Archive for the ‘vaticano’ Category

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

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Papa Francesco: «Accogliere i migranti, ma con prudenza»

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

I governi devono accogliere i migranti «con prudenza», tenendo conto di «quanti posti ho», ma resta il fatto che i campi profughi libici sono dei veri e propri «lager».

Papa Francesco, nella consueta conferenza stampa “volante” a bordo dell’aereo che ieri da Bogotà lo ha riportato a Roma dopo il suo viaggio apostolico in Colombia, risponde ad una domanda sulle politiche dell’Italia rispetto alla questione Libia-migranti e dà un colpo al cerchio e uno alla botte del governo Gentiloni e alla linea Minniti (come del resto aveva fatto anche il nuovo presidente della Cei, cardinal Bassetti, ad agosto): sì all’accoglienza «prudente», no agli accordi con i Paesi – come appunto la Libia – i cui centri per i migranti funzionano come «lager».

«Io sento un dovere di gratitudine per l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti», e «accogliere è un comandamento di Dio», dice Francesco, che conferma di aver incontrato privatamente Gentiloni sebbene per parlare di altro. «Ma un governo – prosegue – deve gestire questo problema con la virtù propria del governante: la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non devo solo riceverli, ma integrarli. Terzo, c’è un problema umanitario. L’umanità prende coscienza di questi lager, le condizioni in cui vivono nel deserto? Io ho visto delle foto, ci sono gli sfruttatori…».

Parole non del tutto nuove, simili a quelle pronunciate tornando dalla Svezia, a novembre: «Non si può chiudere il cuore a un rifugiato – disse allora il papa –, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare». Con la rilevante aggiunta, però, dei campi profughi come lager, anche questa una parola già usata in passato. A cambiare, secondo Francesco, deve essere l’approccio complessivo verso l’Africa. «Nell’inconscio collettivo nostro c’è un principio: l’Africa va sfruttata», spiega. «Tanti Paesi sviluppati vanno in Africa per sfruttare, dobbiamo capovolgere questo. L’Africa è amica e va aiutata a crescere».

Un’altra domanda, a proposito di urgenze, è sul cambiamento climatico e sulla responsabilità degli esseri umani. «Chi nega questo – ovvero le colpe degli uomini – deve andare dagli scienziati e domandare. Loro parlano chiarissimo, sono precisi», risponde netto Francesco. «Se non torniamo indietro, andiamo giù. Il cambiamento climatico si vede nei suoi effetti. Gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità morale, chi più piccola e chi più grande. Dobbiamo prendere questo tema sul serio», «la storia giudicherà le nostre decisioni».

 

Il papa in Colombia battezza la riconciliazione nazionale

9 settembre 2017

“il manifesto”
9 settembre 2017

Luca Kocci

Quella di ieri, interamente dedicata alla «riconciliazione», è stata la giornata centrale del viaggio di papa Francesco in Colombia.

Tre appuntamenti a Villavicencio – la messa sulla spianata di Catama, poi il grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale, infine la sosta alla croce della riconciliazione – per sostenere il fragile e controverso accordo di pace firmato l’anno scorso, con la decisiva mediazione di Raúl Castro, fra governo centrale e Farc (bocciato da un referendum popolare per poche migliaia di voti, poi modificato e approvato dal Parlamento) e quello, per ora temporaneo, siglato con l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), dopo un conflitto durato più di mezzo secolo.

Un negoziato sul quale la Santa sede ha investito direttamente (il segretario di Stato, card. Parolin, era presente alla firma degli accordi di Cartagena de Indias nel settembre 2016) e il cui esito positivo era stato posto come condizione per la visita del papa. L’accordo è stato parzialmente raggiunto: le Farc hanno concordato la fine delle ostilità e si sono trasformate in una forza politica parlamentare, l’Eln sta ancora trattando, intanto ha firmato un cessate il fuoco a tempo determinato, che potrebbe diventare definitivo. Ma le gambe che reggono la pace sono ancora fragili, tanto che il pontefice, nell’omelia della messa a Catama – a cui, secondo Bogotà, hanno partecipato quattrocentomila persone e durante la quale sono stati beatificati e dichiarati martiri un prete e un vescovo, quest’ultimo ucciso dall’Eln nel 1989 – ha sottolineato che «riconciliazione» non significa «adattarsi a situazioni di ingiustizia».

«Riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta; se fosse così, porterebbe solo sterilità e maggiore distanza», ha detto papa Francesco.

«Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto. Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo». Ma tutto ciò, ha aggiunto il pontefice, «non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti», non vuol dire «legittimare le ingiustizie personali o strutturali. Il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia». Quindi, ha concluso, «la riconciliazione si concretizza e si consolida con il contributo di tutti, permette di costruire il futuro e fa crescere la speranza. Ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento».

Dopo la messa, quando in Italia era notte – troppo tardi per darne conto -, si è svolto l’incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale. Oggi e domani le ultime due tappe del viaggio del papa, a Medellin e Cartagena, dai contenuti maggiormente pastorali. Lunedì il rientro a Roma

Il papa al presidente Santos: «L’ingiustizia è la radice dei mali sociali»

8 settembre 2017

“il manifesto”
8 settembre 2017

Luca Kocci

È un viaggio pastorale dagli importanti risvolti politici quello, iniziato ieri, di papa Francesco in Colombia, non a caso osteggiato dai settori conservatori del cattolicesimo legati alla destra dell’ex presidente Uribe.

In una nazione alle prese con le fasi finali di un lungo, fragile e controverso negoziato di pace – in cui la Santa sede ha svolto un ruolo di mediazione, insieme a Raul Castro – fra governo centrale, Farc (che hanno firmato un accordo per la fine delle ostilità, trasformandosi in forza politica parlamentare) ed Eln (con cui le trattative sono ancora in corso, anche se è stato siglato un temporaneo cessate il fuoco) e ancora prigioniera del narcotraffico, le prime parole del pontefice non potevano non contenere richiami politico-sociali.

Ai confini, la crisi del Venezuela: Bergoglio l’ha ricordata sul volo Roma-Bogotà («il Paese trovi una bella stabilità, mediante il dialogo con tutti») e nel telegramma al presidente Maduro («che tutti possano promuovere percorsi di solidarietà, giustizia e concordia»); dal canto loro i vescovi venezuelani, all’opposizione di Maduro senza “se e senza ma”, in questi giorni incontreranno singolarmente Francesco per cercare di portare dalla loro parte il papa, che finora ha adottato una linea prudente: né con Maduro né con gli oppositori.

«Non è la legge del più forte, ma la forza della legge a reggere la convivenza pacifica», ha detto ieri mattina Francesco nel suo primo incontro al palazzo presidenziale di Bogotà con il capo dello Stato, Manuel Santos. «Occorrono leggi giuste – ha aggiunto – che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza». Diseguaglianze sociali «strutturali» che sono una delle piaghe di un Paese a stragrande maggioranza cattolica, controllato da un’oligarchia politico-economica che costringe oltre un terzo dei 46 milioni di abitanti a vivere al di sotto della soglia di povertà. «L’ingiustizia è la radice dei mali sociali», ha detto il papa a Santos, incoraggiando la politica a «rivolgere lo sguardo a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano e sono tenuti indietro e in un angolo». Ma anche a salvaguardare i valori cattolici: «il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa», ovvero «la difesa della vita dal seno materno fino alla sua fine naturale», ha detto poi in maniera più esplicita ai vescovi colombiani, nel palazzo cardinalizio di Bogotà.

Anche quello ai vescovi, ammoniti a non cedere alle «lusinghe dei potenti di turno» e a non trasformarsi in una «casta di funzionari piegati alla dittatura del presente», è stato un discorso dai contenuti politici: la Colombia ha bisogno di essere sostenuta «nel coraggio del primo passo verso la pace definitiva, la riconciliazione, il ripudio della violenza come metodo, il superamento delle disuguaglianze, la rinuncia alla strada facile della corruzione, il paziente e perseverante consolidamento della res publica».

Richiami poi ripetuti ai rappresentanti del Comitato direttivo del Celam (il Consiglio delle Conferenze episcopali dell’America latina), incontrati mentre in Italia era notte e il giornale andava in stampa. «Non si può ridurre il Vangelo», ha detto Francesco, «a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale». Serve un laicato che si impegni «nel consolidamento della democrazia politica e sociale, nel superamento strutturale della povertà endemica» e «nel delineare modelli di sviluppo economico sostenibili che rispettino la natura».

Oggi seconda tappa, a Villavicencio, con il Grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale.

«Il creato ferito dal mercato selvaggio»

2 settembre 2017

“il manifesto”
2 settembre 2017

Luca Kocci

Il pianeta considerato come «possesso privato», sfruttato dal mercato per il «profitto illimitato» dei pochi, incuranti del diritto ad una vita dignitosa dei tanti. In occasione della terza Giornata di preghiera per la cura del creato, papa Francesco e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo firmano insieme un messaggio ecologista in difesa dell’ambiente.

La sintonia fra i due su questo tema è nota da tempo – Bartolomeo è stato fra gli ispiratori della Laudato si’, l’enciclica ambientalista di Francesco –, ma è la prima volta che le massime autorità cattolica e ortodossa sottoscrivono un documento di questo tipo, in un tempo in cui i cambiamenti climatici mostrano i loro effetti devastanti sulla Terra e sui popoli, il presidente Usa Donald Trump dichiara il disimpegno sull’Accordo sul clima di Parigi e il pianeta pare sempre più a rischio per le violenze strutturali a cui il capitalismo selvaggio lo sottopone per assicurare profitto, benessere e potere ad una minoranza autoproclamatasi padrona.

La terra ci è stata affidata «come dono sublime e come eredità della quale tutti condividiamo la responsabilità», ma la «storia del mondo» e la realtà ci rivelano «uno scenario moralmente decadente», scrivono papa Francesco e patriarca Bartolomeo. «La nostra tendenza a spezzare i delicati ed equilibrati ecosistemi del mondo, l’insaziabile desiderio di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità nel trarre dal mercato profitti illimitati: tutto questo ci ha alienato dal disegno originale della creazione. Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. Non ci rapportiamo più con la natura per sostenerla; spadroneggiamo piuttosto su di essa per alimentare le nostre strutture».

Le conseguenze sono «tragiche e durevoli»: «l’ambiente umano e quello naturale – scrivono nel loro messaggio il papa e il patriarca ecumenico di Costantinopoli – si stanno deteriorando insieme, e tale deterioramento del pianeta grava sulle persone più vulnerabili», come accade con «l’impatto dei cambiamenti climatici» che «si ripercuote, innanzitutto, su quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo», per esempio costringendo milioni di persone ad abbandonare le proprie terre a causa della desertificazione e della penuria di acqua. Eppure i «migranti climatici», una nuova categoria di impoveriti denunciata a suo tempo anche dalla Laudato si’ («È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale»), non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali.

Se nel messaggio di Francesco e Bartolomeo la denuncia è forte, più debole e generico appare l’appello al che fare, che si limita all’invito a «tutta l’umanità ad adoperarsi per uno sviluppo sostenibile e integrale» e «a quanti occupano una posizione di rilievo in ambito sociale, economico, politico e culturale» a «prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e ad attendere ai bisogni di chi è marginalizzato, ma soprattutto a rispondere alla supplica di tanti e a sostenere il consenso globale perché venga risanato il creato ferito. Siamo convinti – concludono papa cattolico e patriarca ortodosso – che non ci possa essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva».

Parolin: «Una violenza inaccetabile»

27 agosto 2017

“il manifesto”
27 agosto 2017

Luca Kocci

Le immagini dello sgombero dei migranti dallo stabile di via Curtatone e poi da piazza Indipendenza a Roma «non possono che provocare sconcerto e dolore, soprattutto per la violenza che si è manifestata, una violenza che non è accettabile da nessuna parte». È quello che pensa il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin – il più stretto collaboratore di papa Francesco –, interpellato a margine del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dove ieri è intervenuto sul tema “L’abbraccio della Chiesa all’uomo contemporaneo”.

A Roma, precisa il cardinale, «c’era la possibilità di fare le cose bene, secondo le regole. Ora ci sarà l’impegno a trovare delle abitazioni alternative per queste persone. Penso che se c’è buona volontà le soluzioni si trovano, senza arrivare a manifestazioni così spiacevoli». Certo, «ci si poteva pensare prima», risponde ad una domanda, «perché soluzioni non mancano».

Se nel dialogo estemporaneo con i giornalisti Parolin cammina sul filo dell’equilibrio, durante il suo intervento all’interno dei padiglioni della kermesse ciellina il cardinale è più netto.

«Una parte non piccola del dibattito civile e politico di questo periodo si è concentrata sul come difenderci dal migrante», dice il segretario di Stato vaticano. «Per la politica è doveroso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata. È doveroso stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra chi accoglie. È giusto coinvolgere l’Europa, e non solo. È lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti, che richiederà comunque decenni prima di dare frutto». Ma, aggiunge rivolgendosi alla platea di Cl, «non dimentichiamo che queste donne, uomini e bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono». «Eppure –  conclude, bacchettando i “cattolici della domenica” – anche noi cristiani continuiamo a ragionare secondo una divisione che è antropologicamente e teologicamente drammatica, che passa da un “loro” come “non noi” e un “noi” come “non loro”», mentre «abbiamo bisogno di ricomprendere senza superficialità il tema della diversità, della sua ricchezza, in un quadro di conoscenza e rispetto reciproci».

Cittadini dalla nascita. Bergoglio chiede diritti e accoglienza

22 agosto 2017

“il manifesto”
22 agosto 2017

Luca Kocci

Sì allo Ius soli, no ai centri di detenzione per gli immigrati irregolari. Il messaggio di papa Francesco per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (14 gennaio 2018), diffuso ieri dalla sala stampa vaticana, sembra un vero e proprio programma politico sulla questione delle migrazioni che, per restare al nostro Paese – ma il messaggio è rivolto a tutti gli Stati, non solo all’Italia –, è agli antipodi dalle ricette razziste dei fascio-leghisti alla Salvini e dei populisti a 5 stelle, ma anche molto distante dalle proposte securitarie del Partito democratico di governo area Minniti, recentemente benedette dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana, solitamente più attenta agli equilibri e ai rapporti di forza e di potere interni che alla profezia evangelica.

«Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita», si legge nel messaggio del papa che approva lo Ius soli. E boccia i Cie e gli altri centri di reclusione per i “clandestini”: «In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati».

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi» è l’incipit (tratto dal libro biblico del Levitico) del messaggio di Francesco che ricorda come la «preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà» – un «segno dei tempi» – ha caratterizzato il proprio pontificato fin dall’inizio, con la visita a Lampedusa l’8 luglio 2013, quattro mesi dopo l’elezione.

Quattro i verbi chiave, che danno il titolo al messaggio: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

«Accogliere – si legge – significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei Paesi di destinazione», tramite l’incremento e la semplificazione della «concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare», «programmi di sponsorship privata e comunitaria» e «corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili» (un progetto, quello dei «corridoi umanitari», che da tempo portano avanti la Comunità di sant’Egidio e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia). «Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso Paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali», prosegue il papa, il quale afferma un principio che suonerà quanto mai impopolare in tempi di ansie da terrorismo: «anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale».

Poi «proteggere» i «diritti e la dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio».Una protezione che, scrive il papa, «comincia in patria» – ma che è ben diversa dal ritornello «aiutarli a casa loro» –, fornendo «informazioni certe e certificate prima della partenza» e prevenendo le «pratiche di reclutamento illegale»; e prosegue «in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali, la garanzia di una minima sussistenza vitale», «la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione». Sono da proteggere in particolare i «minori migranti» ai quali, fra l’altro, «va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria», «la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi». Una sorta di Ius culturae.

Infine «promuovere» (la libertà religiosa, la formazione, l’inserimento socio-lavorativo) e «integrare». «L’integrazione – aggiunge il pontefice – non è un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale», ma un processo di «conoscenza reciproca» e di costruzione di società e culture «multiformi». Un processo che, conclude Francesco, «può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel Paese».

Il papa benedice in lettera la «famiglia omosessuale»

13 agosto 2017

“il manifesto”
13 agosto 2017

Luca Kocci

«I pellegrini gay e lesbiche salutano papa Francesco». È lo striscione che questa mattina, durante il tradizionale Angelus del papa della domenica a mezzogiorno a San Pietro, un gruppo di omosessuali cattolici aderenti alla rete nazionale “Cammini di Speranza” e al Progetto Giovani Lgbti esporrà in piazza, al termine di un pellegrinaggio di due settimane lungo la Via Francigena, da Siena a Roma.

Quasi venti anni fa, il 13 gennaio 1998, durante il pontificato di Wojtyla, Alfredo Ormando si diede fuoco in piazza San Pietro, morendo in ospedale dieci giorni dopo, per protestare contro l’atteggiamento discriminatorio della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Oggi, sempre che la gendarmeria vaticana o le forze dell’ordine italiane non intervengano a rimuovere lo striscione, invece gay e lesbiche «salutano» papa Francesco, per «esprimere vicinanza ad un pontefice di cui vogliamo incoraggiare il cammino riformatore», spiega Andrea Rubera, portavoce di Cammini di Speranza. «La nostra non vuole essere una provocazione – aggiunge – ma un sostegno e un invito alla Chiesa ad allargare quelle frontiere affinché possano trovare cittadinanza tutte le persone, nelle condizioni di vita in cui si trovano e che hanno scelto».

Certo è che, nonostante alcune parole pronunciate da papa Francesco durante il suo pontificato («chi sono io per giudicare un gay?»), la questione nei sacri palazzi è ancora un tabù. Come dimostra “l’incidente” che si è verificato nei giorni scorsi fra le stanze della Segreteria di Stato, reso noto in Italia dall’agenzia Adista. Una coppia omosessuale brasiliana, Toni Reis e David Harrad, sposati sei anni fa a Curitiba dopo 27 anni di convivenza, decidono di far battezzare i tre figli che hanno adottato. Quindi scrivono a papa Francesco per raccontare la loro storia, e a luglio ricevono una riposta dal pontefice, firmata da mons. Paolo Borgia, assessore agli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana. «Papa Francesco», si legge nella lettera, «porge a voi le sue congratulazioni, invocando per la vostra famiglia l’abbondanza delle grazie divine, affinché viviate costantemente e felicemente la condizione di cristiani, come buoni figli di Dio e della Chiesa, e inviandovi una augurale benedizione apostolica».

«È un grande progresso per un’istituzione che durante l’Inquisizione bruciava i gay e ora ci invia una lettera ufficiale congratulandosi con la nostra famiglia», dichiara Reis alla stampa brasiliana. Ma quando la notizia giunge in Italia, a due passi dal cupolone, lo scorso 9 agosto arriva la precisazione della sala stampa vaticana, firmata dalla vicedirettrice Paloma García Ovejero: «La lettera del papa è una risposta molto generale a una delle migliaia di lettere che riceve ogni giorno a cui non può rispondere in modo personalizzato. È il suo modo di ringraziare le persone». Quindi la lettera c’è, la benedizione papale pure e anche il termine «famiglia» utilizzato per la prima volta per definire una coppia omosessuale. Ma o il clamore mediatico ha allarmato gli zelanti burocrati vaticani che hanno tentato di aggiustare il tiro, oppure è l’ammissione che le lettere inviate al papa nemmeno vengono lette.

Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Fra i figli di famiglie omosessuali – una madre e un padre – e quelli di famiglie omosessuali – due madri o due padri – esistono profonde differenze. È la tesi di Elena Canzi (docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano) argomentata nel volume appena pubblicato da Vita e Pensiero, casa editrice della Cattolica, Omogenitorialità, filiazione e dintorni (pp. 144, euro 15), e rilanciata con grande enfasi in un lungo articolo-recensione di Lucetta Scaraffia pubblicato sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dello scorso 3 luglio.

«Oggi abbiamo argomenti più concreti» per sostenere «l’’opposizione al progetto di alcune coppie omosessuali a formarsi una famiglia con la fecondazione assistita o con l’adozione», scrive Scaraffia. E gli «argomenti più concreti» sarebbero appunto quelli contenuti nel volume della psicologa della Cattolica, che intende smontare le ricerche «di parte», soprattutto della sociologia anglosassone, secondo cui «non ci sono differenze fra i bambini che vivono in famiglie omosessuali e gli altri, focalizzandosi su due fattori: la qualità della relazione, in genere come percepita dai genitori, e l’adattamento psicosociale».

Invece, secondo le autrici (della ricerca e della recensione sull’Osservatore), non è affatto così.

Innanzitutto, si legge nell’articolo di Scaraffia, «i figli nati dall’acquisto di seme rivelano di sentirsi disturbati dal fatto che il denaro svolga un ruolo decisivo nel loro concepimento, mentre si dichiarano a favore dell’adozione», si legge nell’articolo di Scaraffia.

Poi «una domanda che si sono posti i ricercatori è relativa all’orientamento sessuale dei figli: avere genitori omosessuali inclina a una scelta omosessuale? La risposta che ci si aspetterebbe è che i genitori omosessuali dimostrino nei confronti del problema maggiore anticonformismo, ma non è sempre così: spesso l’eterosessualità del figlio viene esibita per confermare la “normalità” della famiglia. Ma, esaminando le inchieste nella loro totalità, “sembra di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali”, specialmente nei figli di coppie lesbiche». Inoltre – questo perlomeno dimostrerebbero le ricerche di Canzi – «l’analisi del rendimento scolastico conferma che i figli di coppie omosessuali, se in maggioranza sviluppano livelli più elevati di rendimento, sono anche indotti a maggior uso di alcool e droghe, e riportano livelli minori di autonomia e invece livelli superiori di ansia».

C’è infine il trauma del «genitore mancante», ovvero il «donatore di gamete», che ovviamente, secondo Canzi-Scaraffia, riguarda «anche coppie eterosessuali che hanno praticato l’inseminazione eterologa»: «risulta evidente – spiega la ricerca – che i figli con donatore sconosciuto subiscono più pesante stigmatizzazione da parte dei compagni. Certo, il problema dell’assenza dei genitori si pone anche nell’adozione, ma qui il genitore adottivo “non si sostituisce, ma piuttosto si fa carico di quel dolore di origine e lo ripara” mentre diverso è il percorso di chi per scelta procrea figli “orfani”». E infatti «il rapporto più difficile è soprattutto quello con i coetanei, che spesso li sottopongono a derisione e bullismo, facendo emergere sentimenti di inferiorità e anormalità. Una stigmatizzazione che provoca diverse strategie adattative, nelle quali prevale quella di negare il problema, confessando la propria condizione solo a poche persone scelte. Certo, la partecipazione alla vita di comunità omosessuali, con figli relativi, può aiutare a rendere meno pesante questa situazione».

In conclusione, quindi, «“i figli di coppie omosessuali riportano maggior ricorso all’assistenza pubblica, minor identificazione eterosessuale, maggior frequenza di relazioni omosessuali e minor senso di sicurezza sperimentato nella famiglia di origine”. Emerge così un quadro complesso e certamente non univoco, dal quale però si deduce che è davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza fra i figli di famiglie eterosessuali e quelli di famiglie omosessuali».

Abusi sessuali sui minori, incriminato il cardinale Pell

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, è stato incriminato da un tribunale australiano per abusi sessuali su minori, che avrebbe commesso quando era giovane prete. La notizia è stata diffusa nella notte di mercoledì dalla polizia australiana dello Stato di Victoria e confermata dal Vaticano e dallo stesso Pell, il quale ha dichiarato la propria innocenza, ha temporaneamente lasciato ogni incarico in Curia (o è stato costretto a lasciare?)  e, fatto inedito per un prelato del suo rango, il prossimo 18 luglio sarà in aula, in Australia, a rispondere ai magistrati.

La polizia di Victoria, dopo la notifica dell’incriminazione ai legali del cardinale, si è limitata a comunicare che ci sono «più querelanti» ad aver raccontato di aver subito molestie e abusi sessuali da Pell negli anni ‘70, quando il prefetto della Segreteria per l’economia era un semplice prete a Ballarat, sua città natale. In particolare, secondo le ricostruzioni della stampa australiana non confermate dalla polizia, le vittime sarebbero tre minori, oggi adulti.

A queste si sommano accuse provenienti da un altro filone d’indagine, l’inchiesta della Commissione governativa australiana che da quattro anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi in tutta l’Australia. In questo caso Pell – che ha sempre respinto ogni addebito – non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di aver coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi di cui è stato vescovo, Melbourne e Sidney.

Appena la notizia dell’incriminazione si è diffusa, alle 4.30 di notte il portavoce vaticano Greg Burke ha convocato via e-mail i giornalisti per una conferenza stampa estemporanea, in cui sarebbe stato presente lo stesso Pell, alle 8.30 di ieri mattina, mentre a San Pietro si ultimavano i preparativi per la messa dei santi Pietro e Paolo. Segno inequivocabile della gravità della situazione.

«L’indagine è in corso da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, si tratta di un accanimento senza tregua», ha contrattaccato Pell, ma «adesso sono contento che finalmente potrò difendermi nei tribunali. Ribadisco la mia innocenza, le accuse sono false, la sola idea di abuso sessuale è per me ripugnante». Ha poi aggiunto di aver tenuto costantemente informato papa Francesco, il quale, visto il precipitare della situazione, gli ha concesso «un congedo temporaneo» per poter dimostrare la propria estraneità ai fatti. Pell dunque il prossimo 18 luglio, data dell’udienza, si recherà in Australia per difendersi direttamente in tribunale davanti ai magistrati e, forse, ai suoi accusatori. «Sono sempre stato coerente e chiaro nel respingere le accuse – ha concluso –, le notizie di queste ore rafforzano la mia risolutezza e il processo giudiziario mi offre la possibilità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma».

Al di là delle accuse ancora da dimostrare e degli esiti processuali, il fatto che un cardinale del livello di Pell – ultraconservatore, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha voluto nel Consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e lo ha messo a capo del superministero dell’Economia: di fatto è il n. 3 in Vaticano, dopo il papa e il segretario di Stato Parolin – si rechi in un tribunale penale a difendersi dalle accuse di pedofilia è una novità nella condotta vaticana, che finora ha sempre interposto scudi diplomatici di varia natura per salvare dai processi i propri membri. Lo stesso Pell, del resto, in almeno due occasioni ha testimoniato e risposto alle domande dei magistrati – sia nell’ambito dell’inchiesta dello Stato di Victoria che della Commissione governativa –, ma sempre in videoconferenza, da Roma, mai in aula.

Alle dichiarazioni di Pell è seguita una nota della sala stampa vaticana in cui, con reticenza tipicamente clericale, si conferma tutto ma non si fa alcun riferimento alla natura delle accuse rivolte al cardinale: «La Santa sede ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono», si legge nel comunicato. «Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse. Il santo padre, informato di ciò dallo stesso card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere. La Santa sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il card. Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane e, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi». Il 18 luglio la resa dei conti.