Archive for the ‘valdesi’ Category

Sinodo metodista-valdese: il Parlamento approvi presto lo Ius soli

7 settembre 2017

“Adista”
n. 30, 9 settembre 2017

Luca Kocci

Con la riconferma del pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese per un altro anno, si è chiuso a Torre Pellice (To) l’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane. Per sei giorni (20-25 agosto) 180 deputati e deputate (90 laici, 90 pastori) di cui quasi la metà donne, hanno discusso su numerosi argomenti (migrazioni, povertà, dialogo ecumenico, fondamentalismo), prendendo decisioni particolarmente significative soprattutto su due temi: «famiglie plurali», approvando a grande maggioranza, dopo anni di dibattito interno, un documento (Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità) con cui si estende all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione liturgica delle coppie «unite civilmente», comprese quelle omosessuali; e fine vita, presentando un documento – che ora dovrà essere discusso dalle Chiese locali prima dell’eventuale approvazione – secondo il quale, in alcuni casi, eutanasia e suicidio assistito sono praticabili anche per un cristiano (v. Adista Notizie n. 29/17).

L’ultimo giorno del Sinodo – su cui Adista non aveva potuto riferire perché in stampa –, dedicato ai “recuperi” (ovvero alle questioni lasciate in sospeso nei giorni precedenti) e all’elezioni degli organismi esecutivi ed amministrativi della Chiesa metodista e valdese, ha visto l’approvazione di una serie di ordini del giorno, per lo più di carattere politico-sociale.

Sul fronte dello Ius soli, il Sinodo ha espresso l’auspicio che «il Parlamento proceda ad una rapida approvazione di una legge». Mentre su quello dell’accoglienza e dell’integrazione, «esprimendo la propria preoccupazione per l’intensificarsi di un clima di razzismo e xenofobia che trova nei migranti il primo e più visibile bersaglio», il Sinodo ha espresso pieno sostegno alla Campagna “Ero Straniero”, invitando le Chiese «a promuovere occasioni di incontro e dibattito a partire dal testo della proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari”: «Per contrastare razzismo e xenofobia» è «indispensabile dotarsi di una legislazione in materia di immigrazione che non favorisca tali atteggiamenti, ma promuova inclusione sociale e accesso al lavoro dei e delle migranti, e contribuisca così anche a cambiare il racconto pubblico sull’immigrazione, sempre più ostaggio di pregiudizi, luoghi comuni e vere e proprie bugie». Ed è stato approvato anche un ordine del giorno che condanna le derive fondamentaliste e la strumentalizzazione religiosa: «Il Sinodo – si legge nel testo –condanna ogni abuso del nome di Dio, invocato per sostenere atti e strategie di terrore e di violenza; respinge d’altra parte ogni tentativo di strumentalizzare gli attentati di matrice islamista per alimentare campagne xenofobe e islamofobiche, e per questo esprime apprezzamento e sostegno alle associazioni islamiche che hanno fermamente denunciato la blasfema strumentalizzazione dell’islam da parte di gruppi radicali e fondamentalisti; rinnova il proprio impegno a intensificare il confronto con le comunità e le associazioni islamiche in Italia con le quali, da anni, le Chiese valdesi e metodiste sviluppano importanti relazioni di scambio e dialogo».

Presentato e approvato anche il rendiconto piano per l’otto per mille. Dopo anni di crescita, per il secondo anno consecutivo la Chiesa metodista e valdese registra una flessione: i contribuenti che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2014, hanno scelto i valdesi scendono a 514.628 (in ogni caso un numero di gran lunga superiore ai circa 30mila fedeli in Italia), quasi 50mila in meno del 2013, quando erano 562mila, e i fondi passano da 37 a 34 milioni di euro. I quali, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia e all’estero

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Il Sinodo metodista e valdese dice sì alla benedizione delle unioni omosessuali

1 settembre 2017

“Adista”
n. 29, 2 settembre 2017

Luca Kocci

Si svolge nel Cinquecentenario della Riforma protestante di Martin Lutero (1517-2017) l’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi. A Torre Pellice (To) – quest’anno riconosciuta come “città europea della Riforma” – dal 20 al 25 agosto, 180 “deputati” (90 pastori e 90 laici, quasi la metà donne) si riuniscono per discutere e deliberare su questioni di carattere sia ecclesiale che sociopolitico: migrazioni, dialogo ecumenico, l’impegno nella società a favore dei diseredati, fine vita, famiglie plurali, le sfide della predicazione in un mondo sempre più violento, arrogante e chiuso alle diversità.

«Vi auguro che queste giornate di condivisione e riflessione, che ricorrono nel 500° anniversario della Riforma, siano animate dalla gioia di porsi davanti al volto di Cristo», il saluto di papa Francesco ai partecipanti al Sinodo. «Il suo sguardo, che si volge su di noi, è la fonte della nostra pace, perché ci fa sentire figli amati dal Padre e ci fa vedere in modo nuovo gli altri, il mondo e la storia. Lo sguardo di Gesù illumini anche i nostri rapporti, perché non siano solo formali e corretti, ma fraterni e vivaci. Il Buon Pastore ci vuole in cammino insieme e il suo sguardo già abbraccia tutti noi, discepoli suoi che Egli desidera vedere pienamente uniti».

Si chiude la discussione su uno dei temi maggiormente dibattuti negli ultimi anni, quello delle “famiglie plurali”, ovvero comprendenti anche le coppie omosessuali. Il Sinodo, nella tarda serata del 24 agosto – poche ore prima che questo fascicolo di Adista vada in stampa, per cui rimandiamo al prossimo numero una informazione più approfondita e dettagliata, anche sugli altri temi affrontati – infatti approva il documento Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità con cui si estende e si generalizza all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione delle coppie omosessuali, in realtà praticata già dal 2010 ma solo nelle singole comunità locali che decidevano nella propria autonomia (sebbene con il sostanziale via libera degli organi centrali). Si stabilì allora di avviare una riflessione dell’intera Chiesa per arrivare all’elaborazione di un documento vincolante e condiviso che sarebbe dovuto essere approvato durante il Sinodo di quest’anno, come infatti avviene, a grande maggioranza. Da adesso in poi tutte le coppie già legate da una unione civile – questa la novità introdotta nel documento del Sinodo dopo l’approvazione della legge Cirinnà del maggio 2016potranno ricevere la benedizione della propria unione in una comunità metodista e valdese, in presenza di altre due condizioni: che almeno uno della coppia sia un membro della Chiesa metodista e valdese e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. «Il documento – spiegano in conferenza stampa il pastore Paolo Ribet e Paola Schellenbaum, rispettivamente coordinatore e membro della Commissione che ha prodotto il testo – è frutto di un impegno che dal 2011 ha portato le riflessioni su questi temi nelle comunità locali e nelle Chiese in tutta Italia. La discussione ha fatto emergere l’equilibrio di libertà e responsabilità delle chiese sia in ambito giuridico sia in ambito liturgico. Importante il dibattito teologico che si è sviluppato sul concetto di benedizione, che si riferisce sempre alle persone, e non alle forme giuridiche di unione, che per le chiese valdesi e metodiste non sono sacramenti». «È un documento che si adatta costantemente ai cambiamenti della società ed è passibile di ulteriori miglioramenti, ma abbiamo dato il giro di boa, siamo in una fase che ci consente un riconoscimento di tutte le famiglie, del tessuto affettivo e sociale delle persone – commenta il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini –. Continua ora il compito culturale nel Paese perché ci sono ancora altri passi in avanti da fare. È importante che ci sia stato un consenso a livello locale e nazionale su questi temi»

 

Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante

1 settembre 2017

“Adista”
n. 29, 2 settembre 2017

Luca Kocci

«Riteniamo che non esistano ragioni universali per giudicare moralmente illegittima la scelta di morire da parte di un individuo». È la conclusione del documento elaborato (e accolto a maggioranza) dalla Commissione bioetica delle Chiese battiste, metodiste e valdesi, presentato a Torre Pellice (To) durante il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi e ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima della sua eventuale approvazione definitiva, così come avvenuto per il documento sulle “famiglie plurali” (v. notizia precedente).

Apertura, quindi, alla possibilità della «eutanasia» e del «suicidio assistito» in casi particolari, senza tuttavia assecondare derive individualistiche. «Dal punto di vista etico e antropologico – si legge nel documento –, la morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana. La nostra posizione rappresenta un ideale antropologico  ragionevole  e  intermedio: quello  che  ci  guida  non  è  l’esaltazione  dell’autonomia indiscriminata, ma la misericordia che ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e al tempo stesso di cercare di ridurre le loro sofferenze». E tenendo ben presenti i rischi di una legalizzazione generalizzata della pratica: «Riconosciamo tuttavia – scrive la Commissione bioetica – che esistono argomenti di prudenza che consigliano di essere attenti alle possibili dinamiche sociali negative di una legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito» («la società potrebbe incamminarsi su un pericoloso “pendio scivoloso” , al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati», tanto più in un contesto, come quello delle società occidentali, «segnato da pesanti tagli alle risorse economiche destinate alla sanità e dal costante e progressivo invecchiamento della popolazione, esisterebbe il rischio di vedere nell’eutanasia la “soluzione” al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili»).

Il documento elaborato da battisti, metodisti e valdesi riprende una riflessione avviata nel 1998 dalla sola Tavola valdese. Ma siccome in questi venti anni l’interesse pubblico per il tema e le tecniche mediche e farmacologiche si sono sviluppati è parso opportuno alla Commissione bioetica elaborare un nuovo documento, titolato con le ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer poco prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg, il 9 aprile 1945: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante.

Innanzitutto chiarendo il vocabolario. Eutanasia è «l’uccisione intenzionale di un individuo da parte di

un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, in seguito alla richiesta volontaria e competente di tale individuo». Mentre «si definisce suicidio assistito l’atto per mezzo del quale un individuo si procura una morte rapida e indolore mediante l’assistenza di un medico che prescrive i farmaci necessari al suicidio e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione». Eutanasia e suicidio assistito – termini che spesso vengono confusi, anche strumentalmente, nel dibattito – quindi «si distinguono dall’astensione terapeutica e dalla sospensione delle cure, intese rispettivamente come la decisione del medico, su indicazione esplicita e volontaria del malato, di astenersi o di interrompere un trattamento, anche nel caso che da tale astensione o interruzione consegua la morte del malato stesso», precisa la Commissione bioetica, che puntualizza: «Quando parliamo di eutanasia e di suicidio assistito parliamo dunque di un atto medico volontario tramite cui viene abbreviato il corso della vita di un individuo che, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali o tramite direttive anticipate, abbia espresso tale volontà».

C’è una terza espressione entrata nel dibattito, anche in seguito alla evoluzione delle tecniche mediche: la medicina palliativa e, con essa, la «sedazione palliativa». «Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – si legge nel documento – la medicina palliativa è un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare i problemi associati a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo delle sofferenze per mezzo di un’identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e degli altri problemi di natura fisica, psichica, sociale e spirituale». All’interno di essa, si distingue la «sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte», ovvero «la somministrazione intenzionale di farmaci alla dose necessaria richiesta per ridurre fino ad annullare la coscienza del paziente, allo scopo di alleviare il dolore e il sintomo refrattario fisico e/o psichico intollerabile per il paziente in condizione di imminenza della morte».

In quadro, scrive la Commssione bioetica, «esistono Paesi, come l’Italia e la Francia, che ammettono la sedazione palliativa e vietano eutanasia e suicidio assistito» (anche se poi in Italia esiste un ampio «divario tra i dettami della legge e quanto di essi viene praticato»); Paesi che, in caso di «sofferenza insopportabile», «hanno ritenuto di depenalizzare o di legalizzare anche l’eutanasia o il suicidio assistito» (Olanda, Belgio, Lussemburgo e altri); e casi limite, come quello della Svizzera – guardato con preoccupazione –, «dove il solo prerequisito è che colui che richiede assistenza al suicidio sia in grado di intendere e di volere».

La posizione delle Chiese protestanti europee si attesta su una linea intermedia. È ritenuta «ammissibile la scelta volontaria di interrompere o di rifiutare i trattamenti da parte di un paziente in grado di intendere e di volere» (compresa «l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente, che abbiano previamente espresso il consenso in merito a tale interruzione»); si spinge per la «estensione» e il «potenziamento di un sistema adeguato di cure palliative» (compresa la «sedazione palliativa»); ma c’è una «pressoché unanime condanna di eutanasia e suicidio assistito», in nome della «dignità inviolabile dell’essere umano», secondo la quale «anche la vita vulnerabile e svantaggiata rimane una forma di vita amata e sostenuta da Dio» che non può essere interrotta.

Sotto questo aspetto, la posizione della Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi italiana si differenzia in maniera significativa da quella dei protestanti europei. «Siamo d’accordo con la tesi secondo cui il compito principale delle Chiese consista nell’impegnarsi in una battaglia pubblica in favore di un sistema di cure palliative e di accompagnamento al morire che consentano di ridurre al minimo la richiesta di eutanasia e di suicidio assistito», si legge nel documento. «Al tempo stesso, tuttavia, ci chiediamo se la richiesta di anticipare la propria morte debba sempre essere considerata in contraddizione con un’esistenza moralmente responsabile vissuta nella fede. Se debba sempre essere considerata, cioè, come un rifiuto del dono divino, come un atto di appropriazione indebita di un diritto di cui l’essere umano non è portatore, e dunque condannata come una forma di ateismo pratico, o se, in  specifiche  situazioni,  non  possa addirittura venire intesa come una  risposta responsabile al Comandamento, espressione dell’amore per Dio e per il prossimo». Si tratta, scrive la Commissione bioetica, di «evitare i principi di un’etica legalistica» e di «tener conto dei contesti e delle situazioni contingenti entro cui avviene la scelta morale, rinunciando ai principi assoluti di carattere teologico o razionale, così come alla rigida applicazione di una norma biblica interpretata in modo letterale». Allora «l’assunzione che la richiesta di essere aiutati a morire possa essere sempre interpretata come un rifiuto del dono di Dio, e di conseguenza del legame con Dio stesso, ci sembra fondata su una ricostruzione unilaterale, e difficilmente giustificabile, della logica del dono. Quest’ultima, infatti, non implica necessariamente che ciò che viene donato sia indisponibile a colui che riceve; implica piuttosto l’idea di un uso grato e responsabile del bene ricevuto, che tenga conto della relazione che in tal modo si è instaurata. In questo senso, riteniamo che la richiesta di persone ammalate, che in situazioni di sofferenza estrema esprimano il desiderio di non trascorrere gli ultimi giorni nell’incoscienza indotta dai trattamenti antalgici necessari a lenire un dolore non altrimenti sopportabile, non debba necessariamente essere considerata come l’espressione del desiderio di assolutizzare la propria libertà finita di fronte alla morte, né un rinnegamento del rapporto con Dio. Può anche essere la conseguenza del desiderio di disporre in modo responsabile del dono della vita ricevuta e del la fiducia in una grazia che accoglie l’oppresso e lo sfinito, dell’affidamento a un Dio che non chiede un tributo di sofferenza, che non impone condizioni e obblighi e che non sottomette l’uomo a principi, ma invece lo libera gratuitamente, mettendo nelle sue mani anche la possibilità di rinunciare a continuare l’esistenza terrena. La scelta di morire, che in certi casi può effettivamente essere interpretata come rifiuto del dono, in altri casi può invece essere compresa come l’espressione della sua accettazione: può essere un atto di consapevolezza del limite dell’esistenza umana, un’assunzione della misura non infinita della propria capacità di tollerare la sofferenza e persino un’espressione di amore nei confronti del prossimo».

«Per questo motivo – conclude la Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi – riteniamo la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite». Vedremo, nei prossimi mesi, cosa ne penseranno le Chiese locali

 

I valdesi: «Sì alla benedizione liturgica delle coppie gay»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

Semaforo verde alla benedizione liturgica delle coppie omosessuali, via libera alla riflessione su eutanasia e suicidio assistito.

Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, concluso ieri a Torre Pellice (To) dopo sei giorni di confronto fra 180 deputati e deputate (90 laici, 90 pastori) di cui quasi la metà donne, ha affrontato numerosi argomenti (migrazioni, povertà, dialogo ecumenico, fondamentalismo), ma è sui temi delle «famiglie plurali» e del fine vita che sono state prese le decisioni più importanti.

Nella tarda serata di giovedì è stato approvato grande maggioranza il documento Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità con cui si estende all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione liturgica (il matrimonio non è riconosciuto come sacramento) delle coppie «unite civilmente», comprese quelle omosessuali. In realtà è già dal 2010 che in alcune comunità locali si celebrano le benedizioni delle coppie omosessuali. Proprio allora si decise di avviare una riflessione dell’intera Chiesa per giungere alla redazione di un documento condiviso che, dopo un lungo dibattito sia in centro che in periferia – la questione era controversa anche fra metodisti e valdesi –, adesso è stato approvato. D’ora in poi tutte le coppie già legate da un’unione civile – questa la novità introdotta nel documento dopo l’approvazione della legge Cirinnà del maggio 2016 – potranno ricevere la benedizione liturgica della propria unione, purché, ovviamente, almeno un componente appartenga alla Chiesa metodista o valdese. «Con questo atto, metodisti e valdesi riconoscono la pluralità di modelli di comunione di vita e di famiglia presenti nella società, sottolineano la necessità della loro accoglienza e del loro accompagnamento, nonché il proprio impegno nella società a favore dell’ulteriore ampliamento dei diritti su questi temi», spiega Paola Schellenbaum, membro della Commissione che ha prodotto il testo. «È un documento che si adatta ai cambiamenti della società ed è passibile di ulteriori miglioramenti, ma abbiamo dato il giro di boa, siamo in una fase che ci consente un riconoscimento di tutte le famiglie, del tessuto affettivo e sociale delle persone», aggiunge il pastore Eugenio Bernardini, riconfermato dal Sinodo moderatore della Tavola valdese.

Al Sinodo è stato presentato un altro documento importante, sui temi del fine-vita, elaborato insieme anche ai battisti: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante (il titolo è ricavato dalle ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer pronunciate prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg nell’aprile 1945). «Riteniamo che la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite», si legge nel documento, che non apre in maniera indiscriminata all’eutanasia e al suicidio assistito, ma li ritiene praticabili, anche per un cristiano, soprattutto se le cure palliative – che vanno «estese» e «potenziate», proprio per ridurre il ricorso all’eutanasia – si dimostrano poco efficaci. Il documento verrà ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima di essere restituito al Sinodo per la sua eventuale approvazione il prossimo anno o negli anni successivi. Un iter – lo stesso seguito per il documento sulle «famiglie plurali» – che può apparire lungo e farraginoso, ma che è la conseguenza della “democrazia” che vige nelle Chiese metodiste e valdesi.

Accolto anche un documento sui «fenomeni migratori» nel quale si critica la «criminalizzazione dell’attraversamento delle frontiere» e si sostengono e si rilanciano i «corridoi umanitari», un progetto che le Chiese evangeliche portano avanti da anni, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, anche grazie ai fondi dell’otto per mille. I prossimi arrivi sono previsti il 29-30 agosto a Fiumicino. E sullo Ius soli, il Sinodo ha approvato un ordine del giorno in cui auspica che «il Parlamento proceda ad una rapida approvazione di una legge».

A proposito di otto per mille, la Chiesa metodista e valdese registra una flessione per il secondo anno consecutivo, dopo anni di crescita: i contribuenti che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2014, hanno scelto i valdesi scendono a 514.628 (in ogni caso un numero di gran lunga superiore ai circa 30mila fedeli in Italia), quasi 50mila in meno del 2013, quando erano 562mila, e i fondi passano da 37 a 34 milioni di euro. Che, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia (60%) e all’estero (40%).

Pastore, diacone, vescove nella Chiesa della Riforma

25 agosto 2017

“il manifesto”
25 agosto 2017

Luca Kocci

Chiese ad elevata parità di genere. Sono quella valdese e metodista – la principale delle Chiese cristiane non cattoliche presenti in Italia – e nel complesso quelle sorte dalla Riforma protestante, nelle quali le donne ricoprono ruoli e funzioni identiche a quelle degli uomini. Ne parliamo con Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze e docente di Studi femministi e di genere alla Facoltà valdese di teologia di Roma, in questi giorni impegnata nei lavori del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi a Torre Pellice.

«In effetti la presenza di donne “ordinate”, pastore e diacone ma talora anche vescove e presidenti di Chiese nazionali, è molto estesa e visibile nelle Chiese della Riforma», spiega Tomassone. «Nella Chiesa valdese e metodista si può contare poco meno del 40 per cento di donne ministro. Tuttavia, seppure ricoprendo la stessa funzione, donne e uomini non sono “uguali”: si cerca di dare spazio alla “differenza” nello svolgimento del ministero senza che questo crei discriminazione».

 

In altre Chiese cristiane, penso alla cattolica e alle Chiese ortodosse, questa parità non esiste. Eppure sono tutte ugualmente fondate sulla Bibbia e su Cristo. Come è possibile?

«La concezione del ministero nelle Chiese della Riforma non è sacrale, non si tratta di un sacerdozio, né il ministro deve svolgere una mediazione maschile – in quanto Cristo era un maschio – o paterna – in rappresentanza del Dio padre – verso la comunità. I ministri di culto sono parte della comunità dei credenti e del ministero che appartiene a tutte e a tutti e svolgono una funzione al servizio della comunità e centrata intorno alla predicazione della Parola».

 

Quello del posto delle donne nelle Chiese è un elemento di divisione con la Chiesa cattolica e con le altre Chiese. Potrà essere superato?

«La questione si pone a più livelli. La Chiesa cattolica ci riconosce come pastore delle nostre Chiese e condivide momenti di confronto teologico e biblico in cui siano coinvolte pastore protestanti. Tuttavia, non aprendo con altrettanta fiducia alle donne nelle proprie fila, il dialogo è sempre difficile e diseguale. Più complicato ancora con i vari Patriarcati ortodossi o con buona parte delle Chiese pentecostali che non accettano il ministero femminile, e dunque non accolgono le pastore protestanti in occasione di incontri ecumenici. Il cammino è ancora lungo ma, per il forte impegno delle teologhe cattoliche nella propria Chiesa, ci saranno sicuramente degli sviluppi positivi».

 

Parliamo di donne e teologia. Nella ricerca biblica e teologica, nelle facoltà, che spazio assumono le donne?

«Io faccio parte del Coordinamento delle teologhe italiane che raccoglie molte teologhe cattoliche e protestanti che fanno ricerca e insegnano anche nelle Facoltà pontificie. La Facoltà valdese di Teologia ha un corso curricolare sulle teologie femministe».

 

Quindi anche in questo ambito donne e uomini hanno un ruolo paritario?

«No. Per ora la presenza di donne teologhe e docenti è marginale, seppure significativa per la qualità e quantità di pubblicazioni».

 

Quali filoni di genere studia e approfondisce la ricerca teologica?

«I temi trattati seguono le tracce delle teologie femministe già sviluppate in altri Paesi, a livello ecumenico quindi, perché i percorsi di donne protestanti e cattoliche nel mondo occidentale sono intrecciati: una “ermeneutica del sospetto”, che rintraccia presenza femminile nonostante silenzi e reticenze dei testi biblici; l’esperienza di vita delle donne che diventa lente per comprendere i testi e la fede; la resistenza contro ogni riduzione al silenzio, contro la violenza e il patriarcato così a lungo legittimato dalla religione cristiana. Il lavoro è prima di tutto biblico, ma c’è un gran fermento di ricerca anche sulla storia delle donne e sulle forme di Chiesa. Inoltre c’è una riflessione comune sulle identità femminili postcoloniali, con molte donne del mondo protestante africano o cattolico dell’America latina. Questo ci aiuta a fare i conti con la nostra religione anche nei termini di una critica al suo retaggio di colonialismo di donne bianche e occidentali».

 

Che tipo di lavoro portano avanti le reti ecumeniche ed interreligiose di donne?

«In Italia ci sono reti interreligiose con donne ebree e musulmane che conducono battaglie per la giustizia e la pace insieme a noi. Ascoltarci reciprocamente ci aiuta ogni volta a scoprire insieme la grande ricchezza che ogni tradizione porta con sé e ci rafforza per resistere alle oppressioni religiose, alle interpretazioni restrittive degli scritti fondativi. Esistono poi reti internazionali di donne impegnate per fare delle fedi strumenti di pace e di riconciliazione, come per esempio le teologie di donne nell’Islam che perorano una giustizia di genere nella Jihad».

 

Negli ultimi anni le Chiese valdesi e metodiste si sono impegnate sulla questione della violenza di genere, impiegando anche parte dei fondi dell’otto per mille. Quali programmi sono stati portati avanti? Perché è importante che le Chiese e le religioni si impegnino su questo fronte?

«In marzo sono state consegnate alla presidente della Camera, Laura Boldrini, più di 5mila firme di donne e di uomini che si impegnano contro la violenza di genere. Le Chiese protestanti sono sempre state attente ai diritti delle persone, e la battaglia sui temi della violenza contro le donne riguarda i diritti umani. È importante che in questo cammino siano coinvolti gli uomini, in una presa di coscienza della propria identità maschile, che deve superare gli stereotipi dell’aggressività e recuperare il senso della reciprocità nella relazione e della capacità di tenerezza. Si lavora a molti livelli, con proposte di letture bibliche e un calendario di “sedici giorni contro la violenza”, un’iniziativa mondiale adottata dalle Chiese protestanti italiane – ogni anno dal 25 novembre al 10 dicembre –, con sportelli di aiuto e qualche casa rifugio per donne in difficoltà, promuovendo dibattiti e pubblicazioni che aiutino a superare la cultura cristiana maschilista e patriarcale».

 

Credenti contro l’omo-transfobia: veglie, contestazioni e passi avanti

17 maggio 2017

“il manifesto”
17 maggio 2017

Luca Kocci

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi.

Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi. A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia.

Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova.

A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

Bergoglio, mano tesa ai luterani 500 anni dopo la Riforma

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

Era il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano Martin Lutero affisse sul portale della chiesa del castello di Wittenberg – anche se non tutti sono concordi sulla storicità dell’episodio – le 95 tesi sulle indulgenze, dando il via alla Riforma protestante.

Domani l’evento sarà ricordato in Svezia, a Lund, sede della Federazione luterana mondiale (Flm), con un incontro ecumenico che aprirà gli eventi ufficiali del Cinquecentenario della Riforma. Nella cattedrale luterana di Lund si ritroveranno insieme il pastore cileno Martin Junge, segretario generale della Flm, l’arcivescova di Upssala primate della Chiesa luterana svedese Antje Jackélen, e papa Francesco, per una commemorazione e una preghiera comune che non sancirà la ritrovata unità fra protestanti e cattolici – troppi i nodi teologici ed ecclesiali che separano le due confessioni – ma che sarà un ulteriore tassello del dialogo cominciato cinquanta anni fa.

Nella Chiesa “costantiniana” collusa con il potere e diventata mondana, ricca e corrotta, della necessità di una riforma si parlava già nel XII secolo, con i “pionieri” Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, il primo dichiarato eretico, il secondo ricondotto all’ordine e “normalizzato” post mortem. Poi nel ‘500 partì la grande campagna di vendita delle indulgenze per costruire la basilica di San Pietro, e in Germania, dove il monaco domenicano Johann Tetzel (in accordo con papa Leone X e l’arcivescovo di Magdeburgo Alberto di Hohenzollern) predicava che «quando il soldo suona nella cassetta, l’anima in cielo sale benedetta», Lutero prese posizione, per riportare il Vangelo alla sua essenzialità, affermando che la salvezza non si comprava, ma si raggiungeva solo con la fede e per grazia di Dio. Fu scomunicato da Leone X e di lì a poco, nel contesto decisivo dello scontro fra papato, impero e principi tedeschi – durante il quale furono massacrati anche migliaia di contadini, la cui rivolta venne condannata da Lutero –, nacquero le Chiese protestanti.

Dopo secoli di conflitti e scontri, con il Concilio Vaticano II il dialogo fra protestanti e cattolici fu avviato, e domani il papa va a Lund, riconoscendo con questo gesto il valore di Lutero, tanto che i cattolici più reazionari sono critici: è una resa, crea confusione e alimenta il relativismo.

Non era scontato che il papa partecipasse all’anniversario della Riforma. Del resto nel 1985, quando era ancora in Argentina, Bergoglio parlava di Lutero come di un «eretico» e di Calvino come di uno «scismatico» e di un «boia spirituale», sposando di fatto le tesi controriformistiche (il testo di Bergoglio, Chi sono i Gesuiti. Storia della Compagnia di Gesù, tratto da una conferenza sui gesuiti, è stato pubblicato in Italia dalla Emi nel 2014). Ma negli anni ha rielaborato le proprie posizioni. Tornando dal viaggio in Armenia, nello scorso giugno, il papa ha definito Lutero un «riformatore» e una «medicina» per tutta la Chiesa. E in un’intervista al gesuita svedese Ulf Jonsson, pubblicata l’altro ieri su Civilità Cattolica, ha attribuito a Lutero il merito di «mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo». Tanto che il teologo valdese Paolo Ricca può affermare che la presenza del papa a Lund «è il riconoscimento che la Riforma è stata un evento positivo per il cristianesimo nel suo insieme».

Molte cose dividono protestanti e cattolici. Nodi teologici e questioni ecclesiali, a partire dal ruolo delle persone omosessuali e delle donne nelle Chiese protestanti, in cui ricoprono ruoli ministeriali anche di vertice, come dimostra che ad accogliere il papa a Lund ci sarà una donna arcivescova, primate della Chiesa luterana svedese. Ma anche sui temi etici le distanze sono notevoli, basti pensare alle idee quasi in antitesi su bioetica, fine-vita (in molte Chiese protestanti si sottoscrivono testamenti biologici) e famiglia. Da questo punto di vista non sono previsti cambi di direzione di nessun tipo. Si proseguirà però sulla via dell’ecumenismo “pratico”, a partire dalle emergenze sociali: domani pomeriggio, nella Malmö Arena, sarà firmato un accordo di cooperazione fra Federazione luterana mondiale e Caritas internazionale per l’assistenza ai rifugiati di tutto il mondo.

«Ma la protesta di Lutero fu soprattutto un atto di fede». Intervista a Luca Negro (Fcei)

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

«Quello di Lund è un evento storico. Chi avrebbe mai pensato fino a poco tempo fa che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma e che avrebbe prontamente accettato l’invito!».

La pensa così Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico. E non teme che il papa possa in un certo senso “colonizzare” l’evento. «In questi anni, penso in particolare alla visita di Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio».

Però…

«In Italia il rischio è che i mezzi di comunicazione, che brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, di qualunque Chiesa».

Domani si ricorda l’inizio della Riforma. Qual è il punto centrale della “protesta” di Lutero?

«Le 95 tesi sulle indulgenze non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. La tesi 62, per esempio, dove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa”, ovvero il “sacrosanto Vangelo”. È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero allora è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale».

Le istanze che Lutero poneva 500 anni fa sono superate dalla storia o sono ancora attuali?

«I tempi sono cambiati, e certamente alcune delle controversie che hanno diviso i cristiani nel ‘500 sono superate, come per esempio quella sulla “giustificazione per fede”, sulla quale cattolici e luterani hanno prodotto un documento di consenso nel 1999. Ma l’attualità del pensiero della Riforma resta, sotto tanti profili. La Federazione luterana mondiale ha centrato le celebrazioni del 2017 proprio sull’attualità, con il tema “Liberati dalla grazia di Dio” e tre sottotemi che traducono il  termine “grazia” con not for sale, “non in vendita”, intrecciando così la tematica teologica alla testimonianza concreta dei cristiani nel mondo di oggi: “Gli esseri umani non sono in vendita”, “Il creato non è in vendita”, “La salvezza non è in vendita”. Riscoprire la grazia di Dio, insomma, per combattere la mercificazione degli esseri umani e dell’ambiente, cioè per opporsi al neo-liberismo imperante».

Molti nodi teologici ed ecclesiali dividono protestanti e cattolici, come per esempio il ruolo delle donne e degli omosessuali nella Chiesa – che fra i protestanti assumono ruoli ministeriali anche di vertice –, ma anche questioni sociali relative alla bioetica, al fine-vita, alla concezione aperta e plurale della famiglia. Sarà possibile una maggiore comunione?

«Certamente vi è una lunga lista di questioni che ancora ci dividono. Nel suo discorso ai valdesi, però, Bergoglio ha detto alcune cose significative: ha riconosciuto che unità non significa uniformità e che già nel Nuovo Testamento sono testimoniate diverse forme di organizzazione della chiesa. E che “le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche che continuano ad esistere” tra cattolici e protestanti non impediscono “di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi”».

Dove per esempio?

«L’accoglienza dei migranti. Come Fcei siamo molto soddisfatti di aver realizzato il progetto dei Corridoi umanitari, che ha portato in Italia in sicurezza e legalità già 400 rifugiati siriani, proprio come un’iniziativa ecumenica, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio».

Fermo restando che il papato è uno dei maggiori elementi di divisione fra protestanti e cattolici, papa Francesco ha in qualche modo favorito il dialogo?

«Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce con ortodossi e anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” – anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti –, al rallentatore con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo, quello di papa Francesco ci sembra un ecumenismo a 360 gradi».

500 anni dalla Riforma. Intervista al pastore Luca Maria Negro

30 ottobre 2016

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

Cinquecento anni fa, con la pubblicazione a Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero (31 ottobre 1517), prese avvio la Riforma protestante. La ricorrenza, e con esso l’apertura del cinquecentenario della Riforma, verrà celebrato nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre a Lund, in Svezia, città in cui ha sede la Federazione luterana mondiale, che ha organizzato l’evento. Vi prenderà parte anche papa Francesco, che parteciperà ad una preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana di Lund e poi ad in incontro ecumenico nella cattedrale di Malmoe.

Ne abbiamo parlato con Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico.

Cinquecento anni fa il primo atto della Riforma. Qual è il punto centrale, il “nocciolo” della “protesta” e della “riforma” di Lutero?

Le 95 tesi sulle indulgenze, affisse a Wittenberg il 31 ottobre 1517, non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. Prendiamo ad esempio la tesi 62, laddove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa” che “è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio”. Questa tesi contiene tre dei cinque “sola” della Riforma, gli slogan che ne sintetizzano il messaggio: sola Scrittura, per sola grazia, solo a Dio la gloria (gli altri due “sola” sono: solo Cristo e  per sola fede). È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal verbo latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale.

La Chiesa (le Chiese) continua ad aver bisogno di “riforma”? In quale direzione?

Un altro slogan protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, ovvero la chiesa riformata è sempre da riformare. Qualcosa del genere lo ha detto recentemente anche papa Francesco. Ogni chiesa deve continuamente lasciarsi riformare dallo Spirito, tornando alle fonti della fede, il “sacrosanto Vangelo”, per usare l’espressione di Lutero. Negli ultimi decenni le chiese protestanti le “riforme” hanno riguardato passi come l’apertura del pastorato alle donne e l’accoglienza delle persone omosessuali, tanto per citare gli esempi più discussi e controversi; ma anche la riscoperta del legame profondo tra la fede cristiana e la testimonianza concreta nel mondo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Papa Francesco andrà a Lund: è davvero un evento storico?

Certamente, si tratta di un evento storico. Chi avrebbe mai pensato, fino a poco tempo fa, che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma, e che avrebbe prontamente accettato l’invito!

Sulla partecipazione del papa, sebbene minoritarie, si sono levate delle voci critiche sia nell’area cattolica che in quella protestante. Per i cattolici più reazionari Bergoglio non doveva andare “in casa” protestante, per di più in occasione dei 500 della Riforma: è una sorta di “resa”, crea confusione, alimenta il relativismo. Dall’altra parte si teme che la presenza del papa possa in qualche modo “oscurare” una ricorrenza del mondo protestante e “appropriarsene”. Cosa ne pensa di questi rilievi? Come è vissuto questo appuntamento fra i protestanti?

Non credo ci sia un gran timore di “appropriazione”, anche perché in questi anni, e penso in particolare alla storica visita di papa Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio. Semmai in Italia il timore è che i mezzi di comunicazione, che da noi brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, a qualunque Chiesa appartengano. Per quanto riguarda i rilievi critici in casa cattolica, non saprei che cosa dire, se non ripetere un po’ provocatoriamente un vecchio adagio cattolico-romano: “Roma locuta, causa finita”, quando Roma ha parlato il caso è chiuso. Chissà perché questo principio dovrebbe valere solo quando Roma parla per difendere posizioni tradizionali, e non quando il papa si apre agli altri cristiani e al mondo.

Si potrà mai arrivare ad un giudizio condiviso, perlomeno dal punto di vista storico? E magari ad una autocritica per le guerre di religione, i roghi…

Come minoranza protestante in Italia, perseguitata per secoli, auspichiamo che la riconciliazione tra le Chiese includa anche la “riconciliazione delle memorie” e la rivisitazione comune degli eventi dolorosi che ci hanno visti contrapposti. Visitando la Chiesa valdese di Torino il papa lo ha in parte già fatto, chiedendo perdono “da parte della Chiesa cattolica” per “gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Qualche autocritica è arrivata anche da parte protestante?

Da tempo l’Alleanza mondiale delle Chiese riformate ha avviato una riflessione sulle omissioni e le responsabilità dei protestanti in tema di schiavismo e di apartheid. Qualche anno fa i riformati hanno chiesto perdono ai mennoniti, una delle principali comunità dell’anabattismo, per i massacri perpetrati ai loro danni nel XVI secolo. E a livello storiografico esistono diverse ricerche sull’antisemitismo di Martin Lutero.

La storia dei rapporti fra protestanti e cattolici è stata molto conflittuale, ora quella stagione pare finita. A che punto è il cammino del dialogo fra cattolici e protestanti?

Il dialogo tra cattolici e protestanti ha ormai mezzo secolo di vita; il problema è che esiste un divario, che negli ultimi vent’anni sembrava crescente, tra le affermazioni teologiche comuni e la prassi. Se i dialoghi teologici non vengono recepiti nella vita quotidiana delle Chiese, sono di scarsa utilità. Il nodo è la “ricezione” concreta dell’abbondante mole di dialoghi, sia bilaterali (tra la Chiesa cattolica e le singole confessioni) che multilaterali (fra tutte le confessioni cristiane), realizzati in questi anni.

Possiamo fare qualche esempio di questa mancata ricezione nella prassi?

L’eucaristia. C’è una riflessione comune sull’eucaristia, cattolici e protestanti non siamo più fermi alla rigidità dottrinale del Cinquecento e Seicento, ma ancora non si vedono passi concreti non dico sul piano della condivisione, ma nemmeno su quello della “ospitalità eucaristica”. Per usare un’immagine, possiamo dire che ci sono molte coppie miste cattolico-protestanti che dormono nello stesso letto ma non mangiano alla stessa mensa eucaristica. Al recente Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia c’è stata una proposta su questo tema, ma è stata bocciata. Pochi mesi dopo però papa Francesco, in visita alla Chiesa luterana di Roma, rispondendo ad una domanda di una donna, l’ha esortata a seguire la propria coscienza.

Papa Francesco ha cambiato qualcosa in questo percorso?

Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce il dialogo con gli ortodossi e con gli anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” (anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti), al rallentatore il dialogo con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo. Non necessariamente privilegiati: quello di papa Francesco è un ecumenismo a 360 gradi.

Sinodo valdese: corridoi umanitari, no alle leggi contro le moschee

27 agosto 2016

“il manifesto”
27 agosto 2016

Luca Kocci

Verità e giustizia per Giulio Regeni, rilancio del progetto “Corridoi umanitari” e della richiesta ad Italia ed Europa di una politica inclusiva sulle migrazioni, preoccupazione per le leggi “antimoschee” di Lombardia e Veneto, rifiuto della retorica della «guerra di religione». Con l’approvazione di una serie di ordini del giorno, che affrontano sia temi religiosi ed ecclesiali sia questioni sociali e politiche, si è chiuso ieri a Torre Pellice il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane.

L’ultimo atto dei sei giorni di confronto e deliberazioni democratiche fra i 180 “deputati” – che hanno rinnovato la fiducia al pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione di metodisti e valdesi – è stato un grido contro il terrorismo, l’islamofobia e la guerra: il Sinodo ha espresso «viva preoccupazione» per «l’escalation del terrorismo di matrice islamista che colpisce in vari Paesi a maggioranza islamica, in Europa e nel resto del mondo», ma anche denunciato «la crescita di un pregiudizio anti-islamico che pretende di associare un’intera comunità di fede al terrorismo e alla violenza jihadista». È «una bestemmia l’associazione del nome di Dio a strategie di terrore, violenza e omicidio», ma non è in corso nessuna «guerra di religione».

Oltre ad argomenti importanti per la vita delle Chiese valdesi e metodiste – a cominciare dall’otto per mille, in calo di poco più del 5% dopo anni di crescita, su cui è stata riconfermata la linea del «nemmeno un euro per il culto» ma tutto alla cultura e al sociale, pur ribadendo che «siamo una Chiesa» –, al Sinodo si è parlato anche di migrazioni, libertà religiosa e di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel febbraio scorso, per cui è stato approvato uno specifico ordine del giorno in cui si chiede a Italia ed Egitto «di proseguire nella ricerca della giustizia e della verità».

Sul tema della libertà religiosa in Italia, severa critica all’approvazione delle leggi sull’edilizia di culto di Lombardia e Veneto, che «limitano diritti costituzionalmente garantiti quali la libertà di coscienza e di religione»: leggi contro tutte le confessioni religiose che non hanno ancora firmato un’Intesa con lo Stato italiano, di fatto veri e propri provvedimenti anti-moschee approvate dalle due Regioni a trazione fascio-leghista. I valdesi rilanciano la necessità di una legge quadro sulla libertà religiosa che superi quella del 1929 sui «culti ammessi» e fanno una proposta: il 17 febbraio, data dell’emancipazione dei valdesi grazie alle lettere patenti del 1848 del re Carlo Alberto (ma anche il giorno in cui, nel 1600, Giordano Bruno fu messo al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione), sia la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

Confermato l’impegno sulla questione migrazioni, con i “Corridoi umanitari” («da progetto pilota potrebbe trasformarsi in un efficace strumento di gestione dei flussi migratori verso l’Europa», ha auspicato il responsabile, Paolo Naso) e l’appello per «una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti», ha ribadito Bernardini. Un pensiero e un atto concreto anche sul terremoto che ha colpito l’Italia centrale proprio durante il Sinodo: la Federazione delle Chiese evangeliche ha aperto una raccolta fondi a favore delle popolazioni per interventi di urgenza.