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Credenti contro l’omo-transfobia: veglie, contestazioni e passi avanti

17 maggio 2017

“il manifesto”
17 maggio 2017

Luca Kocci

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi.

Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi. A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia.

Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova.

A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

Bergoglio, mano tesa ai luterani 500 anni dopo la Riforma

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

Era il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano Martin Lutero affisse sul portale della chiesa del castello di Wittenberg – anche se non tutti sono concordi sulla storicità dell’episodio – le 95 tesi sulle indulgenze, dando il via alla Riforma protestante.

Domani l’evento sarà ricordato in Svezia, a Lund, sede della Federazione luterana mondiale (Flm), con un incontro ecumenico che aprirà gli eventi ufficiali del Cinquecentenario della Riforma. Nella cattedrale luterana di Lund si ritroveranno insieme il pastore cileno Martin Junge, segretario generale della Flm, l’arcivescova di Upssala primate della Chiesa luterana svedese Antje Jackélen, e papa Francesco, per una commemorazione e una preghiera comune che non sancirà la ritrovata unità fra protestanti e cattolici – troppi i nodi teologici ed ecclesiali che separano le due confessioni – ma che sarà un ulteriore tassello del dialogo cominciato cinquanta anni fa.

Nella Chiesa “costantiniana” collusa con il potere e diventata mondana, ricca e corrotta, della necessità di una riforma si parlava già nel XII secolo, con i “pionieri” Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, il primo dichiarato eretico, il secondo ricondotto all’ordine e “normalizzato” post mortem. Poi nel ‘500 partì la grande campagna di vendita delle indulgenze per costruire la basilica di San Pietro, e in Germania, dove il monaco domenicano Johann Tetzel (in accordo con papa Leone X e l’arcivescovo di Magdeburgo Alberto di Hohenzollern) predicava che «quando il soldo suona nella cassetta, l’anima in cielo sale benedetta», Lutero prese posizione, per riportare il Vangelo alla sua essenzialità, affermando che la salvezza non si comprava, ma si raggiungeva solo con la fede e per grazia di Dio. Fu scomunicato da Leone X e di lì a poco, nel contesto decisivo dello scontro fra papato, impero e principi tedeschi – durante il quale furono massacrati anche migliaia di contadini, la cui rivolta venne condannata da Lutero –, nacquero le Chiese protestanti.

Dopo secoli di conflitti e scontri, con il Concilio Vaticano II il dialogo fra protestanti e cattolici fu avviato, e domani il papa va a Lund, riconoscendo con questo gesto il valore di Lutero, tanto che i cattolici più reazionari sono critici: è una resa, crea confusione e alimenta il relativismo.

Non era scontato che il papa partecipasse all’anniversario della Riforma. Del resto nel 1985, quando era ancora in Argentina, Bergoglio parlava di Lutero come di un «eretico» e di Calvino come di uno «scismatico» e di un «boia spirituale», sposando di fatto le tesi controriformistiche (il testo di Bergoglio, Chi sono i Gesuiti. Storia della Compagnia di Gesù, tratto da una conferenza sui gesuiti, è stato pubblicato in Italia dalla Emi nel 2014). Ma negli anni ha rielaborato le proprie posizioni. Tornando dal viaggio in Armenia, nello scorso giugno, il papa ha definito Lutero un «riformatore» e una «medicina» per tutta la Chiesa. E in un’intervista al gesuita svedese Ulf Jonsson, pubblicata l’altro ieri su Civilità Cattolica, ha attribuito a Lutero il merito di «mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo». Tanto che il teologo valdese Paolo Ricca può affermare che la presenza del papa a Lund «è il riconoscimento che la Riforma è stata un evento positivo per il cristianesimo nel suo insieme».

Molte cose dividono protestanti e cattolici. Nodi teologici e questioni ecclesiali, a partire dal ruolo delle persone omosessuali e delle donne nelle Chiese protestanti, in cui ricoprono ruoli ministeriali anche di vertice, come dimostra che ad accogliere il papa a Lund ci sarà una donna arcivescova, primate della Chiesa luterana svedese. Ma anche sui temi etici le distanze sono notevoli, basti pensare alle idee quasi in antitesi su bioetica, fine-vita (in molte Chiese protestanti si sottoscrivono testamenti biologici) e famiglia. Da questo punto di vista non sono previsti cambi di direzione di nessun tipo. Si proseguirà però sulla via dell’ecumenismo “pratico”, a partire dalle emergenze sociali: domani pomeriggio, nella Malmö Arena, sarà firmato un accordo di cooperazione fra Federazione luterana mondiale e Caritas internazionale per l’assistenza ai rifugiati di tutto il mondo.

«Ma la protesta di Lutero fu soprattutto un atto di fede». Intervista a Luca Negro (Fcei)

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

«Quello di Lund è un evento storico. Chi avrebbe mai pensato fino a poco tempo fa che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma e che avrebbe prontamente accettato l’invito!».

La pensa così Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico. E non teme che il papa possa in un certo senso “colonizzare” l’evento. «In questi anni, penso in particolare alla visita di Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio».

Però…

«In Italia il rischio è che i mezzi di comunicazione, che brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, di qualunque Chiesa».

Domani si ricorda l’inizio della Riforma. Qual è il punto centrale della “protesta” di Lutero?

«Le 95 tesi sulle indulgenze non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. La tesi 62, per esempio, dove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa”, ovvero il “sacrosanto Vangelo”. È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero allora è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale».

Le istanze che Lutero poneva 500 anni fa sono superate dalla storia o sono ancora attuali?

«I tempi sono cambiati, e certamente alcune delle controversie che hanno diviso i cristiani nel ‘500 sono superate, come per esempio quella sulla “giustificazione per fede”, sulla quale cattolici e luterani hanno prodotto un documento di consenso nel 1999. Ma l’attualità del pensiero della Riforma resta, sotto tanti profili. La Federazione luterana mondiale ha centrato le celebrazioni del 2017 proprio sull’attualità, con il tema “Liberati dalla grazia di Dio” e tre sottotemi che traducono il  termine “grazia” con not for sale, “non in vendita”, intrecciando così la tematica teologica alla testimonianza concreta dei cristiani nel mondo di oggi: “Gli esseri umani non sono in vendita”, “Il creato non è in vendita”, “La salvezza non è in vendita”. Riscoprire la grazia di Dio, insomma, per combattere la mercificazione degli esseri umani e dell’ambiente, cioè per opporsi al neo-liberismo imperante».

Molti nodi teologici ed ecclesiali dividono protestanti e cattolici, come per esempio il ruolo delle donne e degli omosessuali nella Chiesa – che fra i protestanti assumono ruoli ministeriali anche di vertice –, ma anche questioni sociali relative alla bioetica, al fine-vita, alla concezione aperta e plurale della famiglia. Sarà possibile una maggiore comunione?

«Certamente vi è una lunga lista di questioni che ancora ci dividono. Nel suo discorso ai valdesi, però, Bergoglio ha detto alcune cose significative: ha riconosciuto che unità non significa uniformità e che già nel Nuovo Testamento sono testimoniate diverse forme di organizzazione della chiesa. E che “le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche che continuano ad esistere” tra cattolici e protestanti non impediscono “di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi”».

Dove per esempio?

«L’accoglienza dei migranti. Come Fcei siamo molto soddisfatti di aver realizzato il progetto dei Corridoi umanitari, che ha portato in Italia in sicurezza e legalità già 400 rifugiati siriani, proprio come un’iniziativa ecumenica, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio».

Fermo restando che il papato è uno dei maggiori elementi di divisione fra protestanti e cattolici, papa Francesco ha in qualche modo favorito il dialogo?

«Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce con ortodossi e anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” – anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti –, al rallentatore con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo, quello di papa Francesco ci sembra un ecumenismo a 360 gradi».

500 anni dalla Riforma. Intervista al pastore Luca Maria Negro

30 ottobre 2016

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

Cinquecento anni fa, con la pubblicazione a Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero (31 ottobre 1517), prese avvio la Riforma protestante. La ricorrenza, e con esso l’apertura del cinquecentenario della Riforma, verrà celebrato nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre a Lund, in Svezia, città in cui ha sede la Federazione luterana mondiale, che ha organizzato l’evento. Vi prenderà parte anche papa Francesco, che parteciperà ad una preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana di Lund e poi ad in incontro ecumenico nella cattedrale di Malmoe.

Ne abbiamo parlato con Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico.

Cinquecento anni fa il primo atto della Riforma. Qual è il punto centrale, il “nocciolo” della “protesta” e della “riforma” di Lutero?

Le 95 tesi sulle indulgenze, affisse a Wittenberg il 31 ottobre 1517, non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. Prendiamo ad esempio la tesi 62, laddove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa” che “è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio”. Questa tesi contiene tre dei cinque “sola” della Riforma, gli slogan che ne sintetizzano il messaggio: sola Scrittura, per sola grazia, solo a Dio la gloria (gli altri due “sola” sono: solo Cristo e  per sola fede). È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal verbo latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale.

La Chiesa (le Chiese) continua ad aver bisogno di “riforma”? In quale direzione?

Un altro slogan protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, ovvero la chiesa riformata è sempre da riformare. Qualcosa del genere lo ha detto recentemente anche papa Francesco. Ogni chiesa deve continuamente lasciarsi riformare dallo Spirito, tornando alle fonti della fede, il “sacrosanto Vangelo”, per usare l’espressione di Lutero. Negli ultimi decenni le chiese protestanti le “riforme” hanno riguardato passi come l’apertura del pastorato alle donne e l’accoglienza delle persone omosessuali, tanto per citare gli esempi più discussi e controversi; ma anche la riscoperta del legame profondo tra la fede cristiana e la testimonianza concreta nel mondo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Papa Francesco andrà a Lund: è davvero un evento storico?

Certamente, si tratta di un evento storico. Chi avrebbe mai pensato, fino a poco tempo fa, che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma, e che avrebbe prontamente accettato l’invito!

Sulla partecipazione del papa, sebbene minoritarie, si sono levate delle voci critiche sia nell’area cattolica che in quella protestante. Per i cattolici più reazionari Bergoglio non doveva andare “in casa” protestante, per di più in occasione dei 500 della Riforma: è una sorta di “resa”, crea confusione, alimenta il relativismo. Dall’altra parte si teme che la presenza del papa possa in qualche modo “oscurare” una ricorrenza del mondo protestante e “appropriarsene”. Cosa ne pensa di questi rilievi? Come è vissuto questo appuntamento fra i protestanti?

Non credo ci sia un gran timore di “appropriazione”, anche perché in questi anni, e penso in particolare alla storica visita di papa Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio. Semmai in Italia il timore è che i mezzi di comunicazione, che da noi brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, a qualunque Chiesa appartengano. Per quanto riguarda i rilievi critici in casa cattolica, non saprei che cosa dire, se non ripetere un po’ provocatoriamente un vecchio adagio cattolico-romano: “Roma locuta, causa finita”, quando Roma ha parlato il caso è chiuso. Chissà perché questo principio dovrebbe valere solo quando Roma parla per difendere posizioni tradizionali, e non quando il papa si apre agli altri cristiani e al mondo.

Si potrà mai arrivare ad un giudizio condiviso, perlomeno dal punto di vista storico? E magari ad una autocritica per le guerre di religione, i roghi…

Come minoranza protestante in Italia, perseguitata per secoli, auspichiamo che la riconciliazione tra le Chiese includa anche la “riconciliazione delle memorie” e la rivisitazione comune degli eventi dolorosi che ci hanno visti contrapposti. Visitando la Chiesa valdese di Torino il papa lo ha in parte già fatto, chiedendo perdono “da parte della Chiesa cattolica” per “gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Qualche autocritica è arrivata anche da parte protestante?

Da tempo l’Alleanza mondiale delle Chiese riformate ha avviato una riflessione sulle omissioni e le responsabilità dei protestanti in tema di schiavismo e di apartheid. Qualche anno fa i riformati hanno chiesto perdono ai mennoniti, una delle principali comunità dell’anabattismo, per i massacri perpetrati ai loro danni nel XVI secolo. E a livello storiografico esistono diverse ricerche sull’antisemitismo di Martin Lutero.

La storia dei rapporti fra protestanti e cattolici è stata molto conflittuale, ora quella stagione pare finita. A che punto è il cammino del dialogo fra cattolici e protestanti?

Il dialogo tra cattolici e protestanti ha ormai mezzo secolo di vita; il problema è che esiste un divario, che negli ultimi vent’anni sembrava crescente, tra le affermazioni teologiche comuni e la prassi. Se i dialoghi teologici non vengono recepiti nella vita quotidiana delle Chiese, sono di scarsa utilità. Il nodo è la “ricezione” concreta dell’abbondante mole di dialoghi, sia bilaterali (tra la Chiesa cattolica e le singole confessioni) che multilaterali (fra tutte le confessioni cristiane), realizzati in questi anni.

Possiamo fare qualche esempio di questa mancata ricezione nella prassi?

L’eucaristia. C’è una riflessione comune sull’eucaristia, cattolici e protestanti non siamo più fermi alla rigidità dottrinale del Cinquecento e Seicento, ma ancora non si vedono passi concreti non dico sul piano della condivisione, ma nemmeno su quello della “ospitalità eucaristica”. Per usare un’immagine, possiamo dire che ci sono molte coppie miste cattolico-protestanti che dormono nello stesso letto ma non mangiano alla stessa mensa eucaristica. Al recente Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia c’è stata una proposta su questo tema, ma è stata bocciata. Pochi mesi dopo però papa Francesco, in visita alla Chiesa luterana di Roma, rispondendo ad una domanda di una donna, l’ha esortata a seguire la propria coscienza.

Papa Francesco ha cambiato qualcosa in questo percorso?

Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce il dialogo con gli ortodossi e con gli anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” (anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti), al rallentatore il dialogo con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo. Non necessariamente privilegiati: quello di papa Francesco è un ecumenismo a 360 gradi.

Sinodo valdese: corridoi umanitari, no alle leggi contro le moschee

27 agosto 2016

“il manifesto”
27 agosto 2016

Luca Kocci

Verità e giustizia per Giulio Regeni, rilancio del progetto “Corridoi umanitari” e della richiesta ad Italia ed Europa di una politica inclusiva sulle migrazioni, preoccupazione per le leggi “antimoschee” di Lombardia e Veneto, rifiuto della retorica della «guerra di religione». Con l’approvazione di una serie di ordini del giorno, che affrontano sia temi religiosi ed ecclesiali sia questioni sociali e politiche, si è chiuso ieri a Torre Pellice il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane.

L’ultimo atto dei sei giorni di confronto e deliberazioni democratiche fra i 180 “deputati” – che hanno rinnovato la fiducia al pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione di metodisti e valdesi – è stato un grido contro il terrorismo, l’islamofobia e la guerra: il Sinodo ha espresso «viva preoccupazione» per «l’escalation del terrorismo di matrice islamista che colpisce in vari Paesi a maggioranza islamica, in Europa e nel resto del mondo», ma anche denunciato «la crescita di un pregiudizio anti-islamico che pretende di associare un’intera comunità di fede al terrorismo e alla violenza jihadista». È «una bestemmia l’associazione del nome di Dio a strategie di terrore, violenza e omicidio», ma non è in corso nessuna «guerra di religione».

Oltre ad argomenti importanti per la vita delle Chiese valdesi e metodiste – a cominciare dall’otto per mille, in calo di poco più del 5% dopo anni di crescita, su cui è stata riconfermata la linea del «nemmeno un euro per il culto» ma tutto alla cultura e al sociale, pur ribadendo che «siamo una Chiesa» –, al Sinodo si è parlato anche di migrazioni, libertà religiosa e di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel febbraio scorso, per cui è stato approvato uno specifico ordine del giorno in cui si chiede a Italia ed Egitto «di proseguire nella ricerca della giustizia e della verità».

Sul tema della libertà religiosa in Italia, severa critica all’approvazione delle leggi sull’edilizia di culto di Lombardia e Veneto, che «limitano diritti costituzionalmente garantiti quali la libertà di coscienza e di religione»: leggi contro tutte le confessioni religiose che non hanno ancora firmato un’Intesa con lo Stato italiano, di fatto veri e propri provvedimenti anti-moschee approvate dalle due Regioni a trazione fascio-leghista. I valdesi rilanciano la necessità di una legge quadro sulla libertà religiosa che superi quella del 1929 sui «culti ammessi» e fanno una proposta: il 17 febbraio, data dell’emancipazione dei valdesi grazie alle lettere patenti del 1848 del re Carlo Alberto (ma anche il giorno in cui, nel 1600, Giordano Bruno fu messo al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione), sia la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

Confermato l’impegno sulla questione migrazioni, con i “Corridoi umanitari” («da progetto pilota potrebbe trasformarsi in un efficace strumento di gestione dei flussi migratori verso l’Europa», ha auspicato il responsabile, Paolo Naso) e l’appello per «una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti», ha ribadito Bernardini. Un pensiero e un atto concreto anche sul terremoto che ha colpito l’Italia centrale proprio durante il Sinodo: la Federazione delle Chiese evangeliche ha aperto una raccolta fondi a favore delle popolazioni per interventi di urgenza.

Valdesi gay friendly

21 agosto 2016

“il manifesto”
21 agosto 2016

Luca Kocci

Comincia oggi a Torre Pellice (To), “capitale” delle valli valdesi piemontesi, il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che contano in Italia circa 30mila fedeli. I 180 “deputati” eletti dalle comunità (90 laici e 90 pastori, più di un terzo donne) si riuniscono fino a venerdì per discutere e deliberare democraticamente su temi ecclesiali e sociali, dall’ecumenismo all’otto per mille, dalle “nuove famiglie” alle migrazioni, questione su cui sono in prima linea con i “Corridoi umanitari”, un programma di arrivo in sicurezza e accoglienza nel nostro Paese di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.

Ne parliamo con il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Corridoi umanitari: quale bilancio si può fare?

L’iniziativa ha un valore prevalentemente simbolico, soprattutto per i suoi numeri modesti: circa 300 persone sono state trasferite in sicurezza in Italia. Ma è stata riconosciuta da parte di Mattarella, del ministro Gentiloni, del papa, come una modalità che governi europei ed istituzioni internazionali dovrebbero replicare per andare incontro a chi non può continuare a vivere in zone devastate dalla guerra e dalla violenza. È la dimostrazione che è possibile affrontare la questione in modo umano e programmato e non solo emergenziale. Serve subito una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti.

Da anni nelle comunità valdesi si benedicono le unioni omosessuali. Ora anche l’Italia ha una legge sulle unioni civili. Siete soddisfatti?

Nel 2010 il Sinodo, dopo un dibattito che ha diviso e lacerato anche la nostra Chiesa, ha accolto la possibilità di benedire unioni di persone dello stesso sesso, con alcuni limiti, perché siamo una comunità di fede, non una “agenzia matrimoniale”: che almeno uno della coppia sia un membro della nostra Chiesa e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. Quindi apprezziamo la legge: tutto ciò che aiuta a consolidare i rapporti di solidarietà, di affetto, di sostegno reciproco non indebolisce ma rafforza la società.

E la stepchild adoption?

Quando un rapporto di genitorialità non biologica è già in atto, ci sembra nell’interesse dei minori riconoscere il ruolo del partner anche dello stesso sesso, come del resto già fanno molti giudici. Siamo una Chiesa “gay friendly”, ma in crescita, ci sono ancora opinioni diverse, però indubbiamente delle decisioni sono state prese.

Durante questo Sinodo verrà approvato il documento sulle “nuove famiglie”?

Probabilmente verrà votato nel Sinodo del 2017. Abbiamo voluto chiamarlo “nuove famiglie” perché siamo convinti che esistano vari modi di essere famiglia, ma siamo ancora discutendo. Cerchiamo di trovare fra noi sempre il massimo consenso possibile, non ci basta la metà più uno, anche perché, soprattutto nel campo dell’affettività, se non c’è il pieno convincimento, le vittorie sono fragili e si rischiano dei contraccolpi negativi.

Dopo anni di crescita, le firme per l’otto per mille ai valdesi sono in calo: dalle 604mila del 2012 (40 milioni di euro) alle 562mila del 2013 (37 milioni). Come mai?

Difficile dirlo. Tutti hanno registrato un calo, tranne la Chiesa cattolica (cresciuta di 40mila firme, incasso di 1.018 milioni, ndr), forse anche grazie all’effetto papa Francesco. Ci sono stati nuovi ingressi, ortodossi e battisti, ce ne saranno anche il prossimo anno, buddisti e induisti, quindi potrebbe esserci una nuova flessione. È la conferma che l’Italia è un Paese sempre più plurale.

Nella Chiesa valdese qualcuno avanza delle perplessità sul “nemmeno un euro per il culto”, l’elemento che ha vi sempre caratterizzato, perché ridimensionerebbe il valore del religioso rispetto al sociale. Ci saranno dei ripensamenti su questo punto?

Quando abbiamo aderito all’otto per mille abbiamo deciso di tenere fuori il culto, il mantenimento dei pastori, la manutenzione delle chiese perché pensiamo che ognuno sia libero di sostenere la propria organizzazione religiosa, ma il contribuente che non aderisce ad una fede non deve pagarne i costi. E abbiamo voluto inserire questo punto anche nell’accordo sottoscritto con lo Stato. Quindi per un ripensamento ci vorrebbe prima una votazione del Sinodo e poi una modifica della legge.

Avete intensificato la pubblicità per l’otto per mille, che passa anche sulle reti televisive nazionali. Si tratta di un cambiamento rispetto al vostro tradizionale “basso profilo”…

Destiniamo a pubblicità e comunicazione non più del 3%, essendo aumentate le entrate è cresciuta anche la cifra per la pubblicità, ma non abbiamo cambiato criterio. Abbiamo riflettuto se diminuire questa percentuale, d’altro canto c’è anche chi lamenta di non essere sufficientemente informato. Resta il fatto che occorre aprire un dibattito su come si possano finanziare le organizzazioni religiose. Oggi, per esempio, con l’otto per mille non è possibile sostenere il mondo islamico, ma ci sono flussi di denaro che arrivano dall’estero, non si sa bene da chi, per i bisogni religiosi della popolazione musulmana in Italia. È questa la soluzione? Credo che occorra discuterne e capire se non ci sia un altro modo che consenta un accesso più trasparente alle risorse, sia pubbliche che private.

Il 31 ottobre si aprirà il cinquecentenario della Riforma protestante. Qual è l’attualità di Lutero?

Lutero, come ancora prima i valdesi, ha compreso che la fede cristiana trova il suo massimo valore nell’essenzialità. Lo splendore, le aggiunte che ci sono state nel corso dei secoli hanno offuscato e nascosto la forza di rottura della fede cristiana. Bisogna recuperare l’essenzialità della fede.

Corridoi umanitari: dalle Chiese la risposta che l’Europa non trova. Intervista a Paolo Naso

26 febbraio 2016

“Adista”
n. 8, 27 febbraio 2016

Luca Kocci

È atterrata all’aeroporto di Fiumicino lo scorso 3 febbraio la prima famiglia siriana in fuga dalla guerra e giusta in Italia grazie ai Corridoi umanitari di Mediterranean Hope, il progetto pilota promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla Comunità di Sant’Egidio – che ha quindi anche una significativa valenza ecumenica – che consentirà l’arrivo in sicurezza, grazie al rilascio di visti per motivi umanitari, e l’accoglienza nel nostro Paese di un migliaio di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.

«Il progetto reagisce all’immobilismo delle politiche europee in materia di tutela e accoglienza dei richiedenti asilo», spiega ad Adista Paolo Naso, responsabile relazioni internazionali di Mediterranean Hope . «La situazione attuale, infatti, è tale per cui i potenziali rifugiati possono trovare accoglienza solo se rischiano la vita attraversando il Mediterraneo con i barconi. Giudicando questo meccanismo irrazionale e immorale, ci siamo chiesti se nella legislazione vigente vi fosse qualche “maglia” che potesse essere usata ed allargata per aprire una strada diversa. L’abbiamo trovata in un articolo del regolamento di Schengen che consente a qualsiasi Paese dell’Unione europea di rilasciare dei visti di ingresso per “protezione umanitaria”, una norma mai applicata ma abbastanza flessibile da consentire l’apertura di “canali umanitari” riservati a richiedenti asilo, soggetti vulnerabili, donne sole, minori non accompagnati, vittime di tratta».

Trovata la strada percorribile, resta comunque necessario aprire un confronto con gli Stati…

«Esatto. Arrivati a questo punto il problema era convincere le autorità consolari italiane a rilasciare visti di questo tipo. Ne è seguita una trattativa con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, andata a buon fine, con l’obiettivo di una sperimentazione di 1.000 casi di protezione umanitaria per soggetti vulnerabili di varie nazionalità, concentrati nelle sedi dove vengono attivati i corridoi: in questo momento Libano e Marocco, ma in futuro anche l’Etiopia».

Quanto costa il progetto? Chi lo finanzia?

«Il progetto è totalmente autofinanziato. I costi maggiori non sono quelli dell’arrivo in sicurezza in Italia, ma della prima fase di accompagnamento e integrazione nel nostro Paese, di cui gli enti promotori si fanno carico per un congruo periodo. Il finanziamento più consistente, sin qui, è arrivato dall’otto per mille della Chiesa valdese. Altri contributi sono quelli raccolti dalla Comunità di Sant’Egidio per l’accoglienza in Italia. Importante anche il sostegno di “Operazione colomba” della comunità papa Giovanni XXIII, che si è spesa sia nei campi in Libano sia per cercare reti di accoglienza in Italia. E poi ci sono le sorprese, che danno la misura delle grandi risorse della società civile: l’Alitalia, ad esempio, ha offerto i voli dei cento profughi in arrivo a breve»

Perché un progetto come questo?

«Il progetto è gestito insieme dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla comunità di Sant’Egidio, che nei vari Paesi da cui partono i “corridoi” operano in relazione con varie associazioni locali. Ragioni comuni e condivise di questo impegno sono state il dovere cristiano dell’accoglienza e del soccorso a chi soffre; ma anche il ragionamento politico sull’immobilismo delle istituzioni europee e sull’esigenza di dare vita a una sperimentazione che speriamo possa essere condivisa da altri Paesi dell’Ue».

Il 3 febbraio sono arrivati a Roma i primi profughi in fuga dalla guerra in Siria. Chi sono? Qual è la loro storia?

«Purtroppo la storia della prima famiglia arrivata con i nostri “corridoi umanitari” non ha nulla di eccezionale perché riflette la tragica routine della guerra dell’Isis contro le popolazioni civili di alcune regioni della Siria: i bombardamenti, le violenze, la fuga in Libano, la sopravvivenza in un tugurio per ben due anni. La particolarità è che nel nucleo familiare di quattro persone c’’era anche Falak, una bambina di 7 anni ammalata di un tumore particolare che non è stato curato e che ha determinato la perdita di un occhio. Ora la bambina è impegnata nei cicli di chemioterapia ma abbiamo buone speranze che il tumore non sia esteso».

Sono previsti altri arrivi? Come si svilupperà il progetto nel futuro?

«La sperimentazione è per 1.000 casi, il prossimo contingente di circa 100 persone è in arrivo a giorni. Intanto i nostri operatori stano lavorando sia in Libano che in Marocco per produrre le nuove liste da sottoporre alle sedi consolari».

L’Europa stia gestendo la questione immigrazione soprattutto in termini di difesa delle frontiere. Cosa è allora il vostro progetto: supplenza o denuncia?

«Un appello e una provocazione. Ci appelliamo al diritto internazionale e alla coscienza dell’Europa e degli europei che, di fronte a casi concreti, mostra di avere disponibilità e risorse, ma che non riesce a concepire una soluzione politica alla sfida dell’accoglienza dei profughi. Al tempo stesso mi pare che il progetto lanci una provocazione all’Europa perché dimostra che, mentre si discute e si cerca la soluzione più equilibrata e sostenibile, qualcosa si può fare. E al mondo dell’associazionismo dimostra che ogni tanto si devono tentare strade nuove e autonome, che non si può sempre vincolare l’impegno in un progetto ai fondi che si ricevono dall’Europa o da un ministero, ma che occorre recuperare la spinta più vera e genuina dell’azione e del servizio volontario reso con generosità, fantasia e creatività a chi più soffre e più è in pericolo».

Francesco chiede perdono ai valdesi

23 giugno 2015

“il manifesto”
23 giugno 2015

Luca Kocci

Ci sono voluti più di 800 anni, ma alla fine un pontefice romano ha chiesto «perdono» ai valdesi per le scomuniche, le persecuzioni e le violenze operate dei cattolici nei loro confronti.

«Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Le parole sono state pronunciate ieri mattina da papa Francesco, all’interno del tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II, a Torino, al termine della visita di due giorni nel capoluogo piemontese.

«La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l’abbiamo accolta con gioia – la reazione del pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese (organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi) –. Naturalmente non si può cambiare il passato, ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta».

Insomma benché arrivata con grande ritardo (per Galileo ci vollero “appena” 350 anni), la richiesta di perdono di papa Francesco per le gravi colpe della Chiesa cattolica nei confronti dei valdesi ha una valenza storica. Perché è il riconoscimento di errori storici e violenze compiute non da singoli uomini di fede, ma dalla stessa istituzione ecclesiastica: la prima cacciata dalla diocesi di Lione, nel 1177, dove il mercante Pietro Valdo, spogliatosi dei suoi beni, aveva cominciato a vivere e a predicare una Chiesa povera e dei poveri e a diffondere il Vangelo tradotto in volgare, infrangendo il monopolio clericale dell’annuncio della Parola; la scomunica dei valdesi da parte di papa Lucio III, nel 1184; poi, lungo tutto il medioevo, le persecuzioni, i tribunali dell’Inquisizione, i roghi, con la benedizione dei papi; infine le nuove persecuzioni, in età moderna, quando i valdesi aderirono alla Riforma protestante.

«Entrando in questo tempio – ha detto Bernardini accogliendo il papa –, lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana. Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo». Ciò che, ha aggiunto Bernardini, vogliono essere i valdesi ancora oggi: una «comunità di fede cristiana» che annuncia il Vangelo «nella libertà».

«L’inizio di una nuova stagione ecumenica», aveva auspicato Bernardini, intervistato domenica dal manifesto. In parte è così, anche se le differenze restano. Differenze di natura teologica ed ecclesiologica. «Il Concilio Vaticano II ha parlato delle Chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”», ha ricordato Bernardini, chiedendo: «Non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione, una Chiesa a metà?». Resta sullo sfondo la Dichiarazione Dominus Iesus – firmata dal card. Ratzinger, con Wojtyla papa, nel 2000 – che afferma la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. E differenze su «importanti questioni antropologiche ed etiche», ha segnalato papa Francesco: dal fine-vita (i valdesi sono a favore del testamento biologico) alle unioni omosessuali, che vengono benedette con una certa frequenza in molte chiese valdesi.

Ma ci sono anche molti punti in comune, su questioni religiose – la pubblicazione di una traduzione «interconfessionale» della Bibbia, le intese per la celebrazione dei matrimoni “misti” – e sociali, a cominciare dal lavoro comune, soprattutto in Sicilia, nell’accoglienza dei migranti che, ha denunciato Bernardini, «la fortezza Europa respinge».

«L’unità non significa uniformità, i fratelli sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro», ha detto il papa, augurandosi comunque che il «movimento ecumenico» vada avanti, perché «l’unità si fa in cammino». Magari, ha aggiunto Bernardini, con qualche traguardo raggiunto entro il 2017, a « 500 anni dalla Riforma protestante».

Nei due giorni a Torino di papa Francesco non c’è stato solo l’incontro con i valdesi. Domenica la visita alla Sindone – che, nonostante le evidenze storiche, continua ad essere venerata dai cattolici e dai papi (come ben spiegato dallo storico Andrea Nicolotti sul manifesto di sabato) –, la messa in piazza, l’incontro con i salesiani, con i disabili del Cottolengo, con i giovani (a cui ha raccomandato di essere «casti» e ha ricordato anche le vittime dimenticate della Shoah: «rom» e «omosessuali») e con «il mondo del lavoro», “ecumenicamente” rappresentato da un’operaia, un agricoltore e un imprenditore, che hanno salutato Francesco. «Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana – ha detto Bergoglio –, per la sua dignità, per la sua cittadinanza, per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari. Il lavoro è fondamentale», e «questo richiede un modello economico che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune». In prima fila, ad applaudire queste parole, anche l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (Fca), Sergio Marchionne.

Il papa in visita ai valdesi. Inizio di «una nuova stagione ecumenica». Intervista al moderatore della Tavola valdese

21 giugno 2015

Adista
21 giugno 2015

Luca Kocci
«Diremo insieme una preghiera in comune, la versione ecumenica del Padre nostro, come fanno i cristiani quando si incontrano. Ci ascolteremo, ci scambieremo dei doni, e canteremo insieme. Sarà un incontro all’insegna della sobrietà e della fraternità ecumenica che negli ultimi due anni abbiamo visto crescere e rafforzarsi. Sobrietà e fraternità, del resto, sono tipiche della tradizione valdese ma anche dello stile di questo papa, che con il suo gesto conferma l’avvio di una nuova stagione ecumenica».

Così il pastore Eugenio Bernardini, da tre anni moderatore della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, presenta l’incontro e la visita che domani, lunedì 22 giugno, papa Francesco farà al tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II a Torino, durante la sua due giorni nel capoluogo piemontese, cominciata oggi, domenica 21, con la preghiera davanti alla Sindone e la messa in piazza insieme al vescovo della città, mons. Cesare Nosiglia. «Un luogo particolarmente significativo – spiega Bernardini –, perché si tratta di un tempio costruito nel 1853, cinque anni dopo il primo riconoscimento dei diritti civili e politici ai valdesi da parte di Carlo Alberto, in una città che sarebbe diventata la prima capitale del nuovo Stato unitario».

Sarà la “prima volta” di un pontefice cattolico in una chiesa valdese da quando i valdesi, la più antica minoranza cristiana del nostro Paese, sono presenti in Italia, ovvero 800 anni. Unica comunità cristiana perseguitata in due momenti diversi della storia – la prima nel XII-XIII secolo quando il mercante lionese Pietro Valdo fondò una comunità povera ed evangelica che si contrapponeva nei fatti alla ricca e potente Chiesa romana, la seconda nel ‘500 quando aderirono alla Riforma protestante –, oggi i valdesi costituiscono la principale Chiesa cristiana non cattolica in Italia, con circa 30mila fedeli. «La visita del papa rappresenta il riconoscimento del cammino ecumenico degli ultimi decenni, che ha prodotto diversi risultati – aggiunge Bernardini –. Possiamo dire che si chiude, dopo secoli, la stagione del pregiudizio, del conflitto, della condanna per essere cristiani in un modo alternativo. La visita di domani è il frutto di quello che c’è stato ma è anche impulso per il cammino ancora da fare».

Ad accogliere il papa, alle 9 di lunedì, in rappresentanza della comunità locale, sarà il presidente del Concistoro, Sergio Velluto. Seguiranno i saluti del pastore della chiesa Paolo Ribet e del moderador della Mesa Valdense di Uruguay e Argentina, Oscar Oudri. Prima dello scambio dei doni ci saranno rispettivamente gli interventi del moderatore e del papa. E sono attesi numerosi rappresentanti dell’evangelismo italiano, tra cui la presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia Alessandra Trotta, il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, pastore Massimo Aquilante, il decano della Facoltà valdese di teologia di Roma, pastore Fulvio Ferrario, il teologo Paolo Ricca, e tanti altri.

Pastore Bernardini, l’incontro di domani segnerà davvero l’inizio di una nuova stagione ecumenica?

«Ce lo auguriamo. E anche se alle nostre spalle c’è un cammino ecumenico di decenni, iniziato quindi ben prima di Francesco, pensiamo ad ulteriori possibilità di sviluppo positivo e di ascolto reciproco anche su questioni controverse di cui sicuramente domani parleremo. Con il nostro gesto vogliamo dimostrare che la diversità non è solo conflittuale, ma che è capace di vivere in comunione. Tanti credenti camminano già adesso insieme sulla pace, sulla giustizia, sulla responsabilità verso il creato. Questo incontro vuole essere l’occasione per un rinnovato impegno».

Siete stati voi ad invitare papa Francesco. Avevate invitato anche Wojtyla e Ratzinger?

«No, abbiamo scelto di invitare questo papa e non altri, sebbene dal Concilio Vaticano II in poi ci siano stati molti incontri ecumenici, ma sempre in Vaticano o in “campo neutro”».

Wojtyla e Ratzinger hanno avuto un ruolo fondamentale – il primo perché papa, il secondo perché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nell’elaborazione e approvazione, nel 2000, della Dichiarazione Dominus Iesus in cui si afferma con nettezza la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. È cambiato qualcosa?

«Oggi il clima mi sembra diverso, e infatti l’invito è per segnare una fraternità nuova. Papa Francesco ci ha messo molto del suo, a cominciare dalla scelta del nome, ispirato a Francesco d’Assisi, che ha molte affinità con Pietro Valdo, a partire dalla scelta per i poveri. Inoltre lo stile di papa Francesco è diretto e franco, mi sembra molto interessato al contributo di altri cristiani e alla responsabilità sociale».

Oltre la fede in Gesù Cristo, cosa unisce maggiormente cattolici e valdesi?

«Sicuramente una consonanza di idee e una fattiva per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti, dei profughi, dei richiedenti asilo. A Lampedusa, a Pozzallo e in altre aree, le nostre Chiese, con le proprie strutture di servizio, come la Caritas per i cattolici e le nostre opere di solidarietà, collaborano e lavorano insieme. E questo è ecumenismo diretto e dal basso. Ma ci troviamo in sintonia anche sulla pace, sulla lotta alla fame nel mondo, sulle azioni a sostegno delle fasce sociali più deboli, sulla difesa dell’ambiente: abbiamo apprezzato molto l’enciclica Laudato si’».

Infatti sull’enciclica la pastora Letizia Tomassone, da anni impegnata sul fronte della salvaguardia del Creato (e autrice del recente volume pubblicato dalla Claudiana Crisi ambientale ed etica. Un nuovo clima di giustizia), ha detto che il testo «andrà riletto e studiato con calma, tuttavia già si vede che questa enciclica potrà avere un forte peso sulla cultura del nostro tempo e, speriamo, sulle scelte economiche e industriali che gli Stati si trovano a dover fronteggiare di fronte alla crisi climatica e ambientale del pianeta. Speriamo anche che apra a un nuovo e forte impegno nel dialogo ecumenico». Su altri temi invece le distanze fra cattolici e valdesi sono enormi…

«È vero. Su famiglia – anzi famiglie –, omosessualità, ruolo delle donne nella Chiesa, questioni del fine-vita le nostre posizioni sono molto lontane. Anche se la base cattolica mi sembra più avanzata della gerarchia»

La Chiesa valdese è decisamente più aperta. È a favore del testamento biologico, benedice le unioni omosessuali, l’ultima solo pochi giorni fa al tempio valdese di piazza Cavour a Roma…

«Su questo tema il nostro Sinodo, che si svolge ogni anno ad agosto, ha elaborato un indirizzo comune, ma ha scelto di non imporre nulla dall’alto, né divieti né obblighi, ma di consentire alle singole Chiese locali di agire come meglio credono, con i loro tempi. Le dichiarazioni di principio o le imposizioni dall’alto non servono a nulla se la base non matura le scelte. Solo così si realizzano i cambiamenti reali. È un percorso coerente con la nostra storia democratica, potrebbe diventare un modello anche per altri».

Nel tempio dei valdesi. «Francesco e non altri»

21 giugno 2015

“Il manifesto”
21 giugno 2015

Luca Kocci

La prima volta di un pontefice cattolico in un tempio valdese da quando i valdesi, la più antica “minoranza” cristiana del nostro Paese, sono presenti in Italia, ovvero 800 anni.

Succederà domani, nel tempio di corso Vittorio Emanuele II a Torino. «Un luogo significativo, costruito nel 1853, cinque anni dopo il riconoscimento dei diritti civili e politici ai valdesi da parte di Carlo Alberto, in una città che sarebbe diventata la prima capitale del nuovo Stato unitario», spiega il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Unica comunità cristiana perseguitata in due momenti diversi della storia – la prima nel XII-XIII secolo quando il mercante lionese Pietro Valdo fondò una comunità povera ed evangelica che si contrapponeva nei fatti alla ricca e potente Chiesa romana, la seconda nel ‘500 quando aderirono alla Riforma protestante –, oggi i valdesi costituiscono la principale Chiesa cristiana non cattolica in Italia, con circa 30mila fedeli. «La visita del papa rappresenta il riconoscimento del cammino ecumenico degli ultimi decenni – aggiunge Bernardini –. Si chiude, dopo secoli, la stagione del pregiudizio, del conflitto, della condanna per essere cristiani in un modo alternativo. La visita di domani è il frutto di quello che c’è stato ma è anche impulso per il cammino ancora da fare».

Avete invitato voi papa Francesco. Lo avevate fatto anche con Wojtyla e Ratzinger?

«No, abbiamo scelto di invitare questo papa e non altri, sebbene dal Concilio Vaticano II in poi ci siano stati molti incontri ecumenici, in Vaticano o in “campo neutro”».

Wojtyla e Ratzinger hanno avuto un ruolo fondamentale – il primo perché papa, il secondo perché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nella pubblicazione, nel 2000, della Dichiarazione Dominus Iesus in cui si afferma con nettezza la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. È cambiato qualcosa?

«Oggi il clima mi sembra diverso, e infatti l’invito segna una fraternità nuova. Papa Francesco ci ha messo molto del suo, a cominciare dalla scelta del nome, ispirato a Francesco d’Assisi, che ha molte affinità con Pietro Valdo, a partire dalla scelta per i poveri. Inoltre lo stile di papa Francesco è diretto e franco, si mostra interessato al contributo di altri cristiani e alla loro responsabilità sociale».

È l’inizio di una nuova stagione ecumenica?

«Ce lo auguriamo. Alle nostre spalle c’è un cammino ecumenico iniziato ben prima di Francesco, ma pensiamo ad ulteriori possibilità di sviluppo positivo e di ascolto reciproco anche su questioni controverse».

Quali?

«Ne parleremo domani».

Oltre la fede in Gesù Cristo, cosa unisce maggiormente cattolici e valdesi?

«Una consonanza di idee e una fattiva collaborazione per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti, dei profughi, dei richiedenti asilo. A Lampedusa, a Pozzallo e in altre aree, le nostre Chiese, con le proprie strutture di servizio, lavorano insieme. E questo è ecumenismo diretto e dal basso. Ma ci troviamo in sintonia anche sulla pace, sulle azioni a sostegno delle fasce sociali più deboli, sulla difesa dell’ambiente: abbiamo apprezzato molto l’enciclica Laudato si’».

Su altri temi invece le distanze sono grandi…

«Su famiglia – anzi famiglie –, omosessualità, ruolo delle donne nella Chiesa, fine-vita le nostre posizioni sono lontane. Ma la base cattolica mi sembra più avanzata della gerarchia»

La Chiesa valdese è decisamente più aperta. È a favore del testamento biologico, benedice le unioni omosessuali, l’ultima solo pochi giorni fa a Roma…

«Su questo tema il nostro Sinodo, che si svolge ogni anno ad agosto, ha elaborato un indirizzo comune, senza però imporre nulla, né divieti né obblighi, ma consentendo alle singole Chiese locali di agire come meglio credono. Le dichiarazioni di principio, le imposizioni dall’alto non servono a nulla se la base non matura le scelte. Solo così si realizzano cambiamenti reali. È un percorso coerente con la nostra storia democratica, potrebbe diventare un modello anche per altri».