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Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Libro e moschetto. A Vicenza liceali in caserma per l’alternanza scuola-lavoro

5 giugno 2017

“Adista”
n. 21, 3 giugno 2017

Luca Kocci

Dai banchi del liceo alla caserma “Ederle” delle Forze armate Usa. Si è svolta così l’alternanza scuola-lavoro per cinque studentesse e uno studente del liceo scientifico “Giovanni Battista Quadri” di Vicenza.

L’alternanza scuola-lavoro è una delle novità della legge 107/2015 – la cosiddetta “Buona scuola”, ideata dal governo Renzi –, e al liceo “Quadri” hanno pensato di far svolgere a sei studenti del quarto anno le ottanta ore di tirocinio gomito a gomito con i militari statunitensi della 173ma Brigata aviotrasportata di stanza alla “Ederle”, da cui partirono la maggior parte degli attacchi verso Afghanistan e Iraq degli anni 2000, oggi sede del comando Usa per le truppe di terra per l’Africa (Africom).

Gli studenti non hanno indossato la mimetica e non si sono esercitati nelle tecniche di guerra, ma hanno lavorato nella biblioteca della base, nell’ufficio postale interno e hanno collaborato alle attività ricreative per i soldati Usa, trascorrendo tuttavia due settimane in caserma, fino allo scorso 20 maggio. «L’iniziativa – spiegano dalla “Ederle” – si inserisce in un percorso di dialogo tra il mondo della scuola e gli enti territoriali, tra italiani e americani, per un’esperienza lavorativa contestualizzata alla realtà dell’installazione militare».

Il sito web del liceo spiega che l’alternanza scuola-lavoro (la normativa prevede che gli alunni del triennio dei licei svolgano obbligatoriamente in tutto 200 ore di alternanza scuola-lavoro, addirittura 400 gli allievi degli istituti tecnici e professionali) «ha lo scopo di realizzare un collegamento stabile tra istituzioni scolastiche, mondo del lavoro e società civile; migliorare la conoscenza del territorio sociale ed economico in cui si vive; arricchire la formazione scolastica con competenze spendibili anche nel mercato del lavoro; valorizzare le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali. L’alternanza scuola-lavoro diventa uno strumento strategico per migliorare la conoscenza del territorio dal punto di vista economico, sociale e politico, e per operare una stretta collaborazione con le aziende, le associazioni di categoria, le amministrazioni locali, il terzo settore».

Il dirigente scolastico del liceo “Quadri” è soddisfatto e prevede che il tirocinio alla caserma “Ederle” diventerà un appuntamento fisso per gli studenti del suo istituto. Ma cosa c’entri lo stage in una struttura militare delle Forze armate Usa utilizzata per la guerra – anche se da qualche anno si chiamano missioni di pace – con le attività formative di una scuola di una Repubblica che nella propria Costituzione afferma solennemente di «ripudiare la guerra» è difficile da capire.

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Asili nido: a Roma, la giunta Raggi taglia 50 educatrici per assumere insegnanti di religione

11 maggio 2017

“Adista”
n. 18, 13 maggio 2017

Luca Kocci

Meno educatrici per gli asili nido di Roma, più insegnanti di religione cattolica per scuole dell’infanzia della capitale. Lo stabilisce una delibera (la n. 53 del 7 aprile, scovata da Ylenia Sina di RomaToday) da poco approvata dalla giunta capitolina “5 stelle” guidata dalla sindaca Virginia Raggi che prevede il taglio dalla pianta organica dei nidi comunali di cinquanta educatrici e l’assunzione di altrettanti insegnanti di religione cattolica nelle scuola dell’infanzia, dove religione è disciplina curricolare benché facoltativa (come del resto nelle scuole di ordine e grado).

La giunta capitolina – si legge nel testo approvato dal governo pentastellato di Roma Capitale – delibera di istituire «il profilo professionale di Insegnante della religione cattolica», «di determinare la dotazione organica teorica ottimale prevista per il suddetto profilo professionale in 50 unità di personale e di procedere conseguentemente, al fine di assicurare l’invarianza del costo teorico complessivo dell’apparato professionale non dirigente di Roma Capitale, alla corrispondente riduzione della dotazione organica (…) per il profilo professionale di “Educatore di asilo nido».

Quindi si assumono in ruolo e a tempo indeterminato cinquanta docenti di religione cattolica – non che prima non ci fossero, semplicemente venivano impiegati con contratti a tempo determinato di un anno, in base al numero degli alunni che sceglievano di avvalersi dell’insegnamento di religione cattolica – ma si tagliano cinquanta educatrici degli asili nido, per non far andare i costi fuori controllo. In un organico, quello degli educatori, a cui già mancano più di 400 unità: dovrebbero essere 3.050, ce ne sono appena 2.646, con una carenza, quindi, di 404 addetti.

«La sempre più frequente indisponibilità di detto personale ad accettare gli incarichi in questione, ha determinato negli ultimi anni ritardi nel conferimento degli incarichi di supplenza e il ricorso sempre più consistente alla stipula di contratti a termine, con reiterazione degli stessi nei confronti dei medesimi lavoratori anche oltre i 36 mesi che costituiscono il limite di durata massima consentita dalle direttive europee in materia di rapporti di lavoro a tempo determinato», si legge nella delibera. Per cui l’assessora alle Politiche sociali e alla scuola, Laura Baldassarre, può affermare in una nota: «Poniamo fine così a una situazione di irregolarità che Roma Capitale si trascina da anni e che ha causato diversi contenziosi».

Ovviamente, anche per gli insegnanti di religione degli asili nido comunali valgono le regole concordatarie in vigore per tutti gli altri docenti di religione delle scuole statali: retribuiti dall’amministrazione comunale, ma di fatto assunti dal vescovo, il quale deve concedere loro l’idoneità che può revocargli in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo: il sopraggiungere di un divorzio o di una separazione, la scoperta di una convivenza e dell’omosessualità. E l’assessora lo sa bene: «Poiché requisito imprescindibile per l’accesso al profilo professionale di Insegnante della religione cattolica è il riconoscimento, da parte della competente Autorità acclesiastica, dell’idoneità all’insegnamento della religione cattolica – precisa nella nota –, la delibera stabilisce che l’eventuale revoca dell’idoneità costituisca causa di recesso dal contratto di lavoro».

«Gravissima la decisione della Giunta Raggi di tagliare sugli asili nido per assumere insegnanti di religione. Una scelta retriva, degna del peggior conservatorismo che va in una direzione precisa: quella di divaricare le diseguaglianze sociali e di sottrarre risorse al futuro», si legge in una nota di Sinistra Italiana firmata da Claudia Pratelli (segreteria nazionale) e Susanna Crostella (segreteria romana). «Sono proprio i bambini nati nelle famiglie più svantaggiate a fare le spese di questa scarsa offerta e dei costi alti delle rette. Fin dai primi mesi di vita, insomma, i bimbi del nostro Paese sono selezionati per classe e la sindaca Raggi si fa alfiere di questa ingiustizia con un capolavoro di conservatorismo: non solo vengono sottratte opportunità ai bambini romani e posti stabili ai precari storici degli asili nido, ma tutto questo avviene per assumere insegnanti scelti dal vescovo. Ancora una volta emerge la non laicità dello Stato e in questa occasione a scapito di un servizio che riveste un’importanza basilare per il benessere in quella fascia di età: un nido di qualità, con personale rispondente agli standard previsti e con provata professionalità  rappresenta una garanzia di crescita armoniosa del bambino».

La decisione del Campidoglio, scrive in una nota Roberto Betti, del Sindacato generale di base, «riduce ancora di più i posti in organico che potevano dare una possibilità di stabilizzazione alle centinaia di precarie, storiche e meno, che rischiano di essere definitivamente cacciate dal posto di lavoro. Sembra proprio che la giunta Raggi insegua il Vaticano con grande senso di realpolitik. Neanche Rutelli osó tanto. Nei prossimi giorni partiremo con una serie di assemblee in tutti i municipi e con una petizione cittadina, affinché la giunta riveda la sua posizione a questo riguardo: nessun taglio agli organici di nidi e scuole e nessuna corsia preferenziale per le insegnanti di religione cattolica. Su questo siamo decisi a tenere il punto».

Don Lorenzo Milani. La battaglia quotidiana per una scuola “non di classe”

11 gennaio 2017

“il manifesto”
11 gennaio 2017

Luca Kocci

Cinquanta anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Di origine ebraica, appartenente ad una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, a vent’anni si convertì al cattolicesimo, diventò prete, si sforzò di vivere il Vangelo in modo radicale accanto ai giovani operai di Calenzano e ai giovanissimi montanari del Mugello, scontrandosi con i poteri politici, militari e clericali dell’Italia democristiana e conformista degli anni ’50-‘60, legò la sua vita e la sua azione pastorale alle lotte civili per una scuola democratica e non di classe e per l’obiezione di coscienza al militarismo, fu autore di testi dirompenti come la Lettera ai cappellani militari e, insieme ai ragazzi e alle ragazze della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa.

In questo 2017, cinquantesimo anniversario della morte, a don Milani saranno dedicati convegni e libri, alcuni già usciti nelle scorse settimane, altri in calendario nei prossimi mesi. A cominciare dal volume dei Meridiani Mondadori – in primavera – che raccoglierà per la prima volta l’opera omnia di don Milani (a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Federico Ruozzi e Sergio Tanzarella, diretta da Alberto Melloni): Esperienze pastorali (il libro fatto ritirare dal commercio dal Sant’Uffizio nel 1958 e solo recentemente “riabilitato”), le Lettere ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa, gli articoli per giornali e riviste, l’epistolario (anche se molte lettere private sono ancora inaccessibili). «Abbiamo iniziato il lavoro sette anni fa – spiega Tanzarella – con l’intento di raccogliere in un’opera sola tutti gli scritti di Milani e di restituirgli una quanto più possibile aderenza agli originali. Grazie ad appelli pubblici e ricerche di archivio sono state recuperate oltre cento lettere inedite e molte altre sono state restaurate nella versione originale, senza i tagli arbitrari cui erano state sottoposte nel tempo».

Lo stesso Tanzarella, in primavera, darà alle stampe La parrhesia di don Lorenzo Milani. Maestro di vita e di coscienze critiche (Il pozzo di Giacobbe): un profilo del priore di Barbiana a partire dalla sua scelta di parlare con parrhesia, ovvero con franchezza e libertà, senza calcoli e diplomazie clericali («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato postumo dall’Espresso, “Un muro di foglio e di incenso”).

Altri due libri invece sono già usciti a fine 2016.

Il primo è una biografia di don Milani, scritta da Michele Gesualdi, Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana (San Paolo, pp. 256, euro 16), un titolo che spazza via l’ultimo tentativo revisionista dell’arcivescovo di Firenze, card. Betori, il quale, impegnato da tempo a trasmettere un’immagine pacifica e “normalizzata” di don Milani, recentemente ha dichiarato che quello di Barbiana – piccolo borgo di montagna del Mugello dove Milani fu spedito nel 1954 per motivi politici: non era ciecamente allineato alle direttive pro Democrazia Cristiana della Curia di Firenze – non fu esilio ma «una destinazione normale» per un prete giovane. Quella di Gesualdi è una biografia atipica: non ha il rigore di altre, ma è un racconto dall’interno di uno dei primi ragazzi di Barbiana, quello che è stato a più stretto contatto con don Milani e che ha vissuto con lui per oltre dieci anni.

L’altro, di Mario Lancisi, è dedicato al processo per l’obiezione di coscienza al servizio militare – di cui vengono ricostruite le fasi e il clima politico-sociale che vedeva diffondersi anche in Italia un movimento antimilitarista –, scaturito dalla Lettera ai cappellani militari (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, pp. 158, euro 16). Dopo un comunicato di alcuni cappellani militari toscani che avevano definito l’obiezione di coscienza alla naja «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà», don Milani rispose con una lettera pubblicata da Rinascita, settimanale del Pci (i giornali cattolici la ignorarono). Denunciato per incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare, processato (in aula non andò – era malato di linfoma di Hodgkin – ma inviò una memoria difensiva, la Lettera ai giudici, destinata anch’essa a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, anzi dell’obbedienza non ad un’autorità ma alla propria coscienza), sarà prima assolto e poi condannato (come Luca Pavolini, direttore di Rinascita), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era appena morto.

Scuola: dall’ora di religione targata Cei, all’ora delle religioni gestita dallo Stato

29 ottobre 2016

“Adista”
n. 37, 29 ottobre 2016

Luca Kocci

Eliminare l’insegnamento della religione cattolica (Irc) appaltato alla Conferenza episcopale italiana e introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado un insegnamento obbligatorio inerente il fenomeno religioso a totale gestione statale. È l’invito che giunge dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo di San Gimignano (Si), animato da Arnaldo Nesti, che da oltre venti anni promuove la International Summer school on religions.

Durante la XXIII Summer school di quest’anno (24-28 agosto), dedicata al tema “Violenza e religioni”, è stato avviato il confronto su un documento che verrà successivamente trasformato in un appello pubblico (la Carta di San Gimignano)

È alla scuola pubblica che compete «il ruolo di “alfabetizzare” la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa», si legge nell’appello che verrà lanciato ufficialmente il prossimo 15 novembre.  Un compito che al momento la scuola italiana non assolve: infatti «la gestione di una parziale “istruzione religiosa” resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative», ovvero dal Concordato e dalle sue modifiche. Pertanto «non è più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia». Una normativa che determina «limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia Irc e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti» e «che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso», come dimostrato, per esempio, dall’ultimo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia (Il Mulino, 2014) curato da Alberto Melloni (v. Adista Notizie n. 18/14).

Che fare quindi? Riaprire subito un tavolo ministero dell’Istruzione–Cei innanzitutto per «sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa”, la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata,  nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale». E poi «istituire, prescindendo da logiche pattizie con la Chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi, il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti».

Un insegnamento a diretta ed esclusiva gestione statale che, in un percorso legislativo-amministrativo che dovrà necessariamente essere graduale, gli estensori della Carta di San Gimignano immaginano articolarsi in due tappe: prima «una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale», poi «una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale». Quindi no un’ora di religione cattolica facoltativa controllata dalla Cei, sì ad un’ora delle religioni – o meglio ad un’ora del religioso – obbligatoria e affidata a docenti dello Stato, senza bisogno di placet episcopali.

Preliminare alla realizzazione di questo progetto, due precondizioni: la «riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole Chiese, ma una necessità della società civile» (anche per formare, in questo modo, i docenti di “ora delle religioni”); l’approvazione di «una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e filosofiche nello spazio pubblico della scuola».

La Lega Nord attacca i crocifissi di carne. Ma vuole appendere quelli di legno

16 settembre 2016

“Adista”
n. 31, 17 settembre 2016

Luca Kocci

Il crocefisso va esposto in tutte le aule scolastiche e in ogni ufficio pubblico. I deputati della Lega Nord rilanciano una loro tradizionale battaglia – anche se non ne parlavano da un po’, forse perché troppo impegnati a fare la guerra agli immigrati, i crocefissi in carne ed ossa del nostro tempo – e presentano alla Camera una proposta di legge per regolamentare in maniera definitiva la questione.

«Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata a fine luglio da 9 deputati e deputate leghisti e lo scorso 5 settembre assegnata per la discussione alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.

«Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso» che «rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo», spiega il deputato leghista Roberto Simonetti, primo firmatario del provvedimento. «Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i principi su cui si fonda la nostra società. Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese».

Se approvata dal Parlamento, la legge metterebbe il punto ad una questione che si trascina da quasi un secolo, ovvero dai Regii Decreti emanati durante il ventennio fascista che però, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale (v. Adista Notizie n. 1/05), sarebbero stati superati dalla revisione del Concordato del 1984. Nel 2006 il Consiglio di Stato – all’interno di un procedimento avviato da una coppia italo-finlandese perché fossero rimossi i crocefissi presenti nella scuola media frequentata dai figli –, pur non facendo alcun riferimento a leggi dello Stato bensì solo a valori etici, stabilì che il crocefisso non doveva essere tolto dalle aule scolastiche, perché «è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» sebbene provengano da una religione (v. Adista Notizie n. 15/06). Parere confermato nel 2011 anche dalla Corte di Strasburgo, che diede torto alla coppia, stabilendo che non c’erano ragioni per rimuovere il crocefisso, in quanto simbolo culturale di valore universale. Tuttavia, nell’ordinamento italiano, ad oggi resta l’assenza di una legge che prevede l’obbligo di esporre il crocefisso. Una lacuna che i leghisti vorrebbero ora colmare.

 

Caserta: a scuola di Giubileo. Per quattro euro a studente

25 marzo 2016

“Adista”
n. 12, 26 marzo 2016

Luca Kocci

Il Giubileo della misericordia entra in tutte le scuole di Caserta. Si tratta di un progetto della diocesi campana guidata da mons. Giovanni D’Alise – in particolare dell’ufficio Insegnamento religione cattolica (Irc) e dell’ufficio Sport, tempo libero e turismo – per «promuovere l’anno del Giubileo straordinario indetto da papa Francesco, valorizzandolo nelle sue origini, nella sua storia e nell’arte».

A realizzare l’iniziativa, l’associazione Homo Viator, aderente all’Anspi (l’associazione nazionale degli oratori parrocchiali diocesani), con sede nello stesso palazzo della Curia vescovile di Caserta, che ha coinvolto tutte le scuole statali di ogni ordine e grado della diocesi. «Il mondo dell’educazione e della scuola – viene spiegato nella sintesi del progetto inviata ai Dirigenti scolastici casertani – è particolarmente sensibile ai temi del Giubileo: sia perché gli insegnanti sono chiamati a “valutare” gli alunni, coniugando giustizia e misericordia (cfr. Misericordiae Vultus, 20-21, la Bolla di indizione del Giubileo), sia perché educare al perdono e alla riconciliazione è uno dei compiti essenziali della scuola particolarmente oggi».

Nel corso dell’anno scolastico gli insegnanti di religione approfondiranno nelle classi i principali temi giubilari, come il «giubileo biblico», la «storia della penitenza ecclesiale», «gli anni santi, le indulgenze e il loro significato per il dialogo ecumenico», le «opere di misericordia». Quindi la giornata finale, che si svolgerà presso la Curia vescovile di Caserta, in orario mattutino (dalle 10 alle 12) – in concomitanza con le attività didattiche –, che prevede una «introduzione al percorso giubilare» tenuta da don Silvio Verdoliva (direttore del Servizio diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica), la proiezione di un video sulla storia del Giubileo, il «passaggio alla Porta santa» della cattedrale per tutti gli studenti, uno spettacolo teatrale sulle «opere di misericordia attraverso l’arte», infine l’incontro con il vescovo oppure con il vicario generale, mons. Giovanni Vella. Al temine si potrà completare il percorso giubilare con la confessione e la comunione sacramentale (anche per ottenere l’indulgenza), ma «solo chi vorrà», precisano da Homo Viator, perché «non potevamo proporre alle scuole un pellegrinaggio alla porta santa».

Una puntualizzazione che però aggira l’annoso nodo delle attività di carattere religioso a scuola, già abbondantemente sciolto dalle leggi dello Stato e dalle sentenze dei tribunali. La normativa vigente – rappresentata dal Nuovo Concordato del 1984 e dalle Intese tra lo Stato italiano e varie confessioni religiose – parla chiaro: ciascuno è libero di manifestare il proprio credo, ma esclude che nella scuola statale, luogo del pluralismo e dell’integrazione, durante l’orario delle attività didattiche possano svolgersi iniziative di carattere religioso. E parla ancora più chiaro la sentenza del Tar dell’Emilia Romagna n. 250 del 1993 – «non impugnata dal ministero dell’Istruzione entro il termine stabilito di sei mesi, e quindi valida su tutto il territorio nazionale», precisa Antonia Sani, coordinatrice del comitato nazionale “Scuola della Costituzione che giudica illegittime le funzioni religiose in orario scolastico: «Le competenze dei Consigli di circolo e di istituto non riguardano la celebrazione di riti religiosi o il compimento di atti di culto o comunque di pratiche religiose», si legge nella sentenza. «Il fatto più notevole e più antigiuridico è che le pratiche religiose e gli atti di culto, a torto ritenuti “attività extrascolastiche”, abbiano luogo in orario scolastico (…) e vengano perciò previsti in luogo e sostituzione delle normali ore di lezione».

Oltre al tema della laicità, c’è anche una questione economica. Ad ogni studente partecipante viene chiesta da Homo Viator una quota di quattro euro per coprire le spese di «assistenza e organizzazione», «compagnia teatrale», «direzione tecnica e artistica» e «opuscolo informativo Giubileo». Al progetto hanno aderito 35 scuole statali elementari, medie e superiori (su un totale di 37), e considerando che ciascun istituto partecipa con un centinaio di studenti, in tutto fanno circa 15mila euro. Solo due scuole superiori non hanno aderito al progetto. «Per motivi politici», la bizzarra spiegazione da parte dell’associazione. In realtà non è proprio così, perché almeno una delle due ha espresso il desiderio di partecipare all’iniziativa «in una maniera propria», ovvero senza far versare la quota agli studenti, perché «il Giubileo della misericordia non si paga».

Propaganda di guerra: Pax Christi denuncia il matrimonio tra scuola e forze armate

17 marzo 2016

“Adista”
n. 11, 19 marzo 2016

Luca Kocci

Bambini al cinema con i pullman dell’Esercito italiano. Succede a Castelletto Sopra Ticino, piccolo centro sul versante novarese del lago Maggiore, dove l’amministrazione comunale ha sottoscritto un accordo con la caserma “Babini” di Bellinzago che prevede «il supporto dei militari per alcune iniziative di pubblica utilità», fra cui il trasporto dei bambini delle scuole.

E così, lo scorso 2 marzo, i pullman verde-militare del Reggimento gestione aree di transito di Bellinzago hanno prelevato i 700 bambini delle scuole materne ed elementari di Castelletto e li hanno portati al cinema. Ma c’è stato anche il tempo perché alcuni ufficiali tenessero una breve lezione sulla prima guerra mondiale, nel suo centenario.

Questo accordo fra una caserma, un’amministrazione comunale e una Direzione didattica «è importante – spiega Matteo Besozzi, sindaco di Castelletto Sopra Ticino Ticino nonché presidente della Provincia di Novara – perché i militari guidati dal colonnello Riva certamente sapranno dare un contributo determinante, mettendo a disposizione i loro mezzi, dai bus alle cucine da campo, a molte attività utili per il paese, consentendo anche un risparmio significativo per le casse del Comune». «Negli anni passati ci affidavamo a ditte private – aggiunge al Secolo XIX l’assessore alla cultura e istruzione, Vito Di Luca –, quest’anno abbiamo trovato l’accordo con la caserma “Babini”, a fronte di un rimborso spese. Per noi è anche un modo si spiegare che i mezzi dell’esercito vengono impiegati anche per attività sociali e culturali, in aiuto alla comunità».

Esprime la sua perplessità don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi e parroco a Cesara (Verbania), poco distante da Castelletto Sopra Ticino. «“Che bello!”, verrebbe da dire. Almeno una cosa a favore dei bambini, con tutta la crisi che c’è». Ma, aggiunge in una nota pubblicata su Mosaico di Pace, mensile promosso da Pax Christi, «se la scuola non ha fondi bisognerebbe fare in modo che l’istituzione scuola funzioni meglio, che agli insegnanti venga riconosciuta più dignità nel loro lavoro e, se non ci sono soldi, bisognerebbe trovarli, magari togliendoli proprio all’Esercito. Qui non siamo di fronte ad una calamità naturale per cui ben venga l’intervento immediato anche dell’esercito. Anche se, davanti al susseguirsi di calamità, bisognerebbe investire in Protezione Civile, ruspe e badili non in carri armati, di fronte ai numerosi incendi forse dovremmo avere più aerei Canadair togliendo i soldi dagli aerei da guerra F-35 che costano 130 milioni l’uno. Oggi abbiamo un esercito non più di leva, ma di “professionisti volontari”, il cui mandato non è portare i bambini al cinema, ma “difendere gli interessi ovunque minacciati o compromessi”. Cioè fare la guerra!».

La scuola, del resto, orami da molti anni, è diventata “terra di conquista” delle Forze armate che, oltre al tradizionale “orientamento” sulle opportunità professionali offerte da Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri – ovvero la propaganda a favore dell’arruolamento – organizza una serie di attività varie, da pseudo-lezioni di storia per esempio sulla prima guerra mondiale (come infatti avvenuto anche nelle scuole di Castelletto, fra una proiezione e un’altra) a training militari (v. Adista Notizie nn. 1/05, 79/08, 59 e 75/10, 19/11 e articolo di Antonio Mazzeo nel fascicolo di Adista Segni Nuovi supplemento a questo numero di Adista Notizie). Ed è per questo che già da qualche anno Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare»; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace».

«Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole! Così si fa cultura di guerra! Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più!», prosegue don Sacco a proposito del caso di Castelletto Sopra Ticino. «Si comincia a portare i bambini al cinema, poi magari anche a visitare la base di Cameri, a vedere da vicino quei gioiellini di aerei da guerra. E si coinvolgono anche le famiglie. Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!»

 

Tasse alle paritarie, la Chiesa trema e contrattacca

26 luglio 2015

“il manifesto”
26 luglio 2015

Luca Kocci

Hanno avuto l’effetto di una bomba esplosa all’improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.

Superato lo shock iniziale di una situazione che potrebbe riguardare quasi 9mila scuole cattoliche (su un totale di oltre 13mila paritarie) e una cifra di 1-2 miliardi di euro (a seconda che il recupero dell’Ici si limiti al 2010-2011 oppure comprenda anche il periodo 2004-2009, ma questo caso, essendo trascorsi 5 anni, vale solo per i contenziosi già avviati), la Conferenza episcopale italiana ha schierato l’artiglieria pesante, mons. Galantino, segretario generale della Cei (il secondo in grado, dopo il card. Bagnasco), che ha bollato la sentenza come «ideologica» e «pericolosa», perché limita «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa».

Cosa c’entri il pagamento delle tasse con la «libertà di educazione» è argomentato dai massimi dirigenti delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie, che hanno già dei bilanci in rosso, a chiudere», riducendo così la libertà di educazione, spiega a Radio Vaticana don Macrì, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), tanto più che molti Comuni, «con i tagli che hanno subito, cercheranno in tutti i modi di rastrellare qualche soldo». E padre Ciccimarra, presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica (Agidae): «Bisognerebbe chiudere tutte le scuole, perché altrimenti tra un po’ saremo oggetto di decreti ingiuntivi e di procedure fallimentari».

Di nuovo Galantino, che dà delle sentenze dei giudici della Cassazione – toghe rosse anche loro? – una lettura tutta politica: «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia, perché ho la netta sensazione che si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia», prosegue il segretario della Cei, che brandisce i numeri: «A scegliere le scuole paritarie sono 1 milione e 300mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro (ogni anno, ndr), lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo». Un’affermazione lapalissiana: lo Stato risparmia, è vero, ma perché sono le famiglie a pagare il servizio con le rette annuali, se così non fosse, non risparmierebbe più. Su un punto Galantino ha ragione: la questione non riguarda solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie che l’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 62 del 2000 riconobbe come parte del sistema nazionale di istruzione, generando una serie di contraddizioni con la Costituzione e con normative particolari, come quella sull’Ici.

La storia Ici-Chiesa comincia più di 10 anni fa, con un’altra sentenza della Cassazione che, su ricorso del Comune di L’Aquila, condannò le suore zelatrici del Sacro cuore a pagare l’imposta perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse. Nel 2005 intervennero Berlusconi e Tremonti che stabilirono l’esenzione dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo Prodi corresse il tiro con un avverbio: l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Le situazioni limite furono sanate, ma i margini restavano ampi. I Radicali presentarono diversi ricorsi all’Europa, sostenendo che le esenzioni si configuravano come illegittimi aiuti di Stato, accolti sia da Bruxelles (che nel 2012 riconobbe la violazione, ma chiuse la questione perché era impossibile quantificare le somme dovute) sia dalla Corte di giustizia di Strasburgo, che lo scorso anno censurò la Commissione proprio perché non impose il pagamento delle cifre non versate.

Si vedrà ora cosa innescheranno le sentenze della Cassazione. Sempre che non intervenga di nuovo il governo a sanare tutto. «Penso che ci sia una riflessione da fare», ha dichiarato la ministra dell’Istruzione Giannini, convinta sostenitrice del sistema di istruzione pubblico-privato. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, ciellino (e molte scuole paritarie sono targate Comunione e Liberazione), a Radio Vaticana è ancora più chiaro: «Queste scuole fanno un servizio di pubblica utilità. Certo sono gestite in maniera commerciale, ma come si fa a non mettere in pratica un’attività commerciale se bisogna pagare l’affitto, le utenze?». E anche il Parlamento – tranne Sel, M5S e qualche piddino a briglie sciolte – è critico verso i giudici del Palazzaccio e compatto perché si trovi presto una soluzione. Immarcescibile Salvini su Facebook: «Per fortuna che ci sono tante scuole private, anche religiose, che fanno quello che lo Stato non riesce a fare. Ma che la Chiesa si lamenti perché deve pagare l’Imu sugli immobili quando ogni giorno invita ad accogliere immigrati a casa degli italiani mi pare strano. Sacrifici per gli altri, esenzioni per loro».

La questione, comunque, riguarda il passato, ovvero Ici e forse Imu. Per il presente il discorso è chiuso: la Tasi – che ha sostituito le precedenti imposte – prevede l’esenzione totale per le scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (primarie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (superiori). Cifre non propriamente da studenti poveri.