Archive for the ‘storia della chiesa’ Category

Un gesuita in “movimento”. Padre Valletti racconta il “suo” ’68

21 marzo 2018

“Adista”
n. 10, 17 marzo 2018

Luca Kocci

A cinquant’anni dal ‘68, si ricorda – e si attualizza – anche il ‘68 dei cattolici, uno dei frutti più fecondi di quella stagione, che ha portato profondi rivolgimenti nella Chiesa.

C’è stato chi, come il “capofila”, don Enzo Mazzi, parroco dell’Isolotto a Firenze, è stato cacciato dai gerarchi ecclesiastici del tempo e dalla cui esperienza – ma anche di tanti altri ed altre – è nato il movimento della Comunità cristiane di base, attivo ancora oggi. E chi invece è restato all’interno dell’istituzione ecclesiastica, senza però rinunciare a partecipare e a fare proprie le istanze della contestazione, come il gesuita p. Fabrizio Valletti (oggi ottantenne, impegnato a Scampia, Napoli: Fabrizio Valletti, Un gesuita a Scampia. Come può rinascere una periferia degradata, Dehioniane, Bologna 2017, pp. 232 € 19), che racconta in “suo” ‘68 in un’ampia intervista a Iacopo Scaramuzzi su Vatican Insider.

«Nel ’68 condividevo il fermento di tutta un’area cattolica a Roma», racconta p. Valletti. «Su molti temi, come il catechismo, l’insegnamento della religione a scuola, i problemi legati al Concordato, c’era convergenza con le Comunità di base e con i valdesi. Quando Richard Nixon venne a Roma per incontrare il papa, si chiedeva a Paolo VI di non accoglierlo come presidente ma come penitente, perché in quegli anni gli Stati Uniti erano impegnati nella guerra in Vietnam. Ci pareva che potesse essere un momento di pacificazione. E così durante un’assemblea ecclesiale romana si decise di andare a San Pietro e pregare sulla tomba di San Pietro. Facemmo volantinaggio in basilica per suggerire proprio questo: denunciare che Nixon rappresentava una potenza che bombardava il Vietnam e chiedere che fosse ricevuto non come Capo di Stato ma come penitente che il Papa poteva convincere a portare pace. Paolo VI era molto sensibile al tema della pace, il Concilio era finito da poco e nella base cattolica c’era un sentimento molto forte di adesione all’ideale della pace. Il rettore della basilica ci vietò di fare volantinaggio…. e dato che io, che non ero ancora sacerdote ma ero già entrato in Compagnia di Gesù, ero l’unico chierico, fui preso dai gendarmi e portato via, mentre tutti gli altri amici, saremo stati un centinaio di persone, si misero per terra. Si avvicinarono in tanti che in quel momento stavano visitando la basilica. La cosa finì sui giornali… ho ancora le copie di Paese sera, a quell’epoca giornale della cronaca romana, con la foto di quella scena!».

Ma già prima dell’esplosione del ‘68, Valletti “frequentava” il movimento. «Prima di entrare in Compagnia di Gesù – racconta ancora a Scaramuzzi – mi ero iscritto alla facoltà di Architettura a Roma, a Valle Giulia. Lì, anni prima della famosa rivolta del primo marzo 1968, nel 1957-58 facemmo un’occupazione per contestare la politica della Immobiliare e dei palazzinari romani. In quell’epoca dominava la politica di una destra cattolica che era poco sensibile alla scelta di civiltà di fermare l’urbanizzazione selvaggia. Proprio in quegli anni, peraltro, l’abate di San Paolo, dom Giovanni Franzoni, pubblicò La terra è di Dio (in realtà la pubblicò nel 1973, n.d.r.), una lettera pastorale il cui significato è che, appunto, la terra è di Dio non dei palazzinari, uno scritto che gli provocò una censura molto forte. Studenti di diverse sensibilità politiche, ci coordinammo con una iniziativa che superava queste diversità. Fu un’esperienza molto singolare, molto significativa, che anticipò in un certo senso i tempi del centrosinistra. Più tardi lasciai architettura. Entrai nella Compagnia di Gesù a cavallo tra il 1958 e il 1959. Studiai filosofia alla Gregoriana, poi andai a Pisa a studiare lettere. Anche in quel caso facemmo un’occupazione della “Sapienza” di Pisa. Io ero studente già gesuita, ma non prete, e feci un po’ da mediatore tra cattolici e comunisti. Più tardi tornai a Roma per prendere la licenza in Teologia».

E alla Gregoriana, dove p. Valletti studiava, ci fu un altro episodio. ««Era il 1971. Il padre Josef Fuchs, che insegnava teologia morale e fece parte della commissione teologica che il Papa Paolo VI consultò prima di scrivere la Humanae vitae, favoriva all’interno della Gregoriana la possibilità che gli studenti potessero avere parola e espressione. Fui eletto rappresentante. Incominciavamo, con i rappresentanti dei collegi pontifici, a fare incontri per incoraggiare i nostri professori ad attuare quello che il Concilio aveva proposto, l’apertura pastorale tenendo conto delle culture diverse dei giovani che venivano a studiare a Roma. L’occasione più eclatante fu un’assemblea nel 1971 durante la quale gli studenti, e in particolare i seminaristi e i giovani preti dell’America latina, contestavano alcune proposte che venivano fatte da Pontificia università Gregoriana, questioni più pratiche come l’aumento delle tasse universitarie, oppure la difficoltà che questi studenti provavano nel coniugare la proposta teologica teorica della Gregoriana con le realtà che emergevano in America latina, anche sulla scia della teologia della liberazione. Ci fu dunque l’assemblea e questi studenti decisero di fare un sit-in nel porticato interno che fa da ingresso all’università. Fu un’occasione abbastanza singolare. Era pieno di seminaristi e giovani preti seduti per terra. L’episodio mise in crisi il rettore di allora, era insolito che in una pontificia università potesse esserci una protesta che aveva un po’ il sapore del ‘68 laico. Ci fu un po’ di preoccupazione per l’eco della vicenda, che finì sui giornali… Io fui preso un po’ di mira da alcuni professori, ma i miei superiori mi difesero, perché non avevo deciso io il sit-in, ero il rappresentante degli studenti e dovetti constatare che c’era questa volontà, non la avallai né avevo l’autorità per negarla».

Una stagione feconda e positiva, secondo padre Valletti. «Credo che il ‘68, prima di essere un momento politico, è stato un momento culturale, perché l’allargamento della conoscenza, il modo di leggere la realtà, il modo di affrontare il mondo dei poveri, il contrasto alle spinte autoritarie sono tutti fattori che hanno significato un progresso culturale prima ancora che politico. Poi, certo, qualcuno protesta, perché non c’è stata una spinta rivoluzionaria o perché è stato un periodo di anarchia. Ma a leggere in modo storicamente intelligente quel frangente io penso che si debba riconoscere che ha rappresentato una svolta, una svolta di significato anti-autoritario e anti-celebrativo, che, nel mondo operario o nel mondo della scuola, ha dato voce al popolo, agli ultimi, a chi non aveva mai avuto modo di esprimersi e soprattutto di decidere. Io non posso che dire che è stato un periodo importante», che «ha sollevato la coscienza di molte persone e le ha rese capaci di pensare e assumere la propria responsabilità. Ci si è accorti che l’ignoranza non premia: la necessità della scuola, dell’istruzione, del pensiero, della comunicazione sono tutte conquiste di cultura e di civiltà, e questo anche se provoca sofferenza e reazione significa però crescita. Non credo, però, che il passato sia migliore del presente, piuttosto sono interessato a vedere cosa del presente è positivo e possa svilupparsi nel futuro. I segnali ci sono».

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«Bergoglio ha spostato l’ottica dalla dottrina al sociale». Intervista a Daniele Menozzi

13 marzo 2018

“il manifesto”
13 marzo 2018

Luca Kocci

Cinque anni consentono di tentare una prima “storicizzazione” del pontificato di papa Francesco. Ne parliamo con Daniele Menozzi, professore di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e studioso del papato in età moderna e contemporanea.

Papa Francesco: continuità o rottura nella linea del papato novecentesco?

Il termine rottura implica mutamenti radicali, preferirei parole meno impegnative. Francesco realizza una svolta nell’orientamento che il papato propone alla Chiesa universale, riallacciandosi all’indirizzo di Giovanni XXIII sulla necessità di un aggiornamento. Roncalli intendeva metterla in grado di formulare il messaggio evangelico in termini adeguati agli uomini contemporanei, restituendole così quella capacità apostolica e quella forza d’attrazione di cui l’aveva privata la cultura intransigente. Roncalli ha aiutato la Chiesa ad uscire dall’egemonia della secolare cultura cattolica intransigente, Bergoglio la sta aiutando ad uscire dal neo-intransigentismo dei suoi due predecessori.

Dopo Wojtyla e Ratzinger, papi “anti-moderni”, qual è l’atteggiamento di Francesco verso la modernità?

La proposta di Giovanni XXIII, esplicitata dal Concilio Vaticano II, era stata interpretata in chiave riduttiva da Giovanni Paolo II e ancor più da Benedetto XVI. L’aggiornamento ecclesiale non era stato respinto, ma inquadrato all’interno del tradizionale schema intransigente: pur riconoscendo alcuni valori moderni (libertà religiosa, uguaglianza tra le confessioni, diritti umani), la Chiesa non doveva rinunciare ad affermare che solo essa detiene, attraverso la retta interpretazione della legge naturale, la capacità di definire gli istituti fondamentali della vita collettiva. Alle sue prescrizioni tutti gli ordinamenti statali avrebbero dovuto conformarsi. Francesco non ha abbandonato questa prospettiva, contrapposta ad una modernità intesa come autodeterminazione del soggetto. Ma ha spostato l’ottica. La Chiesa deve affrontare problemi prioritari rispetto all’introduzione nelle legislazioni pubbliche dei “principi non negoziabili”: la povertà di buona parte del pianeta; la globalizzazione della cultura del profitto che determina lo scarto delle persone; la persistenza della guerra nelle relazioni internazionali con la relativa minaccia nucleare; la tragedia delle migrazioni; la distruzione dell’ambiente.

Il fatto che Bergoglio sia latinoamericano ha un peso?

È importante. In America latina il riconoscimento della dignità della persona non si gioca tanto sull’accettazione delle rivendicazioni di autonomia dei soggetti, come in Europa, ma su temi come povertà, ambiente, violenza. Tuttavia occorre anche tener conto che Francesco è il primo papa del post Concilio a non aver partecipato personalmente all’assise. Il suo occhio non è quello di un protagonista, legato ad una determinata memoria di quell’evento e deciso ad usare gli strumenti a sua disposizione per imporla. Lo legge piuttosto con gli occhi di chi vuole coglierne il significato storico. Ed in effetti ne ha individuato un tratto decisivo: l’esigenza della Chiesa di mostrare agli uomini e alle donne di oggi la rilevanza del Vangelo per la loro stessa esistenza.

Quali sono stati i momenti più importanti di questo pontificato?

Molti, ma per sintesi ne elenco tre. Il Sinodo sulla famiglia, per l’apertura, sebbene limitata, ad un ascolto di tutto il popolo di Dio su tale materia. L’Anno santo, per la risignificazione della cerimonia almeno in due direzioni: decentralizzazione del governo della Chiesa (con l’apertura del Giubileo a Bangui) e via per i fedeli di individuare nella misericordia un tratto essenziale del Vangelo. Il messaggio per la pace 2017, per l’indicazione della nonviolenza attiva come strumento per la soluzione dei conflitti.

Fu «inutile strage»? L’“Osservatore Romano” pubblica lo storico Menozzi su Benedetto XV

19 dicembre 2017

“Adista”
n. 43, 16 dicembre 2017

Nel centenario della Lettera di papa Benedetto XV ai «capi di popoli belligeranti» che stavano combattendo la prima guerra mondiale (1 agosto 1917) – nella quale è contenuta la definizione del conflitto in corso come «inutile strage» –, L’Osservatore Romano pubblica (29/11) un ampio articolo (in realtà la parte di una relazione ad un convegno) di Daniele Menozzi sulle categorie interpretative della grande guerra.

Una scelta che evidenzia il riposizionamento del quotidiano della Santa sede, in particolare sul tema della pace e della guerra, anche in conseguenza del pontificato di Francesco. Infatti Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa (dopo diversi anni trascorsi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti), studioso rigoroso del papato, non è certamente catalogabile fra gli storici aprioristicamente allineati alle posizioni vaticane. Inoltre l’articolo offre un ritratto non apologetico ma complesso di Benedetto XV, non riducibile alla formula decontestualizzata della «inutile strage» – trasformata il slogan –, evidenzia le innovazioni ma anche i residui del passato di papa della Chiesa. Il quale, scrive Menozzi, resta saldamente ancorato all’intransigentismo ottocentesco, che «indicava nel ritorno alla società cristiana medievale la via con cui il mondo moderno avrebbe potuto risolvere tutti i suoi mali», fra cui la guerra. «La proposta del ritorno al regime di cristianità trovava infatti uno degli elementi centrali nella mitica convinzione che, nella ierocratica società medievale, il papa aveva fruito del potere di sciogliere in via autoritativa i conflitti tra i popoli, garantendo così una pacifica convivenza internazionale», prosegue. E «agli occhi del cattolicesimo intransigente l’assunzione da parte del papato di un ruolo arbitrale nella comunità internazionale non rappresentava l’ideologico vagheggiamento di un’anacronistica nostalgia medievalistica; costituiva invece la concreta proposta con cui il papato (…) si reinseriva, dopo l’isolamento dell’età di Pio IX, nel concerto internazionale del mondo contemporaneo».

Per leggere correttamente la Lettera di Benedetto XV, è fondamentale comprendere il contesto del conflitto in corso. «Sul versante degli Imperi centrali», speiga Menozzi, «non solo l’imperatore austriaco Carlo I aveva stemperato le rigidità del predecessore, Francesco Giuseppe, verso ogni concessione all’Italia. Anche l’assunzione del cancellierato tedesco da parte del moderato Georg Michaelis offriva l’opportunità di dare seguito alla mozione di pace votata dal Reichstag il 19 luglio. Sul fronte opposto (quello della Triplice intesa, n.d.r.) l’annuncio di una conferenza, prevista a Londra intorno al 10 agosto, di tutti i governanti dei Paesi aderenti all’Intesa, forniva l’occasione per accordi rapidi e diretti». Inoltre «in entrambi gli schieramenti, i comandi militari registravano la stanchezza dei soldati per un confronto bellico che, ormai ristagnante da anni negli scontri di trincea, pareva non avere altri sbocchi che distruzioni, rovine e morte. Crescenti erano poi le inquietudini delle autorità civili per la tenuta dell’ordine interno. L’insofferenza delle popolazioni, che ormai ovunque dovevano fare i conti con una drammatica scarsezza di generi alimentari, poteva sfociare nell’inverno del quarto anno di guerra in una crisi sociale, che la propaganda eversiva dei circoli socialisti rivoluzionari avrebbe saputo sfruttare».

A dare un’ulteriore spinta al papa probabilmente contribuiva anche un’iniziativa congiunta di alcuni vescovi luterani del nord Europa che si offrivano come «intermediari» fra le nazioni. E «ovviamente Roma – nota Menozzi –, che proclamava il proprio ruolo primaziale sulla cristianità, non poteva assistere passivamente a una iniziativa di pacificazione promossa dalle Chiese separate». Senza contare l’attivismo del presidente Usa Woodrow Wilson che, prospettando una «pace senza vittoria», «aveva specificato le regole politiche, ma anche morali, cui avrebbero dovuto attenersi le relazioni internazionali»., conquistando così una leadership morale di primo piano.

Il papa non poteva restare a guardare, e così Benedetto XV operò «una specifica costruzione di senso in ordine alla guerra da poco scoppiata», ricordando «ai fedeli, ma più generalmente a tutti uomini del suo tempo, che, in quanto castigo per l’allontanamento della società moderna dalle norme cristiane, essa poteva essere superata nella misura in cui si abbandonavano i peccati che l’avevano prodotta. Tra questi

assumeva un ruolo centrale il peccato della modernità: l’indipendenza dalla Chiesa nell’organizzazione del consorzio civile. In tal modo il conflitto, pur continuando a mantenere una connotazione negativa, appariva anche come una possibile via di restaurazione di quella pacifica civiltà cristiana che trovava il suo referente ideale in un regime di cristianità a direzione pontificia. I sacrifici e le sofferenze, imposte da una guerra frutto dell’apostasia del mondo moderno, diventavano intellegibili e giustificabili nella prospettiva della ricostruzione di un ordinamento cristiano del consorzio civile».

Tuttavia, puntualizza Menozzi, «sarebbe riduttivo restringere la lettura soltanto a questo aspetto». La Lettera, infatti, delinea anche «i principi di tipo politico-morale che avrebbero dovuto garantire una pace duratura»: il «disarmo», «l’istituzione dell’arbitrato per la soluzione delle controversie tra gli Stati» e «la definizione dei futuri assetti europei sulla base del criterio delle aspirazioni dei popoli, in luogo del più ristretto principio di nazionalità, in modo da prevedere anche stati multietnici».

Qui compare il punto chiave della «inutile strage». L’espressione, spiega Menozzi, è usata «per mostrare che Benedetto XV anticipò, profeticamente, la posizione che attualmente vede la corretta risposta cattolica alla guerra nel metodo della non-violenza». Ma, anche in questo caso le cose sono complesse, per comprenderne il reale significato storico, occorre partire da una adeguata ricostruzione della linea adottata da Benedetto XV in ordine alla questione della pace e della guerra. «Il papa – aggiunge – aveva da subito prospettato come criterio per l’orientamento dei fedeli quel principio fondamentale della teologia della guerra giusta che si suole chiamare principio di presunzione. Si presumeva infatti che solo i governanti avessero le informazioni necessarie per poter stabilire se, in seguito a una violazione della giustizia nelle relazioni internazionali, fosse necessario o meno il ricorso alla violenza bellica per ristabilirla. Ne derivava un corollario fondamentale. Una volta che essi avessero deciso di iniziare una guerra, un solo comportamento era moralmente lecito ai cattolici: la diligente sottomissione agli ordini dell’autorità. Infatti attraverso l’esercizio della virtù dell’obbedienza, essi potevano acquisire meriti in vista del bene primario che erano tenuti a perseguire, la salvezza ultraterrena». E questo consentiva a Benedetto XV di governare «una Chiesa universale in cui le Chiese nazionali erano fortemente coinvolte nel sostegno dello sforzo bellico dei rispettivi Paesi». Tale dottrina, infatti, «permetteva ai cattolici dei due schieramenti di darsi reciprocamente la morte senza mettere in questione l’unità cattolica di cui il pontefice era custode. Inoltre anche per questa via il papa poteva combattere l’infiltrazione nel mondo cattolico delle letture nazionalistiche della guerra che la presentavano come una crociata in cui la morte per la patria era dipinta come un martirio in grado di permettere l’accesso automatico alla vita eterna. Ricondurre l’impegno bellico del credente a un mero dovere di obbedienza, secondo gli schemi della teologia della guerra giusta, evitava pericolosi scivolamenti verso la divinizzazione della nazione e l’esaltazione del martirio per la patria».

Dom Franzoni, fuori le mura con la bussola del Vangelo

14 luglio 2017

“il manifesto”
14 luglio 2017

Luca Kocci

«Un cattolico marginale». Così si era definito egli stesso, nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa (da Rubbettino). Giovanni Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano, per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora, è morto ieri a Roma a quasi 89 anni di età, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, entra presto nell’ordine benedettino. Nel 1955 viene ordinato prete e subito dopo inviato all’abbazia benedettina di Farfa. Nel 1964 la prima svolta: viene trasferito a Roma come abate della basilica di San Paolo fuori le mura. Da abate di San Paolo – una dignità che di fatto lo equiparava ad un vescovo – acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano), dove sostiene i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con preoccupazione dai settori ecclesiali conservatori.

Intanto si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come era allora San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale”, fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Una testimonianza e una azione pastorale che non passano inosservate. Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni canoniche. Fino al 1973, quando un giovane, durante la messa in basilica, legge una preghiera contro lo Ior. Il confine è stato oltrepassato. Franzoni è costretto alle dimissioni da abate di San Paolo. Prima però, pensando all’imminente Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. La terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio, spiegava Franzoni nella sua lettera, che diventa anche un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana.

Fuori dal tempio – la basilica di San Paolo – nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che prosegue ancora oggi, seguendo una “stella polare”: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio. E poi, nel 1976, quando dichiara che alle elezioni voterà per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scriveva Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI. Poi ci sono il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ’90, quando Franzoni, tornato laico, si sposa (nel 1990) con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda.

Il resto è storia di ieri. L’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal cardinal Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso, le attività con i profughi afghani, le battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

La definizione di «cattolico marginale», allora assume un doppio significato: è stato messo ai margini dalla Chiesa di Roma ma ha vissuto sempre accanto agli emarginati dal sistema.

 

Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».

Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

Giovanni Miccoli. Uno storico della Chiesa attento alle “alternative”

30 marzo 2017

“il manifesto”
30 marzo 2017

Luca Kocci

È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di Storia della Chiesa.

Storico rigoroso, allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le “ospitate” nelle prime serate televisive spesso a detrimento della serietà della ricerca, senza tuttavia rinunciare a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna – ad esempio sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI –, con la sua scomparsa la cultura e la storiografia italiana perdono un protagonista di primo piano.

Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci. Dal punto di vista politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ‘70 e ‘80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, e negli 2000 è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).

I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ‘500. Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri ad indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).

Un impegno storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ha firmato un appello, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.

«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli», spiega al manifesto Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo storico appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005): «L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».

Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

18 marzo 2017

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

L’obbedienza non è più una virtù. In un libro, il processo a don Milani

17 dicembre 2016

“Adista”
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

«Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Scriveva così, poco più di cinquanta anni fa, nel 1965, don Lorenzo Milani ai cappellani militari in congedo della Toscana i quali, al termine di un incontro in ricordo della firma dei Patti lateranensi, avevano attaccato l’obiezione di coscienza al servizio militare, definendola «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà».

La vicenda comincia quasi per caso, in un giorno di febbraio. Da oltre 11 anni don Milani viveva a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo aveva spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo aveva messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale era una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collaborava con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Non si può tacere. E così don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, molti dei quali cattolici, ma solo il settimanale del Partito comunista italiano, Rinascita, il 6 marzo la pubblica.

Ha un effetto deflagrante: il priore di Barbiana viene isolato ancora di più dalle gerarchie cattoliche, denunciato da un gruppo di reduci (insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini) per incitamento alla diserzione e istigazione alla disubbidienza militare, processato, prima assolto e poi condannato (come Pavolini), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era morto poco prima, il 26 giugno 1967.

Alla vicenda dedica ora un libro il giornalista e scrittore toscano Mario Lancisi (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, 2016, pp. 158, euro 16; il libro è acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692; fax 06/6865898; e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online su http://www.adista.it), che sulla lettera ai cappellani esprime un giudizio netto: anche se sono passati cinquant’anni, «conserva intatta la sua carica eversiva». Perché mette il dito su tre piaghe: la patria, la guerra («ogni guerra è classista» perché «altro non è per il priore che la difesa degli interessi materiali ed economici delle classi dominanti») e i cappellani militari.

La lettera e il processo non arrivano come un fulmine a ciel sereno: nel 1961 il sindaco di Firenze La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista ad un quotidiano, ad otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere. Ma il tuono è decisamente più fragoroso, anche per la potenza della scrittura di Milani, distante anni luce dalla prudenza ecclesiastica («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato post mortem dall’Espresso).

Al processo don Milani non va: è malato, un linfoma di Hodgkin lo sta consumando. Viene difeso da un avvocato d’ufficio – che curiosamente è un “principe del foro”, Adolfo Gatti –, ma invia, come memoria difensiva, un nuovo testo (la Lettera ai giudici), destinato anch’esso a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, o piuttosto dell’obbedienza non ad un’autorità precostituita – sia militare che clericale – ma alla propria coscienza («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»).

Il libro di Lancisi non aggiunge particolari inediti, ma contestualizza e ricostruisce con puntualità e rigore le fasi del processo attraverso le cronache del tempo, fino all’assoluzione in primo grado con formula piena. Don Milani muore, ma la storia va avanti, con la condanna in appello di Pavolini e della Lettera ai cappellani. La sentenza arriva il 28 ottobre 1967, quarantacinquesimo anniversario della marcia su Roma. «Era nel ‘22 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese», aveva scritto Milani nella lettera. «Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la coscienza invece che con l’obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo».