Archive for the ‘scuola’ Category

Avanti, c’è posto! Il primo pensiero del neoministro dell’istruzione è per gli insegnanti di religione

23 giugno 2018

“Adista”
n. 23, 23 giugno 2018

Luca Kocci

Nuovo concorso pubblico in vista per l’assunzione di oltre quattromila insegnanti di religione cattolica nelle scuole statali. Notizie certe ancora non ce ne sono, ma pare che questa sia l’intenzione del neo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti (un tecnico in quota Lega), secondo quanto riporta l’agenzia Ansa. «È un’idea alla quale stiamo lavorando e che porteremo sicuramente avanti», si legge nel lancio dell’Ansa, che cita generiche «fonti della Lega». Prosegue il lancio: «Il concorso ordinario metterebbe in difficoltà molti dei docenti di religione che hanno un’età non più giovanissima. Noi riteniamo debba contare di più l’esperienza e che questi docenti vadano stabilizzati. Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti condivide pienamente l’idea di un concorso riservato per i docenti di religione».

L’idea di un concorso per i docenti di religione per mettere a ruolo i posti lasciati liberi dagli insegnanti andati in pensione era nell’aria già con il precedente governo. La ministra Valeria Fedeli (governo Gentiloni) sarebbe però stata intenzionata a bandire un concorso ordinario aperto a tutti i “titolari” e giudicati idonei dai propri vescovi, perché i docenti di religione vengono assunti e pagati dallo Stato, ma di fatto scelti dai vescovi che rilasciano loro l’idoneità all’insegnamento, talvolta sulla base di criteri assolutamente discrezionali. Il ministro Bussetti invece – perlomeno così assicurano le “fonti leghiste” – vorrebbe bandire un concorso riservato ai docenti precari, che in questi anni hanno lavorato come supplenti.

Del resto a parlare di un imminente concorso per gli insegnanti di religione cattolica era stata la stessa Conferenza episcopale italiana. Nel comunicato finale del Consiglio episcopale permanente di gennaio si informava che «i membri del Consiglio permanente hanno condiviso alcune considerazioni sulle caratteristiche della certificazione dell’idoneità diocesana degli insegnanti di religione cattolica, in vista di un Concorso nazionale, che nell’anno in corso dovrebbe essere svolto su base regionale e poi articolato secondo i numeri necessari in ciascuna Diocesi». L’ultimo concorso per gli insegnanti di religione cattolica risale al 2004. Allora, scaglionati in tre anni, vennero assunti oltre 15mila docenti, su un totale di circa 25mila (rispettivamente di 9.229 il primo anno, 3.077 il secondo e 3.060 il terzo). Questa volta i posti a disposizione dovrebbero essere circa 4.600. Se le indiscrezioni fossero confermate, quella dell’assunzione di nuovi insegnanti di religione sarebbe il primo atto importante del neo ministro del “governo del cambiamento”.

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Contro la scuola militarizzata: procedimento disciplinare per il prof. “obiettore”

11 giugno 2018

“Adista”
n. 21, 9 giugno 2018

Luca Kocci

Messo sotto processo dalla propria dirigente scolastica per aver obiettato pubblicamente alla militarizzazione della scuola in cui insegna.

Succede a Messina dove, nei confronti di Antonio Mazzeo, docente di Scienze motorie presso l’Istituto comprensivo “Canizzaro-Galatti” (nonché saggista e blogger da sempre impegnato sui temi della pace, della nonviolenza e del disarmo, anche Adista ha ospitato qualche suo articolo, alcuni proprio sulla militarizzazione della scuola: v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17), la dirigente scolastica, Giovanna Egle Candida Cacciolla, ha avviato un procedimento disciplinare per «mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici».

I fatti li racconta lo stesso Mazzeo, nella lettera (pubblica) alla dirigente – datata 14 aprile – che ha determinato l’avvio del procedimento. «Apprendo oggi dalla stampa – scrive il docente – che il 17 aprile, nel cortile del nostro Istituto, si terrà un evento legato al progetto denominato “Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore”  per “promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale” e in cui si prevede che “militari e studenti insieme condivideranno l’atto solenne della cerimonia dell’alzabandiera intonando il “Canto degli Italiani” alla presenza della banda della Brigata “Aosta””. Ritengo questa iniziativa gravissima e in palese contrasto con i valori didattici-educativi della nostra istituzione scolastica e soprattutto non mi risulta che mai negli organi collegiali o nel Piano dell’offerta formativa si sia fatto alcun accenno al progetto e che ci sia alcuna delibera di adesione al medesimo». Quindi, prosegue Mazzeo, «esprimo il mio totale dissenso per questo pseudo-progetto “Militari-studenti”» e «comunico che non accetterò di parteciparvi personalmente né di accompagnare le mie classi durante le mie ore di servizio».

Pochi giorni dopo Mazzeo torna sull’argomento, con un articolo pubblicato sul portale Stampalibera.it. «L’obiettivo generale del “progetto”, come si legge nel comunicato della Brigata “Aosta” – scrive il docente – è quello di “promuovere tra i giovani l’identità nazionale” e “ricordare quegli uomini nati tra il 1874 e il 1899 che tra gli angusti spazi delle trincee e le imponenti cime dei monti contribuirono in maniera decisiva all’unità nazionale, sacrificandosi con generosità e coraggio”. Una doppia mistificazione storico-sociale, quella dell’Esercito e di quei dirigenti scolastici che in violazione del dettato costituzionale e con ordini di servizio palesemente illegittimi hanno imposto le attività musico-militare ai propri docenti e alunni. La prima guerra mondiale fu un’immane carneficina (“un’inutile strage” la definì papa Benedetto XV nella sua lettera ai Capi di stato belligeranti l’1 agosto 1917) e decine di migliaia di giovanissimi soldati italiani furono mandati e (poi vigliaccamente abbandonati) al massacro da inetti e corrotti ufficiali e comandanti dell’Esercito, in una delle pagine più nere della storia post-unitaria d’Italia. Inverosimile e scandaloso parlare poi parlare di “identità nazionale” nelle scuole italiane dove a ormai uno studente su cinque (i figli di migranti ma nati e cresciuti in Italia) è stata negata dal Parlamento l’acquisizione della cittadinanza (e dei diritti che ne derivano) con lo ius soli. Per noi che operiamo ininterrottamente da 34 anni in questo istituto è stata sicuramente una delle giornate più tristi e dolorose della nostra carriera di insegnanti ed educatori pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti. Fortunatamente cresce però tra gli insegnanti, gli studenti e i genitori la consapevolezza sul dilagante processo di militarizzazione dell’educazione e del sapere nel nostro paese e i suoi diversissimi pericoli sociali, politici, economici, culturali. E siamo orgogliosi di rivendicare il nostro diritto-dovere all’obiezione e al rifiuto di questi vergognosi spettacoli di manipolazione della verità e delle coscienze».

Una presa di posizione che non va giù alla dirigente scolastica, evidentemente insofferente al diritto di critica e alla libertà di pensiero dei propri docenti, la quale decide di avviare un procedimento disciplinare nei confronti del docente (le cui conseguenze potrebbero andare da una formale «censura» fino ad una sospensione dal servizio). Mazzeo, secondo la tesi della dirigente, con i suoi articoli si sarebbe macchiato di «esternazioni in pubblico riguardanti l’istituzione scolastica e la figura dirigenziale che non possono essere ricondotte ad una legittima critica dell’operato del datore di lavoro, e ciò sia per la loro offensività e per i termini utilizzati con potenziale gravissimo pregiudizio per l’istituto scolastico stesso». «Si tratta – prosegue la contorta prosa della dirigente – di inadempienze plateali, gravi e lesive di obblighi basilari posti dalla legge alla base del rapporto di lavoro e della correlata fiducia tra le parti». È vero che c’è la Costituzione (articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), è costretta ad ammettere la dirigente. La quale però poi asserisce che «tale libertà non è assoluta», perché il dipendente pubblico ha l’obbligo di «non assumere comportamenti che possono nuocere all’immagine dell’Amministrazione e di astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’Amministrazione stessa». Quindi, sostiene Cacciolla, le affermazioni di Mazzeo – che però non si capisce dove e come avrebbe «offeso» l’amministrazione scolastica – assumono «valore altamente offensivo e diffamatorio della sfera professionale dell’istituzione scolastica e dei suoi organi collegiali, sicuramente esorbitanti dai limiti della libera manifestazione del pensiero» e il suo comportamento «costituisce grave mancanza ai propri doveri di servizio». Insomma vietato parlare, vietato scrivere e forse anche vietato pensare.

Il “processo” si svolgerà il prossimo 11 giugno. Frattanto, dice Mazzeo, «continuerò a battermi in ogni modo al processo di aziendalizzazione, privatizzazione e militarizzazione della scuola, nel pieno rispetto dei principi costituzionali. Continuerò ad oppormi, ad obiettare e disertare, qualsivoglia attività di “relazione” tra forze armate e studenti, a difesa delle sacrosante prerogative didattico-pedagogiche che spettano solo agli insegnati e agli educatori. Continuerò a sostenere ed argomentare in tutte le sedi che ogni attività o programma che vede “cooptare” i minori in ambito bellico-militare rappresenta una grave violazione dell’articolo 38 della Convenzione internazionale a difesa e protezione dei diritti del fanciullo».

I Cobas hanno espresso «totale solidarietà» ad Antonio Mazzeo (oltre alla assistenza legale, qualora la dirigente scolastica decidesse di portare avanti il processo alla libertà di pensiero e al diritto di critica). Sul portale Change.org una petizione in difesa del docente ha ottenuto, fino ad ora, quasi 1.300 firme. E già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare  l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare »; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».

L’ossessione leghista per i crocefissi. La crociata di un sindaco del padovano

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Nelle aule scolastiche manca il crocefisso. Ci pensa il sindaco: corre da un artigiano locale, li fa scolpire e si precipita nella scuola ad inchiodarli alle pareti.

Succede a Brugine, piccolo paese in provincia di Padova. Il sindaco leghista, Michele Giraldo, nei giorni immediatamente precedenti a Pasqua, si reca in visita nelle tre scuole elementari e medie del proprio comune per fare gli auguri ad alunni ed insegnanti e scopre che diciassette aule sono prive di crocefisso.

«Non accetto che nelle scuole del mio territorio vi siano aule senza crocefisso», sbotta. E passa immediatamente all’azione. Contatta un falegname del paese e gli commissiona i diciassette crocefissi mancanti, che il diligente artigiano realizza in brevissimo tempo. Dopodiché il primo cittadino di Brugine torna nelle scuole e affida i crocefissi ai dirigenti scolastici, che prontamente li inchiodano alle pareti delle aule orfane del simbolo religioso cattolico, che una legge fascista impone siano esposti nelle scuole (anche se, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale, sarebbe stata superata dalla revisione del Concordato del 1984, (v. Adista Notizie n. 1/05).

«Mi è sembrato un gesto doveroso», il commento soddisfatto del sindaco Giraldo. «I valori cristiani vanno a prescindere dal pensiero politico di ognuno di noi. Chi non rispetta determinati simboli deve adeguarsi se desidera essere un nostro concittadino», puntualizza il sindaco leghista che, con la difesa del crocefisso nelle scuole del proprio comune, rilancia una delle battaglie storiche della Lega, perlomeno da quando ha abiurato il dio Po e si è convertita ad un cattolicesimo religione civile e identitaria che le consente di teorizzare da una parte l’affondamento dei barconi degli immigrati in fuga da guerra, fame e povertà che attraversano il Mediterraneo e dall’altra la difesa del crocefisso e l’ostentazione della corona del Rosario al termine del comizio in piazza Duomo a Milano del proprio leader, Matteo Salvini, al termine della campagna elettorale.

Come del resto dimostra una proposta di legge presentata dalla Lega nella scorsa legislatura (v. Adista Notizie n. 31/16), che ribadisce l’obbligo di affissione della croce nelle aule scolastiche e prevede forti sanzioni pecuniarie per chi non ottempera a tale obbligo. «Il crocefisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata nel 2016 da nove deputati e deputate leghisti. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.

Piccoli cacciatori crescono. ammaestrati a scuola

14 aprile 2018

“Adista”
n. 13, 14 aprile 2018

Luca Kocci

Cacciatori in classe per spiegare ai bambini quanto sia bello, giusto ed utile sparare ai cinghiali e agli altri animali del bosco. Succede nelle scuole elementari di Marcheno e Gardone Val Trompia (Bs) – sede della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, la principale produttrice italiana di armi leggere – dove da diverse settimane le maestre e i maestri lasciano il posto ai cacciatori che salgono in cattedra e tengono lezioni di caccia ai bambini di 6-10 anni.

C’è anche un sussidio didattico ad hoc: un libro illustrato di favole, Il cacciatore in favola (a cura di Luca Gottardi e Patrizia Filippi, Greentime), che intende esaltare la figura del cacciatore. «Cappuccetto Rosso e Biancaneve – si legge nella prefazione – sono favole che milioni di bimbi, anche cresciuti, conoscono a memoria. Sono storie speciali tuttavia. Queste fiabe sono legate a doppio filo con questo lavoro. Cappuccetto Rosso e Biancaneve raccontano di un cacciatore nobile e buono che salva una bimba e la sua cara nonnina da un lupo cattivo e che sceglie di imbrogliare una matrigna cattiva rubando il cuore di un cerbiatto per salvare la vita ad una indifesa fanciulla tanto buona». Ma oltre alla visione favolistica del cacciatore-eroe senza macchia e senza paura, c’è anche il tentativo di trasformarlo in una sorta di custode e difensore della natura. «La natura è come un cerchio che gira senza sosta – si legge ancora –. Il cacciatore sta nel cerchio con il suo cane accanto e gira dietro alla preda sin da quando è nato il mondo e l’uomo. Perché il cerchio non diventi troppo pesante e si spezzi dal lato della preda, che è diventata troppo numerosa, l’uomo caccia, ma ricorda che tutto deve continuare a ruotare e questo l’uomo lo sa. Ci sono delle regole che devono sempre essere rispettate e un cacciatore le rispetta perché altrimenti il cerchio si spezzerà».

«L’obiettivo è fare conoscere ai bimbi la realtà – spiega Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, promotore dell’iniziativa –. Ovviamente non portiamo in classe le armi. Il cacciatore crea dei giardini in montagna, pulisce sentieri e fossi, tiene in ordine i boschi. È una figura positiva. I bimbi ci seguono con curiosità e le mamme ci ringraziano perché valorizziamo la tradizione. E ci hanno già chiamato dalle scuole di Sarezzo, Polaveno, Lodrino. Non siamo né vecchi, né imbecilli. Cacciamo, è vero, ma facciamo prelievi di fauna controllati. E ci occupiamo del contenimento dei cinghiali, la cui espansione è un problema. Gli animalisti siamo noi, non chi gira sotto i portici con il cane al guinzaglio e il cappottino».

Non la pensano così le associazioni in difesa degli animali (fra le altre Lac, Lipu, Lav) e l’Associazione vittime della caccia che hanno scritto all’Ufficio scolastico provinciale e alle scuole coinvolte per chiedere di interrompere l’iniziativa a causa dei «contenuti fortemente diseducativi» ricevendo però un «no» senza appello: le «attività didattiche» fanno parte «a pieno titolo del Piano triennale dell’offerta formativa», ha risposto Stefano Retali, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Gardone. E una petizione chiede al ministro della Pubblica Istruzione e agli assessori regionali e provinciali alla caccia di «non autorizzare né promuovere incontri sul tema della caccia nelle scuole. Qualsiasi alone di “nobiltà” possa venire assegnato a questa pratica è solo un’iniziativa ipocrita. Perché gli interlocutori sono menti plasmabili e l’inganno è dietro l’angolo: bambini e ragazzi minorenni ai quali si raccontano “fiabe” dove i fucili non fanno male ma sono elementi culturali e consentono svago e divertimento!». La petizione, lanciata pochi giorni fa sul portale Change.org, ha raggiunto oltre 130mila firme.

Del resto quello fra scuola e armi è un matrimonio che dura ormai da diversi anni, soprattutto per iniziativa delle Forze armate che, oltre al tradizionale “orientamento” sulle opportunità professionali offerte da Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri – ovvero la propaganda a favore dell’arruolamento – organizza una serie di attività varie, da pseudo-lezioni di storia sulla Prima Guerra mondiale (soprattutto nel triennio del centenario della grande guerra 1915-1918) a training militari (v. Adista Notizie nn. 1/05, 79/08, 59 e 75/10, 19/11; Adista Segni Nuovi n. 11/16).

È per questo che già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuola smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare  l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare »; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la Prima Guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».

Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Libro e moschetto. A Vicenza liceali in caserma per l’alternanza scuola-lavoro

5 giugno 2017

“Adista”
n. 21, 3 giugno 2017

Luca Kocci

Dai banchi del liceo alla caserma “Ederle” delle Forze armate Usa. Si è svolta così l’alternanza scuola-lavoro per cinque studentesse e uno studente del liceo scientifico “Giovanni Battista Quadri” di Vicenza.

L’alternanza scuola-lavoro è una delle novità della legge 107/2015 – la cosiddetta “Buona scuola”, ideata dal governo Renzi –, e al liceo “Quadri” hanno pensato di far svolgere a sei studenti del quarto anno le ottanta ore di tirocinio gomito a gomito con i militari statunitensi della 173ma Brigata aviotrasportata di stanza alla “Ederle”, da cui partirono la maggior parte degli attacchi verso Afghanistan e Iraq degli anni 2000, oggi sede del comando Usa per le truppe di terra per l’Africa (Africom).

Gli studenti non hanno indossato la mimetica e non si sono esercitati nelle tecniche di guerra, ma hanno lavorato nella biblioteca della base, nell’ufficio postale interno e hanno collaborato alle attività ricreative per i soldati Usa, trascorrendo tuttavia due settimane in caserma, fino allo scorso 20 maggio. «L’iniziativa – spiegano dalla “Ederle” – si inserisce in un percorso di dialogo tra il mondo della scuola e gli enti territoriali, tra italiani e americani, per un’esperienza lavorativa contestualizzata alla realtà dell’installazione militare».

Il sito web del liceo spiega che l’alternanza scuola-lavoro (la normativa prevede che gli alunni del triennio dei licei svolgano obbligatoriamente in tutto 200 ore di alternanza scuola-lavoro, addirittura 400 gli allievi degli istituti tecnici e professionali) «ha lo scopo di realizzare un collegamento stabile tra istituzioni scolastiche, mondo del lavoro e società civile; migliorare la conoscenza del territorio sociale ed economico in cui si vive; arricchire la formazione scolastica con competenze spendibili anche nel mercato del lavoro; valorizzare le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali. L’alternanza scuola-lavoro diventa uno strumento strategico per migliorare la conoscenza del territorio dal punto di vista economico, sociale e politico, e per operare una stretta collaborazione con le aziende, le associazioni di categoria, le amministrazioni locali, il terzo settore».

Il dirigente scolastico del liceo “Quadri” è soddisfatto e prevede che il tirocinio alla caserma “Ederle” diventerà un appuntamento fisso per gli studenti del suo istituto. Ma cosa c’entri lo stage in una struttura militare delle Forze armate Usa utilizzata per la guerra – anche se da qualche anno si chiamano missioni di pace – con le attività formative di una scuola di una Repubblica che nella propria Costituzione afferma solennemente di «ripudiare la guerra» è difficile da capire.

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Asili nido: a Roma, la giunta Raggi taglia 50 educatrici per assumere insegnanti di religione

11 maggio 2017

“Adista”
n. 18, 13 maggio 2017

Luca Kocci

Meno educatrici per gli asili nido di Roma, più insegnanti di religione cattolica per scuole dell’infanzia della capitale. Lo stabilisce una delibera (la n. 53 del 7 aprile, scovata da Ylenia Sina di RomaToday) da poco approvata dalla giunta capitolina “5 stelle” guidata dalla sindaca Virginia Raggi che prevede il taglio dalla pianta organica dei nidi comunali di cinquanta educatrici e l’assunzione di altrettanti insegnanti di religione cattolica nelle scuola dell’infanzia, dove religione è disciplina curricolare benché facoltativa (come del resto nelle scuole di ordine e grado).

La giunta capitolina – si legge nel testo approvato dal governo pentastellato di Roma Capitale – delibera di istituire «il profilo professionale di Insegnante della religione cattolica», «di determinare la dotazione organica teorica ottimale prevista per il suddetto profilo professionale in 50 unità di personale e di procedere conseguentemente, al fine di assicurare l’invarianza del costo teorico complessivo dell’apparato professionale non dirigente di Roma Capitale, alla corrispondente riduzione della dotazione organica (…) per il profilo professionale di “Educatore di asilo nido».

Quindi si assumono in ruolo e a tempo indeterminato cinquanta docenti di religione cattolica – non che prima non ci fossero, semplicemente venivano impiegati con contratti a tempo determinato di un anno, in base al numero degli alunni che sceglievano di avvalersi dell’insegnamento di religione cattolica – ma si tagliano cinquanta educatrici degli asili nido, per non far andare i costi fuori controllo. In un organico, quello degli educatori, a cui già mancano più di 400 unità: dovrebbero essere 3.050, ce ne sono appena 2.646, con una carenza, quindi, di 404 addetti.

«La sempre più frequente indisponibilità di detto personale ad accettare gli incarichi in questione, ha determinato negli ultimi anni ritardi nel conferimento degli incarichi di supplenza e il ricorso sempre più consistente alla stipula di contratti a termine, con reiterazione degli stessi nei confronti dei medesimi lavoratori anche oltre i 36 mesi che costituiscono il limite di durata massima consentita dalle direttive europee in materia di rapporti di lavoro a tempo determinato», si legge nella delibera. Per cui l’assessora alle Politiche sociali e alla scuola, Laura Baldassarre, può affermare in una nota: «Poniamo fine così a una situazione di irregolarità che Roma Capitale si trascina da anni e che ha causato diversi contenziosi».

Ovviamente, anche per gli insegnanti di religione degli asili nido comunali valgono le regole concordatarie in vigore per tutti gli altri docenti di religione delle scuole statali: retribuiti dall’amministrazione comunale, ma di fatto assunti dal vescovo, il quale deve concedere loro l’idoneità che può revocargli in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo: il sopraggiungere di un divorzio o di una separazione, la scoperta di una convivenza e dell’omosessualità. E l’assessora lo sa bene: «Poiché requisito imprescindibile per l’accesso al profilo professionale di Insegnante della religione cattolica è il riconoscimento, da parte della competente Autorità acclesiastica, dell’idoneità all’insegnamento della religione cattolica – precisa nella nota –, la delibera stabilisce che l’eventuale revoca dell’idoneità costituisca causa di recesso dal contratto di lavoro».

«Gravissima la decisione della Giunta Raggi di tagliare sugli asili nido per assumere insegnanti di religione. Una scelta retriva, degna del peggior conservatorismo che va in una direzione precisa: quella di divaricare le diseguaglianze sociali e di sottrarre risorse al futuro», si legge in una nota di Sinistra Italiana firmata da Claudia Pratelli (segreteria nazionale) e Susanna Crostella (segreteria romana). «Sono proprio i bambini nati nelle famiglie più svantaggiate a fare le spese di questa scarsa offerta e dei costi alti delle rette. Fin dai primi mesi di vita, insomma, i bimbi del nostro Paese sono selezionati per classe e la sindaca Raggi si fa alfiere di questa ingiustizia con un capolavoro di conservatorismo: non solo vengono sottratte opportunità ai bambini romani e posti stabili ai precari storici degli asili nido, ma tutto questo avviene per assumere insegnanti scelti dal vescovo. Ancora una volta emerge la non laicità dello Stato e in questa occasione a scapito di un servizio che riveste un’importanza basilare per il benessere in quella fascia di età: un nido di qualità, con personale rispondente agli standard previsti e con provata professionalità  rappresenta una garanzia di crescita armoniosa del bambino».

La decisione del Campidoglio, scrive in una nota Roberto Betti, del Sindacato generale di base, «riduce ancora di più i posti in organico che potevano dare una possibilità di stabilizzazione alle centinaia di precarie, storiche e meno, che rischiano di essere definitivamente cacciate dal posto di lavoro. Sembra proprio che la giunta Raggi insegua il Vaticano con grande senso di realpolitik. Neanche Rutelli osó tanto. Nei prossimi giorni partiremo con una serie di assemblee in tutti i municipi e con una petizione cittadina, affinché la giunta riveda la sua posizione a questo riguardo: nessun taglio agli organici di nidi e scuole e nessuna corsia preferenziale per le insegnanti di religione cattolica. Su questo siamo decisi a tenere il punto».

Don Lorenzo Milani. La battaglia quotidiana per una scuola “non di classe”

11 gennaio 2017

“il manifesto”
11 gennaio 2017

Luca Kocci

Cinquanta anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Di origine ebraica, appartenente ad una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, a vent’anni si convertì al cattolicesimo, diventò prete, si sforzò di vivere il Vangelo in modo radicale accanto ai giovani operai di Calenzano e ai giovanissimi montanari del Mugello, scontrandosi con i poteri politici, militari e clericali dell’Italia democristiana e conformista degli anni ’50-‘60, legò la sua vita e la sua azione pastorale alle lotte civili per una scuola democratica e non di classe e per l’obiezione di coscienza al militarismo, fu autore di testi dirompenti come la Lettera ai cappellani militari e, insieme ai ragazzi e alle ragazze della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa.

In questo 2017, cinquantesimo anniversario della morte, a don Milani saranno dedicati convegni e libri, alcuni già usciti nelle scorse settimane, altri in calendario nei prossimi mesi. A cominciare dal volume dei Meridiani Mondadori – in primavera – che raccoglierà per la prima volta l’opera omnia di don Milani (a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Federico Ruozzi e Sergio Tanzarella, diretta da Alberto Melloni): Esperienze pastorali (il libro fatto ritirare dal commercio dal Sant’Uffizio nel 1958 e solo recentemente “riabilitato”), le Lettere ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa, gli articoli per giornali e riviste, l’epistolario (anche se molte lettere private sono ancora inaccessibili). «Abbiamo iniziato il lavoro sette anni fa – spiega Tanzarella – con l’intento di raccogliere in un’opera sola tutti gli scritti di Milani e di restituirgli una quanto più possibile aderenza agli originali. Grazie ad appelli pubblici e ricerche di archivio sono state recuperate oltre cento lettere inedite e molte altre sono state restaurate nella versione originale, senza i tagli arbitrari cui erano state sottoposte nel tempo».

Lo stesso Tanzarella, in primavera, darà alle stampe La parrhesia di don Lorenzo Milani. Maestro di vita e di coscienze critiche (Il pozzo di Giacobbe): un profilo del priore di Barbiana a partire dalla sua scelta di parlare con parrhesia, ovvero con franchezza e libertà, senza calcoli e diplomazie clericali («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato postumo dall’Espresso, “Un muro di foglio e di incenso”).

Altri due libri invece sono già usciti a fine 2016.

Il primo è una biografia di don Milani, scritta da Michele Gesualdi, Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana (San Paolo, pp. 256, euro 16), un titolo che spazza via l’ultimo tentativo revisionista dell’arcivescovo di Firenze, card. Betori, il quale, impegnato da tempo a trasmettere un’immagine pacifica e “normalizzata” di don Milani, recentemente ha dichiarato che quello di Barbiana – piccolo borgo di montagna del Mugello dove Milani fu spedito nel 1954 per motivi politici: non era ciecamente allineato alle direttive pro Democrazia Cristiana della Curia di Firenze – non fu esilio ma «una destinazione normale» per un prete giovane. Quella di Gesualdi è una biografia atipica: non ha il rigore di altre, ma è un racconto dall’interno di uno dei primi ragazzi di Barbiana, quello che è stato a più stretto contatto con don Milani e che ha vissuto con lui per oltre dieci anni.

L’altro, di Mario Lancisi, è dedicato al processo per l’obiezione di coscienza al servizio militare – di cui vengono ricostruite le fasi e il clima politico-sociale che vedeva diffondersi anche in Italia un movimento antimilitarista –, scaturito dalla Lettera ai cappellani militari (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, pp. 158, euro 16). Dopo un comunicato di alcuni cappellani militari toscani che avevano definito l’obiezione di coscienza alla naja «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà», don Milani rispose con una lettera pubblicata da Rinascita, settimanale del Pci (i giornali cattolici la ignorarono). Denunciato per incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare, processato (in aula non andò – era malato di linfoma di Hodgkin – ma inviò una memoria difensiva, la Lettera ai giudici, destinata anch’essa a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, anzi dell’obbedienza non ad un’autorità ma alla propria coscienza), sarà prima assolto e poi condannato (come Luca Pavolini, direttore di Rinascita), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era appena morto.

Scuola: dall’ora di religione targata Cei, all’ora delle religioni gestita dallo Stato

29 ottobre 2016

“Adista”
n. 37, 29 ottobre 2016

Luca Kocci

Eliminare l’insegnamento della religione cattolica (Irc) appaltato alla Conferenza episcopale italiana e introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado un insegnamento obbligatorio inerente il fenomeno religioso a totale gestione statale. È l’invito che giunge dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo di San Gimignano (Si), animato da Arnaldo Nesti, che da oltre venti anni promuove la International Summer school on religions.

Durante la XXIII Summer school di quest’anno (24-28 agosto), dedicata al tema “Violenza e religioni”, è stato avviato il confronto su un documento che verrà successivamente trasformato in un appello pubblico (la Carta di San Gimignano)

È alla scuola pubblica che compete «il ruolo di “alfabetizzare” la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa», si legge nell’appello che verrà lanciato ufficialmente il prossimo 15 novembre.  Un compito che al momento la scuola italiana non assolve: infatti «la gestione di una parziale “istruzione religiosa” resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative», ovvero dal Concordato e dalle sue modifiche. Pertanto «non è più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia». Una normativa che determina «limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia Irc e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti» e «che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso», come dimostrato, per esempio, dall’ultimo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia (Il Mulino, 2014) curato da Alberto Melloni (v. Adista Notizie n. 18/14).

Che fare quindi? Riaprire subito un tavolo ministero dell’Istruzione–Cei innanzitutto per «sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa”, la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata,  nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale». E poi «istituire, prescindendo da logiche pattizie con la Chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi, il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti».

Un insegnamento a diretta ed esclusiva gestione statale che, in un percorso legislativo-amministrativo che dovrà necessariamente essere graduale, gli estensori della Carta di San Gimignano immaginano articolarsi in due tappe: prima «una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale», poi «una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale». Quindi no un’ora di religione cattolica facoltativa controllata dalla Cei, sì ad un’ora delle religioni – o meglio ad un’ora del religioso – obbligatoria e affidata a docenti dello Stato, senza bisogno di placet episcopali.

Preliminare alla realizzazione di questo progetto, due precondizioni: la «riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole Chiese, ma una necessità della società civile» (anche per formare, in questo modo, i docenti di “ora delle religioni”); l’approvazione di «una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e filosofiche nello spazio pubblico della scuola».