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Bilanci vaticani: qualche reticenza e qualche opacità

17 marzo 2017

“Adista”
n. 11, 18 marzo 2017

Luca Kocci

Più che i conti, in rosso per la Santa sede e in attivo per la Città del Vaticano, la vera notizia che emerge dallo scarno comunicato con cui la Segreteria per l’economia guidata dal cardinale australiano George Pell lo scorso 4 marzo ha reso noti i bilanci consuntivi del Vaticano relativi al 2015 è che la revisione contabile dei dicasteri nonché la tanto annunciata trasparenza finanziaria è ancora ben lontana dall’essere realizzata. Infatti nonostante il considerevole ritardo (di circa otto mesi) con cui i bilanci sono stati divulgati – che faceva presagire un lavoro dettagliato e particolareggiato –, le informazioni sono più lacunose del solito: mancano completamente le voci relative a entrate e uscite generali, sono riportati solo alcune cifre e soprattutto si segnala che il rendiconto «non è stato sottoposto a revisione contabile», elemento che avrebbe dovuto essere il punto qualificante del nuovo corso finanziario dettato da papa Francesco.

«La Santa sede ha registrato, nel 2015, un disavanzo di euro 12,4 milioni», spiega la nota della Segreteria per l’economia, con una perdita dimezzata rispetto al 2014 (-25 milioni) e al 2013 (-24 milioni). Invece «il Governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni», leggermente inferiore rispetto al 2014, quanto l’asticella toccò quota +63 milioni. Quindi considerando unitariamente i risultati dei due bilanci – che sono le due gambe di un unico corpo –, il Vaticano chiude il 2015 con un cospicuo attivo di 47,5 milioni di euro (nel 2014 fu di 38 milioni). Se a questa cifra poi venissero aggiunti anche i risultati positivi dello Ior (ente autonomo, con una contabilità separata), che nel 2015 ha fatto segnare un utile netto di 16 milioni, e i proventi dell’Obolo di san Pietro (le offerte al papa «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo) – non si conoscono le somme raccolte nel 2015, l’ultimo dato disponibile è relativo al 2013, quando furono raccolti 78 milioni di dollari (57 milioni di euro) – il risultato finale sarebbe ancora più roseo.

Per quanto riguarda la Santa sede (ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale), il comunicato della Segreteria per l’economia precisa che «le principali voci di entrata per il 2015, in aggiunta ai rendimenti degli investimenti, si riferiscono ai contributi relativi al Canone 1271 del Codice di diritto canonico (euro 24 milioni, i contributi obbligatori delle diocesi di tutto il modo, ndr) ed ai contributi dall’Istituto per le opere di religione (euro 50 milioni). Come negli anni precedenti, la voce di spesa più significativa della Santa Sede si riferisce al costo del personale». La nota non lo specifica, ma chiudono in rosso anche i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio).

Invece, aggiunge il comunicato della Segreteria per l’economia, «il governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni, principalmente dovuto alle ricorrenti entrate derivanti dalle attività culturali, in particolar modo quelle collegate ai Musei». Ma anche ad investimenti, di cui non viene specificata né natura né entità

Dopo le cifre, la Segreteria per l’economia spiega che «il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta la prima informativa finanziaria predisposta in conformità con le Politiche vaticane di financial management (Vfmp), approvate da papa Francesco il 24 ottobre 2014, che si basano sui Principi contabili internazionali per il settore pubblico (Ipsas)». Ma le procedure sono ancora in alto mare, come viene detto, con linguaggio felpato: «La Segreteria per l’economia ha informato il Consiglio per l’economia che il percorso verso la piena applicazione delle Vfmp è saldamente in corso ed ha evidenziato che sarà, tuttavia, necessario qualche anno per il completamento di questo processo e per l’attuazione di una revisione contabile completa. Il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta un passo importante sia per le riforme economiche che per il percorso di adozione delle nuove politiche, le quali stanno ben procedendo. Il Consiglio per l’economia ha preso quindi atto del Rendiconto annuale consolidato 2015 che, in questo periodo di transizione, non è stato sottoposto a revisione contabile».

«La sensazione generale è che la montagna, per ora, abbia partorito il topolino», spiega su Vatican Insider Francesco Peloso, giornalista esperto di finanza vaticana (che nel 2015 ha pubblicato un documentato libro sullo Ior, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, v. Adista Notizie n. 32/15). «Ma c’è una spiegazione – prosegue Peloso –. La realtà è che far confluire in un sistema omogeneo e coerente, tutti i numerosi enti e dicasteri vaticani, è un compito più impegnativo di quanto non fosse stato previsto all’inizio. Si sta ancora lavorando, per esempio, sui principi contabili da applicare ai vari dicasteri e uffici della Curia, mentre gli organismi che più direttamente si occupano della gestione finanziaria sono già avviati su un percorso di riforma e di trasparenza. Un lavoro lungo, anche perché sconta le difficoltà derivanti da cambiamenti di abitudini, dalla necessità di rimuovere consuetudini ormai non più compatibili con i tempi e di coordinare numerose e diverse strutture».

Lavori in corso, quindi, ma per il completamento dell’opera – se verrà completata – ci vorrà ancora molto tempo

Locri: già devastato dai clan l’ostello confiscato alla ‘ndrangheta. Ma Goel va avanti, con il sostegno del vescovo

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci

Nonostante quello che sembra essere stato l’ultimo velenoso colpo di coda delle cosche, l’ostello “Locride” – nato in un immobile confiscato ad un clan di ‘ndrangheta – è stato consegnato, lo scorso 20 febbraio al consorzio sociale Goel, che lo gestirà nell’ambito di un progetto di turismo responsabile tramite una cooperativa del gruppo (v. Adista Notizie n. 6/17).

Non era affatto scontato che la consegna avvenisse, perché l’ostello, pochi giorni dopo essere stato formalmente assegnato al Goel – vincitore di una gara pubblica indetta dal Comune di Locri guidato dal sindaco Giovanni Calabrese – era stato devastato dai clan, che non tollerano che quello che era un proprio bene venga restituito alla società.

Il danneggiamento e il furto ai danni dell’ostello sorto in un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) sono avvenuti nella notte fra l’11 e il 12 febbraio. Nella mattinata di domenica è stata segnalata una ingente fuoriuscita di acqua dai locali e sono state avvisate le autorità competenti. Ignoti erano entrati nei locali caldaie della struttura, avevano divelto la porta, distrutta la telecamera di videosorveglianza, sottratte tre caldaie ed il gruppo di pressurizzazione, provocando danni per almeno ventimila euro.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata nell’aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan, come infatti pare essersi verificato. Al secondo avviso pubblico, nell’ottobre 2016, che riproponeva agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si sono presentati due soggetti, e l’immobile è stato assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale per restituire valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

«Questo è il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel, «Non avevamo partecipato alla prima gara, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini». E nonostante l’atto vandalico-intimidatorio (l’ennesimo subito dalle cooperative del gruppo, (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15) intendono andare avanti: «Tutta la comunità di Goel – prosegue Linarello – è fermamente decisa ad andare avanti e a non indietreggiare minimamente. Anzi, questo atto criminale ci motiva a prodigarci per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e avviare prima possibile l’attività dell’ostello che abbiamo voluto chiamare “Locride” perché rappresenta un simbòlo. La ‘ndrangheta fa alla Locride ciò che gli autori di questo atto criminale hanno fatto a questo ostello: distrugge e ostacola ogni possibilità di lavoro per la gente e di sviluppo per il territorio. Goel, invece, sta al fianco della gente, creando ogni giorno, dal nulla, speranza e lavoro».

La consegna dell’ostello al Goel sembra il primo passo, «un segno delle positività che ci sono nella nostra terra», ha commentato mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, presente alla cerimonia di consegna. «Questo è un segno di speranza, attraverso di esso vediamo il volto bello della Calabria, è un segno di riscatto per la nostra terra», «dobbiamo guardarci dall’isolazionismo, dal non aprirci all’altro, occorre una maggiore attenzione a quello che accade intorno a noi e crediamo che questo sia imprescindibile per una crescita della nostra città. È necessaria una maggiore attenzione al bene comune e ai beni che sono di tutti».

Per mons. Galantino i bilanci delle diocesi sono tutti pubblici. Ma è davvero così?

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Le istituzioni ecclesiastiche comunicano con chiarezza e trasparenza in che modo amministrano il proprio patrimonio? Oppure tutto ciò che riguarda soldi e beni immobili della Chiesa è avvolto dalla nebbia, più o meno fitta? A fidarsi ciecamente delle parole di mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale, il dubbio non sussiste: «I bilanci delle diocesi sono tutti pubblici». Ma andando a verificare, si scopre che non è proprio così.

Partiamo dall’inizio. Alla fine di ottobre 2016, la diocesi di Padova pubblica sul sito internet della Chiesa patavina e sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi (v. Adista Notizie n. 40/16). Negli anni, spiegavano dalla diocesi, è maturata la convinzione che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto», «perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche». Il bilancio che rendiamo pubblico, aggiungeva don Gabriele Pipinato, vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale». E il vescovo, mons. Claudio Cipolla: «Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», «se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

Sulla base di questa notizia, a metà gennaio il movimento Noi Siamo Chiesa scrive una lettera che viene inviata a tutti i vescovi riuniti a Roma dal 23 al 25 gennaio per il Consiglio episcopale permanente (v. Adista Notizie n. 5/17) in cui avanza anche questa proposta: «L’esempio della diocesi di Padova pensiamo debba essere seguito dalle altre diocesi senza tergiversazioni. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come vera e propria  “proprietà”  (e  responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e valutate in ogni loro aspetto buono o meno buono. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno ora sulla gestione delle risorse sono così scarse (o inesistenti) che impediscono di fatto che il messaggio di papa Francesco possa farsi fatto concreto e comunitario, salvo iniziative meritorie ma specifiche e locali di qualche realtà di buona volontà. Una decisione nella direzione che auspichiamo, proposta e imposta a ogni diocesi, darebbe credibilità alla Chiesa  verso l’esterno ma anche nei confronti del  popolo cristiano molto sensibile su queste questioni, disposto a discutere e a dare e a fare la sua parte».

Alla conferenza stampa conclusiva del Consiglio episcopale permanente, Adista rivolge una domanda a mons. Galantino, chiedendogli se i vescovi hanno discusso della proposta di Noi Siamo Chiesa e in ogni caso cosa ne pensa il segretario generale della Cei. «Io non ho ricevuto nessuna lettera», esordisce mons. Galantino, che poi aggiunge «Non ne abbiamo parlato perché i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani. Ciascuno di voi, anche in questo momento, può controllare con il proprio tablet o con il proprio smartphone. Padova ha fatto quello che fanno anche le altre diocesi».

Nei giorni successivi facciamo una serie di verifiche su dieci grandi diocesi italiane (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari), e in nessun sito internet diocesano troviamo i bilanci delle diocesi. Per essere sicuri di non aver cercato male, rivolgiamo la domanda agli economati e agli uffici comunicazioni delle curie: «Sul sito internet della diocesi sono pubblicati i bilanci della diocesi?». Riceviamo una sola risposta (su dieci), da parte dell’ufficio amministrativo della Diocesi di Torino: «Come ha già potuto notare, i bilanci non sono sul sito, né quello dell’Arcidiocesi né quello delle parrocchie. Resto a disposizione e porgo cordiali saluti».

«In ogni caso se poi non li trovate, me li chiedete e ve li mando io», aveva detto alla fine della conferenza stampa mons. Galantino. I cattolici che vorranno saperne di più sanno a chi rivolgersi

Dieci milioni di euro per i cappellani militari: nel 2017 lo Stato non risparmia sull’Ordinariato

3 dicembre 2016

“Adista”
n. 42, 3 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi dieci milioni di euro per i cappellani militari. A tanto ammonta la spesa che lo Stato sosterrà il prossimo anno per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come si evince dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per l’anno 2017 e per il triennio 2017-2019. E la stessa cifra, se la legge di bilancio verrà approvata senza modifiche, è prevista anche per il 2018 e il 2019: quindi poco meno di 30 milioni di euro in tre anni.

I cappellani militari in servizio saranno complessivamente duecento (81 in forza nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. I salari dei preti con le stellette, infatti, sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono soldati a tutti gli effetti, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare: il vescovo castrense, l’ordinario militare per l’Italia (attualmente mons. Santo Marcianò), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi (124mila annui, compresa la tredicesima); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, fra i 60 e i 70mila all’anno, a seconda dell’anzianità di servizio); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro). Da decenni Pax Christi e le comunità di base ne chiedono la smilitarizzazione, ma i vescovi hanno sempre respinto la proposta, ritenendo la «militarità» una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

Nel 2015 per il mantenimento dell’Ordinariato, gli stipendi di 205 cappellani e i vari benefit, lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro (nel 2014, per 173 cappellani, 8.379.673 euro; nel 2013, per 169 cappellani, 7.680.353 euro). Rispetto al 2015, quindi, il prossimo anno ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Ma non c’è traccia di quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato nello scorso mese di giugno da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, che sarebbe stato l’esito di un tavolo di confronto fra il governo di Matteo Renzi e la Conferenza episcopale italiana proprio sui costi della diocesi castrense. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – spiegò allora mons. Frigerio all’Agi (v. Adista Notizie n. 23/16) – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione». Ma stando alla Nota integrativa allegata al bilancio 2017-2019, i cappellani in servizio saranno appunto duecento, e nove di loro occuperanno ruoli dirigenziali, con i gradi di generali e colonnelli.

E i conti complessivi sono ancora più salati. Dal bilancio, infatti, resta escluso il capitolo pensioni. Attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di ulteriori sette milioni di euro.

Diocesi trasparente. La curia di Padova pubblica il proprio bilancio economico. Lo farà anche la Cei?

18 novembre 2016

“Adista”
n. 40, 19 novembre 2016

Luca Kocci

Operazione trasparenza nella Diocesi di Padova. Lo scorso 29 ottobre, nel teatro dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano (Pd), alla presenza del vescovo mons. Claudio Cipolla e del vicario episcopale per i beni temporali della Chiesa, don Gabriele Pipinato, è stato presentato il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi.

Una novità pressoché assoluta nel panorama delle diocesi italiane e della stessa Conferenza episcopale italiana, che per prima – a parte una rendicontazione complessiva e generica relativa ai fondi dell’otto per mille – non rende pubblico il proprio bilancio. Quindi la scelta della Curia patavina – «frutto di un lungo percorso iniziato con il vescovo Antonio (Mattiazzo, il predecessore di Cipolla, n.d.r.) nella primavera del 2013 e intensificato sotto la guida del vescovo Claudio», si legge nel Rapporto, pubblicato anche sul settimanale diocesano La Difesa del popolo (6/11) – appare particolarmente significativa.

«La presentazione del bilancio – spiegano dalla diocesi – è frutto di un lavoro di tre anni in cui si è intrapreso un nuovo sistema contabile a livello locale e centrale. È cambiata la modalità di presentazione dei rendiconti delle parrocchie alla Diocesi, ma soprattutto si è attivato un lavoro di formazione e sensibilizzazione nel territorio, in particolare a livello di Consigli parrocchiali per la gestione economica – per aumentare la consapevolezza della necessità di conti sempre più rispondenti alla missione della Chiesa». È maturata la convinzione, proseguono, che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto». E soprattutto significa «mettere bene in chiaro quali sono le priorità pastorali che una comunità diocesana si è data, perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche».

Il nostro modello deve diventare Zaccheo, il pubblicano che – racconta il Vangelo di Luca (19, 1-10) –, dopo che Gesù va a casa sua, decide di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire il quadruplo a chi è stato frodato, spiega don Gabriele Pipinato, che però aggiunge: «So già che non ci sarà possibile fare come Zaccheo, so già che il prossimo anno non riusciremo a mostrare che abbiamo dato metà dei nostri beni ai poveri. Tuttavia nemmeno vogliamo rinunciare a fare qualche passo concreto». Innanzitutto sul terreno della trasparenza che, data la situazione della Chiesa italiana, non sembra piccolo. Il bilancio che rendiamo pubblico, prosegue il vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale».

Passando ai numeri del bilancio, il conto economico 2015 della Diocesi di Padova segnala uscite per 10.930.541 euro e ricavi per 10.475.934 euro, quindi con una perdita di esercizio di euro 454.607. Le uscite, in percentuale, sono così suddivise: circa il 20 per cento (poco più di due milioni di euro) per attività pastorali specifiche e di funzionamento; circa il 18 per cento (due milioni) per il personale, le consulenze professionali e i collaboratori; circa il 41 per cento (poco più di quattro milioni) per la carità, il culto e la pastorale; mentre circa il 18 per cento (due milioni) è stato accantonato, la metà per un fondo emergenze appositamente attivato. Mancano all’appello i costi per il sostentamento del clero – una voce “pesante” – perché questi arrivano direttamente dalla Cei, tramite l’Istituto per il sostentamento del clero. Invece per quanto riguarda le entrate, le voci sono queste: il 15 per cento (poco più di 1,5 milioni di euro) da attività varie; il 39 per cento da contributi Cei mediante l’otto per mille (precisamente 4.011.831 euro), tranne i soldi per il sostentamento del clero; il 13 per cento (1 milione abbondante) da contributi pubblici e privati; il 21 per cento (poco più di due milioni) da offerte e donazioni, il restante 12 per cento (poco più di un milione) da proventi straordinari.

«Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», spiega mons. Cipolla, nominato vescovo di Padova da papa Francesco nel luglio 2015. «Se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

L’esempio di trasparenza della Curia di Padova sarà imitato dalle altre diocesi italiane e magari dalla stessa Cei?

Nuova nomina, vecchio stile? Dopo solo due anni il vescovo di Caserta è in odore di trasferimento

9 agosto 2016

“Adista”
9 agosto 2016

Luca Kocci

È arrivato a Caserta poco più di due anni fa, ma il vescovo del capoluogo campano, il focolarino mons. Giovanni D’Alise, sarebbe già sul punto di fare le valige. Da ambienti interni e comunque molto vicini alla curia casertana si dà infatti per certo l’imminente trasferimento di D’Alise alla guida della diocesi di Nola, dove il vescovo Beniamino Depalma ha da poco compiuto 75 anni, rassegnando le canoniche dimissioni per raggiunti limiti di età. Sponsor dell’operazione – a cui mancherebbe solo la firma finale di papa Francesco – sarebbe mons. Giovanni Angelo Becciu, focolarino come D’Alise ed influente monsignore di Curia (romana), sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana (una sorta di ministro degli Interni di Oltretevre) nominato da Benedetto XVI e confermato da Francesco.

Il trasferimento, se confermato, sarebbe quanto meno inusuale. D’Alise infatti, ha 68 anni, e almeno altri sette anni di episcopato davanti a sé, che non sono pochi ma nemmeno così tanti per giustificare l’avvio del ministero in una nuova diocesi. Tanto più che a Caserta è arrivato da pochissimo tempo: nominato da papa Francesco vescovo di Caserta nel marzo 2014 – successore di mons. Pietro Farina, prematuramente deceduto nel settembre 2013 –, è entrato in diocesi nel mese di maggio, poco più di due anni fa, un tempo eccezionalmente breve per l’esercizio di un ministero episcopale.

A meno che non siano intervenute circostanze particolari. E in effetti, pur nella sua brevità, l’episcopato di mons. D’Alise è stato caratterizzato da una serie di episodi che hanno avuto come protagonista – non sempre positivo – il vescovo, a cominciare dalla “blindatissima” e costosissima cerimonia di insediamento (v. Adista Notizie n. 20/14).

Nel luglio 2014, dopo che papa Francesco annunciò che sarebbe andato a Caserta a trovare il suo amico pastore pentecostale Giovanni Traettino, D’Alise mise in campo tutte le proprie amicizie vaticane (in primis il card. Angelo Comastri, oltre allo stesso Becciu)e fece in modo che, due giorni prima della visita alla Chiesa evangelica della riconciliazione del pastore Traettino, il papa andasse a Caserta, per una visita-lampo di poche ore su cui molti preti della diocesi espressero una serie di riserve, per l’improvvisazione con cui era stata preparata e per la rigida censura operata dallo stesso D’Alise sugli interventi dei preti – che ha voluto leggere e vagliare in anticipo – durante l’incontro con il clero casertano («Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione – dissero allora alcuni di loro –. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata»). A febbraio 2015, poi, un nuovo episodio, con l’allontanamento dall’episcopio di un centinaio di scout impegnati in un fine-settimana di formazione che, secondo il vescovo, stava durando troppo e non era stato autorizzato (v. Adista Notizie n. 13/15 e Adista Segni Nuovi n. 23/15). Nella scorsa primavera, l’organizzazione di un percorso sul Giubileo per gli studenti delle scuole casertane a cui venne chiesto un contributo di 4 euro a testa per l’organizzazione; ma alcune scuole – molto poche in realtà – si sfilarono, perché «il Giubileo della misericordia non si paga» (v. Adista Notizie n. 12/16). Infine la chiusura dell’Istituto di Scienze religiose, accorpato a quello di Capua

Insomma una serie di episodi che hanno aumentato i dissensi e i malumori dei confronti di D’Alise, il quale, resosi conto che a Caserta gli spazi stavano diventando per lui sempre più stretti, dopo aver tentato invano di essere spostato a Benevento, starebbe per ottenere, per intercessione di Becciu, il trasferimento a Nola, una diocesi con un territorio più ampio di quello di Caserta – nonché sede di importanti industrie, a cominciare dalla Fiat di Pomigliano d’Arco, dove il vescovo Depalma ha più volte manifestato insieme agli operai (v. Adista Notizie nn. 25, 34 e 52/09 e 27/13) –, ma sicuramente meno importante, per cui non si può parlare di una promozione, semmai di una via di uscita da un ambiente sempre più insofferente al proprio vescovo.

Se il trasferimento di D’Alise a Nola dovesse effettivamente arrivare, sarebbe anche il segnale di un freno al rinnovamento degli ultimi mesi operato dal papa nei confronti delle diocesi campane. Infatti dopo due nomine episcopali di rottura – ed esterne alle tradizionali cordate, rappresentate soprattutto dai cardinali Sepe e Vallini, che hanno di fatto gestito l’episcopato campano nell’ultimo decennio –, come quella di mons. Felice Accrocca a Benevento (prima parroco a Latina) e di mons. Domenico Battaglia a Cerreto Sannita (prima parroco a Catanzaro e presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche fondata da don Mario Picchi), si tornerebbe al passato dei giochi di potere e delle pedine mosse dall’alto. Papa Francesco ci metterà la sua firma?

Francesco visiterà il Memoriale e ricorderà il «Metz Yeghern»

3 giugno 2016

“il manifesto”
3 giugno 2016

Luca Kocci

La risoluzione del Bundestag che ha riconosciuto il «genocidio» della popolazione armena da parte degli ottomani e le conseguenti proteste del premier turco Erdogan arrivano a tre settimane dal viaggio apostolico che papa Francesco effettuerà in Armenia dal 24 al 26 giugno. Inevitabilmente contribuiscono ad aumentare la tensione e a rendere più complicata una trasferta annunciata da tempo e molto attesa da governo, Chiese e popolo armeno, durante la quale il pontefice visiterà anche il Memoriale del genocidio e tornerà a condannare i massacri degli armeni, quasi certamente utilizzando lo stesso termine – «genocidio» – contenuto nella risoluzione approvata ieri dalla Camera bassa tedesca.

Del resto non sarebbe una novità. Già il 12 aprile del 2015, in Vaticano, in occasione del centenario del «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), papa Francesco – riprendendo le parole della Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e del catholicos della Chiesa armena Karekin II sottoscritta durante il viaggio in Armenia di papa Wojtyla nel 2001 – si espresse in questi termini: «La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come “il primo genocidio del XX secolo”, ha colpito il vostro popolo armeno, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi». Immediate, anche in quel caso, le reazioni turche: Ankara convocò il nunzio apostolico (l’ambasciatore della Santa sede in Turchia) per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa, giudicate «senza fondamento» e «lontane dalla realtà storica», e aggiungendo che “l’incidente” avrebbe provocato un problema di fiducia nei rapporti con il Vaticano.

L’atmosfera quindi si presenta surriscaldata, tanto più che, come ha spiegato alla Radio Vaticana l’arcivescovo degli armeni cattolici di Aleppo mons. Boutros Marayati, se il viaggio di Giovanni Paolo II «ha avuto un carattere molto privato», questo di papa Francesco «avrà invece un’apertura più forte». Oltre al Memoriale del genocidio, infatti, incontrerà le massime autorità civili e religiose del Paese, parteciperà ad una liturgia apostolica, celebrerà una messa in piazza a Gyumiri (nel nord, dove c’è una forte presenza di armeni cattolici) e sottoscriverà una nuova dichiarazione comune con il capo della Chiesa apostolica armena, Kerenin II. Francesco vorrebbe anche recarsi alla frontiera, oggi chiusa, con la Turchia («se si potesse aprire quella frontiera, sarebbe una cosa bella», aveva auspicato il papa durante il volo di ritorno da Istanbul, nel settembre 2014), ma il progetto sembra di difficile realizzazione, anche se Bergoglio – come quando a Betlemme si fermò per toccare il muro di separazione con Israele –, ha compiuto diversi fuori programma.

A parole tutti d’accordo con il papa

17 aprile 2016

“il manifesto”
17 aprile 2016

Luca Kocci

Quella di papa Francesco a Lesbo è stata una visita «di natura umanitaria ed ecumenica» – come ha più volte precisato padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana – ma anche dal forte significato politico.

Il primo ad accorgersene è stato Salvini. Francesco era appena atterrato a Mytilene che già il leader fascio-leghista scriveva sul proprio profilo Facebook: «Il papa è in Grecia per incontrare gli immigrati: “È la catastrofe più grande dopo la seconda guerra mondiale”. Con tutto il rispetto, sbaglia», attacca Salvini, rimproverato persino dal redivivo Cicchitto. «Mi sembra – prosegue – che la catastrofe avvenga in Italia, non in Grecia. Trecentomila reati commessi da immigrati, il 40% degli stupri e il 75% dello spaccio a carico di immigrati, 20mila immigrati nelle carceri italiane e 120mila (oltre il 60% clandestini) in case e alberghi. Intanto 1 milione e 400mila bambini in Italia vivono sotto la soglia di povertà assoluta. Il papa vuole invitare altre migliaia di immigrati in Italia? Un conto è accogliere i pochi che scappano dalla guerra, altro conto è incentivare e finanziare una invasione senza precedenti. Caro santo padre, la catastrofe è a due passi dal Vaticano, è in Italia!».

A ruota arriva Gasparri, altro paladino delle «radici cristiane» dell’Europa: «Il modello da seguire non è Lesbo ma Vienna, che ha deciso di controllare con severità le frontiere», possibilmente costruendo un muro al Brennero. «Il modello è Orban, il leader ungherese che non ha accettato accordi europei che il giorno dopo svanivano – prosegue l’incontenibile Gasparri –. Il modello è la Macedonia che difende con determinazione i propri confini. Più Vienna, meno Lesbo».

Meno sgangherate le altre reazioni politiche. Il presidente della Repubblica Mattarella invia un messaggio al papa al suo rientro in Italia: «La sua visita sull’isola di Lesbo ha costituito un forte richiamo alle responsabilità che incombono su tutta l’Europa, alla necessità di trovare risposte univoche e durature al fenomeno delle migrazioni, facendo leva sui valori e principi che sono alla base della convivenza umana e della costruzione europea». Fa eco la presidente della Camera Boldrini: il papa «manda un messaggio potente all’Unione europea, non resti sorda alle sue parole».

Dall’Ue, chiamata in causa, si fa sentire l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Mogherini: «Le parole di papa Francesco da Lesbo saranno una sveglia per l’Europa che resiste alla solidarietà». E il capogruppo del Pse Pittella: «Serve la volontà politica di tutti gli Stati. Si abbattano i muri preventivi e si dia ascolto alla coscienza di ognuno di noi toccata e commossa dalle parole del papa». Intervengono anche i vertici Pd: «L’Europa ascolti le parole di Francesco se vuole essere fedele alla sua identità e ai suoi valori e dimostri di essere allialtezza della sfida», twitta il vicesegretario nazionale Guerini. E il capogruppo Pd alla Camera, Rosato: ««L’Europa non resti sorda e raccolga l’appello dirompente di papa Francesco». Tutti d’accordo, insomma. Ma il rischio è che abbia ragione Enrico Letta: «Vorrei così non fosse, ma temo che il giusto appello ai governi del papa a Lesbo avrà come risposte grandi consensi vocali, e forse nemmeno quelli».

Su fronte sindacale c’è la segretaria Cgil Camusso: «Il papa ci ricorda cosa succede nel Mediterraneo. In Europa si aggira lo spettro della xenofobia e del razzismo», ma «l’Europa non deve essere quella dei muri e dei fili spinati, l’Europa non può essere governata solo dalla finanza».

Il mondo cattolico è allineato con papa Francesco. «Come il viaggio a Lampedusa, anche questo a Lesbo parla a tutti, anche senza parole. Ed è un appello accorato all’Europa, e al mondo, perché non distolga lo sguardo dai volti di uomini, di donne, di bambini costretti dalla guerra e dalla miseria a lasciare i loro Paesi, le loro case, le loro famiglie», si legge nell’editoriale dell’Osservatore romano firmato dal direttore Vian. «Chi chiude le porte a migranti sostiene la violazioni dei diritti umani», denunciano le suore scalabriniane, impegnate con i migranti). Senza giri di parole i gesuiti del Centro Astalli per i rifugiati: l’Ue «interrompa immediatamente l’accordo scellerato con la Turchia».

Italiani, laici, democratici. E musulmani. Intervista ad Abdallah Cozzolino

4 dicembre 2015

“Adista”
n. 42, 5 dicembre 2015

Luca Kocci

Sono scesi in piazza i musulmani d’Italia – ma anche tanti non musulmani – a Milano (piazza San Babila) e a Roma (piazza Santi Apostoli), lo scorso 21 novembre, dopo le stragi terroristiche di Parigi che hanno provocato circa 130 morti, per esprimere solidarietà alle vittime, per gridare il loro “Not in my name”, per ribadire che la loro fede non ha nulla a che fare con i fondamentalisti, gli stragisti e i kamikaze dell’Isis, per ricordare a chi mette tutti e tutto nello stesso calderone in chiave anti-musulmani, e in ultima analisi anti-immigrati – esemplare in questo senso il titolo di prima pagina del quotidiano Libero all’indomani degli attentati “Bastardi islamici” –, che è la stessa comunità musulmana ad essere vittima del terrorismo.

«Desidero esprimere la mia vicinanza a lei e a tutti i partecipanti alla manifestazione di solidarietà con i familiari delle vittime di Parigi e con l’intero popolo francese, colpito dal terrorismo», dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio indirizzato al segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia, Abdellah Redouane, fra i principali promotori della manifestazione “Not in may name”. «Rendere pubblici i vostri sentimenti di fraternità, e al tempo stesso di condanna di ogni forma di violenza compiuta in nome di Dio, o di presunti valori religiosi, in qualunque Paese o continente si manifesti, è un elemento che rafforza la nostra comune convivenza – aggiunge Mattarella –. Non possiamo accettare che le fedi vengano strumentalizzate e piegate da strategie disumane, che producono odio e cercano di spezzare le reti del vivere insieme e del dialogo. La risposta al terrore sta nella libertà, garantita dalla sicurezza della vita dei nostri concittadini, nella pace, nel diritto, nella collaborazione finalizzata a uno sviluppo sostenibile. Gli assassini vogliono piegarci, facendoci rinunciare ai valori di solidarietà e al nostro umanesimo. Non ci piegheremo. Ed è bene che questo sentimento si esprima nella società civile oltre che nelle istituzioni.La voce della fratellanza e del rispetto verso l’uomo è importante trovi eco nelle fedi religiose, in coerenza con i loro principi più profondi. In questo momento storico, il dialogo tra le religioni a partire dal Mediterraneo, da dove partirono i figli di Abramo, è essenziale per vivere in pace e costruire il futuro, e questo non può che fondarsi sul riconoscimento dei diritti universali e sull’impegno comune per la crescita e il benessere dei nostri figli.

La prospettiva della guerra di religione o di civiltà non ci appartiene, e anzi va respinta con forza dall’Europa. I tanti cittadini italiani di fede musulmana che in voi si riconoscono, insieme ad altri fedeli che vivono e lavorano nel nostro paese, sono e devono sentirsi parte di questa comune battaglia contro il terrore e contro la ferocia di chi vuole tagliare le radici della nostra umanità, radici che invece dobbiamo continuare a far crescere nel segno del destino comune».

A Roma, in piazza Santi Apostoli, fra gli altri promotori (Zidane el Amrani Alaoui, Confederazione islamica italiana; Izzedin Elzir, Unione delle comunità islamiche d’Italia; Yahya Pallavicini, Comunità religiosa islamica italiana; Omar Camiletti, Tavolo interreligioso di Roma, e altri), c’era Massimo Abdallah Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. «Siamo qui oggi per urlare il nostro categorico no al terrorismo, alla violenza verso qualsiasi tipo di ideologia dell’ odio» e per portare «la nostra testimonianza di cittadini musulmani di questo stupendo Paese per la difesa dei valori che sono a cardine dell’ Italia repubblicana, i valori della democrazia, delle libertà, dell’ uguaglianza, della pari dignità di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza e di religione», ha detto dal palco. «Dobbiamo essere tutti uniti, a prescindere dal credo religioso e filosofico di ciascuno, in una lotta comune, intransigente e determinata contro il terrorismo fanatico oscurantista e contro quell’ ideologia dell’ odio della violenza di matrice radicale che colpisce la nostra coscienza di cittadini europei e i nostri valori di libertà e di convivenza pacifica e democratica. Ci preoccupano i toni, anche di parte di alcuna stampa, che tendono a fare di tutta un’erba un fascio», noi musulmani «siamo la principale vittima, per questo siamo qui a dire Not in may name: non consentiremo a nessuno di usurpare il nostro credo religioso»

Adista lo ha intervistato.

Dopo i fatti di Parigi, ha la percezione che l’atteggiamento nei confronti dei musulmani sia cambiato – forse anche per responsabilità dell’informazione – oppure le persone hanno capito che i terroristi sono una cosa e i fedeli un’altra?

«I fatti di Parigi hanno scatenato in parte dell’opinione pubblica, di alcuni esponenti del mondo politico e in settori della stampa piuttosto che un sentimento unitario e fermo di condanna nei confronti dei terroristi, un atteggiamento ambiguo, contrassegnato da un’informazione distorta e generalizzata che portava ad indentificare tout court il terrorismo con i musulmani, riproponendo così la predicazione sullo scontro di civiltà. Questi subdoli e strumentali messaggi mediatici di stampo razzistico hanno accentuato il sentimento di paura in tante persone che spesso non hanno gli strumenti culturali per comprendere certe complesse dinamiche di tipo geopolitico che ricorrono al vessillo della religione per determinare guerre, produrre morte e odio. La decisione presa dai musulmani d’Italia di andare oltre i proclami e di scendere in piazza insieme a tutti gli uomini di buona volontà, a prescindere dal credo religioso o filosofico, è stata in tal senso, molto forte ed è stata ben recepita dalle istituzioni. Gli attacchi di matrice islamista che hanno colpito il cuore dell’Europa rappresentano una minaccia globale che sta colpendo l’intera umanità. Chi uccide, usando strumentalmente il nome di Dio, getta discredito su milioni di musulmani che vengono mortificati nella propria coscienza di uomini di fede. Nella manifestazione di Roma i musulmani d’Italia hanno ribadito che i terroristi non operano in nome dei musulmani perché il terrorismo non ha religione».

Alcuni, soprattutto a destra, hanno detto che in piazza alle manifestazioni di sabato c’erano pochi musulmani e che quindi la presa di distanza della base dai fatti di Parigi non è stata netta. È così?

«Alla manifestazione romana hanno partecipato delegazioni di tutte le Federazioni islamiche regionali che aderiscono alla Confederazione islamica italiana, sfidando pure le avverse condizioni del tempo. Ad essa poi sono seguite tante marce, manifestazioni e iniziative di solidarietà tutte contrassegnate dalla ferma condanna a tutte le forme di violenza commesse in nome di un credo religioso e dalla consapevolezza che il progresso della comunità umana si realizza attraverso il dialogo tra le culture, civiltà e religioni come premessa indispensabile per la pace. La comunità islamica d’Italia mai come in questa occasione ha apertamente espresso in modo unitario la propria condanna del terrorismo manifestando pacificamente con giovani, donne e bambini uniti per chiedere agli Stati e alle organizzazioni internazionali di isolare i mandanti politici di questi sanguinari burattini e ribadendo quei valori di libertà e convivenza civile che restano l’antidoto più forte alla penetrazione di questa ideologia dell’odio nella nostra società».

Nel tuo intervento a piazza Santi Apostoli hai citato la Costituzione italiana e la garanzia delle libertà. Non c’è il rischio che la “emergenza terrorismo” contribuisca alla riduzione dei diritti di tutti?

«Lo stato di emergenza imposto dall’attacco terroristico non deve essere inteso come antidoto al fenomeno del terrorismo ma semplicemente come dispositivo volto a governarne gli effetti. Lo stato di emergenza va inteso come una misura provvisoria e soprattutto limitata nel tempo per fronteggiare la presente situazione di terrore. Ma è difficile accettare che in nome della sicurezza in modo permanente ci sia una limitazione della libertà. Lo stato di emergenza non può essere inteso come uno scudo dello stato di diritto. Non dobbiamo dimenticare che proprio lo stato di emergenza previsto dall’art. 48 della Repubblica di Weimar ha permesso a Hitler di stabilire e mantenere il regime nazista, dichiarando immediatamente dopo la sua nomina a cancelliere uno stato di emergenza che non venne più revocato.

La soluzione al terrorismo va cercata in un cambiamento radicale in politica estera cessando, ad esempio, di vendere armi e di avere rapporti con gli Stati che direttamente o anche indirettamente alimentano il terrorismo».

Le parole e l’atteggiamento del governo italiano e di Renzi è molto cauto e sembra ispirato da un certo equilibrio: non vanno dietro alle sparate di Salvini & co. e nemmeno inseguono Hollande e i fautori della guerra. È così?

«I fenomeni di sconvolgimento geopolitico richiedono una politica di equilibrio e di cooperazione. Questo secolo che si è aperto con le stragi determinate dal terrorismo di stampo islamista richiede il recupero di un multilateralismo e di una cooperazione per costruire in termini strategici un futuro di pace. Occorre attrezzare l’opinione pubblica per vincere la paura e soprattutto guardare come governo italiano alla proiezione geopolitica dettata dagli sconvolgimenti in corso nel Mediterraneo. Il Medioriente sconvolto di questi anni, tra la guerra civile siriana, le vittime dell’Isis e la tragedia dei profughi, richiede un’azione di cooperazione diplomatica a livello internazionale per prospettare nuovi assetti e più stabili equilibri. Il governo ha dato prova di grande impegno e responsabilità nell’affrontare la gestione delle emergenze immigrazione e profughi».

Al di là delle ovvie e nette distinzioni fra terroristi, Isis e credenti musulmani, non ti sembra che comunque nel mondo islamico – perlomeno in certi settori – la questione della laicità non sia ancora stata affrontata fino in fondo?

«Non vedo contrapposizione tra laicità e Islam, ritengo sia artificiale e che piuttosto occorra superare il malinteso. In molti Paesi islamici Islam e laicità risultano polarizzati in termini dicotomici e questa contrapposizione ha ovviamente profonde implicazioni sul piano dei comportamenti e della vita politica. Non possiamo misconoscere i movimenti interni alle società arabe e tra i musulmani in Occidente. Non considerare in chiave storica ed evoluzionistica il loro cammino vero la laicità, oltre ad essere un errore di analisi, diventa un grave errore politico, gravido di conseguenze per la convivenza e anche per la nostra sicurezza. Detto questo occorre fare attenzione a non appiattire il mondo musulmano avendo una grossolana visione storica che tende ad appiattire le differenze e pretende di giudicare tutto secondo i modelli e le categorie occidentali».

In questo frangente, cosa possono fare le religioni?

«La dimensione religiosa costituisce oggi non solo un elemento caratterizzante del più ampio fenomeno multiculturale, ma diventa l’elemento prevalente in un contesto nel quale le religioni si spostano verso nuovi ambiti, diversi da quelli culturalmente e teologicamente ritenuti tradizionali. I musulmani, così come ogni associazione o aggregazione religiosa, in base alla propria visione della vita, regolano non solo i rapporti tra l’uomo e il trascendente, ma anche i rapporti intercorrenti tra i singoli fedeli e la comunità di appartenenza. La Confederazione islamica Italiana considera come caratteri fondanti, fondamentali e indissolubili l’islamicità e l’italianità, e pertanto in quanto organismo integrato nel tessuto sociale italiano, riconosce pienamente i principi e i dettami della Costituzione repubblicana italiana e si prefigge l’armonizzazione e la maggiore integrazione della comunità musulmana nel contesto sociale italiano. È lungo questo paradigma imprescindibile e indissolubile che si articola il nostro impegno e anche la nostra sfida per l’Islam italiano, inteso in un quadro di cittadinanza attiva. La non regolamentazione del rapporto tra l’Islam e lo Stato italiano costituisce sotto il profilo giuridico e civile, un elemento di debolezza che determina il permanere dell’Islam allo status di “religione degli immigrati” pur essendo numericamente la seconda religione del Paese e la religione di una minoranza consistente di cittadini italiani. A difetto di un organismo che rappresenti unitariamente le comunità musulmane d’Italia, nel loro complesso, la Confederazione Islamica Italiana rappresenta il concreto tentativo di aggregazione delle organizzazioni musulmane per trovare un dialogo con le istituzioni italiane al fine di evitare che la mancata regolamentazione con lo Stato italiano possa avere ricadute negative sulla società civile e sul corretto processo d’integrazione delle comunità musulmane d’Italia»

Prima guerra mondiale, la verità fa ancora paura

26 maggio 2015

“il manifesto”
26 maggio 2015

Valerio Gigante*, Luca Kocci*, Sergio Tanzarella*

Il 24 maggio il presidente Mattarella è salito sul Monte san Michele in occasione dei 100 anni della folle decisione dei governanti italiani di mandare a morire 650.000 soldati. Alla stampa è stato distribuito il suo discorso: parole lontane dalla retorica ufficiale e dal clima delle celebrazioni, parole serie e gravi che richiamano all’impegno per la ricerca storica.

Tuttavia dalla versione ufficiale (letta dal presidente e pubblicata sul sito web del Quirinale: http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&key=7793) sono misteriosamente scomparse due frasi (leggibili invece sulla cronaca di Repubblica.it: http://www.repubblica.it/cronaca/2015/05/24/news/grande_guerra_mattarella_a_monte_san_michele-115152802/). In esse il presidente invitava ad «approfondire» e a prestare attenzione: «alla giustizia sommaria» e «alla decisione del governo italiano di non spedire aiuti e alimenti ai nostri soldati prigionieri nei campi nemici per non incoraggiare le diserzioni».
Due fatti storici che evidentemente qualche consulente della Presidenza ha vergognosamente pensato di cancellare, perché richiamavano il clima di terrore voluto dal generale Cadorna (esecuzioni senza processo o con processi farsa, decimazioni repressive o punitive) e la scelta di abbandonare i soldati fatti prigionieri, perché ritenuti disertori e codardi, causando di fatto la morte di 100.000 di essi. Peccato per questa omissione che rende meno comprensibili le belle parole con cui prosegue il presidente: «Non dobbiamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca storica, la memoria sarebbe destinata a impallidire. E le celebrazioni rischierebbero di diventare un vano esercizio retorico».

*autori del volume La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, Viareggio 2015