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L’altro 2 giugno, per fermare i progetti “imperiali” della difesa italiana

17 giugno 2018

“Adista”
n. 22, 16 giugno 2018

Luca Kocci

Da Roma alla Sardegna passando per Pisa, lo scorso 2 giugno è stata una festa della Repubblica contro le basi e le servitù militari.

Nella capitale, mentre a via dei Fori imperiali i militari marciavano in parata e le frecce tricolori volavano nel cielo colorandolo di bianco rosso e verde, nella periferia est si è svolta una manifestazione contro la costruzione – all’interno di un’area destinata a verde pubblico (il Parco archeologico di Centocelle, uno dei quartieri interessati) – del cosiddetto Pentagono italiano, ovvero una struttura unica che, secondo i progetti del ministero della Difesa, dovrebbe riunire i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), appunto un Pentagono made in Italy, ad immagine e somiglianza di quello Usa, con una presenza militare di oltre tremila unità.

«La guerra è vicina. Ma dove? Nel Parco archeologico di Centocelle», denuncia il volantino della manifestazione. «Il parco – si spiega – è in parte abbandonato, inquinato e poco accessibile, e si trova al centro di un’area densamente popolata e cementificate. Potrebbe essere bonificato e tornare ad essere una risorsa sociale e ambientale per tutti. Ma i piani per ora sembrano essere altri». Appunto quelli di realizzare il Pentagono italiano, che amplierebbe la struttura militare già esistente (su un ex aeroporto militare), raddoppiando la presenza di soldati da 1.500 a 3.000 e anche di più.

«Non bastava il Comando operativo di vertice interforze, già presente nell’area dell’ex aeroporto di Centocelle, struttura che organizza le missioni militari nelle aree di guerra», spiegano le realtà sociali che hanno organizzato l’iniziativa. «Tra ministero della Difesa e Comune di Roma sono in corso accordi per il progetto del cosiddetto Pentagono italiano, grazie alla sottrazione al Fondo destinato alle periferie di 2,6 miliardi di euro. Tale progetto consiste nell’estensione delle attuali strutture militari presenti sul parco, con sottrazione di numerosi ettari all’utilizzo pubblico e con la realizzazione di un polo per il comando unico di tutte le Forze armate italiane. Quindi una maggiore militarizzazione dell’area, difficoltà di mobilità, aumento dell’inquinamento elettromagnetico, col rischio che l’intero parco finisca per essere interdetto alla popolazione».

La storia dell’ex aeroporto di Centocelle (intitolato a Francesco Baracca, aviere della prima guerra mondiale) è vecchia oltre un secolo. Primo “campo di volo” dell’aviazione italiana, da qui nel 1909 decollò il “Flyer” di Wilbur Wright ma anche, nel 1911, il primo aereo che andò a bombardare la Libia, durante la guerra coloniale di Giolitti. Dismesso l’aeroporto, sono restati i militari, che hanno trasferito a Centocelle la Direzione generale degli armamenti e il Comando operativo di vertice interforze, da dove si controllano tutte le operazioni delle Forze armate, a cominciare da quelle all’estero (attualmente 32 in 22 Paesi, in Europa, Africa, Medio Oriente e Asia). E che ora vorrebbero realizzare anche il Pentagono, piena attuazione del “Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa” che, aggirando l’articolo 11 della Costituzione, fa dell’Italia una potenza che interviene militarmente nel mondo, a sostegno degli «interessi vitali» economici e strategici propri e dell’Occidente.

Ma la storia dell’area di anni ne ha quasi duemila: qui sorgeva la villa imperiale Ad duas lauros, appartenuta anche ad Elena, madre di Costantino, una piscina termale e gli alloggiamenti per i cavalieri dell’imperatore (centum cellae), che danno il nome al quartiere. Anche per la presenza di questi importanti resti storici  – sottoposti a vincolo paesaggistico – nel 2003-2006 è stato istituito da Comune e Regione il Parco archeologico di Centocelle (126 ettari, di cui solo 33 realizzati) che, nonostante delibere, soldi spesi e stanziati, versa in uno stato di forte degrado: inquinato da rifiuti pericolosi interrati; circondato da decine di autodemolitori, che occupano un’area vincolata e destinata a verde pubblico, da anni ne è stato disposto l’allontanamento ma arrivano sempre nuove proroghe; devastato dagli incendi, soprattutto nella stagione estiva, ormai alle porte. E ora minacciato dall’espansione dei militari, che vogliono qui il Pentagono. «Non vogliamo essere vicini di casa di chi da anni è responsabile di morti, distruzioni, esodi di massa, come sta facendo l’esercito italiano con la sua partecipazione a una guerra continua, le cui vittime principali sono popolazioni civili come noi», chiedono le realtà sociali e gli abitanti del territorio. «Riprendiamoci il parco! Perché un luogo di serenità, gioco e distensione non si trasformi in una base di morte».

Manifestazioni anche a Cagliari contro «l’occupazione militare» della Sardegna: poligoni (soprattutto Quirra e Teulada, i due più grandi d’Europa), esercitazioni (per ultima la Joint Star 2018 con i cieli di mezza Sardegna solcati dai velivoli militari), basi segrete (come quella di Poglina, ad Alghero), e altre servitù a terra, mare e cielo, che hanno trasformato l’isola in una colonia al servizio dell’industria della guerra. Il corteo, partito dalla sede della giunta regionale a Cagliari anche per denunciare la complicità della giunta di Francesco Pigliaru (Partito democratico) che ha da poco firmato un accordo con il ministero della Difesa per il Sistema integrato per l’addestramento terrestre (Siat), ha chiesto a gran voce la fine delle esercitazioni, la dismissione di tutti i poligoni militari, l’avvio di bonifiche integrali e certificate da parti terze, la restituzione delle terre alle comunità e i risarcimenti per tutti i danni (demografici, economici, alla salute e all’ambiente) subiti in 60 anni di occupazione militare, e  l’avvio di alternative economiche etiche, sostenibili e legate alle risorse dei territori, oltre che la cessazione di ogni collaborazione tra le Università sarde e la filiera bellica e la riconversione della fabbrica di bombe di Domusnovas (vendute all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen, v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17), contro cui si è recentemente espresso anche il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Paolo Zedda (v. Adista Notizie n. 18/18).

A Pisa, invece, un  ampio cartello di associazioni pacifiste, antimilitariste e della sinistra ha manifestato contro la base Usa di Camp Darby e in generale per la smilitarizzazione del territorio. «Oggi la battaglia per la chiusura di Camp Darby – spiegano le associazioni – per la restituzione del territorio occupato e per la sua riconversione a scopi civili, è ancora più impellente. In un momento storico in cui i venti di guerra in Medio Oriente, con il conflitto in Siria e in Yemen, le aggressioni al popolo palestinese e al popolo kurdo, le minacce rivolte contro l’Iran dagli Usa e da Israele, stanno soffiando sempre più impetuosamente, riattivare un movimento pacifista e antimilitarista, che abbia come primo obiettivo la mobilitazione contro la guerra imperialista, è un dovere».

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Il Pentagono dentro Roma

2 giugno 2018

“il manifesto”
2 giugno 2018

Luca Kocci

Un pentagono nero, al centro una bomba in caduta verso terra, sbarrata da una linea diagonale di divieto su cui è scritto “No Pentagono!”.

È il logo dei manifesti rossi che da giorni sono comparsi per le strade di Centocelle, ma anche di Cinecittà e Quadraro, popolari e popolosi quartieri della periferia est di Roma, fra Prenestina e Tuscolana, dove oggi, festa della Repubblica (e non delle Forze armate, nonostante la parata militari ai Fori imperiali e le Frecce tricolori), si svolgerà un’iniziativa autorganizzata dal basso dalle realtà sociali e dagli abitanti dei territori contro il cosiddetto Pentagono italiano.

Una manifestazione (ore 10.30 passeggiata e biciclettata da piazzale delle Gardenie al Parco archeologico di Centocelle, dove fino a sera ci saranno musica, informazione e visita guidata alle bellezze e alle “criticità” del parco) che vuole rilanciare la mobilitazione contro quella che potrebbe diventare una delle più importanti basi militari italiane e connetterla alla lotta per la difesa – o meglio per la effettiva realizzazione – del Parco archeologico di Centocelle (Pac), all’interno del quale già c’è un’imponente struttura militare, che potrebbe allargarsi ancora di più, se il progetto del Pentagono andasse avanti così come immaginato dal ministero della Difesa e dai vertici delle Forze armate (nel pomeriggio, a piazza dei Consoli, Quadraro, ci sarà invece un presidio di Potere al popolo).

«La guerra è vicina. Ma dove? Nel Parco archeologico di Centocelle», si legge nel volantino che convoca la manifestazione. «Il parco – si spiega – è in parte abbandonato, inquinato e poco accessibile, e si trova al centro di un’area densamente popolata e cementificate. Potrebbe essere bonificato e tornare ad essere una risorsa sociale e ambientale per tutti. Ma i piani per ora sembrano essere altri».

I piani sono appunto quelli della realizzazione di una struttura unica che riunisca i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), un Pentagono italiano, ad immagine e somiglianza di quello Usa, con oltre tremila militari (ora ce ne sono 1.500).

«Non bastava il Comando operativo di vertice interforze, già presente nell’area dell’ex aeroporto di Centocelle, struttura che organizza le missioni militari nelle aree di guerra», spiegano le realtà sociali che stanno organizzando l’iniziativa. «Tra ministero della Difesa, Comune di Roma e V Municipio (a guida pentastellata, n.d.r.) sono in corso accordi per il progetto del cosiddetto Pentagono italiano, grazie alla sottrazione al Fondo destinato alle periferie di 2,6 miliardi di euro. Tale progetto consiste nell’estensione delle attuali strutture militari presenti sul parco, con sottrazione di numerosi ettari all’utilizzo pubblico e con la realizzazione di un polo per il comando unico di tutte le Forze armate italiane. Quindi una maggiore militarizzazione dell’area, difficoltà di mobilità, aumento dell’inquinamento elettromagnetico, col rischio che l’intero parco finisca per essere interdetto alla popolazione».

La storia dell’ex aeroporto di Centocelle (intitolato a Francesco Baracca, aviere della prima guerra mondiale) è vecchia oltre un secolo. Primo “campo di volo” dell’aviazione italiana, da qui nel 1909 decollò il “Flyer” di Wilbur Wright ma anche, nel 1911, il primo aereo che andò a bombardare la Libia, durante la guerra coloniale di Giolitti. Dismesso l’aeroporto, sono restati i militari, che hanno trasferito a Centocelle la Direzione generale degli armamenti e il Comando operativo di vertice interforze, da dove si controllano tutte le operazioni delle Forze armate, a cominciare da quelle all’estero (attualmente 32 in 22 Paesi, in Europa, Africa, Medio Oriente e Asia). E che ora vorrebbero realizzare anche il Pentagono, piena attuazione del “Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa” che, aggirando l’articolo 11 della Costituzione, fa dell’Italia una potenza che interviene militarmente nel mondo, a sostegno degli «interessi vitali» economici e strategici propri e dell’Occidente (vedi gli articoli di Manlio Dinucci sul manifesto del 7 marzo e del 31 ottobre 2017).

Ma la storia dell’area di anni ne ha quasi duemila: qui sorgeva la villa imperiale Ad duas lauros, appartenuta ad Elena, madre di Costantino, una piscina termale e gli alloggiamenti per i cavalieri dell’imperatore (centum cellae), che danno il nome al quartiere.

Anche per la presenza di questi importanti resti storici  – sottoposti a vincolo paesaggistico – nel 2003-2006 è stato istituito da Comune e Regione il Parco archeologico di Centocelle (126 ettari, di cui solo 33 realizzati) che, nonostante delibere, soldi spesi e stanziati, versa in uno stato di forte degrado: inquinato da rifiuti pericolosi interrati; circondato da decine di autodemolitori, che occupano un’area vincolata e destinata a verde pubblico, da anni ne è stato disposto l’allontanamento ma arrivano sempre nuove proroghe, il Comitato Pac libero ha diffidato Roma Capitale a non concederne più; devastato dagli incendi, soprattutto nella stagione estiva, ormai alle porte.

E ora minacciato dall’espansione dei militari, che vogliono qui il Pentagono. «Non vogliamo essere vicini di casa di chi da anni è responsabile di morti, distruzioni, esodi di massa, come sta facendo l’esercito italiano con la sua partecipazione a una guerra continua, le cui vittime principali sono popolazioni civili come noi», chiedono le realtà sociali e gli abitanti del territorio. «Riprendiamoci il parco! Perché un luogo di serenità, gioco e distensione non si trasformi in una base di morte».

Il grande affare delle guerre. Fiorisce l’industria italiana di armi

19 maggio 2018

“Adista”
n. 18, 19 maggio 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile». Proprio su tale questione, il prossimo 18 aprile all’Associazione della stampa estera in Italia (via dell’Umiltà, 83/C – Roma, ore 11) si terrà una conferenza stampa sul conflitto in Yemen, sul ruolo dell’Italia nell’esportazione di armi ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita impiegate in Yemen e sulle responsabilità dell’Italia.

Cappellani senza stellette né stipendio. Appello al papa di un militare in congedo

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Caro papa Francesco, pensaci tu: smilitarizza i cappellani militari.

A scrivere al papa è un militare in congedo, Luca Marco Comellini, segretario del  Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm) – legato a Radicali – da anni impegnato perché i cappellani militari siano sganciati dalla struttura gerarchica delle Forze armate, e i costi (stipendi, pensioni dei preti-soldato) siano a carico non dello Stato ma della Chiesa, come del resto chiedono da anni anche Pax Christi, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa.

«Carissimo Francesco – scrive Comellini –, già nel corso della XVI Legislatura del Parlamento italiano, la richiesta di porre a carico della Chiesa cattolica i costi milionari dell’Ordinariato militare, presentata dai parlamentari Radicali, è stata più volte ignorata senza alcuna valida motivazione che potesse superare il dettato normativo vigente».

Il nodo economico è quello affrontato da Comellini. «Nessuno dei tanti cittadini di cui oggi mi faccio l’umile portavoce – scrive – ha mai contestato la presenza dei sacerdoti nell’ambito delle Forze armate ma più semplicemente, semmai, lo status con cui essi vi sono presenti: quello militare col rango di ufficiale. Non sono solo il grado da ufficiale e l’aspetto economico che stridono violentemente con quanto hai più volte affermato riferendoti ai posti ed ai simboli di potere occupati dai membri della Chiesa, vi è anche quello squisitamente giuridico e normativo». Costi per lo Stato che, per il triennio 2017-2019, ammonteranno a quasi 30 milioni di euro (v. Adista Notizie, n. 42/16).

Per sostenere la sia richiesta, Comellini si avvale anche delle parole dei più alti in grado della gerarchia clerico-militare: l’arcivescovo ordinario militare, mons. Santo Marcianò, e il suo vicario generale, mons. Angelo Frigerio. «I cappellani militari per esercitare il loro ministero non hanno bisogno di gradi e denari», ha detto mons. Marcianò in diverse occasioni. E don Frigerio ha più volte affrontato il tema della smilitarizzazione e dei tagli dei costi (v. Adista Notizie n. 23/16). Affermazioni però mai diventate fatti concreti.

Si vedrà se papa Francesco risponderà o, come chiede Comellini, lo riceverà per dargli la possibilità di spiegare meglio le sue ragioni. Intanto l’Ordinariato militare più che a smilitarizzare i cappellani sembra intenzionato a militarizzare anche Giovanni XXIII, proclamato patrono dell’Esercito italiano

Bilanci vaticani: qualche reticenza e qualche opacità

17 marzo 2017

“Adista”
n. 11, 18 marzo 2017

Luca Kocci

Più che i conti, in rosso per la Santa sede e in attivo per la Città del Vaticano, la vera notizia che emerge dallo scarno comunicato con cui la Segreteria per l’economia guidata dal cardinale australiano George Pell lo scorso 4 marzo ha reso noti i bilanci consuntivi del Vaticano relativi al 2015 è che la revisione contabile dei dicasteri nonché la tanto annunciata trasparenza finanziaria è ancora ben lontana dall’essere realizzata. Infatti nonostante il considerevole ritardo (di circa otto mesi) con cui i bilanci sono stati divulgati – che faceva presagire un lavoro dettagliato e particolareggiato –, le informazioni sono più lacunose del solito: mancano completamente le voci relative a entrate e uscite generali, sono riportati solo alcune cifre e soprattutto si segnala che il rendiconto «non è stato sottoposto a revisione contabile», elemento che avrebbe dovuto essere il punto qualificante del nuovo corso finanziario dettato da papa Francesco.

«La Santa sede ha registrato, nel 2015, un disavanzo di euro 12,4 milioni», spiega la nota della Segreteria per l’economia, con una perdita dimezzata rispetto al 2014 (-25 milioni) e al 2013 (-24 milioni). Invece «il Governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni», leggermente inferiore rispetto al 2014, quanto l’asticella toccò quota +63 milioni. Quindi considerando unitariamente i risultati dei due bilanci – che sono le due gambe di un unico corpo –, il Vaticano chiude il 2015 con un cospicuo attivo di 47,5 milioni di euro (nel 2014 fu di 38 milioni). Se a questa cifra poi venissero aggiunti anche i risultati positivi dello Ior (ente autonomo, con una contabilità separata), che nel 2015 ha fatto segnare un utile netto di 16 milioni, e i proventi dell’Obolo di san Pietro (le offerte al papa «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo) – non si conoscono le somme raccolte nel 2015, l’ultimo dato disponibile è relativo al 2013, quando furono raccolti 78 milioni di dollari (57 milioni di euro) – il risultato finale sarebbe ancora più roseo.

Per quanto riguarda la Santa sede (ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale), il comunicato della Segreteria per l’economia precisa che «le principali voci di entrata per il 2015, in aggiunta ai rendimenti degli investimenti, si riferiscono ai contributi relativi al Canone 1271 del Codice di diritto canonico (euro 24 milioni, i contributi obbligatori delle diocesi di tutto il modo, ndr) ed ai contributi dall’Istituto per le opere di religione (euro 50 milioni). Come negli anni precedenti, la voce di spesa più significativa della Santa Sede si riferisce al costo del personale». La nota non lo specifica, ma chiudono in rosso anche i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio).

Invece, aggiunge il comunicato della Segreteria per l’economia, «il governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni, principalmente dovuto alle ricorrenti entrate derivanti dalle attività culturali, in particolar modo quelle collegate ai Musei». Ma anche ad investimenti, di cui non viene specificata né natura né entità

Dopo le cifre, la Segreteria per l’economia spiega che «il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta la prima informativa finanziaria predisposta in conformità con le Politiche vaticane di financial management (Vfmp), approvate da papa Francesco il 24 ottobre 2014, che si basano sui Principi contabili internazionali per il settore pubblico (Ipsas)». Ma le procedure sono ancora in alto mare, come viene detto, con linguaggio felpato: «La Segreteria per l’economia ha informato il Consiglio per l’economia che il percorso verso la piena applicazione delle Vfmp è saldamente in corso ed ha evidenziato che sarà, tuttavia, necessario qualche anno per il completamento di questo processo e per l’attuazione di una revisione contabile completa. Il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta un passo importante sia per le riforme economiche che per il percorso di adozione delle nuove politiche, le quali stanno ben procedendo. Il Consiglio per l’economia ha preso quindi atto del Rendiconto annuale consolidato 2015 che, in questo periodo di transizione, non è stato sottoposto a revisione contabile».

«La sensazione generale è che la montagna, per ora, abbia partorito il topolino», spiega su Vatican Insider Francesco Peloso, giornalista esperto di finanza vaticana (che nel 2015 ha pubblicato un documentato libro sullo Ior, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, v. Adista Notizie n. 32/15). «Ma c’è una spiegazione – prosegue Peloso –. La realtà è che far confluire in un sistema omogeneo e coerente, tutti i numerosi enti e dicasteri vaticani, è un compito più impegnativo di quanto non fosse stato previsto all’inizio. Si sta ancora lavorando, per esempio, sui principi contabili da applicare ai vari dicasteri e uffici della Curia, mentre gli organismi che più direttamente si occupano della gestione finanziaria sono già avviati su un percorso di riforma e di trasparenza. Un lavoro lungo, anche perché sconta le difficoltà derivanti da cambiamenti di abitudini, dalla necessità di rimuovere consuetudini ormai non più compatibili con i tempi e di coordinare numerose e diverse strutture».

Lavori in corso, quindi, ma per il completamento dell’opera – se verrà completata – ci vorrà ancora molto tempo

Locri: già devastato dai clan l’ostello confiscato alla ‘ndrangheta. Ma Goel va avanti, con il sostegno del vescovo

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci

Nonostante quello che sembra essere stato l’ultimo velenoso colpo di coda delle cosche, l’ostello “Locride” – nato in un immobile confiscato ad un clan di ‘ndrangheta – è stato consegnato, lo scorso 20 febbraio al consorzio sociale Goel, che lo gestirà nell’ambito di un progetto di turismo responsabile tramite una cooperativa del gruppo (v. Adista Notizie n. 6/17).

Non era affatto scontato che la consegna avvenisse, perché l’ostello, pochi giorni dopo essere stato formalmente assegnato al Goel – vincitore di una gara pubblica indetta dal Comune di Locri guidato dal sindaco Giovanni Calabrese – era stato devastato dai clan, che non tollerano che quello che era un proprio bene venga restituito alla società.

Il danneggiamento e il furto ai danni dell’ostello sorto in un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) sono avvenuti nella notte fra l’11 e il 12 febbraio. Nella mattinata di domenica è stata segnalata una ingente fuoriuscita di acqua dai locali e sono state avvisate le autorità competenti. Ignoti erano entrati nei locali caldaie della struttura, avevano divelto la porta, distrutta la telecamera di videosorveglianza, sottratte tre caldaie ed il gruppo di pressurizzazione, provocando danni per almeno ventimila euro.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata nell’aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan, come infatti pare essersi verificato. Al secondo avviso pubblico, nell’ottobre 2016, che riproponeva agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si sono presentati due soggetti, e l’immobile è stato assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale per restituire valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

«Questo è il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel, «Non avevamo partecipato alla prima gara, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini». E nonostante l’atto vandalico-intimidatorio (l’ennesimo subito dalle cooperative del gruppo, (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15) intendono andare avanti: «Tutta la comunità di Goel – prosegue Linarello – è fermamente decisa ad andare avanti e a non indietreggiare minimamente. Anzi, questo atto criminale ci motiva a prodigarci per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e avviare prima possibile l’attività dell’ostello che abbiamo voluto chiamare “Locride” perché rappresenta un simbòlo. La ‘ndrangheta fa alla Locride ciò che gli autori di questo atto criminale hanno fatto a questo ostello: distrugge e ostacola ogni possibilità di lavoro per la gente e di sviluppo per il territorio. Goel, invece, sta al fianco della gente, creando ogni giorno, dal nulla, speranza e lavoro».

La consegna dell’ostello al Goel sembra il primo passo, «un segno delle positività che ci sono nella nostra terra», ha commentato mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, presente alla cerimonia di consegna. «Questo è un segno di speranza, attraverso di esso vediamo il volto bello della Calabria, è un segno di riscatto per la nostra terra», «dobbiamo guardarci dall’isolazionismo, dal non aprirci all’altro, occorre una maggiore attenzione a quello che accade intorno a noi e crediamo che questo sia imprescindibile per una crescita della nostra città. È necessaria una maggiore attenzione al bene comune e ai beni che sono di tutti».

Per mons. Galantino i bilanci delle diocesi sono tutti pubblici. Ma è davvero così?

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Le istituzioni ecclesiastiche comunicano con chiarezza e trasparenza in che modo amministrano il proprio patrimonio? Oppure tutto ciò che riguarda soldi e beni immobili della Chiesa è avvolto dalla nebbia, più o meno fitta? A fidarsi ciecamente delle parole di mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale, il dubbio non sussiste: «I bilanci delle diocesi sono tutti pubblici». Ma andando a verificare, si scopre che non è proprio così.

Partiamo dall’inizio. Alla fine di ottobre 2016, la diocesi di Padova pubblica sul sito internet della Chiesa patavina e sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi (v. Adista Notizie n. 40/16). Negli anni, spiegavano dalla diocesi, è maturata la convinzione che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto», «perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche». Il bilancio che rendiamo pubblico, aggiungeva don Gabriele Pipinato, vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale». E il vescovo, mons. Claudio Cipolla: «Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», «se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

Sulla base di questa notizia, a metà gennaio il movimento Noi Siamo Chiesa scrive una lettera che viene inviata a tutti i vescovi riuniti a Roma dal 23 al 25 gennaio per il Consiglio episcopale permanente (v. Adista Notizie n. 5/17) in cui avanza anche questa proposta: «L’esempio della diocesi di Padova pensiamo debba essere seguito dalle altre diocesi senza tergiversazioni. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come vera e propria  “proprietà”  (e  responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e valutate in ogni loro aspetto buono o meno buono. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno ora sulla gestione delle risorse sono così scarse (o inesistenti) che impediscono di fatto che il messaggio di papa Francesco possa farsi fatto concreto e comunitario, salvo iniziative meritorie ma specifiche e locali di qualche realtà di buona volontà. Una decisione nella direzione che auspichiamo, proposta e imposta a ogni diocesi, darebbe credibilità alla Chiesa  verso l’esterno ma anche nei confronti del  popolo cristiano molto sensibile su queste questioni, disposto a discutere e a dare e a fare la sua parte».

Alla conferenza stampa conclusiva del Consiglio episcopale permanente, Adista rivolge una domanda a mons. Galantino, chiedendogli se i vescovi hanno discusso della proposta di Noi Siamo Chiesa e in ogni caso cosa ne pensa il segretario generale della Cei. «Io non ho ricevuto nessuna lettera», esordisce mons. Galantino, che poi aggiunge «Non ne abbiamo parlato perché i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani. Ciascuno di voi, anche in questo momento, può controllare con il proprio tablet o con il proprio smartphone. Padova ha fatto quello che fanno anche le altre diocesi».

Nei giorni successivi facciamo una serie di verifiche su dieci grandi diocesi italiane (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari), e in nessun sito internet diocesano troviamo i bilanci delle diocesi. Per essere sicuri di non aver cercato male, rivolgiamo la domanda agli economati e agli uffici comunicazioni delle curie: «Sul sito internet della diocesi sono pubblicati i bilanci della diocesi?». Riceviamo una sola risposta (su dieci), da parte dell’ufficio amministrativo della Diocesi di Torino: «Come ha già potuto notare, i bilanci non sono sul sito, né quello dell’Arcidiocesi né quello delle parrocchie. Resto a disposizione e porgo cordiali saluti».

«In ogni caso se poi non li trovate, me li chiedete e ve li mando io», aveva detto alla fine della conferenza stampa mons. Galantino. I cattolici che vorranno saperne di più sanno a chi rivolgersi

Diocesi trasparente. La curia di Padova pubblica il proprio bilancio economico. Lo farà anche la Cei?

18 novembre 2016

“Adista”
n. 40, 19 novembre 2016

Luca Kocci

Operazione trasparenza nella Diocesi di Padova. Lo scorso 29 ottobre, nel teatro dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano (Pd), alla presenza del vescovo mons. Claudio Cipolla e del vicario episcopale per i beni temporali della Chiesa, don Gabriele Pipinato, è stato presentato il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi.

Una novità pressoché assoluta nel panorama delle diocesi italiane e della stessa Conferenza episcopale italiana, che per prima – a parte una rendicontazione complessiva e generica relativa ai fondi dell’otto per mille – non rende pubblico il proprio bilancio. Quindi la scelta della Curia patavina – «frutto di un lungo percorso iniziato con il vescovo Antonio (Mattiazzo, il predecessore di Cipolla, n.d.r.) nella primavera del 2013 e intensificato sotto la guida del vescovo Claudio», si legge nel Rapporto, pubblicato anche sul settimanale diocesano La Difesa del popolo (6/11) – appare particolarmente significativa.

«La presentazione del bilancio – spiegano dalla diocesi – è frutto di un lavoro di tre anni in cui si è intrapreso un nuovo sistema contabile a livello locale e centrale. È cambiata la modalità di presentazione dei rendiconti delle parrocchie alla Diocesi, ma soprattutto si è attivato un lavoro di formazione e sensibilizzazione nel territorio, in particolare a livello di Consigli parrocchiali per la gestione economica – per aumentare la consapevolezza della necessità di conti sempre più rispondenti alla missione della Chiesa». È maturata la convinzione, proseguono, che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto». E soprattutto significa «mettere bene in chiaro quali sono le priorità pastorali che una comunità diocesana si è data, perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche».

Il nostro modello deve diventare Zaccheo, il pubblicano che – racconta il Vangelo di Luca (19, 1-10) –, dopo che Gesù va a casa sua, decide di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire il quadruplo a chi è stato frodato, spiega don Gabriele Pipinato, che però aggiunge: «So già che non ci sarà possibile fare come Zaccheo, so già che il prossimo anno non riusciremo a mostrare che abbiamo dato metà dei nostri beni ai poveri. Tuttavia nemmeno vogliamo rinunciare a fare qualche passo concreto». Innanzitutto sul terreno della trasparenza che, data la situazione della Chiesa italiana, non sembra piccolo. Il bilancio che rendiamo pubblico, prosegue il vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale».

Passando ai numeri del bilancio, il conto economico 2015 della Diocesi di Padova segnala uscite per 10.930.541 euro e ricavi per 10.475.934 euro, quindi con una perdita di esercizio di euro 454.607. Le uscite, in percentuale, sono così suddivise: circa il 20 per cento (poco più di due milioni di euro) per attività pastorali specifiche e di funzionamento; circa il 18 per cento (due milioni) per il personale, le consulenze professionali e i collaboratori; circa il 41 per cento (poco più di quattro milioni) per la carità, il culto e la pastorale; mentre circa il 18 per cento (due milioni) è stato accantonato, la metà per un fondo emergenze appositamente attivato. Mancano all’appello i costi per il sostentamento del clero – una voce “pesante” – perché questi arrivano direttamente dalla Cei, tramite l’Istituto per il sostentamento del clero. Invece per quanto riguarda le entrate, le voci sono queste: il 15 per cento (poco più di 1,5 milioni di euro) da attività varie; il 39 per cento da contributi Cei mediante l’otto per mille (precisamente 4.011.831 euro), tranne i soldi per il sostentamento del clero; il 13 per cento (1 milione abbondante) da contributi pubblici e privati; il 21 per cento (poco più di due milioni) da offerte e donazioni, il restante 12 per cento (poco più di un milione) da proventi straordinari.

«Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», spiega mons. Cipolla, nominato vescovo di Padova da papa Francesco nel luglio 2015. «Se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

L’esempio di trasparenza della Curia di Padova sarà imitato dalle altre diocesi italiane e magari dalla stessa Cei?

Nuova nomina, vecchio stile? Dopo solo due anni il vescovo di Caserta è in odore di trasferimento

9 agosto 2016

“Adista”
9 agosto 2016

Luca Kocci

È arrivato a Caserta poco più di due anni fa, ma il vescovo del capoluogo campano, il focolarino mons. Giovanni D’Alise, sarebbe già sul punto di fare le valige. Da ambienti interni e comunque molto vicini alla curia casertana si dà infatti per certo l’imminente trasferimento di D’Alise alla guida della diocesi di Nola, dove il vescovo Beniamino Depalma ha da poco compiuto 75 anni, rassegnando le canoniche dimissioni per raggiunti limiti di età. Sponsor dell’operazione – a cui mancherebbe solo la firma finale di papa Francesco – sarebbe mons. Giovanni Angelo Becciu, focolarino come D’Alise ed influente monsignore di Curia (romana), sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana (una sorta di ministro degli Interni di Oltretevre) nominato da Benedetto XVI e confermato da Francesco.

Il trasferimento, se confermato, sarebbe quanto meno inusuale. D’Alise infatti, ha 68 anni, e almeno altri sette anni di episcopato davanti a sé, che non sono pochi ma nemmeno così tanti per giustificare l’avvio del ministero in una nuova diocesi. Tanto più che a Caserta è arrivato da pochissimo tempo: nominato da papa Francesco vescovo di Caserta nel marzo 2014 – successore di mons. Pietro Farina, prematuramente deceduto nel settembre 2013 –, è entrato in diocesi nel mese di maggio, poco più di due anni fa, un tempo eccezionalmente breve per l’esercizio di un ministero episcopale.

A meno che non siano intervenute circostanze particolari. E in effetti, pur nella sua brevità, l’episcopato di mons. D’Alise è stato caratterizzato da una serie di episodi che hanno avuto come protagonista – non sempre positivo – il vescovo, a cominciare dalla “blindatissima” e costosissima cerimonia di insediamento (v. Adista Notizie n. 20/14).

Nel luglio 2014, dopo che papa Francesco annunciò che sarebbe andato a Caserta a trovare il suo amico pastore pentecostale Giovanni Traettino, D’Alise mise in campo tutte le proprie amicizie vaticane (in primis il card. Angelo Comastri, oltre allo stesso Becciu)e fece in modo che, due giorni prima della visita alla Chiesa evangelica della riconciliazione del pastore Traettino, il papa andasse a Caserta, per una visita-lampo di poche ore su cui molti preti della diocesi espressero una serie di riserve, per l’improvvisazione con cui era stata preparata e per la rigida censura operata dallo stesso D’Alise sugli interventi dei preti – che ha voluto leggere e vagliare in anticipo – durante l’incontro con il clero casertano («Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione – dissero allora alcuni di loro –. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata»). A febbraio 2015, poi, un nuovo episodio, con l’allontanamento dall’episcopio di un centinaio di scout impegnati in un fine-settimana di formazione che, secondo il vescovo, stava durando troppo e non era stato autorizzato (v. Adista Notizie n. 13/15 e Adista Segni Nuovi n. 23/15). Nella scorsa primavera, l’organizzazione di un percorso sul Giubileo per gli studenti delle scuole casertane a cui venne chiesto un contributo di 4 euro a testa per l’organizzazione; ma alcune scuole – molto poche in realtà – si sfilarono, perché «il Giubileo della misericordia non si paga» (v. Adista Notizie n. 12/16). Infine la chiusura dell’Istituto di Scienze religiose, accorpato a quello di Capua

Insomma una serie di episodi che hanno aumentato i dissensi e i malumori dei confronti di D’Alise, il quale, resosi conto che a Caserta gli spazi stavano diventando per lui sempre più stretti, dopo aver tentato invano di essere spostato a Benevento, starebbe per ottenere, per intercessione di Becciu, il trasferimento a Nola, una diocesi con un territorio più ampio di quello di Caserta – nonché sede di importanti industrie, a cominciare dalla Fiat di Pomigliano d’Arco, dove il vescovo Depalma ha più volte manifestato insieme agli operai (v. Adista Notizie nn. 25, 34 e 52/09 e 27/13) –, ma sicuramente meno importante, per cui non si può parlare di una promozione, semmai di una via di uscita da un ambiente sempre più insofferente al proprio vescovo.

Se il trasferimento di D’Alise a Nola dovesse effettivamente arrivare, sarebbe anche il segnale di un freno al rinnovamento degli ultimi mesi operato dal papa nei confronti delle diocesi campane. Infatti dopo due nomine episcopali di rottura – ed esterne alle tradizionali cordate, rappresentate soprattutto dai cardinali Sepe e Vallini, che hanno di fatto gestito l’episcopato campano nell’ultimo decennio –, come quella di mons. Felice Accrocca a Benevento (prima parroco a Latina) e di mons. Domenico Battaglia a Cerreto Sannita (prima parroco a Catanzaro e presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche fondata da don Mario Picchi), si tornerebbe al passato dei giochi di potere e delle pedine mosse dall’alto. Papa Francesco ci metterà la sua firma?

Francesco visiterà il Memoriale e ricorderà il «Metz Yeghern»

3 giugno 2016

“il manifesto”
3 giugno 2016

Luca Kocci

La risoluzione del Bundestag che ha riconosciuto il «genocidio» della popolazione armena da parte degli ottomani e le conseguenti proteste del premier turco Erdogan arrivano a tre settimane dal viaggio apostolico che papa Francesco effettuerà in Armenia dal 24 al 26 giugno. Inevitabilmente contribuiscono ad aumentare la tensione e a rendere più complicata una trasferta annunciata da tempo e molto attesa da governo, Chiese e popolo armeno, durante la quale il pontefice visiterà anche il Memoriale del genocidio e tornerà a condannare i massacri degli armeni, quasi certamente utilizzando lo stesso termine – «genocidio» – contenuto nella risoluzione approvata ieri dalla Camera bassa tedesca.

Del resto non sarebbe una novità. Già il 12 aprile del 2015, in Vaticano, in occasione del centenario del «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), papa Francesco – riprendendo le parole della Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e del catholicos della Chiesa armena Karekin II sottoscritta durante il viaggio in Armenia di papa Wojtyla nel 2001 – si espresse in questi termini: «La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come “il primo genocidio del XX secolo”, ha colpito il vostro popolo armeno, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi». Immediate, anche in quel caso, le reazioni turche: Ankara convocò il nunzio apostolico (l’ambasciatore della Santa sede in Turchia) per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa, giudicate «senza fondamento» e «lontane dalla realtà storica», e aggiungendo che “l’incidente” avrebbe provocato un problema di fiducia nei rapporti con il Vaticano.

L’atmosfera quindi si presenta surriscaldata, tanto più che, come ha spiegato alla Radio Vaticana l’arcivescovo degli armeni cattolici di Aleppo mons. Boutros Marayati, se il viaggio di Giovanni Paolo II «ha avuto un carattere molto privato», questo di papa Francesco «avrà invece un’apertura più forte». Oltre al Memoriale del genocidio, infatti, incontrerà le massime autorità civili e religiose del Paese, parteciperà ad una liturgia apostolica, celebrerà una messa in piazza a Gyumiri (nel nord, dove c’è una forte presenza di armeni cattolici) e sottoscriverà una nuova dichiarazione comune con il capo della Chiesa apostolica armena, Kerenin II. Francesco vorrebbe anche recarsi alla frontiera, oggi chiusa, con la Turchia («se si potesse aprire quella frontiera, sarebbe una cosa bella», aveva auspicato il papa durante il volo di ritorno da Istanbul, nel settembre 2014), ma il progetto sembra di difficile realizzazione, anche se Bergoglio – come quando a Betlemme si fermò per toccare il muro di separazione con Israele –, ha compiuto diversi fuori programma.