Archive for the ‘vaticano’ Category

Papa Francesco: «Illegali, immorali e illogiche: abolite le armi nucleari»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«Illegali, immorali, illogiche: vanno abolite». Sono le armi nucleari secondo papa Francesco, i premi Nobel per la pace e gli esponenti delle associazioni pacifiste, riuniti ieri e oggi in Vaticano per il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”.

Un appuntamento inedito per la Santa sede – è la prima volta che si parla di disarmo nei sacri palazzi insieme a molti soggetti della società civile anche esterni al mondo cattolico –, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, che incidentalmente capita nel mezzo delle tensioni fra Corea del Nord e Usa. Ma è un’azione di mediazione del Vaticano fra Pyongyang e Washington, anche se il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, non la esclude: «Stiamo parlando con alcuni membri della Conferenza episcopale coreana (del sud) per vedere come si può entrare in contatto con il regime della Corea del Nord. Non so se ci riusciremo, ma ci stiamo provando», ha rivelato aprendo i lavori del simposio.

L’iniziativa di questi giorni parte da lontano. Da quando all’Onu, nella scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 7 luglio, con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non c’è l’Italia né gli altri aderenti alla Nato, la cui vice-segretaria generale, Rose Gottemoeller, partecipa al convegno in Vaticano. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto provocatoriamente mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi.

Ieri c’è stato l’intervento di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza i 350 partecipanti al simposio e ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo», dal momento che «le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote».

«La spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta», ha detto il papa, e «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari» e i rischi «di una detonazione accidentale».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana». In questo senso le vittime – sono presenti alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare», ha ammonito Francesco, facendo tornare alla mente le parole della Pacem in Terris di Giovanni XXIII (la guerra «alienum a ratione», estranea alla ragione), che però egli stesso ha consentito fosse recentemente nominato santo patrono dell’Esercito italiano: contraddizioni di un pontificato non facile da decifrare.

Nel fallimento nel diritto internazionale (incapace di impedire «che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche»), le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato papa Francesco – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali».

I lavori sono andati avanti tutto il giorno. Fra gli altri sono intervenuti Muhammad Yunus (fondatore della Grameen Bank), che ha sottolineato come occorra rimuovere le «cause strutturali della povertà» e come gli armamenti siano una di queste cause strutturali; Jody Williams (presidente del Nobel women’s initiative), «indignata di fronte alle enormi spese militari e per gli armamenti»; Adolfo Pérez Esquivel, che ha parlato del «dialogo tra i popoli e delle prospettive per il disarmo»; Beatrice Fihn, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (Ican), che ha spiegato come si è giunti all’adozione del Trattato e le prospettive future. E cinque premi Nobel per la pace (El Baradei, Maguire, Pérez Esquivel, Williams e Yunus) hanno redatto e consegnato al papa un documento in cui auspicano che sia «il lavoro coordinato della società civile, delle comunità religiose, delle organizzazioni internazionali ad aprire la strada affinché gli Stati abbandonino queste armi, capaci nello spazio di un attimo di far scomparire la vita. L’unico modo di garantire la pace mondiale e di prevenire la diffusione delle armi nucleari è abolirle. Non sarà facile, ma è possibile».

Annunci

«Una nuova tappa della lotta laica e cattolica per il disarmo»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«L’idea del disarmo totale non è scontata nemmeno nella Chiesa cattolica, dove esiste ancora qualche residuo della vecchia dottrina della guerra giusta. Quindi questo convegno che si svolge in Vaticano e a cui prende parte anche papa Francesco ha un valore doppio: è una tappa ulteriore della lotta collettiva per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane».

È il giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, sul simposio sul disarmo che si sta svolgendo in Vaticano a cui sta partecipando insieme ad altri dirigenti del movimento cattolico internazionale per la pace e a 350 esponenti di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo.

Don Sacco, questo convegno è davvero così importante?

«Direi proprio di sì, perché cade in un momento storico particolare, con i nuovi venti di guerra che spirano nel mondo, e perché non è estemporaneo ma frutto di un percorso che dura da tempo. Certo poi bisognerà fare in modo che non resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi».

E come si fa ad evitarlo?

«Facendo uscire da queste stanze i contenuti che qui si stanno discutendo e trasformandoli in mobilitazione sociale e, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, in azioni culturali ed educative verso i cittadini».

Anche verso il governo italiano che ha deciso, senza nemmeno dare spiegazioni, di non firmare il Trattato Onu sul divieto delle armi nucleari?

«Certamente. Il nostro Paese non ha firmato perché fa parte della Nato, e ovviamente la Nato ha bloccato qualsiasi adesione. Del resto siamo anche noi uno Stato nucleare: ormai si sa che in Italia sono conservate diverse decine di bombe atomiche. Allora bisogna essere in grado di avviare una mobilitazione dal basso, della società civile ma anche delle parrocchie e delle comunità cattoliche, per spingere il governo a sottoscriverlo. In questa azione non bisogna essere timidi, nemmeno la Chiesa».

Ci sarà questa mobilitazione?

«Dobbiamo impegnarci tutti. Il disarmo non è materia da addetti ai lavori ma deve diventare patrimonio di tutti. E per questo ci vuole anche un’azione culturale capace di scardinare l’idea di dover attaccare, magari per primi, non sono nelle guerre ma anche nella vita di tutti i giorni. I fatti di Ostia di questi giorni, con l’aggressione ai giornalisti Rai, non sono forse un indizio che questa cultura è radicata e diffusa?».

La sua parrocchia si trova non troppo lontano da Cameri, dove si stanno assemblando i cacciabombardieri F35, che fra l’altro sono in grado di portare e sganciare ordigni nucleari…

«È vero. E tutto succede nel disinteresse generale e nel silenzio della politica, che anzi è complice, perché in fondo vede nella guerra un grande business. Perciò dico che iniziative come quella di questi giorni sono importanti se riescono ad accendere i riflettori su queste zone in ombra e se si trasformano in mobilitazioni, in campagne, in scelte ed azioni concrete».

«Il fumo fa male», la Santa sede non spaccia più

10 novembre 2017

“il manifesto”
10 novembre 2017

Luca Kocci

Niente fumo, siamo cittadini vaticani. Papa Francesco ha stabilito che il Vaticano non venderà più sigarette ai propri dipendenti a partire dall’1 gennaio 2018. «La Santa sede non può contribuire ad un esercizio che danneggia la salute delle persone», spiega il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. «Secondo l’Oms – aggiunge –, ogni anno il fumo è la causa di oltre sette milioni di morti nel mondo. Quindi nonostante le sigarette vendute ai dipendenti e pensionati del Vaticano ad un prezzo scontato siano fonte di reddito per la Santa sede, nessun profitto può essere legittimo se mette a rischio la vita delle persone».

Terminerà così un business milionario che da decenni riempie le casse vaticane. La tabaccheria “tax free”, infatti, incassa circa dieci milioni di euro l’anno, grazie alle sigarette vendute teoricamente solo ai residenti e ai dipendenti dello Stato del papa, in realtà a molti altri che vi hanno accesso, altrimenti non si spiegherebbe un volume di affari così alto, a meno i cittadini vaticani non fumino come turchi.

Ma se un negozio chiude, altri restano aperti, rigorosamente esentasse: la farmacia (32 milioni annui), il distributore di benzina (27 milioni) e il supermercato (21 milioni), che vende soprattutto alcolici e superalcolici.

Il papa alle Ardeatine e a Nettuno: «Non più la guerra»

3 novembre 2017

“il manifesto”
3 novembre 2017

Luca Kocci

Cento anni dopo l’appello di Benedetto XV «ai capi dei popoli belligeranti» che combattevano la prima guerra mondiale a fermare «l’inutile strage», un nuovo grido di pace risuona in mezzo alle croci del cimitero americano di Nettuno con la voce di papa Francesco, che ieri, 2 novembre, vi si è recato in visita: «Non più la guerra. Non più questa strage inutile».

Il pontefice ricorda i morti delle guerre di ieri, troppo spesso mascherati da eroi dalla retorica patriottarda: «Oggi è un giorno di lacrime – dice il papa nell’omelia della messa al cimitero dove sono sepolti 7.861 militari statunitensi morti durante la seconda guerra mondiale, fra lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943 e la battaglia di Anzio dei primi mesi del 1944 –. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: “Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria”. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare». Pensa anche alle guerre di oggi: «Non più la guerra. Dobbiamo dirlo oggi, che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. “Non più, Signore. Non più”. Con la guerra si perde tutto», la guerra è «la distruzione di noi stessi». E denuncia la lezione della storia che «l’umanità non ha imparato» e «sembra che non voglia impararla». «Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra – conclude –, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una “primavera”. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti», perché «questo è il frutto della guerra: la morte».

Nel tardo pomeriggio, seconda tappa di questo particolare pellegrinaggio sui luoghi della memoria e della violenza, alle Fosse Ardeatine, dove sono sepolte le 335 vittime della rappresaglia nazista delle Ss di Kappler dopo l’azione militare dei Gap a via Rasella il 23 marzo 1944.

Francesco sosta in una lunga preghiera silenziosa accanto alla lapide che ricorda i partigiani uccisi: «Fummo trucidati in questo luogo perché lottammo contro la tirannide interna, per la libertà e contro lo straniero, per l’indipendenza della Patria. Sognammo un’Italia libera, giusta, democratica. Il nostro sacrificio ed il nostro sangue ne siano la sementa ed il monito per le generazioni che verranno». Depone un fiore sulle prime lapidi del sacrario, «luogo consacrato ai caduti per la libertà e la giustizia» dove dobbiamo «toglierci i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza, come ricorda nelle parole pronunciate dopo la preghiera del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. E, prima di far ritorno in Vaticano, firma il Libro d’onore: «Questi sono i frutti della guerra: odio, morte, vendetta».

Papa Francesco e papa Giovanni patrono dell’esercito: chi non corregge acconsente

2 novembre 2017

“Adista”
n. 38, 4 novembre 2017

Luca Kocci

Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. Ma in questo caso si può affermare che chi non corregge acconsente. Il soggetto è papa Francesco, l’oggetto è papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

Pochi giorni fa, infatti, Francesco ha soavemente rimproverato ma decisamente corretto il card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore di una interpretazione restrittiva del Motu proprio di papa Francesco Magnum Principium, con il quale, in linea con il Concilio Vaticano II, viene aumentata l’autonomia delle Conferenze episcopali nazionali e regionali in merito alle traduzioni liturgiche.

Ma il cardinale ultraconservatore Sarah è lo stesso che il 17 giugno ha firmato il Decreto – lo scorso 12 settembre solennemente consegnato dall’ordinario militare-generale di corpo d’armata mons. Santo Marcianò nelle mani del capo di Stato maggiore Danilo Errico alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti – con cui, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco», san Giovanni XXIII papa viene stabilito «patrono presso Dio dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie n. 32/17).

Su questo aspetto, nonostante il profilo basso mantenuto anche in occasione della memoria liturgica di papa Roncalli (11 ottobre) – quando non c’è stata “l’invasione” di piazza San Pietro da parte di migliaia di militari in divisa come annunciato dall’Ordinariato militare (v. Adista Notizie n. 36/17), papa Francesco non ha detto nulla, tantomeno ha ritenuto di dover “correggere” il card. Sarah.

Eppure in tanti si erano mossi a chiedere al prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di ripensarci e al papa di ordinare il dietrofront per non far indossare la mimetica al papa santo della Pacem in Terris: innanzitutto il movimento Pax Christi, che con il proprio presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, ha affermato subito di ritenere «irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in Terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»; poi diciassette vescovi hanno firmato un documento nel quale domandano come può Giovanni XXIII «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione» e chiedono di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 34 e 36/17); infine centinaia di associazioni, movimenti e singoli cattolici.

A questo punto, nulla essendo accaduto, è fin troppo facile – e, riteniamo, per nulla arbitrario – trarre qualche conclusione. Se Francesco ha corretto il card. Sarah sui testi liturgici, questo significa che un cardinale può essere corretto dal papa, nel momento in cui emana un atto o esprime un parere ritenuto errato o fuori luogo. Il papa però non ha corretto il cardinale sulla decisione di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, pertanto si deduce che papa Francesco condivida pienamente tale scelta. Con buona pace di chi sosteneva – o forse sperava – che Francesco fosse stato scavalcato e che il nuovo patronato, fortemente sponsorizzata dall’Ordinariato militare e dai vertici delle Forze armate, fosse stato stabilito all’insaputa, se non contro, papa Francesco. Ma chi non corregge acconsente

Basta armi nucleari. Tra Kim e Trump ci si mette il papa

31 ottobre 2017

“il manifesto”
31 ottobre 2017

Luca Kocci

Mentre la tensione fra Corea del nord e Stati Uniti resta alta, e Kim Jong-un e Donald Trump paventano il ricorso all’atomica, la Santa sede organizza in Vaticano per il 10-11 novembre un convegno internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” a cui parteciperanno 11 premi Nobel per la pace (fra cui Beatrice Fihn, direttrice dell’Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), i vertici di Onu, Nato e gli ambasciatori di molti Stati, fra cui gli Usa.

«Ma è falso parlare di una mediazione da parte della Santa sede» fra Nord Corea e Stati Uniti, precisa il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. Del resto la preparazione dell’iniziativa da parte del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale era cominciata ben prima dell’aumento della temperatura fra Pyongyang e Washington ed aveva l’intenzione di sostenere l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (lo scorso 7 luglio con il voto di 122 Paesi), del Trattato sul divieto delle armi nucleari.

Un accordo per la cui firma papa Francesco si era speso direttamente, scrivendo a Elayne Whyte Gómez, che guidava i negoziati. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza in questo mondo multipolare del XXI secolo, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scriveva Francesco. Le preoccupazioni aumentano «quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio», senza considerare «lo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano». Pertanto, concludeva il papa, «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario».

Quello per il disarmo è un terreno sul quale l’impegno di Francesco è stato sempre netto, senza le contraddizioni che si notano in altri campi. Sabato scorso, all’apertura della Settimana sociale dei cattolici, a Cagliari sul tema del lavoro, ha puntato il dito contro quei «lavori che nutrono le guerre con la costruzione di armi», incassando il sostegno del presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti, che ha ricordato «le fabbriche che proprio qui in Sardegna producono bombe che poi l’Italia vende tranquillamente all’Arabia Saudita impegnata da anni a bombardare lo Yemen. I lavoratori sono in una sorta di ricatto, proprio per la mancanza di lavoro».

Proprio sul fronte italiano, ci sono due iniziative nate dal mondo cattolico di base.

La prima del movimento Noi Siamo Chiesa che ha promosso una lettera aperta al card. Bassetti, presidente della Cei, perché i vescovi – sempre in prima linea sui “valori non negoziabili” – incoraggino i cattolici alla mobilitazione affinché l’Italia firmi il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Onu (il nostro Paese non l’ha votato, allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici, i grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, il Parlamento ne ha discusso «in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse la sua posizione»).

La seconda da parte dei delegati della diocesi di Iglesias alla Settimana sociale (dove ha sede il Comitato riconversione Rwm, la fabbrica che vende le bombe all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen) che in una petizione pubblica chiedono al premier Gentiloni, in questi giorni in visita anche in Arabia, che «si adoperi per fermare immediatamente l’invio di quegli ordigni» e «per la riconversione della fabbrica a produzioni civili, con piena salvaguardia dell’occupazione».

«Un patto mondiale sulle migrazioni per battere la fame»

17 ottobre 2017

“il manifesto”
17 ottobre 2017

Luca Kocci

La fame non è una «malattia inguaribile» generata da un destino avverso, ma la conseguenza di «conflitti e cambiamenti climatici».

Papa Francesco, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’anniversario della fondazione della Fao (16 ottobre 1945), si reca alla sede romana dell’agenzia Onu per la nutrizione e l’agricoltura, propone la sua analisi (guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e cambiamenti climatici cause della fame e delle migrazioni) e detta la sua ricetta per combattere la malnutrizione: «l’amore che ispira la giustizia» e che dovrebbe essere trasformato in azioni concrete dagli organismi internazionali.

Un discorso che mette a fuoco le cause e che poi propone soluzioni tanto condivisibili quanto generiche. Del resto Francesco parla da pontefice e fa appello alle coscienze.

L’analisi individua le ragioni della fame e delle migrazioni: i «conflitti e i cambiamenti climatici». «Come si possono superare i conflitti?», si chiede papa Francesco. Impegnandosi «per un disarmo graduale e sistematico» e fermando la «funesta piaga del traffico delle armi»: a che serve «denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

«Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze», aggiunge Francesco. L’Accordo di Parigi sul clima affronta il problema, ma «alcuni si stanno allontanando». Al presidente Usa Trump saranno fischiate le orecchie. «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto», prosegue il papa, che auspica «un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi». «Guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile».

L’invito è a «cambiare rotta». Non con le ricette maltusiane («diminuire il numero delle bocche da sfamare» «è una falsa soluzione se si pensa ai modelli di consumo che sprecano tante risorse»), ovviamente irricevibili per la dottrina sociale della Chiesa, ma con un’equa distribuzione delle risorse. Anche se, precisa Francesco, «ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo».

Interviene allora il comandamento evangelico dell’amore, «principio di umanità nel linguaggio delle

relazioni internazionali». «La pietà – aggiunge il papa – si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia». Declinato concretamente significa contribuire a che «ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare», «pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo» (fermando il land grabbing) per «non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario», e quindi emigra dove vede «una speranza di vita», senza che nessuna «barriera» possa fermarlo.

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

Il Papa buono, un santo in mimetica: ancora polemiche su Giovanni XXIII patrono dell’esercito

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

La pietra tombale su una presunta contrarietà della Conferenza episcopale italiana alla proclamazione di Giovanni XXIII patrono dell’esercito italiano l’ha messa definitivamente mons. Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario generale. «Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII», ha risposto Galantino ad una domanda che gli era stata posta durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, lo scorso 28 settembre.

 

Mons. Galantino: Giovanni XXIII patrono dell’esercito, qual è il problema?

«La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione», ha specificato Galantino – come del resto aveva già detto in precedenza il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 32/17) –, precisando però che, durante il Consiglio permanente, «ne abbiamo discusso» con gli altri vescovi, «confermando l’apprezzamento del lavoro che i militari svolgono in Italia», ad esempio nel ruolo svolto nell’operazione “Strade Sicure”, «nella quale riescono a far allentare il senso di paura della gente. In Italia buona parte dei militari sono impegnati in questo». Da parte della Chiesa, ha ribadito il segretario generale della Cei, «non c’è nessun atteggiamento di disprezzo, anzi, sicuramente c’è apprezzamento nei confronti dell’Esercito italiano per tutto quello che sta facendo: sono uomini, donne, papà di famiglia, ragazze che stanno lì perché ci credono e devono darsi da campare». Le perplessità di Pax Christi, che ha scritto una lettera aperta al card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore del decreto che proclama papa Roncalli patrono dell’esercito, firmata anche da quattordici vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17), vengono liquidate con una frase dal segretario generale della Cei: «Non penso che una raccolta firme possa portare indietro l’orologio».

 

Santità in punta di codice

Nulla di fatto anche sul versante canonico. Lo storico Alberto Melloni aveva ipotizzato che il decreto fosse «nullo» perché non era arrivata in Vaticano la richiesta della Cei di proclamare papa Giovanni patrono dell’Esercito italiano, e «i patroni – scriveva Melloni sulla Repubblica (25/9) – li chiedono le conferenze episcopali, devono passare nelle commissioni, nel Consiglio permanente e nella Assemblea generale», una Congregazione vaticana «non può deliberare in materia senza (e tanto meno contro) il parere dei vescovi. Nemmeno invocando i poteri delegatigli dal pontefice, fra i quali non è incluso quello di gabbare i vescovi». E lo stesso aveva fatto Pierluigi Consorti, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa, sostenendo, in un articolo pubblicato sul suo blog, la «incompetenza» dell’Ordinariato militare a richiedere alla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti la proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano. «Essendo l’Esercito italiano un corpo certamente di livello nazionale, e non locale, sarebbe stato doveroso da parte sua investire della questione la Conferenza episcopale nazionale», scrive Consorti. Ma, prosegue, «la Chiesa militare non è nuova ad una certa autoreferenzialità interna all’Amministrazione della Difesa, che la rende nella sostanza un corpo separato sia dalle Chiese locali sia da quella nazionale, benché senz’altro equiparata ad una diocesi locale e come tale parte della Conferenza episcopale nazionale. La storia anche recente la vede spesso protagonista di accordi a livello interno che escludono ogni collaborazione con la Conferenza episcopale, costretta a prendere atto a cose fatte di scelte che sarebbe più opportuno condividere con la Chiesa locale. Questo modo di procedere conferma una sua perdurante tentazione a configurarsi illegittimamente come soggetto immediatamente soggetto alla Santa sede e non come parte del più largo popolo di Dio che è chiamata a servire nella piena comunione con le altre Chiese locali (e non voglio nemmeno pensare che l’Ordinariato militare abbia consapevolmente seguito una strada sbagliata per aggirare il possibile ostacolo potenzialmente frapposto dagli altri vescovi italiani). In ogni caso la Congregazione vaticana non avrebbe dovuto assecondare questo iter. Avrebbe dovuto rispettare le Norme, avviare una consultazione con i soggetti interessati per verificare l’opportunità della scelta comunicata e avrebbe anche dovuto accertare la competenza dell’Ordinario militare. Sembra impossibile che anche una Congregazione vaticana ignori il diritto canonico fino al punto di sottoscrivere un atto privo di forma certa, parzialmente immotivato e alla fine inefficace».

Ma le argomentazioni sono state contestate da un altro canonista, don Giuseppe Praticò, cancelliere della diocesi di Reggio Calabria-Bova, molto vicino all’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, nativo di Reggio Calabria. «La Chiesa Ordinariato militare è a tutti gli effetti una Chiesa particolare», «è una porzione del popolo di Dio non costituita da un territorio ma da persone, volti e anime, che forma l’immagine della Chiesa universale e ne ha la completezza in quanto ne possiede tutte le proprietà essenziali e tutti gli elementi costitutivi», scrive Praticò su Settimana, il periodico online dei dehoniani. Quindi «l’ordinario militare è l’unico competente “senza se e senza ma”, in virtù della sua potestà di giurisdizione». Pertanto «il decreto di conferma emanato dalla Congregazione con prot. n. 267/17 del 17 giugno 2017, nella sua formulazione e articolazione, rispetta tutti gli elementi previsti per la sua legittimità e per la sua validità. Ad un attento esame, non si riscontra, infatti, alcun errore formale o procedurale che possa renderlo passibile di inefficacia». Ed infine «è errato affermare e sostenere, senza alcun fondamento giuridico, che, trattandosi di esercito italiano, l’approvazione del patronato di san Giovanni XXIII spettasse di giurisdizione alla Conferenza episcopale italiana e non all’ordinario militare per l’Italia. Non basta, infatti, l’aggettivo qualificativo “italiano” a stabilire che la giurisdizione sia della Cei, poiché, in forza della sua particolare natura, l’Ordinariato militare è una peculiare circoscrizione ecclesiastica assimilata alle diocesi in cui la potestà del vescovo non è territoriale ma personale. Pertanto, mons. Marcianò è l’autorità ecclesiastica che poteva e doveva eleggere e approvare san Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano, presentando successivamente formale richiesta per il decreto confermativo della Congregazione romana, senza alcun altro ulteriore intervento della Conferenza episcopale nazionale. Di conseguenza, la Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti ha agito secundum legem e non contra legem».

La santità ridotta a formalismi giuridici. Non resta ora che attendere l’11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando il “papa buono” sarà proclamato patrono dell’Esercito italiano a san Pietro, davanti a settemila militari, che potranno così acclamare il loro santo in mimetica

Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.