Archive for the ‘storia della chiesa’ Category

Dom Franzoni, fuori le mura con la bussola del Vangelo

14 luglio 2017

“il manifesto”
14 luglio 2017

Luca Kocci

«Un cattolico marginale». Così si era definito egli stesso, nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa (da Rubbettino). Giovanni Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano, per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora, è morto ieri a Roma a quasi 89 anni di età, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, entra presto nell’ordine benedettino. Nel 1955 viene ordinato prete e subito dopo inviato all’abbazia benedettina di Farfa. Nel 1964 la prima svolta: viene trasferito a Roma come abate della basilica di San Paolo fuori le mura. Da abate di San Paolo – una dignità che di fatto lo equiparava ad un vescovo – acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano), dove sostiene i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con preoccupazione dai settori ecclesiali conservatori.

Intanto si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come era allora San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale”, fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Una testimonianza e una azione pastorale che non passano inosservate. Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni canoniche. Fino al 1973, quando un giovane, durante la messa in basilica, legge una preghiera contro lo Ior. Il confine è stato oltrepassato. Franzoni è costretto alle dimissioni da abate di San Paolo. Prima però, pensando all’imminente Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. La terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio, spiegava Franzoni nella sua lettera, che diventa anche un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana.

Fuori dal tempio – la basilica di San Paolo – nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che prosegue ancora oggi, seguendo una “stella polare”: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio. E poi, nel 1976, quando dichiara che alle elezioni voterà per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scriveva Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI. Poi ci sono il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ’90, quando Franzoni, tornato laico, si sposa (nel 1990) con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda.

Il resto è storia di ieri. L’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal cardinal Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso, le attività con i profughi afghani, le battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

La definizione di «cattolico marginale», allora assume un doppio significato: è stato messo ai margini dalla Chiesa di Roma ma ha vissuto sempre accanto agli emarginati dal sistema.

 

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Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».

Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

Giovanni Miccoli. Uno storico della Chiesa attento alle “alternative”

30 marzo 2017

“il manifesto”
30 marzo 2017

Luca Kocci

È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di Storia della Chiesa.

Storico rigoroso, allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le “ospitate” nelle prime serate televisive spesso a detrimento della serietà della ricerca, senza tuttavia rinunciare a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna – ad esempio sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI –, con la sua scomparsa la cultura e la storiografia italiana perdono un protagonista di primo piano.

Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci. Dal punto di vista politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ‘70 e ‘80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, e negli 2000 è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).

I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ‘500. Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri ad indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).

Un impegno storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ha firmato un appello, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.

«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli», spiega al manifesto Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo storico appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005): «L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».

Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

18 marzo 2017

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

L’obbedienza non è più una virtù. In un libro, il processo a don Milani

17 dicembre 2016

“Adista”
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

«Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Scriveva così, poco più di cinquanta anni fa, nel 1965, don Lorenzo Milani ai cappellani militari in congedo della Toscana i quali, al termine di un incontro in ricordo della firma dei Patti lateranensi, avevano attaccato l’obiezione di coscienza al servizio militare, definendola «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà».

La vicenda comincia quasi per caso, in un giorno di febbraio. Da oltre 11 anni don Milani viveva a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo aveva spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo aveva messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale era una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collaborava con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Non si può tacere. E così don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, molti dei quali cattolici, ma solo il settimanale del Partito comunista italiano, Rinascita, il 6 marzo la pubblica.

Ha un effetto deflagrante: il priore di Barbiana viene isolato ancora di più dalle gerarchie cattoliche, denunciato da un gruppo di reduci (insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini) per incitamento alla diserzione e istigazione alla disubbidienza militare, processato, prima assolto e poi condannato (come Pavolini), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era morto poco prima, il 26 giugno 1967.

Alla vicenda dedica ora un libro il giornalista e scrittore toscano Mario Lancisi (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, 2016, pp. 158, euro 16; il libro è acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692; fax 06/6865898; e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online su http://www.adista.it), che sulla lettera ai cappellani esprime un giudizio netto: anche se sono passati cinquant’anni, «conserva intatta la sua carica eversiva». Perché mette il dito su tre piaghe: la patria, la guerra («ogni guerra è classista» perché «altro non è per il priore che la difesa degli interessi materiali ed economici delle classi dominanti») e i cappellani militari.

La lettera e il processo non arrivano come un fulmine a ciel sereno: nel 1961 il sindaco di Firenze La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista ad un quotidiano, ad otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere. Ma il tuono è decisamente più fragoroso, anche per la potenza della scrittura di Milani, distante anni luce dalla prudenza ecclesiastica («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato post mortem dall’Espresso).

Al processo don Milani non va: è malato, un linfoma di Hodgkin lo sta consumando. Viene difeso da un avvocato d’ufficio – che curiosamente è un “principe del foro”, Adolfo Gatti –, ma invia, come memoria difensiva, un nuovo testo (la Lettera ai giudici), destinato anch’esso a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, o piuttosto dell’obbedienza non ad un’autorità precostituita – sia militare che clericale – ma alla propria coscienza («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»).

Il libro di Lancisi non aggiunge particolari inediti, ma contestualizza e ricostruisce con puntualità e rigore le fasi del processo attraverso le cronache del tempo, fino all’assoluzione in primo grado con formula piena. Don Milani muore, ma la storia va avanti, con la condanna in appello di Pavolini e della Lettera ai cappellani. La sentenza arriva il 28 ottobre 1967, quarantacinquesimo anniversario della marcia su Roma. «Era nel ‘22 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese», aveva scritto Milani nella lettera. «Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la coscienza invece che con l’obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo».

Bergoglio, mano tesa ai luterani 500 anni dopo la Riforma

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

Era il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano Martin Lutero affisse sul portale della chiesa del castello di Wittenberg – anche se non tutti sono concordi sulla storicità dell’episodio – le 95 tesi sulle indulgenze, dando il via alla Riforma protestante.

Domani l’evento sarà ricordato in Svezia, a Lund, sede della Federazione luterana mondiale (Flm), con un incontro ecumenico che aprirà gli eventi ufficiali del Cinquecentenario della Riforma. Nella cattedrale luterana di Lund si ritroveranno insieme il pastore cileno Martin Junge, segretario generale della Flm, l’arcivescova di Upssala primate della Chiesa luterana svedese Antje Jackélen, e papa Francesco, per una commemorazione e una preghiera comune che non sancirà la ritrovata unità fra protestanti e cattolici – troppi i nodi teologici ed ecclesiali che separano le due confessioni – ma che sarà un ulteriore tassello del dialogo cominciato cinquanta anni fa.

Nella Chiesa “costantiniana” collusa con il potere e diventata mondana, ricca e corrotta, della necessità di una riforma si parlava già nel XII secolo, con i “pionieri” Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, il primo dichiarato eretico, il secondo ricondotto all’ordine e “normalizzato” post mortem. Poi nel ‘500 partì la grande campagna di vendita delle indulgenze per costruire la basilica di San Pietro, e in Germania, dove il monaco domenicano Johann Tetzel (in accordo con papa Leone X e l’arcivescovo di Magdeburgo Alberto di Hohenzollern) predicava che «quando il soldo suona nella cassetta, l’anima in cielo sale benedetta», Lutero prese posizione, per riportare il Vangelo alla sua essenzialità, affermando che la salvezza non si comprava, ma si raggiungeva solo con la fede e per grazia di Dio. Fu scomunicato da Leone X e di lì a poco, nel contesto decisivo dello scontro fra papato, impero e principi tedeschi – durante il quale furono massacrati anche migliaia di contadini, la cui rivolta venne condannata da Lutero –, nacquero le Chiese protestanti.

Dopo secoli di conflitti e scontri, con il Concilio Vaticano II il dialogo fra protestanti e cattolici fu avviato, e domani il papa va a Lund, riconoscendo con questo gesto il valore di Lutero, tanto che i cattolici più reazionari sono critici: è una resa, crea confusione e alimenta il relativismo.

Non era scontato che il papa partecipasse all’anniversario della Riforma. Del resto nel 1985, quando era ancora in Argentina, Bergoglio parlava di Lutero come di un «eretico» e di Calvino come di uno «scismatico» e di un «boia spirituale», sposando di fatto le tesi controriformistiche (il testo di Bergoglio, Chi sono i Gesuiti. Storia della Compagnia di Gesù, tratto da una conferenza sui gesuiti, è stato pubblicato in Italia dalla Emi nel 2014). Ma negli anni ha rielaborato le proprie posizioni. Tornando dal viaggio in Armenia, nello scorso giugno, il papa ha definito Lutero un «riformatore» e una «medicina» per tutta la Chiesa. E in un’intervista al gesuita svedese Ulf Jonsson, pubblicata l’altro ieri su Civilità Cattolica, ha attribuito a Lutero il merito di «mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo». Tanto che il teologo valdese Paolo Ricca può affermare che la presenza del papa a Lund «è il riconoscimento che la Riforma è stata un evento positivo per il cristianesimo nel suo insieme».

Molte cose dividono protestanti e cattolici. Nodi teologici e questioni ecclesiali, a partire dal ruolo delle persone omosessuali e delle donne nelle Chiese protestanti, in cui ricoprono ruoli ministeriali anche di vertice, come dimostra che ad accogliere il papa a Lund ci sarà una donna arcivescova, primate della Chiesa luterana svedese. Ma anche sui temi etici le distanze sono notevoli, basti pensare alle idee quasi in antitesi su bioetica, fine-vita (in molte Chiese protestanti si sottoscrivono testamenti biologici) e famiglia. Da questo punto di vista non sono previsti cambi di direzione di nessun tipo. Si proseguirà però sulla via dell’ecumenismo “pratico”, a partire dalle emergenze sociali: domani pomeriggio, nella Malmö Arena, sarà firmato un accordo di cooperazione fra Federazione luterana mondiale e Caritas internazionale per l’assistenza ai rifugiati di tutto il mondo.

«Ma la protesta di Lutero fu soprattutto un atto di fede». Intervista a Luca Negro (Fcei)

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

«Quello di Lund è un evento storico. Chi avrebbe mai pensato fino a poco tempo fa che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma e che avrebbe prontamente accettato l’invito!».

La pensa così Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico. E non teme che il papa possa in un certo senso “colonizzare” l’evento. «In questi anni, penso in particolare alla visita di Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio».

Però…

«In Italia il rischio è che i mezzi di comunicazione, che brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, di qualunque Chiesa».

Domani si ricorda l’inizio della Riforma. Qual è il punto centrale della “protesta” di Lutero?

«Le 95 tesi sulle indulgenze non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. La tesi 62, per esempio, dove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa”, ovvero il “sacrosanto Vangelo”. È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero allora è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale».

Le istanze che Lutero poneva 500 anni fa sono superate dalla storia o sono ancora attuali?

«I tempi sono cambiati, e certamente alcune delle controversie che hanno diviso i cristiani nel ‘500 sono superate, come per esempio quella sulla “giustificazione per fede”, sulla quale cattolici e luterani hanno prodotto un documento di consenso nel 1999. Ma l’attualità del pensiero della Riforma resta, sotto tanti profili. La Federazione luterana mondiale ha centrato le celebrazioni del 2017 proprio sull’attualità, con il tema “Liberati dalla grazia di Dio” e tre sottotemi che traducono il  termine “grazia” con not for sale, “non in vendita”, intrecciando così la tematica teologica alla testimonianza concreta dei cristiani nel mondo di oggi: “Gli esseri umani non sono in vendita”, “Il creato non è in vendita”, “La salvezza non è in vendita”. Riscoprire la grazia di Dio, insomma, per combattere la mercificazione degli esseri umani e dell’ambiente, cioè per opporsi al neo-liberismo imperante».

Molti nodi teologici ed ecclesiali dividono protestanti e cattolici, come per esempio il ruolo delle donne e degli omosessuali nella Chiesa – che fra i protestanti assumono ruoli ministeriali anche di vertice –, ma anche questioni sociali relative alla bioetica, al fine-vita, alla concezione aperta e plurale della famiglia. Sarà possibile una maggiore comunione?

«Certamente vi è una lunga lista di questioni che ancora ci dividono. Nel suo discorso ai valdesi, però, Bergoglio ha detto alcune cose significative: ha riconosciuto che unità non significa uniformità e che già nel Nuovo Testamento sono testimoniate diverse forme di organizzazione della chiesa. E che “le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche che continuano ad esistere” tra cattolici e protestanti non impediscono “di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi”».

Dove per esempio?

«L’accoglienza dei migranti. Come Fcei siamo molto soddisfatti di aver realizzato il progetto dei Corridoi umanitari, che ha portato in Italia in sicurezza e legalità già 400 rifugiati siriani, proprio come un’iniziativa ecumenica, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio».

Fermo restando che il papato è uno dei maggiori elementi di divisione fra protestanti e cattolici, papa Francesco ha in qualche modo favorito il dialogo?

«Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce con ortodossi e anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” – anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti –, al rallentatore con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo, quello di papa Francesco ci sembra un ecumenismo a 360 gradi».

500 anni dalla Riforma. Intervista al pastore Luca Maria Negro

30 ottobre 2016

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

Cinquecento anni fa, con la pubblicazione a Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero (31 ottobre 1517), prese avvio la Riforma protestante. La ricorrenza, e con esso l’apertura del cinquecentenario della Riforma, verrà celebrato nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre a Lund, in Svezia, città in cui ha sede la Federazione luterana mondiale, che ha organizzato l’evento. Vi prenderà parte anche papa Francesco, che parteciperà ad una preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana di Lund e poi ad in incontro ecumenico nella cattedrale di Malmoe.

Ne abbiamo parlato con Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico.

Cinquecento anni fa il primo atto della Riforma. Qual è il punto centrale, il “nocciolo” della “protesta” e della “riforma” di Lutero?

Le 95 tesi sulle indulgenze, affisse a Wittenberg il 31 ottobre 1517, non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. Prendiamo ad esempio la tesi 62, laddove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa” che “è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio”. Questa tesi contiene tre dei cinque “sola” della Riforma, gli slogan che ne sintetizzano il messaggio: sola Scrittura, per sola grazia, solo a Dio la gloria (gli altri due “sola” sono: solo Cristo e  per sola fede). È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal verbo latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale.

La Chiesa (le Chiese) continua ad aver bisogno di “riforma”? In quale direzione?

Un altro slogan protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, ovvero la chiesa riformata è sempre da riformare. Qualcosa del genere lo ha detto recentemente anche papa Francesco. Ogni chiesa deve continuamente lasciarsi riformare dallo Spirito, tornando alle fonti della fede, il “sacrosanto Vangelo”, per usare l’espressione di Lutero. Negli ultimi decenni le chiese protestanti le “riforme” hanno riguardato passi come l’apertura del pastorato alle donne e l’accoglienza delle persone omosessuali, tanto per citare gli esempi più discussi e controversi; ma anche la riscoperta del legame profondo tra la fede cristiana e la testimonianza concreta nel mondo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Papa Francesco andrà a Lund: è davvero un evento storico?

Certamente, si tratta di un evento storico. Chi avrebbe mai pensato, fino a poco tempo fa, che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma, e che avrebbe prontamente accettato l’invito!

Sulla partecipazione del papa, sebbene minoritarie, si sono levate delle voci critiche sia nell’area cattolica che in quella protestante. Per i cattolici più reazionari Bergoglio non doveva andare “in casa” protestante, per di più in occasione dei 500 della Riforma: è una sorta di “resa”, crea confusione, alimenta il relativismo. Dall’altra parte si teme che la presenza del papa possa in qualche modo “oscurare” una ricorrenza del mondo protestante e “appropriarsene”. Cosa ne pensa di questi rilievi? Come è vissuto questo appuntamento fra i protestanti?

Non credo ci sia un gran timore di “appropriazione”, anche perché in questi anni, e penso in particolare alla storica visita di papa Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio. Semmai in Italia il timore è che i mezzi di comunicazione, che da noi brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, a qualunque Chiesa appartengano. Per quanto riguarda i rilievi critici in casa cattolica, non saprei che cosa dire, se non ripetere un po’ provocatoriamente un vecchio adagio cattolico-romano: “Roma locuta, causa finita”, quando Roma ha parlato il caso è chiuso. Chissà perché questo principio dovrebbe valere solo quando Roma parla per difendere posizioni tradizionali, e non quando il papa si apre agli altri cristiani e al mondo.

Si potrà mai arrivare ad un giudizio condiviso, perlomeno dal punto di vista storico? E magari ad una autocritica per le guerre di religione, i roghi…

Come minoranza protestante in Italia, perseguitata per secoli, auspichiamo che la riconciliazione tra le Chiese includa anche la “riconciliazione delle memorie” e la rivisitazione comune degli eventi dolorosi che ci hanno visti contrapposti. Visitando la Chiesa valdese di Torino il papa lo ha in parte già fatto, chiedendo perdono “da parte della Chiesa cattolica” per “gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Qualche autocritica è arrivata anche da parte protestante?

Da tempo l’Alleanza mondiale delle Chiese riformate ha avviato una riflessione sulle omissioni e le responsabilità dei protestanti in tema di schiavismo e di apartheid. Qualche anno fa i riformati hanno chiesto perdono ai mennoniti, una delle principali comunità dell’anabattismo, per i massacri perpetrati ai loro danni nel XVI secolo. E a livello storiografico esistono diverse ricerche sull’antisemitismo di Martin Lutero.

La storia dei rapporti fra protestanti e cattolici è stata molto conflittuale, ora quella stagione pare finita. A che punto è il cammino del dialogo fra cattolici e protestanti?

Il dialogo tra cattolici e protestanti ha ormai mezzo secolo di vita; il problema è che esiste un divario, che negli ultimi vent’anni sembrava crescente, tra le affermazioni teologiche comuni e la prassi. Se i dialoghi teologici non vengono recepiti nella vita quotidiana delle Chiese, sono di scarsa utilità. Il nodo è la “ricezione” concreta dell’abbondante mole di dialoghi, sia bilaterali (tra la Chiesa cattolica e le singole confessioni) che multilaterali (fra tutte le confessioni cristiane), realizzati in questi anni.

Possiamo fare qualche esempio di questa mancata ricezione nella prassi?

L’eucaristia. C’è una riflessione comune sull’eucaristia, cattolici e protestanti non siamo più fermi alla rigidità dottrinale del Cinquecento e Seicento, ma ancora non si vedono passi concreti non dico sul piano della condivisione, ma nemmeno su quello della “ospitalità eucaristica”. Per usare un’immagine, possiamo dire che ci sono molte coppie miste cattolico-protestanti che dormono nello stesso letto ma non mangiano alla stessa mensa eucaristica. Al recente Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia c’è stata una proposta su questo tema, ma è stata bocciata. Pochi mesi dopo però papa Francesco, in visita alla Chiesa luterana di Roma, rispondendo ad una domanda di una donna, l’ha esortata a seguire la propria coscienza.

Papa Francesco ha cambiato qualcosa in questo percorso?

Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce il dialogo con gli ortodossi e con gli anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” (anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti), al rallentatore il dialogo con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo. Non necessariamente privilegiati: quello di papa Francesco è un ecumenismo a 360 gradi.