sapere che la nostra polizia e i nostri servizi segreti coprivano i rapitori, cioè evitavano che ci fossero delle interferenze. È un’infamia, e noi siamo un popolo senza autorità e senza dignità. Queste cose non le fanno mica in Svezia o in Danimarca. Se poi fosse successo negli Usa, sarebbe scoppiata l’ira di Dio! Dovrebbero dire: scusate, ci vergogniamo, abbiamo tolto la potestà al nostro popolo, ci siamo venduti a chi è più forte, abbiamo ceduto a chi ha autorità mentre noi non ne abbiamo».

Torniamo a papa Francesco. A quale richieste di perdono per le colpe della Chiesa si riferisce? Alle parole sulla corruzione presente anche nella Chiesa? Al fatto che l’istituzione ecclesiastica ha rinunciato alla povertà e ha abbracciato ricchezza e potere?

«A tutto. Papa Francesco ha parlato della dignità, ha detto che non esiste dignità se non c’è giustizia, ha denunciato l’equilibrismo dei governanti tale che i furbi e i potenti abbiano la possibilità di muoversi come vogliono, che il ricco può tutto e il povero deve pagare. Ha parlato anche delle banche, e pensiamo a quello che accade in questi giorni».

Su altri temi caldi, che riguardano più da vicino la Chiesa – le persone e le coppie omosessuali, il ruolo delle donne –, però Francesco pare più timido.

«Guarda che lui ha detto fin dall’inizio: quest’uomo vuole sposarsi con un altro uomo, che autorità ho io per impedirglielo? È omosessuale, e io cosa devo dirgli, che non si fa? Quale autorità, che diritto ho io di impedirlo?»

Veramente si è limitato a dire «chi sono io per giudicare un gay».

«E allora? Basta questo. Cosa vuoi di più?»

Che alle parole, nuove ed importanti, seguano anche dei fatti, delle riforme che intervengano sulla struttura ecclesiastica e sulla disciplina canonica, altrimenti il rischio è che passato Francesco nulla sia cambiato e tutto rimanga uguale.

«Ma se per “farlo fuori” si sono inventati che ha un cancro alla testa, benigno per carità! Tentano di far vedere che è malato alla testa, quindi non può essere sereno, lineare e logico in quello che dice. Quando si arriva a dei gesti di questo genere, puoi aspettarti di tutto, anche che lo ammazzino. Cosa vuoi di più da uno che si espone fino a far impazzire i vescovi, i cardinali, tutti coloro che nei secoli hanno goduto di privilegi e vantaggi? Non dobbiamo perdere mai di vista gli equilibri, perché sennò andiamo avanti a fare chiacchiere. È intervenuto anche perché fosse dichiarato beato il vescovo che difendeva i diritti dei poveri, ucciso in America latina».

Monsignor Romero?

«Sì. L’altro papa invece, Wojtyla, si è messo in ginocchio sulla sua tomba, ma non ha fatto nulla».

Alcuni gesti e parole del papa rimandano al tema della Chiesa povera e dei poveri…

«Ma certo, del resto si chiama Francesco. Il papa lo ha detto: nel momento in cui mi chiamo Francesco, io scelgo di essere Francesco. E chi è Francesco? È uno a cui, 40 anni dopo la sua morte, hanno deciso di cambiargli completamente la vita. Hanno preso la sua vita e ne hanno scritta un’altra, inventando miracoli che non aveva compiuto e cancellando tutte le cose straordinarie che aveva fatto».

Francesco d’Assisi è stato riportato all’ordine, trasformato in una sorta “santino” dal potere ecclesiastico, perché fosse meno scomodo.

«Certo. Gli hanno cambiato i connotati, gli hanno dato un’altra faccia, un altro modo di vivere. E allora un papa che ha il coraggio di prendere quel nome, che la Chiesa ha falsificato e ha buttato via, è un gigante».

Molte scelte individuali di papa Francesco – abitare a Santa Marta, rinunciare ad abiti sfarzosi, muoversi con semplici automobili – stanno rendendo il papato più “normale”?

«No, non è normale, è fuori dalle regole!»

Normale nel senso che ridimensionano la “sacralità” e la “potenza” del papato costruite attraverso i secoli…

«Questa è una scelta rivoluzionaria, che nella Chiesa non c’è mai stata. Altri ci hanno provato, hanno fatto dei bei discorsi, ma quando hanno cercato di mettere a posto le cose, si sono dovuti dimettere, come Celestino V. Perché papa Celestino aveva una bella idea, ma glie l’hanno fatta passare subito e l’hanno tolto di mezzo: o te ne vai o ti ammazziamo».

Oltretevere è scoppiato un nuovo Vatileaks: fuga di documenti riservati, episodi di corruzione, notizie false, come appunto il tumore di cui sarebbe affetto il papa. Cosa ne pensa?

«È la solita tecnica del potere: il potere sputtana. Il potere cerca di farti passare per scemo. Quando non ha a disposizione altri mezzi, il potere deve cercare di convincere la gente che dici delle cose giuste, che fanno impressione, ma che sono dette da uno che non è sano, da uno che è via di testa».

La Chiesa cambierà? L’istituzione ecclesiastica tornerà al Vangelo?

«Solo se nella Chiesa si creerà un movimento forte capace di imporre il Vangelo a tutti i furbacchioni. Perché questi personaggi che hanno l’abitazione all’ultimo piano che costa come una cattedrale, fin quando vivranno tranquillamente e avranno qualcuno che li sosterrà, non sarà mica vinta la battaglia, la battaglia va avanti».

Quindi papa Francesco deve essere sostenuto dalla base?

«Sì, perché se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V».

Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

14 novembre 2015

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

Il Patto delle catacombe: per dire quello che il Concilio non volle dire. Intervista a mons. Bettazzi

13 novembre 2015

“Adista”
n. 40, 21 novembre 2015

Luca Kocci

16 novembre 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della Chiesa povera, invocato da Giovanni XXIII ancora prima che il Concilio avesse inizio («La Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri», Radiomessaggio dell’11 settembre 1962, ad un mese dall’inizio) e rilanciato più volte dal card. Giacomo Lercaro, non è stato valorizzato dall’assise ecumenica, sia perché i lavori erano guidati dagli episcopati del nord ricco, sia perché, in clima di guerra fredda, per molti parlare di povertà e di Chiesa dei poveri avrebbe significato fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente atlantista e capitalista.

Proprio per questo motivo, il 16 novembre 1965, un gruppo di 40 padri conciliari (fra cui mons. Enrique Angelelli, vescovo di Cordoba, in Argentina, poi ucciso durante gli anni della dittatura, e mons. Heleder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife, si dà appuntamento alle catacombe di Domitilla, per celebrare un’eucaristia e per sottoscrivere un documento, poi denominato Patto delle catacombe, un elenco di 12 impegni individuali di povertà che i firmatari si impegnano a vivere nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. In poco tempo il Patto – che il card. Lercaro consegna a Paolo VI – viene firmato da oltre 500 vescovi e resta, anche oggi, una sorta di Magna Charta per tutti coloro che vogliono ispirarsi e vivere la Chiesa povera e dei poveri.

Mons. Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo ausiliare di Bologna – l’arcidiocesi retta da Lercaro – era uno dei 40 padri conciliari presenti alle catacombe di Domitilla, e l’unico ancora vivente di quel gruppo. «L’iniziativa era stata del gruppo della Chiesa dei poveri, che si riuniva al collegio belga», racconta Bettazzi ad Adista. «E fu motivata dal fatto che Paolo VI non gradiva che in assemblea si parlasse molto della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica, allora c’era la guerra fredda e non voleva che sembrasse un appoggio contro l’Occidente. Diceva che avrebbe trattato lui il tema, in un’enciclica, che sarà poi la Populorum progessio».

Cosa si decise di fare?

«Celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e presentare un impegno che i vescovi si assumevano personalmente».

Lei fu invitato?

«L’invito era generico. Io facevo parte di un piccolo gruppo di vescovi della spiritualità di p. Charles De Foucauld, ci ritrovavamo tutte le settimane a pregare e a parlare dei temi del Concilio. Lì seppi che ci sarebbe stata questa messa e andai».

Cosa accadde?

«Mons. Charles-Marie Himmer, vescovo di Tournai, presiedeva la messa. Al termine presentò questa serie di impegni di semplicità e di povertà: non abitare in edifici lussuosi, non usare mezzi di trasporto lussuosi, star vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati, ecc. In 40 firmammo, e ci impegnammo a raccogliere altre firme. Ne arrivarono 500. Poi il card. Lercaro consegnò il documento a Paolo VI, insieme anche ad altri materiali sul tema della Chiesa dei poveri che il papa gli aveva chiesto».

Quali materiali?

«Paolo VI aveva chiesto a Lercaro di raccogliere del materiale sulla Chiesa dei poveri che gli sarebbe servito per l’enciclica. E Lercaro, così mi raccontò Dossetti, aveva chiesto, segretamente, ad alcuni vescovi di aiutarlo: un gruppo lavorò sul tema della povertà nella Bibbia e nella teologia, un secondo gruppo sul tema della povertà nella sociologia e un terzo gruppo sul tema della povertà nella pastorale. Poi consegnò tutto a Paolo VI. Anche se le conseguenze immediate furono minime».

Cioè?

«Paolo VI fece due cose: abolì l’esercito pontificio e liquidò l’aristocrazia romana, un cui rappresentante era sempre presente, in alta uniforme, quando celebrava i pontificali. Poi arrivò la Populorum progressio, un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non affronta espressamente il tema della Chiesa dei poveri. Bisognerà aspettare il 1968, con la conferenza dei vescovi latinoamericani a Medellin, per parlare di “scelta preferenziale dei poveri”».

Oggi che Chiesa c’è?

«P. Congar diceva che per capire bene ed attuare un Concilio ci vogliono 50 anni. Mi sembra che oggi papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo incontra tante resistenze»

Un coming out incendia il Sinodo

4 ottobre 2015

“il manifesto”
4 ottobre 2015

Luca Kocci

I Sinodi dei vescovi sono sempre stati eventi molto interni al mondo ecclesiale, spesso seguiti con disattenzione dagli stessi cattolici. Ma quello che si apre oggi in Vaticano sul tema della famiglia è sicuramente il Sinodo maggiormente coperto dai media e probabilmente il più importante fra tutti quelli che si sono svolti fino ad ora.

Il coming out di mons. Charamsa («sono un prete omosessuale felice ed orgoglioso della mia identità» e «ho un compagno», ha dichiarato ieri al Corriere della Sera il prelato con incarichi in Vaticano e docente nelle università pontificie) ha contribuito a catalizzare l’attenzione dei mezzi di informazione sul Sinodo. Ma la rilevanza dell’evento è determinata anche e soprattutto da altri fattori.

Innanzitutto dai temi all’ordine del giorno: la famiglia in generale, ma in particolare l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti dei divorziati riposati, dei conviventi, delle persone e delle coppie omosessuali, la contraccezione. Argomenti fino a poco tempo fa «non negoziabili» – e quindi nemmeno discutibili –, che dividono i vescovi e su cui è in atto da tempo una sorta di scisma non dichiarato, con il magistero che afferma delle cose e i fedeli cattolici che, appellandosi alla propria responsabilità e libertà di coscienza, ne fanno altre.

Inoltre da come si concluderà il Sinodo si capirà veramente dove andrà la Chiesa di Bergoglio. E se tanti gesti e affermazioni del papa salutate come «rivoluzionarie» si tradurranno in un reale aggiornamento o resteranno confinate nell’universo lessicale, aiutando preti e laici ad uscire allo scoperto, ma senza provocare reali cambiamenti strutturali nell’istituzione ecclesiastica.

Fermo restando che il Sinodo è un organismo consultivo, e che quindi papa Francesco avrà la possibilità di accogliere o ignorare le proposte approvate a maggioranza dai vescovi. Ma sarà comunque decisivo per capire dove soffia il vento nella Chiesa cattolica, dopo due anni e mezzo di pontificato.

A dare fuoco alle polveri ha provveduto ieri mons. Charamsa, 43enne prete polacco, docente di teologia alla Gregoriana (retta dai Gesuiti) e alla Regina Apostolorum (Legionari di Cristo), nonché ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale. «Vorrei dire al Sinodo che l’amore omosessuale è un amore familiare», che deve «essere protetto dalle leggi» e «curato dalla Chiesa», ha detto Charamsa al Corriere. «La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica», la reazione immediata del Vaticano affidata al portavoce p. Lombardi, che annuncia: «Mons. Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie, mentre gli altri aspetti della sua situazione (eventuali provvedimenti di sospensione e di dimissione dallo stato clericale, n.d.r.) sono di competenza del suo Ordinario diocesano». In una conferenza stampa Charamsa ribadisce: «La Congregazione per la dottrina della fede è il cuore dell’omofobia nella Chiesa. Non possiamo più odiare le minoranze sessuali, perché così odiamo una parte dell’umanità. Auguro a papa Francesco di presiedere un Sinodo che non ci dimentichi e non ci offenda più».

Ci sono poi gli altri nodi: i divorziati risposati (in particolare l’ammissione ai sacramenti, da cui ora sono esclusi), i conviventi, la contraccezione. I cattolici di tutto il mondo si sono espressi attraverso due questionari preparati dalla segreteria del Sinodo, evidenziando nelle risposte una grande distanza dal magistero: chiedono che i divorziati riposati possano fare la comunione ed eventualmente anche celebrare un secondo matrimonio dopo un periodo penitenziale, considerano la convivenza prematrimoniale un fatto normale, ignorano i divieti sulla contraccezione, considerandola una scelta affidata alla responsabilità delle coppie. Anche alcune Conferenze episcopali – soprattutto nell’Europa centro-settentrionale – sono su simili lunghezze d’onda. E negli ultimi mesi su diverse autorevoli riviste – come Civilità Cattolica – sono apparsi interventi di segno aperturista.

Ma c’è anche un fronte conservatore molto compatto. Undici cardinali (fra cui gli italiani Ruini e Caffarra) hanno appena dato alle stampe un libro (Matrimonio e famiglia. Prospettive pastorali di undici cardinali, Cantagalli) in cui ribadiscono il proprio non possumus su tutti gli aspetti in discussione. E di nuovo Ruini, in un’intervista a Repubblica, ha sottolineato: «Il matrimonio è indissolubile, no all’eucarestia per i risposati».

Nonostante in Vaticano minimizzino, le due fazioni ci sono: chi sostiene l’immutabilità della dottrina – e quindi la chiusura a qualsiasi riforma –, chi invece propone un aggiornamento della pastorale e, di conseguenza, anche se gli interessati smentiscono, un intervento sul magistero.

Stamattina il Sinodo si apre con una messa a San Pietro. Da domani comincia il dibattito fra i 270 padri sinodali: tre settimane di discussione, tre minuti di intervento a testa in assemblea, più tempo invece nei 13 circoli minori per gruppi linguistici. Il 24 ottobre le votazioni e la consegna della Relazione finale al papa. Il giorno dopo il Sinodo si concluderà come è iniziato, con una messa a San Pietro. E si capirà che Chiesa è: immutabile o disposta al cambiamento?

Il contro-sinodo dell’«internazionale riformista»

4 ottobre 2015

“il manifesto”
4 ottobre 2015

Luca Kocci

Revisione dell’insegnamento tradizionale sull’indissolubilità del matrimonio, piena accoglienza delle persone e delle coppie omosessuali, definitivo superamento del divieto alla contraccezione.

Sono queste le tre principali richieste indirizzate al Sinodo dei vescovi sulla famiglia da parte di circa 50 organizzazioni di base che da decenni riflettono e si impegnano per la riforma della Chiesa – una sorta di “Internazionale riformista” in ambito ecclesiale, che si ritroverà a Roma da 20 al 22 novembre per un grande appuntamento in occasione dei 50 anni dalla fine del Concilio (www.council50.org) –, riunite nel network europeo Church on the Move e nel movimento internazionale We Are Church (con sezioni in molti Paesi del mondo, fra cui l’italiana Noi Siamo Chiesa).

«Crediamo che l’indissolubilità del matrimonio rappresenti una risposta personale al profondo desiderio di un mutuo e permanente amore, un amore per sempre», scrivono le associazioni in un documento diffuso dall’agenzia di informazioni Adista. «Ma una revisione dell’insegnamento tradizionale sull’indissolubilità del matrimonio è necessaria e urgente», anche alla luce «dei limiti della persona umana che, per molte e diverse ragioni, può non riuscire a perseguire l’obiettivo di vivere il proprio matrimonio per sempre». La soluzione proposta non arriva da un altro pianeta ma è nel solco della tradizione della Chiesa cristiana dei primi secoli, ed ancora seguita dalle Chiese ortodosse: ovvero «ammettere, dopo un adeguato percorso spirituale opportunamente supportato, le coppie divorziate e risposate civilmente, a nuove nozze in Chiesa con valore sacramentale». Una strada che fra l’altro consentirebbe anche di superare il dibattito sulla questione dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati riposati.

Sul tema delle coppie omosessuali – attualmente “bandite” dalla Chiesa cattolica – la posizione è netta: va sancito «l’impegno della comunità cristiana non solo ad accogliere con spirito fraterno sia le persone che le coppie omosessuali ma anche a considerarle pienamente parte della Chiesa con ogni diritto e con ogni dovere e con la possibilità di contribuire ad essa con le loro specifiche sensibilità». «Ogni norma o prassi di discriminazione nella Chiesa e nella società – prosegue il documento – dovrebbe essere contrastata senza reticenze».

Il divieto al ricorso alla contraccezione artificiale – come stabilito nella Humanae Vite di Paolo VI ed in altri documenti – va definitivamente superato, chiedono le associazioni. È vero che nell’Instrumentum Laboris (la traccia su cui inizierà il confronto sinodale) c’è «un blando riferimento al ruolo della coscienza davanti alle prescrizioni dell’enciclica». Ma «ci sembra che si debba prendere atto che questo insegnamento del magistero è decaduto integralmente per mancanza di receptio, fin dall’inizio, da parte del popolo cristiano». E se il Sinodo non vuole prendere una posizione esplicita, «potrebbe almeno tacere su questa questione. Il non parlarne sarebbe un modo, anche se non il migliore, per uscire dall’impasse in cui ci si trova e lasciare decadere del tutto questo atto del magistero».

Matrimoni cattolici, arriva il “divorzio breve”

9 settembre 2015

“il manifesto”
9 settembre 2015

Luca Kocci

Arriva il “processo breve” nelle cause canoniche per la «dichiarazione di nullità» dei matrimoni. Lo ha stabilito papa Francesco con due lettere motu proprio – una sorta di decreto speciale “di propria iniziativa” –, una per la Chiesa cattolica romana e una per le Chiese orientali, datate 15 agosto ma rese note ieri. Dall’8 dicembre, quando la riforma entrerà in vigore – la stessa data dell’inizio del Giubileo –, per le coppie sposate con rito religioso sarà più facile, e presumibilmente meno costoso, chiedere ed ottenere che il proprio matrimonio sia dichiarato nullo, qualora il giudice ecclesiastico ne riscontri le condizioni.

Una riforma, spiega Francesco, stimolata dal gran numero di coppie divorziate che, «pur desiderando provvedere alla propria coscienza, troppo spesso sono distolti dalle strutture giuridiche della Chiesa». Una spiegazione che si comprende alla luce della normativa vigente: i divorziati non possono contrarre un nuovo matrimonio religioso e, se sono risposati civilmente o vivono una nuova relazione, non possono accedere ai sacramenti. A meno che il loro primo matrimonio non sia dichiarato nullo da un tribunale ecclesiastico. Ma le nuove regole non minano l’indissolubilità del matrimonio: le disposizioni, puntualizza il papa, non favoriscono «la nullità dei matrimoni ma la celerità dei processi». Sull’argomento interviene anche il card. Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi: si tratta di un processo che conduce «a vedere se un matrimonio è nullo e poi, in caso positivo, a dichiararne la nullità», e «nullità è diversa da annullamento». Potrebbero sembrare cavilli, ma sono precisazioni importanti, anche perché fra un mese si aprirà l’assemblea conclusiva del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, e il tema dei divorziati riposati sarà al centro del dibattito, e dello scontro, fra conservatori e innovatori.

I punti chiave della riforma: per decretare la nullità non ci sarà più bisogno della doppia sentenza conforme – una procedura che allunga i tempi e fa lievitare le spese legali –, ma ne basterà una (contro cui si potrà comunque fare appello); il vescovo diocesano potrà dichiarare la nullità di un matrimonio, diventando quindi egli stesso giudice, o nominando un proprio delegato; si accorceranno i tempi processuali, potranno durare da pochi mesi ad un anno, anche meno se la richiesta di nullità è di entrambi i coniugi o di uno solo con il consenso dell’altro; la «gratuità delle procedure», fatta salva – si specifica – «la giusta e dignitosa retribuzione degli operatori dei tribunali» (quindi non saranno gratis, ma i costi dovrebbero essere abbattuti).

La riforma – sollecitata anche al termine della prima fase del Sinodo dei vescovi, ad ottobre 2014, con 143 voti a favore e 35 contrari – può essere letta in due modi opposti. Da un lato il papa ha anticipato le decisioni del Sinodo, fra l’altro accogliendo una delle richieste provenienti dai settori conservatori dell’episcopato, per i quali la semplificazione delle procedure di nullità è un modo per aprire ai divorziati senza modificare di una virgola la dottrina e la disciplina sul matrimonio. Ma è anche vero che così Francesco ha cancellato dall’ordine dei lavori il tema della nullità, in modo che al Sinodo i vescovi non si accapiglino su tale questione ma discutano di altro, come la possibilità di accesso ai sacramenti per i divorziati riposati o di seconde nozze, come chiedono gli innovatori. Per capire in quale direzione andrà la Chiesa di Francesco bisognerà quindi attendere il Sinodo.

Sinodo: una svolta evangelica. L’auspicio di “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”

22 maggio 2015

“Adista”
n. 19, 23 maggio 2015

Luca Kocci

Alcuni fra i temi più controversi in discussione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si concluderà ad ottobre – contraccezione, divorziati risposati, omosessuali – sono stati al centro del dibattito durante l’incontro nazionale della rete “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” dello scorso 9 maggio (v. notizia precedente).

Il matrimonio non è una gabbia

Della questione dei divorziati risposati e del loro accesso ai sacramenti – ad oggi negato – ha parlato don Giovanni Cereti, preoccupato di come, in questi mesi, la «parte più conservatrice, che si oppone ai cambiamenti, abbia alzato il livello dello scontro, quasi minacciando uno scisma. Tutti i cristiani sono d’accordo nel riconoscere che la volontà di Dio è un matrimonio indissolubile», ha spiegato Cereti, «purtroppo però vi sono dei fallimenti e molti non riescono a realizzare il progetto che si erano proposti». Allora che fare? «La soluzione attuale nella Chiesa cattolica è quella della dichiarazione di nullità del matrimonio attraverso i tribunali ecclesiastici. È la soluzione della Chiesa latina del secondo millennio. Ma nei primi secoli la Chiesa sottoponeva alla penitenza i responsabili dei peccati più gravi, fra cui quello di adulterio, ma dopo un anno o più di penitenza assolveva e riammetteva alla pienezza della vita ecclesiale e all’eucaristia. Questo è il sistema più antico e più tradizionale che il papa e molti nella Chiesa vorrebbero reintrodurre», mentre i conservatori si oppongono. Una soluzione, ha spiegato Cereti, «pienamente conforme alla grande tradizione seguita nella Chiesa antica, sostanzialmente conservata in altre Chiese storiche e soprattutto testimoniata dal canone 8 di Nicea», che offre quindi una «soluzione dottrinale» e giustifica una «una nuova comprensione del matrimonio più conforme a una retta comprensione del Vangelo». Perché, ha aggiunto, «il matrimonio sacramento non è una gabbia dalla quale, una volta entrati, non si può uscire, ma è affidato alla responsabilità degli sposi che ne sono i ministri: sino a che essi si amano e confermano il loro consenso, nessuno al mondo può sciogliere il loro matrimonio, ma una volta che il segno è corrotto, cioè quando la volontà degli sposi di essere marito e moglie non esiste più, scompare la presenza reale e viene distrutto il vincolo coniugale, venendo così meno anche la grazia del sacramento».

Questa è la strada, secondo don Cereti, ma non è detto che tale soluzione venga accettata, «visto l’atteggiamento duro di grande parte dell’ala più conservatrice dell’episcopato». L’annuncio del Giubileo della misericordia, forse, potrebbe piegare le resistenze, rinforzando la convinzione che «anche se siamo tutti peccatori e anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e nel suo amore vuole abbracciare e accogliere tutti i suoi figli nella grande casa che ha preparato per loro».
Gay: i credenti sono più avanti dell’Istituzione

Il tema delle persone omosessuali è stato illustrato da Andrea Rubera, presidente di Nuova proposta (gruppo romano di cristiani omosessuali), sposato all’estero con Dario De Gregorio (il loro matrimonio è stato uno di quelli trascritti nei registri comunali dal sindaco di Roma Ignazio Marino e poi cancellato dal prefetto, v. Adista Notizie n. 38/14) e padre di tre figli. Rubera è contento per la «rivoluzione semantica» di papa Francesco («per la prima volta un pontefice ha pronunciato pubblicamente la parola “gay”, nominare le cose significa ammettere che esistono»), ma ritiene che non sia «ancora sufficiente per infondere nelle persone omosessuali e transessuali quella gioia e speranza che sono il motore della vita che nel Vangelo ci è stata promessa “in abbondanza”, e consentire loro di emanciparsi da quella condizione, a volte catacombale, di “attesa”, di promuovere la propria esistenza come contributo alla crescita dell’intera comunità dei fedeli».

I problemi esplodono soprattutto quando due persone gay sentono di amarsi e costituiscono una coppia, ha spiegato Rubera. «Nei contesti comunitari cattolici si fa finta che non esista la coppia omosessuale. Anche perché sulla base del Catechismo della Chiesa cattolica, una persona omosessuale può sentirsi parte integrante della comunità solo se accetta di vivere una vita senza affettività, negando a se stessa quell’anelito all’espressione del proprio amore che è talmente innato e spontaneo da non poter essere negletto o ignorato, a pena di pesanti conseguenze sulla propria serenità». Tanto più se ci sono dei bambini: «La genitorialità delle persone omosessuali viene trattata come una sciagura imminente che va evitata assolutamente. E in questa lotta ideologica, in cui nessun colpo viene risparmiato, ci sono i bambini di queste famiglie, che esistono oggi, ora, e non sono su un’astronave a cui va impedito l’atterraggio sul nostro pianeta. Bambini che sono nati per un progetto di amore di due persone e che, senza questo progetto d’amore, non sarebbero qui tra noi. Bambini che dovrebbero trovare nelle comunità di fede un territorio dove sentirsi accolti, amati, come ogni altro bambino, dove trovare linfa di sostentamento, conferma delle loro certezze, a cominciare dall’amore di Dio e della loro famiglia».

Che fare allora? «Come riattivare la speranza?», chiede Rubera. Nuova proposta ha formulato le proprie speranze e le ha trasmesse alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi: «Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia integralmente accogliere ed amare le persone omosessuali», si legge nel documento del gruppo. «Speriamo in un profondo rinnovamento degli orientamenti pastorali nei confronti degli affetti delle persone omosessuali affinché si comprenda quanto di buono essi esprimano e quanto il loro amore possa essere esempio di solidità e generosità per tutti. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia prendersi cura delle persone omosessuali che sentono ardere dentro di sé il desiderio di una vita affettiva di coppia e che sappia includere le coppie omosessuali, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’Amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia riconoscere le drammatiche storie di omofobia quotidiana e che prenda una netta posizione per proteggere le vittime e per creare nelle diocesi e nelle parrocchie un ambiente rispettoso e inclusivo, in modo che progressivamente l’omofobia sia finalmente sconfitta».

Cosa succederà al Sinodo? Rubera è ottimista: «Sono fiducioso perché sono convinto che la base del popolo di Dio in cammino è molto più pronta dell’Istituzione all’accoglienza».