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Progetto Gionata chiede ai giovani Lgbt di far sentire la propria voce al prossimo Sinodo dei vescovi

20 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

I gruppi degli omosessuali cattolici della rete Progetto Gionata si attivano in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani e invitano tutti gli aderenti ad inviare un proprio contributo all’assemblea, rispondendo allo specifico questionario predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo (v. Adista notizie n. 4/17).

«Carissimi fratelli e sorelle, come saprete, dopo il Sinodo sull’Evangelizzazione e sulle Famiglie, nell’ottobre 2018 si terrà, nel corso della XV Assemblea generale ordinaria, un nuovo Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”», si legge nella lettera-invito firmata dal Progetto giovani cristiani lgbt, nato – interno al più ampio Progetto Gionata – da un gruppo di ragazzi e ragazze, di età compresa fra i 18 ed i 35 anni, che si sono incontrati al IV Forum dei Cristiani lgbt (15-17 Aprile 2016). «La Bibbia è piena di giovani “chi-amati” da Dio per seguirlo e portare la Buona Notizia (Abramo, Mosè, Samuele, Maria, Giovanni e altri apostoli, ma anche il giovane ricco!)», si legge ancora». La fede è sì un dono della grazia, dove ci si sente scelti e amati gratuitamente, ma chiede poi una risposta molto concreta, di vita. Se la vocazione è dunque la vasta gamma di possibilità di realizzazione concreta della propria vita nella gioia dell’amore e nella pienezza derivante dal dono di sé a Dio e agli altri, il discernimento è capire e accogliere il personale progetto di Dio nella nostra vita. Nessuno esente».

Per questo è opportuno far sentire la proprio voce al Sinodo, come peraltro richiesto dalla Segreteria generale. «Il documento preparatorio che i vescovi hanno presentato prevede delle domande a tutti i giovani del mondo, la cui sintesi produrrà l’instrumentum laboris (o documento di lavoro) per i padri sinodali, insieme ad altre risposte pervenute da un altro questionario on line». Quindi, esortano gli omosessuali cattolici di Gionata, «come gruppo di giovani credenti omosessuali, ci sentiamo fortemente interpellati dalla tematica e siamo fermamente convinti che sia una irripetibile occasione (“kairos”) per portare un nostro piccolo ma significativo contributo ai padri sinodali. La Vocazione, umana e cristiana, riguarda qualsiasi giovane ed è davvero la chiave di volta per una vita piena, gioiosa!».

«Desideriamo coinvolgere il maggior numero possibile di ragazzi e ragazze, credenti e non, per stilare un documento finale, sintesi dei vari contributi, da inviare al Sinodo», auspicano gli aderenti a Progetto giovani cristiani lgbt che, operativamente, propongono a tutti – ma specialmente ai giovani fra i 18 e i 35 anni – di iscriversi alla mailing list del Progetto (si può chiedere l’accesso inviando una e-mail a: progettogiovanicristianilgbt@gmail.com), partecipando alla “consultazione” e dando il proprio contributo; e di organizzare o partecipare ad un gruppo di lavoro locale che attraverso alcuni incontri mediti sul documento preparatorio ed elabori un contributo scritto. Ai gruppi dei cristiani lgbt, delle loro famiglie e dei loro amici, viene chiesto un impegno maggiore: destinare alcuni incontri all’elaborazione di un contributo scritto per il Sinodo, selezionando ed approfondendo alcuni degli spunti proposti dal documento preparatorio.

Tutti i contributi vanno elaborati ed inviati entro la fine del mese di luglio per predisporre una sintesi conclusiva da far poi pervenire alla Segreteria generale del Sinodo. Perché il Sinodo dei vescovi sia realmente partecipativo e perché vi possa risuonare anche la voce dei giovani omosessuali credenti

“Amoris laetitia”, dibattito aperto. Inchiesta del mensile Jesus

15 aprile 2017

“Adista”
n. 15, 15 aprile 2017

Luca Kocci

Ad un anno dalla pubblicazione di Amoris laetitia, l’esortazione post sinodale di papa Francesco al termine del Sinodo sulla famiglia in due tappe del 2014-2015, il dibattito resta aperto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che Amoris laetiia non è un testo prescrittivo-normativo, ma l’indicazione di un metodo, il «discernimento», che non vieta nulla ma nemmeno nulla automaticamente concede su quello che è stato il nodo più aggrovigliato e controverso del Sinodo: la possibilità di accedere ai sacramenti, in particolare all’eucaristia, da parte del divorziati risposati o conviventi.

Al tema dedica un’inchiesta il mensile dei paolini Jesus (aprile 2017), che così introduce e sintetizza la questione: «Nell’esortazione postsinodale, papa Francesco si è mosso tra le sponde dell’eredità dottrinale e della realtà pastorale, tra i limiti del diritto canonico e le esigenze del rinnovamento spirituale, tra le aspettative dei riformisti e il malumore dei conservatori. Alla fine ha imposto un nuovo paradigma, spostando il tiro dal primato dei principi astratti all’ideale della vita secondo il Vangelo. Ma il nuovo approccio non è né facile né indolore». Non si tratta una indagine sul campo – ad esempio come funziona la ricezione e di Amoris letitia nelle parrocchie e nelle comunità – ma di una utile sintesi di quello che è accaduto durante e dopo il Sinodo concluso e di uno sguardo verso il futuro, abbracciando comunque con favore la linea di mediazione di papa Francesco.

 

Amoris laetitia, un testo controverso

L’accoglienza dell’esortazione apostolica, si legge nell’inchiesta di Jesus firmata da Vittoria Prisciandaro e Jacopo Scaramuzzi, «ricalca perfettamente – per le interpretazioni divergenti di uno stesso testo, per gli entusiasmi e le ostilità, per la radicalità di questioni che toccano la natura stessa della Chiesa, l’ortodossia e l’ortoprassi, la sua presenza nel mondo e la sua relazione con la modernità – la tempestosa ricezione del concilio Vaticano II». E infatti vengono ricordati gli snodi – e le controversie –del Sinodo: la bocciatura dei paragrafi su omosessualità e comunione ai divorziati risposati che nella prima sessione (2014) non raggiungono il quorum dei due terzi; l’approvazione invece – sebbene con una maggioranza risicatissima – della relazione finale (2015), da cui però viene «depennata la questione dell’omosessualità» e ammorbiditi i paragrafi in cui si parla della comunione ai divorziati risposati. Quindi, qualche mese dopo, Francesco firma Amoris letizia (19 marzo, pubblicata l’8 aprile 2016) dove, in una nota a piè di pagina, a proposito dell’eucaristia per una coppia di divorziati risposati, si legge che non è «un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». È l’apertura da tanti attesa che «dà la stura, nelle parrocchie, sui giornali, nella blogosfera e sui social media a un dibattito acceso, a tratti virulento», nota Jesus, fino alla lettera al papa – ma diffusa a mezzo stampa attraverso il blog del vaticanista Sandro Magister – da parte di quatto cardinali ultra-tradizionalisti (Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner e Walter Brandmüller) che sollevano una serie di «dubbi dottrinali».

 

Vescovi in ordine sparso

Dibattito ancora aperto, quindi, con vescovi e Conferenze episcopali che si muovono in ordine sparso, come illustra la “mappatura” di Priscicnadro e Scaramuzzi. «I due vescovi della Conferenza episcopale maltese hanno rotto gli indugi pubblicando per primi, a gennaio, le linee-guida per l’applicazione dell’esortazione e, senza tante sfumature, affermano che qualora “una persona separata o divorziata che vive una nuova unione arriva, con una coscienza formata e illuminata, a riconoscere e credere di essere in pace con Dio, non le potrà essere impedito di accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”». Si tratta di un documento, il primo (rilanciato dall’Osservatore Romano, quindi implicitamente approvato dal papa), che «ha inaugurato la stagione delle prese di posizione degli episcopati nazionali, tra chi si esprime, chi tace, chi lascia intendere. I vescovi tedeschi hanno messo il

loro peso a sostegno del papa a febbraio, con linee-guida che pur senza stabilire “una regola generale o un automatismo”, ammettono, in singoli casi e a valle di un processo di discernimento all’interno della comunità cattolica, l’ammissione all’Eucaristia. I vescovi della regione di Buenos Aires, ma non l’intera Conferenza episcopale argentina, avevano già a settembre pubblicato un documento che, con cautela e delicatezza, spiega che in circostanze molto complesse il documento papale “apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”. Interpretazione approvata dal papa in persona, che ha scritto un messaggio di encomio precisando che “non ci sono altre interpretazioni”». Ma altri danno letture opposte: «L’episcopato della Polonia e quello della Costa Rica sostengono, sebbene non vi siano documenti ufficiali, che nulla è cambiato. Singoli vescovi, come Charles Chaput di Philadelphia (Usa), hanno pubblicato linee-guida diocesane che ribadiscono che i divorziati risposati

possono accedere alla Comunione solo se “rinunciano all’intimità sessuale” vivendo come fratello e sorella».

 

La Cei tace

La Conferenza episcopale italiana tace: «Non ha emanato direttive per l’applicazione». In compenso parlano alcune Conferenze regionali, come quella campana, che a fine gennaio ha pubblicato le linee-guida per la ricezione di Amoris laetitia, nelle quali «si parla esplicitamente di un possibile “percorso di

riammissione alla Comunione eucaristica” dei divorziati risposati o conviventi», affidato anche a laici. Su altre posizioni l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, che in un’intervista pubblicata su Jesus di marzo, ricorda che «la Chiesa ha costantemente insegnato che chi si trova in situazione cosiddetta “irregolare”… non è in condizione di accedere alla Comunione sacramentale».

 

Mons. Coda: è un cambio di paradigma

La difficile sintesi – che evidentemente è anche la posizione della rivista dei paolini – Jesus la affida a mons. Piero Coda, membro della Commissione teologica internazionale e preside dell’istituto universitario Sophia,. Non si tratta, spiega il teologo, «di questo o quel punto dottrinale o pastorale: si tratta di entrare nella logica profonda che anima l’orientamento dell’esortazione, che è in sintonia con il giro di boa messo in atto dal Vaticano II». Quindi «si tratta di transitare dal primato conferito alla dottrina, ai princìpi, al dover essere, al primato riconosciuto da un lato all’ideale di vita proposto dal Vangelo, e dall’altro, inscindibilmente, alle persone cui il Vangelo è rivolto. Non si tratta di fare sconti o compromessi, ma di guardare alle ferite, agli interrogativi, ai dubbi di chi vive la realtà della famiglia, con gli occhi di Dio, che sono gli occhi della misericordia». Inevitabile, pertanto, che il dibattito continui ancora. ««La ricezione è appena agli inizi – conclude Coda –. Perché si tratta di un cambio di paradigma nell’approccio pastorale alla realtà della famiglia. E il nuovo paradigma, che è poi antico come il Vangelo, dev’essere assimilato, compreso in profondità, declinato con pertinenza. Il segnale è dato: ma occorre illustrare il significato di questo cambio di paradigma, declinandone le implicazioni, a tutto il popolo di Dio nelle sue diverse componenti. Il clero, ad esempio, è in gran parte impreparato e così gli operatori pastorali in ambito familiare. È più che mai necessaria un’adeguata formazione: spirituale, teologica, antropologica e pastorale».

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”: il Documento preparatorio del Sinodo dei vescovi 2018

27 gennaio 2017

“Adista”
n. 4, 28 gennaio 2017

Luca Kocci

Sarà dedicato ai «giovani, la fede e il discernimento vocazionale» il Sinodo ordinario dei vescovi che si terrà in Vaticano nell’ottobre 2018. La modalità è quella già sperimentata nel precedente Sinodo – Documento preparatorio, Questionario (sia per i vescovi che per i giovani), redazione dell’Instrumentum laboris, Assemblea sinodale nel 2018 – ma l’evento si preannuncia meno “avvincente” e potenzialmente dirompente rispetto al Sinodo sulla famiglia che si svolse in due tappe nel 2014 e 2015: all’ordine del giorno non vi sono temi scottanti e particolarmente divisivi (come la questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, dei conviventi, delle coppie omosessuali, della contraccezione) ma un confronto generale sui giovani, la loro fede e le loro scelte vocazionali, ridotte sostanzialmente e due: matrimonio o vita consacrata.

Il documento preparatorio, indirizzato «ai Sinodi dei vescovi e ai Consigli dei gerarchi delle Chiese orientali cattoliche, alle Conferenze episcopali, ai dicasteri della Curia romana e all’Unione dei superiori generali», presentato in Vaticano lo scorso 13 gennaio, è stato sintetizzato dal card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, e si divide in tre parti: «La prima invita a mettersi in ascolto della realtà; la seconda evidenzia l’importanza del discernimento alla luce della fede per arrivare a compiere scelte di vita che corrispondano realmente al volere di Dio e al bene della persona; la terza concentra la sua attenzione sull’azione pastorale della comunità ecclesiale».

Giovani «senza Dio» e «senza Chiesa»

La prima parte del documento («I giovani del mondo di oggi»), pur tentando di operare delle «differenze fra le diverse aree del pianeta», brilla per ovvietà. Si descrive un «contesto di fluidità e incertezza mai sperimentate» che provoca «vulnerabilità» («cioè la combinazione di malessere sociale e difficoltà economica») e «insicurezza», causata da «disoccupazione», «flessibilità», «sfruttamento» e migrazioni. Inoltre «l’intreccio tra paradigma tecnocratico e ricerca spasmodica del profitto a breve termine sono all’origine di quella cultura dello scarto che esclude milioni di persone, tra cui molti giovani, e che conduce allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e al degrado dell’ambiente, minacciando il futuro delle prossime generazioni».

In molte parti del mondo, inoltre, i giovani sperimentano «condizioni di particolare durezza»: «Povertà ed esclusione», impossibilità di andare a scuola, ci sono poi «bambini e ragazzi di strada», «sfollati e migranti», «vittime di sfruttamento, tratta e schiavitù», «bambini soldato» e «spose bambine». Invece in altri Paesi del Nord del mondo è sempre più diffuso il fenomeno dei Neet (not in education, employment or training, cioè «giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale») e della «iperconnessione» nel «mondo virtuale», che presenta «opportunità» e «rischi».

In questo contesto i giovani «nutrono spesso sfiducia, indifferenza o indignazione verso le istituzioni» (quelle politiche, ma anche «la Chiesa, nel suo aspetto istituzionale»). «L’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria». Tutto ciò produce, soprattutto nella «cultura occidentale», «una concezione di libertà intesa come possibilità di accedere ad opportunità sempre nuove», che però, sia «nelle relazioni affettive», sia «nel mondo del lavoro», si traduce in «opzioni sempre reversibili più che in scelte definitive» («Oggi scelgo questo, domani si vedrà»).

«Discernimento alla luce della fede»

Quindi, e veniamo alla seconda parte del documento («Fede, discernimento, vocazione»), «la Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane», affinché «la loro vita sia esperienza buona», «non si perdano su strade di violenza o di morte», «la delusione non li imprigioni nell’alienazione».

L’accompagnamento dei giovani non può che «partire della fede», «con il chiaro obiettivo di sostenerli nel loro discernimento vocazionale e nell’assunzione delle scelte fondamentali della vita, a partire dalla consapevolezza del carattere irreversibile di alcune di esse», sia quelle che riguardano lo «stato di vita» («matrimonio, ministero ordinato o vita consacrata?»), sia quelle che riguardano «i propri talenti» («vita professionale, volontariato, servizio agli ultimi, impegno in politica»).

Il discernimento è un «processo lungo», che si articola in tre tappe: «Riconoscere» («gli effetti che gli avvenimenti della mia vita, le persone che incontro, le parole che ascolto o che leggo producono sulla mia interiorità»); «interpretare», cioè «comprendere a che cosa lo Spirito sta chiamando»; «scegliere», ovvero «l’atto di decidere», sottratto «alla forza delle pulsioni a cui un certo relativismo contemporaneo finisce per assegnare il ruolo di criterio ultimo». In particolare, «nei luoghi dove la cultura è più profondamente segnata dall’individualismo, occorre verificare quanto le scelte siano dettate dalla ricerca della propria autorealizzazione narcisistica e quanto invece includano la disponibilità a vivere la propria esistenza nella logica del generoso dono di sé».

«Educare le nuove generazioni»

Nella terza parte del documento si delineano alcune strategie di «azione pastorale» su cui il Sinodo dovrà interrogarsi: «Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l’annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico»; «vedere», ovvero «la disponibilità a passare del tempo» con i giovani, «ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle»; infine «chiamare», che significa «ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano», «porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate».

Un compito – quello di «educare le nuove generazioni» – che riguarda «tutta la comunità cristiana» (anche inserendo «negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali»), ed in particolare «genitori», «pastori» (da formare, soprattutto «coloro a cui è affidato il compito di accompagnatori del discernimento vocazionale in vista del ministero ordinato e della vita consacrata») e «insegnanti e altre figure educative».

Sinodo dei vescovi 2018: due Questionari per interpellare Chiesa e giovani

27 gennaio 2017

“Adista”
n. 4, 28 gennaio 2017

Luca Kocci

«Parte integrante» del Documento preparatorio al Sinodo dei vescovi del 2018 su «giovani, fede e discernimento vocazionale» (v. notizia precedente) e non «semplice appendice» – ha precisato il segretario generale del Sinodo, card. Lorenzo Baldisseri – è un Questionario di venti domande indirizzato agli organismi ecclesiali.

Come il Documento, anche il Questionario appare piuttosto generico. Nella sezione dedicata alla lettura della situazione, per esempio, compaiono domande come: «In che modo ascoltate la realtà dei giovani?», «Quali sono le sfide principali e quali le opportunità più significative per i giovani del vostro Paese/dei vostri Paesi oggi?», «Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro Paese/i alla Chiesa oggi?». Oppure quesiti più specifici sulla «pastorale giovanile vocazionale» o sull’accompagnamento spirituale messo in campo dalle diocesi. A questo primo Questionario ne seguirà un altro, rivolto direttamente ai giovani, per consultarli «sulle loro aspettative e la loro vita» – spiega mons. Fabio Fabene, sottosegretario del Sinodo dei vescovi – che verrà diffuso su un sito internet appositamente predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo. «Sembra importante coinvolgere i giovani nella fase preparatoria dell’Assemblea sinodale – aggiunge Fabene – perché il prossimo Sinodo non vuole solo interrogarsi su come accompagnare i giovani nel discernimento della loro scelta di vita alla luce del Vangelo, ma vuole anche mettersi in ascolto dei desideri, dei progetti, dei sogni che hanno i giovani per la loro vita, come anche delle difficoltà che incontrano per realizzare il loro progetto a servizio della società, nella quale chiedono di essere protagonisti attivi».

Sulla base delle risposte ad entrambi i Questionari, come già fatto in occasione del Sinodo sulla famiglia (quando però c’era un unico Questionario rivolto a «tutto il popolo di Dio» senza distinzioni), verrà redatto l’Instrumentum laboris, la traccia di lavoro per l’assemblea dei vescovi dell’ottobre 2018.

«Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità», scrive papa Francesco nella lettera indirizzata direttamente ai giovani in occasione della presentazione del Documento preparatorio. «Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori».

Francesco assolve l’aborto: l’amore è superiore alla legge

22 novembre 2016

“il manifesto”
22 novembre 2016

Luca Kocci

Tutti i preti cattolici potranno concedere l’assoluzione per il «peccato di aborto».

Il Giubileo della misericordia, concluso ufficialmente domenica scorsa con la chiusura della “porta santa” della basilica di san Pietro – verrà riaperta in occasione del Giubileo ordinario del 2025 –, termina con una lettera apostolica di papa Francesco (Misericordia et misera) che modifica in maniera sostanziale la rigidità della prassi pastorale della Chiesa romana in materia di aborto. D’ora in poi, infatti – è scritto nel paragrafo 12 del documento firmato dal pontefice il giorno 20 ma reso noto solo ieri –, «tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero», avranno «la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». Quindi non solo le donne che scelgono di interrompere la gravidanza, ma anche medici, infermieri e tutto il personale socio-sanitario coinvolto. Fino a ieri per tutti c’era la scomunica automatica (latae sententiae), e potevano essere assolti solo da un vescovo o da un prete delegato appositamente dal vescovo stesso.

È una misura che non cancella il «peccato di aborto» («l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente», puntualizza Francesco) – quindi non c’è nessuna modifica dottrinale –, ma introduce un profondo aggiornamento pastorale e giuridico, tanto che in Vaticano metteranno mano anche al Codice di diritto canonico, come spiega mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: il diritto canonico «è un insieme di leggi, nel momento in cui c’è una disposizione del papa che modifica il dettato della legge si deve necessariamente cambiare l’articolo che riguarda quella specifica disposizione» (ovvero il canone 1398: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae»).

Il criterio che ha guidato papa Francesco – a partire dai racconti evangelici della «adultera» e della «peccatrice» perdonate da Gesù – è che «l’amore» è superiore alla «legge» e che «nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia». Pertanto «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito». Compreso l’aborto.

Nonostante la misura non giunga del tutto inaspettata – rende permanente ciò che era stato già permesso limitatamente alla durata del Giubileo –, è certo che provocherà forti terremoti all’interno della Chiesa cattolica, dove il fronte reazionario è già sul piede di guerra. Solo pochi giorni fa, infatti, quattro cardinali ultraconservatori (fra cui l’ex arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra), che già durante il Sinodo sulla famiglia animarono il fronte integralista contrario ad ogni apertura, hanno diffuso – tramite il blog del vaticanista Sandro Magister, sempre più megafono dell’opposizione conservatrice a papa Francesco – una lettera in cui chiedono al pontefice di chiarire «cinque dubbi» della Amoris laetitia, l’Esortazione post sinodale che contiene moderate aperture «caso per caso» per esempio sulla possibilità di concedere l’assoluzione e l’accesso alla comunione ai divorziati risposati. Ora, con questa nuova e più decisa azione di aggiornamento pastorale, le contestazioni dei reazionari non mancheranno, anzi saranno sicuramente accese.

Nella lettera apostolica di papa Francesco c’è una seconda misura di rilievo, anche questa concessa inizialmente per il Giubileo ed ora «estesa nel tempo»: la facoltà per i preti ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X – non pienamente in comunione con la Chiesa di Roma, per non aver mai riconosciuto i risultati del Concilio Vaticano II – di confessare e impartire «validamente e lecitamente l’assoluzione» ai fedeli.

Potrebbe sembrare, da parte di papa Francesco, un’operazione trasformista – un’apertura a sinistra (assoluzione per l’aborto) e una a destra (“sanatoria” per i lefebvriani) – per accontentare tutti, o non scontentare nessuno. Senz’altro c’è il tentativo di tenere insieme tutti i pezzi della Chiesa cattolica, contraddizioni comprese.

Infine l’indizione, per l’ultima domenica dell’anno liturgico cattolico – è stata domenica scorsa, quindi se ne parlerà a novembre prossimo – della Giornata mondiale dei poveri. Perché, scrive Francesco, la misericordia deve avere un «carattere sociale», e «la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio».

Il papa apre ai divorziati

9 aprile 2016

“il manifesto”
9 aprile 2016

Luca Kocci

Il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ad ottobre, aveva aperto qualche spiraglio sulla possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti. Ora papa Francesco allarga quelle fessure e afferma esplicitamente che, in casi particolari, il divieto per i divorziati risposati di fare la comunione può cadere.

Si chiude così, con la pubblicazione dell’ampia esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amoris laetitia (“La gioia dell’amore”, un titolo che ricalca quello della prima esortazione del pontefice, Evangelii gaudium, “La gioia del Vangelo”), firmata il 19 marzo ma resa nota ieri mattina, il percorso del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, dopo due anni di dibattito dentro e fuori le mura vaticane. Il Sinodo, infatti, è un organismo solo consultivo, e l’esortazione post-sinodale ne costituisce in un certo senso l’interpretazione autentica e l’attuazione.

Chi si aspettava che il papa avrebbe spalancato tutte le porte che la maggioranza dei vescovi aveva sprangato – per esempio su coppie omosessuali e contraccezione – resterà deluso. Del resto viene esplicitato fin dalle prime righe della Amoris laetitia che non era questa l’intenzione di Bergoglio: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche».

Non è stata formulata nessuna nuova norma canonica generale, semmai – scrive il papa – spetta alla Chiese locali di «interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano». La parola chiave per affrontare le situazioni «irregolari» è «discernimento», la stessa che ebbe un posto centrale nella Relazione finale del Sinodo. Che va applicato, da parte dei pastori e degli stessi fedeli coinvolti, soprattutto alla situazione dei divorziati risposati, nei confronti dei quali già il Sinodo si era mostrato maggiormente indulgente, sebbene in modo un po’ ambiguo e piuttosto controverso (un paragrafo “aperturista” della Relazione finale su questa questione fu approvato per un solo voto).

Ora papa Francesco si spinge più in là: i divorziati risposati «non devono sentirsi scomunicati», «nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo»; e scrive – ma curiosamente in due note a piè di pagina – che potranno accedere ai sacramenti, possibilità finora canonicamente preclusa.

Una strada resta quella di ottenere dai tribunali ecclesiastici la «dichiarazione di nullità matrimoniale», le cui procedure sono state recentemente semplificate dallo stesso Francesco, affidando maggiori responsabilità ai vescovi diocesani. Poi c’è il «discernimento» dei pastori, che valuti le «attenuanti» e distingua i casi, perché un conto «è una seconda unione consolidata nel tempo», altro è «una nuova unione che viene da un recente divorzio». Sarebbe «meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale», «come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone». Invece «è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato», «si possa vivere in grazia di Dio», «ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». E, precisa la nota a piè di pagina redatta dal papa, «in certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti», considerando che «l’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli».

A parte queste aperture «caso per caso», la dottrina cattolica tradizionale sul matrimonio è ribadita in più occasioni: «Unione indissolubile tra l’uomo e la donna» contraddistinta dalla «apertura alla vita», quindi tesa alla procreazione («nessun atto genitale degli sposi può negare questo significato, benché per diverse ragioni non sempre possa generare una nuova vita»).

«Altre forme di unione – si legge – contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale». Un riferimento, quest’ultimo, al «matrimonio solo civile» o persino ad «una semplice convivenza» stabile, tuttavia «da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». La condanna, invece, è per le unioni tra persone omosessuali, utilizzando fra l’altro – come fece anche il Sinodo – una formulazione redatta a suo tempo dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata allora dal card. Ratzinger: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ne consegue, inevitabilmente, la considerazione che «ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa»; «diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso».

«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione», scrive Francesco, evidentemente prevedendo le obiezioni dei conservatori all’apertura sui divorziati risposati. «Ma la Chiesa non è una dogana», e «il Vangelo stesso di richiede di non giudicare e di non condannare». «Questa è la logica che deve prevalere nella Chiesa».

Non è un «balzo in avanti», ma – all’interno di un sistema dottrinale tradizionale e limitatamente ad una situazione circoscritta – una «maglia rotta nella rete».

I cattolici al tempo di papa Francesco. Intervista al sociologo Marco Marzano

26 dicembre 2015

“Adista”
n. 45, 26 dicembre 2015

Luca Kocci

Un viaggio fra i cattolici al tempo di papa Francesco. Lo ha compiuto Marco Marzano, docente di sociologia all’università di Bergamo e autore di diverse monografie sul mondo cattolico (v. Adista Segni Nuovi nn. 27/12 e 44/13), per il Fatto Quotidiano: dieci puntate pubblicate sul quotidiano diretto da Marco Travaglio che hanno percorso in lungo e in largo la Chiesa e il mondo cattolico, attraverso non le statistiche ufficiali ed ufficiose o gli studi e le ricerche più o meno serie e attendibili, ma recandosi direttamente sul posto, nelle parrocchie, nei seminari, nei gruppi, nelle sacrestie, incontrando parroci, seminaristi, religiose, laici impegnati, famiglie, coppie, persone divorziate, omosessuali. Il risultato è un affresco a colori vivi della Chiesa cattolica reale al tempo di papa Francesco, diventato ora anche un volume (Inchiesta sui cattolici al tempo di Francesco, euro 2,50) che esce a partire dal 18 dicembre insieme al Fatto Quotidiano.

«Il progetto – spiega Marzano ad Adista – nasce dal desiderio di raccontare l’evoluzione del cattolicesimo italiano al tempo di Francesco, lontano dai palazzi e dai suoi intrighi. Andando quindi nelle periferie cattoliche per descrivere la situazione reale della Chiesa italiana di base. Dando voce a delle “storie minori”, cioè alle narrazioni di persone sconosciute, la cui vicenda viene raccontata nella prima parte di ciasuno dei dieci microsaggi».

Molte questioni affrontate nella tua inchiesta sono fra i temi di cui si è discusso al Sinodo dei vescovi sulla famiglia concluso nello scorso mese di ottobre. A cominciare dal nodo dei divorziati riposati. Come emerso dalla tua indagine?

«Soprattutto l’anacronismo di una norma che considera il divorzio fonte del massimo degli scandali. Nelle nostre società, i peccati percepiti come principali e più gravi sono certamente altri. Su questo come su altri temi la Chiesa sembra non voler cedere al primato della coscienza individuale sulla norma ecclesiale. Nella realtà, la tolleranza verso i divorziati è molto ampia e la sfiducia verso la norma lo è ancor di più: a credere che l’esclusione dei divorziati dalla comunione sia conseguenza di una legge giusta non ci crede più quasi nessuno. Nondimeno anche qui, come in altri campi, la sofferenza delle persone escluse è reale».

L’inchiesta parte da una storia di vita…

«Si tratta di una coppia di divorziati risposati che nella loro prima unione stavano con persone lontanissime dalla Chiesa e dalla vita religiosa. È proprio incontrandosi che hanno invece riscoperto l’importanza e la bellezza di un sincero percorso spirituale. Ed è però proprio ora che ne sono esclusi».

Una storia davvero paradossale… Per quanto riguarda le persone e le coppie omosessuali è invece tutto più chiaro?

«I singoli fedeli gay sono talvolta accolti e talvolta no, le coppie non sono accolte mai. L’omosessualità non è mai ufficialmente riconosciuta come una tendenza compatibile con la formazione di un nucleo familiare. Su questo abbiamo ricevuto alcune lettere belle, intense e drammatiche. Una difficoltà ulteriore nell’affrontare questa questione nasce dal fatto che, se lo facesse, la Chiesa dovrebbe fare i conti anche con un suo gigantesco problema interno: quello dell’omosessualità del clero».

Hai affrontato anche il nodo del celibato ecclesiastico…

«E si è scatenato un vero e proprio putiferio. Ho ricevuto decine di lettere – diverse delle quali sono pubblicate nel libro –, il pezzo è stato messo sul mio blog e lì ha ricevuto un’infinità di commenti. Lo stesso è avvenuto su Facebook. Migliaia di condivisioni e di commenti, molti agguerriti e aggressivi. Ho riflettuto su quel che è avvenuto e ho compreso una cosa che non mi era chiara: e cioè che la purezza sessuale dei preti è, per molti, un elemento davvero decisivo della loro sacralizzazione e dunque della santità della Chiesa. Per tanti credenti, la Chiesa è santa se il clero è casto, cioè se il clero mantiene fede alla promessa di non avere una propria vita sessuale e affettiva, e quindi in questo modo e per questa via, assomigliare a Gesù, diventare semidivino. C’è bisogno di rifletterci ancora e a lungo».

In questo scenario come ti sembra che si stia muovendo papa Francesco?

«Difficile a dirsi. Sembra di intuire una volontà riformatrice che però fatica a tradursi in decisioni concrete. Il terreno forse più promettente è quello dei divorziati, sul quale ha lavorato il Sinodo e che dovrebbe essere oggetto di una prossima esortazione apostolica. Sugli altri mi sembra che tutto taccia. Sull’omosessualità il Sinodo non ha fatto nessun passo in avanti, nemmeno timido. Idem sulle donne. Anche la sola idea del diaconato femminile non ha riscosso nessun consenso. La Chiesa fatica a riformarsi e reagisce ad ogni alito di novità con un ulteriore irrigidimento. In questa situazione, molto spesso i fedeli fanno da soli e si scoprono capaci di autonomia e di intelligenza, comprendono di non avere così tanto bisogno delle gerarchie per vivere una vita cristiana piena e soddisfacente, all’insegna di quell’autenticità così importante per noi “moderni”».

Concluso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Parola d’ordine: «Discernimento»

26 ottobre 2015

“Adista”
n. 38, 7 novembre 2015

Luca Kocci

«Discernimento» è la parola chiave del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che, dopo due anni di cammino e di dibattito dentro e fuori le aule vaticane, si è concluso lo scorso 25 ottobre con una messa solenne a San Pietro presieduta da papa Francesco.

Dai 270 padri sinodali non è arrivata nessuna proposta netta sui temi spinosi dei divorziati risposati (in particolare per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti) e delle coppie conviventi o sposate solo civilmente – più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione –, ma una sorta di delega ai vescovi diocesani e ai preti a valutare e a decidere caso per caso.

Si tratta del fallimento del Sinodo e della sconfitta dei riformisti? No, perché la porta, su alcuni aspetti, resta accostata. È allora la sconfitta dei conservatori e la vittoria degli innovatori? Nemmeno, perché su diverse questioni non c’è stato alcun passo avanti e perché, in generale, più che di vere e proprie aperture si tratta di “non chiusure”.

Il risultato raggiunto si configura come una mediazione tra posizioni piuttosto distanti (fortemente ispirata dal circolo minore in lingua tedesca, v. Adista Notizie n. 37/15) che, dal punto di vista tattico, può essere interpretato come un successo del fronte innovatore, il quale però non è riuscito a far passare le proprie posizioni di fronte ad un blocco conservatore agguerrito e compatto. Infatti se i paragrafi più controversi della Relazione finale – come quelli sui divorziati risposati – non avessero ottenuto il quorum dei 2/3 (come era accaduto al termine dell’assemblea straordinaria di ottobre 2014, v. Adista Notizie n. 38/14), la partita sarebbe stata chiusa, perché il papa difficilmente avrebbe poi agito in senso opposto, pur avendo il potere di farlo dal momento che il Sinodo è un organismo solo consultivo. In questo modo, invece, Francesco ha il semaforo verde per procedere, se vuole, per esempio con un’Esortazione postsinodale da lanciare durante il Giubileo della misericordia.

Papa Francesco: misericordia, non condanne

E qualcosa il papa l’ha già detta, nel discorso conclusivo della sera del 24 ottobre, subito dopo la votazione sulla Relazione finale. Ha ribadito la dottrina tradizionale sul matrimonio, «tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità». Ma ha anche pronunciato alcune parole che potrebbero assumere una sorta di bussola per il «discernimento» affidato ai vescovi e ai preti. «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri», ha detto Bergoglio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio», «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo». E ancora: abbiamo «spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite». La strada potrebbe essere quella del «decentramento», più volte invocato da Francesco: «Aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ha detto il papa –, abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato».

Divorziati risposati: approvazione all’ultimo voto

La relazione finale, i cui 94 paragrafi hanno tutti ottenuto il quorum dei due terzi dei 265 partecipanti al voto (ovvero 177) – ma su alcuni punti solo per un soffio –, conferma i principi cattolici sul matrimonio «naturale» ed «indissolubile». Ed evidenzia i fattori di crisi del matrimonio e della famiglia: cause culturali e antropologiche («esasperata cultura individualistica», «femminismo», «ideologia del gender»), ma anche economico-sociali («povertà», «migrazioni forzate», «conflitti», «sistema economico che produce diverse forme di esclusione sociale», a cominciare dalla mancanza di lavoro).

Quindi passa in rassegna alcuni punti particolarmente dibattuti e divisivi, a partire dalla questione dei divorziati risposati. I tre paragrafi ad essa dedicati sono quelli che hanno ottenuto il numero più basso di consensi (e uno dei tre è passato solo per un voto in più rispetto al quorum). L’ammissione all’eucaristia non è menzionata – come invece viene fatto per i divorziati non risposati (paragrafo 83, approvato con 248 sì e 12 no) – ma nemmeno negata. La via da seguire è quella del «discernimento» caso per caso – distinguendo le responsabilità di ciascuno – affidata alla responsabilità dei vescovi, dei preti e, solo in minima parte, alla coscienza dei singoli.

«I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo», si legge nel paragrafo 84, approvato con 187 sì (72 no). «La loro partecipazione – si legge ancora – può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo». Il paragrafo 85 è quello che ha ottenuto meno consensi di tutti: 178 sì e 80 no. Il punto di partenza è la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». Pertanto è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno». Quindi, prosegue il paragrafo, «il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla “imputabilità soggettiva” (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi». Infine nel paragrafo 86 (190 sì, 64 no) si fa riferimento al «foro interno»: è lì che si formula «un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere».

Coppie conviventi: da orientare verso il matrimonio

Sul tema delle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la Relazione finale è interlocutoria. Non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (e non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi, comunque superiori a 200): anche qui la parola d’ordine è «discernimento».

«La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza – si legge –, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti. In molte circostanze, la decisione di vivere insieme è segno di una relazione che vuole realmente orientarsi ad una prospettiva di stabilità. Questa volontà, che si traduce in un legame duraturo, affidabile e aperto alla vita può considerarsi un impegno su cui innestare un cammino verso il sacramento nuziale, scoperto come il disegno di Dio sulla propria vita.

Contraccezione e coppie omosessuali: chiusura totale

Il criterio del «discernimento» non vale invece per le coppie omosessuali e la contraccezione

Su quest’ultimo punto viene ribadito quanto prescritto dalla Humanae Vitae di Paolo VI: la contraccezione artificiale non è ammessa, l’unica lecita resta quella basata «sui ritmi naturali di fecondità».

Sulle coppie omosessuali la chiusura è assoluta, come indicato al paragrafo 76 della Relazione, che ha incassato 221 sì e 37 no. «Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Ibidem). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso». Sono le posizioni espresse anni fa dalla Congregazione per la dottrina della fede, quando era guidata dal card. Ratzinger.

L’equilibrismo dei padri sinodali

25 ottobre 2015

“il manifesto”
25 ottobre 2015

Luca Kocci

Dopo due anni di dibattito dentro e fuori le stanze vaticane, la parola chiave uscita dal Sinodo dei vescovi sulla famiglia è «discernimento». Dai padri sinodali che ieri sera hanno votato i 94 paragrafi della Relazione finale, quindi, non è arrivata nessuna proposta netta sui temi spinosi dei divorziati risposati e delle coppie conviventi – più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione –, ma una sorta di delega ai vescovi diocesani e ai preti a valutare caso per caso.

È il fallimento del Sinodo e la sconfitta dei riformisti? No, perché la porta, su alcuni aspetti, resta accostata e affidata alle Chiese locali. È allora la sconfitta dei conservatori e la vittoria degli innovatori? No, perché su alcune questioni non c’è stato alcun passo avanti e perché più che di vere e proprie aperture si tratta di “non chiusure”.

In ogni caso l’ultima parola spetterà al papa, perché il Sinodo è un organismo solo consultivo e perché i vescovi, con l’indeterminatezza di molti paragrafi, gli hanno lasciato il cerino in mano. Qualcosa Francesco l’ha già detta, nel suo discorso conclusivo. Ha ribadito la dottrina tradizionale sul matrimonio («tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità»). Ma ha anche pronunciato alcune parole che potrebbero assumere una sorta di bussola per il «discernimento», oppure il preludio ad una prossima Esortazione postsinodale che interpreti le conclusioni del Sinodo. «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri», ha detto Bergoglio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio», «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo». E ancora: bisogna spogliare «i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».

La relazione finale, approvata dal quorum dei 2/3 dei 265 partecipanti al voto, conferma ovviamente i principi cattolici sul matrimonio «naturale» ed «indissolubile». Ed evidenzia i fattori di crisi della famiglia: cause culturali («esasperata cultura individualistica», «femminismo», «ideologia del gender»), ma anche economico-sociali («povertà», «migrazioni forzate», «conflitti», «sistema economico che produce diverse forme di esclusione sociale», a cominciare dalla mancanza di lavoro).

Quindi passa in rassegna i punti più dibattuti. A partire dalla questione dei divorziati risposati, sulla quale si incoraggia il ricorso al processo per riconoscere la nullità del matrimonio, semplificato da un motu proprio di papa Francesco. «Devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo», occorre «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate», si legge nel paragrafo 84, approvato con 187 sì e 72 no (quorum 177). Più controverso il paragrafo successivo: è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo», tenendo conto delle diverse situazioni, valutando così «che in alcune circostanze l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate». Pertanto «il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla imputabilità soggettiva», «la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi». Nonostante l’equilibrismo, il paragrafo ottiene solo 178 sì (80 no), segno che la divisione fra i vescovi è profonda. L’ammissione all’eucaristia non è menzionata – come invece per i divorziati non risposati – ma nemmeno negata: l’evidenza della mediazione raggiunta.

Sulle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la Relazione finale è interlocutoria. Non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi): anche qui la parola d’ordine è «discernimento». Che invece non vale per la contraccezione artificiale: l’unica ammessa continua ad essere quella naturale prescritta dalla Humanae Vitae di Paolo VI,. E soprattutto non vale per le coppie omosessuali: la persona omosessuale va «rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» (e ci mancherebbe altro); ma «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ovvero quanto già prescritto dalla Congregazione per la dottrina della fede allora guidata da Ratzinger.

Sinodo: ultime schermaglie prima della conclusione. Dove andrà la Chiesa di papa Francesco?

24 ottobre 2015

“Adista”
n. 37, 31 ottobre 2015

Luca Kocci

Se la scorsa settimana la lettera parzialmente spuria dei 13 cardinali che criticavano le procedure dell’assemblea sinodale e lanciavano l’allarme sulla possibilità di consentire l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati aveva caratterizzato i lavori del Sinodo (v. Adista Notizie n. 36/15), in questa terza ed ultima settimana la notizia della presunta malattia di papa Francesco che sarebbe affetto da un tumore benigno al cervello – lanciata dal Quotidiano Nazionale e smentita da chiunque poteva smentirla: il direttore della sala stampa vaticana p. Federico Lombardi, L’Osservatore romano, il medico che avrebbe visitato il papa – ha catalizzato l’attenzione dei media (informazione veritiera o nuovo “complotto” in stile Vatileaks per indebolire il papa facendolo sembrare malato o “fuori di testa”?), distraendoli dai lavori dell’assemblea sinodale. Dove invece si è giocata una partita importante, forse decisiva.

I 13 circoli minori divisi per gruppi linguistici (4 inglesi, 3 francesi, 3 italiani, 2 spagnoli, 1 tedesco) si sono infatti confrontati sulla terza ed ultima parte dell’Instrumentum laboris (“La missione della famiglia oggi”), in cui sono presenti i nodi più problematici: divorziati risposati, coppie conviventi, omosessuali e contraccezione. E hanno prodotto 13 relazioni – di cui diamo ampiamente conto nelle notizie successive – che, unitamente agli interventi dei 270 padri conciliari nel dibattito in assemblea generale, serviranno alla Commissione nominata dal papa per elaborare la Relazione finale del Sinodo che verrà messa si voti nel pomeriggio del 24 ottobre.

In assemblea il dibattito è stato vivace, e si sono confermate le due posizioni che dividono i vescovi, soprattutto sulla questione dell’ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati, il tema più discusso e quello che inevitabilmente costituirà la cartina di tornasole sugli esiti del Sinodo. «Io penso che si debba chiarire bene la questione del matrimonio valido», ha sintetizzato a Radio Vaticana il card. Marc Ouellet, fra i capofila dei conservatori. «Se il matrimonio è nullo, si deve chiarire attraverso le procedure giudiziarie; altrimenti, se il vincolo coniugale e sacramentale indissolubile c’è, lì non possiamo, senza cambiare la dottrina, proporre un accesso ai sacramenti, perché è un punto dottrinale». Sul fronte opposto, il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha invece spiegato in assemblea che «si dovrebbe prendere in seria considerazione la possibilità, sebbene non in maniera generalizzata, di consentire ai divorziati risposati l’accesso al sacramento della penitenza e dell’eucaristia». Fra i due estremi, potrebbe farsi strada una terza via, di mediazione, ovvero quella di proporre un approccio personalizzato, distinguendo caso per caso, guidato dai vescovi diocesani. Che in un certo senso risponderebbe anche a quello che papa Francesco ha ripetuto – lo aveva già scritto nella Evangelii Gaudium – durante il discorso per la commemorazione del cinquantesimo anniversario del Sinodo dei vescovi, lo scorso 17 ottobre: «Non è opportuno che il papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione».

Mentre scriviamo, la commissione è al lavoro per l’elaborazione e la redazione della relazione finale del Sinodo, che verrà messa ai voti nel tardo pomeriggio di sabato 24 ottobre e poi consegnata al papa che deciderà cosa farne. Solo allora si capirà come è finito il Sinodo e, soprattutto, in quale direzione andrà veramente la Chiesa di papa Francesco