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Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Fra i figli di famiglie omosessuali – una madre e un padre – e quelli di famiglie omosessuali – due madri o due padri – esistono profonde differenze. È la tesi di Elena Canzi (docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano) argomentata nel volume appena pubblicato da Vita e Pensiero, casa editrice della Cattolica, Omogenitorialità, filiazione e dintorni (pp. 144, euro 15), e rilanciata con grande enfasi in un lungo articolo-recensione di Lucetta Scaraffia pubblicato sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dello scorso 3 luglio.

«Oggi abbiamo argomenti più concreti» per sostenere «l’’opposizione al progetto di alcune coppie omosessuali a formarsi una famiglia con la fecondazione assistita o con l’adozione», scrive Scaraffia. E gli «argomenti più concreti» sarebbero appunto quelli contenuti nel volume della psicologa della Cattolica, che intende smontare le ricerche «di parte», soprattutto della sociologia anglosassone, secondo cui «non ci sono differenze fra i bambini che vivono in famiglie omosessuali e gli altri, focalizzandosi su due fattori: la qualità della relazione, in genere come percepita dai genitori, e l’adattamento psicosociale».

Invece, secondo le autrici (della ricerca e della recensione sull’Osservatore), non è affatto così.

Innanzitutto, si legge nell’articolo di Scaraffia, «i figli nati dall’acquisto di seme rivelano di sentirsi disturbati dal fatto che il denaro svolga un ruolo decisivo nel loro concepimento, mentre si dichiarano a favore dell’adozione», si legge nell’articolo di Scaraffia.

Poi «una domanda che si sono posti i ricercatori è relativa all’orientamento sessuale dei figli: avere genitori omosessuali inclina a una scelta omosessuale? La risposta che ci si aspetterebbe è che i genitori omosessuali dimostrino nei confronti del problema maggiore anticonformismo, ma non è sempre così: spesso l’eterosessualità del figlio viene esibita per confermare la “normalità” della famiglia. Ma, esaminando le inchieste nella loro totalità, “sembra di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali”, specialmente nei figli di coppie lesbiche». Inoltre – questo perlomeno dimostrerebbero le ricerche di Canzi – «l’analisi del rendimento scolastico conferma che i figli di coppie omosessuali, se in maggioranza sviluppano livelli più elevati di rendimento, sono anche indotti a maggior uso di alcool e droghe, e riportano livelli minori di autonomia e invece livelli superiori di ansia».

C’è infine il trauma del «genitore mancante», ovvero il «donatore di gamete», che ovviamente, secondo Canzi-Scaraffia, riguarda «anche coppie eterosessuali che hanno praticato l’inseminazione eterologa»: «risulta evidente – spiega la ricerca – che i figli con donatore sconosciuto subiscono più pesante stigmatizzazione da parte dei compagni. Certo, il problema dell’assenza dei genitori si pone anche nell’adozione, ma qui il genitore adottivo “non si sostituisce, ma piuttosto si fa carico di quel dolore di origine e lo ripara” mentre diverso è il percorso di chi per scelta procrea figli “orfani”». E infatti «il rapporto più difficile è soprattutto quello con i coetanei, che spesso li sottopongono a derisione e bullismo, facendo emergere sentimenti di inferiorità e anormalità. Una stigmatizzazione che provoca diverse strategie adattative, nelle quali prevale quella di negare il problema, confessando la propria condizione solo a poche persone scelte. Certo, la partecipazione alla vita di comunità omosessuali, con figli relativi, può aiutare a rendere meno pesante questa situazione».

In conclusione, quindi, «“i figli di coppie omosessuali riportano maggior ricorso all’assistenza pubblica, minor identificazione eterosessuale, maggior frequenza di relazioni omosessuali e minor senso di sicurezza sperimentato nella famiglia di origine”. Emerge così un quadro complesso e certamente non univoco, dal quale però si deduce che è davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza fra i figli di famiglie eterosessuali e quelli di famiglie omosessuali».

Abusi sessuali sui minori, incriminato il cardinale Pell

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, è stato incriminato da un tribunale australiano per abusi sessuali su minori, che avrebbe commesso quando era giovane prete. La notizia è stata diffusa nella notte di mercoledì dalla polizia australiana dello Stato di Victoria e confermata dal Vaticano e dallo stesso Pell, il quale ha dichiarato la propria innocenza, ha temporaneamente lasciato ogni incarico in Curia (o è stato costretto a lasciare?)  e, fatto inedito per un prelato del suo rango, il prossimo 18 luglio sarà in aula, in Australia, a rispondere ai magistrati.

La polizia di Victoria, dopo la notifica dell’incriminazione ai legali del cardinale, si è limitata a comunicare che ci sono «più querelanti» ad aver raccontato di aver subito molestie e abusi sessuali da Pell negli anni ‘70, quando il prefetto della Segreteria per l’economia era un semplice prete a Ballarat, sua città natale. In particolare, secondo le ricostruzioni della stampa australiana non confermate dalla polizia, le vittime sarebbero tre minori, oggi adulti.

A queste si sommano accuse provenienti da un altro filone d’indagine, l’inchiesta della Commissione governativa australiana che da quattro anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi in tutta l’Australia. In questo caso Pell – che ha sempre respinto ogni addebito – non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di aver coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi di cui è stato vescovo, Melbourne e Sidney.

Appena la notizia dell’incriminazione si è diffusa, alle 4.30 di notte il portavoce vaticano Greg Burke ha convocato via e-mail i giornalisti per una conferenza stampa estemporanea, in cui sarebbe stato presente lo stesso Pell, alle 8.30 di ieri mattina, mentre a San Pietro si ultimavano i preparativi per la messa dei santi Pietro e Paolo. Segno inequivocabile della gravità della situazione.

«L’indagine è in corso da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, si tratta di un accanimento senza tregua», ha contrattaccato Pell, ma «adesso sono contento che finalmente potrò difendermi nei tribunali. Ribadisco la mia innocenza, le accuse sono false, la sola idea di abuso sessuale è per me ripugnante». Ha poi aggiunto di aver tenuto costantemente informato papa Francesco, il quale, visto il precipitare della situazione, gli ha concesso «un congedo temporaneo» per poter dimostrare la propria estraneità ai fatti. Pell dunque il prossimo 18 luglio, data dell’udienza, si recherà in Australia per difendersi direttamente in tribunale davanti ai magistrati e, forse, ai suoi accusatori. «Sono sempre stato coerente e chiaro nel respingere le accuse – ha concluso –, le notizie di queste ore rafforzano la mia risolutezza e il processo giudiziario mi offre la possibilità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma».

Al di là delle accuse ancora da dimostrare e degli esiti processuali, il fatto che un cardinale del livello di Pell – ultraconservatore, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha voluto nel Consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e lo ha messo a capo del superministero dell’Economia: di fatto è il n. 3 in Vaticano, dopo il papa e il segretario di Stato Parolin – si rechi in un tribunale penale a difendersi dalle accuse di pedofilia è una novità nella condotta vaticana, che finora ha sempre interposto scudi diplomatici di varia natura per salvare dai processi i propri membri. Lo stesso Pell, del resto, in almeno due occasioni ha testimoniato e risposto alle domande dei magistrati – sia nell’ambito dell’inchiesta dello Stato di Victoria che della Commissione governativa –, ma sempre in videoconferenza, da Roma, mai in aula.

Alle dichiarazioni di Pell è seguita una nota della sala stampa vaticana in cui, con reticenza tipicamente clericale, si conferma tutto ma non si fa alcun riferimento alla natura delle accuse rivolte al cardinale: «La Santa sede ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono», si legge nel comunicato. «Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse. Il santo padre, informato di ciò dallo stesso card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere. La Santa sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il card. Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane e, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi». Il 18 luglio la resa dei conti.

«Francesco da buon gesuita sa che l’autocritica è il rimedio contro le critiche»

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Chiesa cattolica e pedofilia: crimini commessi da singoli ed isolati preti e religiosi oppure problema più ampio che chiama in causa l’istituzione ecclesiastica nella sua struttura? Ne abbiamo parlato con Augusto Cavadi, consulente filosofico e teologo laico, autore, qualche anno fa, del volume Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi su minori (con prefazione di Vito Mancuso, Falzea editore).

Il cardinale Pell, incriminato per gravi reati sessuali da un tribunale australiano, è un prelato ai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica cattolica ed è stato collocato in quella posizione da papa Francesco. Queste accuse possono gettare un’ombra anche sul pontefice e sulla azione riformatrice?

«Penso che un papa, nel dare incarichi ai collaboratori, non possa basarsi su voci riguardanti i pregressi lontani. Deve valutare in base a dati oggettivi o, per lo meno, attendibili. Sarebbe stato grave, piuttosto, se avesse opposto qualche ostacolo a che, ora, il cardinale si presentasse in tribunale e venisse processato come un qualsiasi cittadino. Avrebbe significato far prevalere, ancora una volta, il principio omertoso dei panni sporchi che si lavano, quando si lavano, in famiglia. Ma a quanto pare Pell risponderà alle accuse, recandosi direttamente in tribunale, in Australia. E questo mi sembra un passo avanti».

È cambiato qualcosa nella Chiesa cattolica, sulla questione pedofilia, nel passaggio da papa Wojtyla, a papa Ratzinger fino, oggi, a papa Francesco?

«Distinguerei i mutamenti di percezione del fenomeno dall’effettività dello stesso. È chiaro che con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI, il quale da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede gestiva la questione anche prima di diventare papa, prevaleva la preoccupazione di salvare l’immagine della Chiesa-istituzione rispetto ai diritti degli abusati. E da questo derivava una certa resistenza delle autorità ecclesiastiche nel deferire i preti denunziati all’autorità giudiziaria civile».

E con Francesco?

«Papa Francesco, da buon gesuita, ha capito che l’autocritica è il metodo migliore per arginare le critiche e che una maggiore trasparenza anche sui difetti ecclesiastici è l’unico modo per evitare il disastro irreversibile. Tuttavia episodi recentissimi, come le dimissioni dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori di due autorevoli componenti laici come Marie Collins e  Peter Saunders (a loro volta abusati da preti cattolici) i quali hanno denunciato resistenze e ritardi procedurali, attestano che, come in altri settori della vita cattolica, le conversioni proclamate dall’alto stentano a incarnarsi ai livelli inferiori. Qui, come in altri ambiti, non basta che cambi un papa se, negli anni del suo governo, non riesce a cambiare il papato e l’intera macchina ecclesiastica che, purtroppo per chi condivide la fraternità annunziata da Gesù, dal papato, verticisticamente, dipende».

Perché la pedofilia clericale è una piaga così difficile da estirpare? Si tratta di errori compiuti da poche “mele marce” o c’è invece un problema strutturale che riguarda l’istituzione ecclesiastica?

«Pur essendo stato violentemente attaccato da molti preti per il mio libro sulla questione pedofilia, ci tengo a ribadire, per onestà intellettuale, quello che ho scritto nelle prime pagine: la pedofilia non è statisticamente più diffusa tra preti celibi che tra i pastori protestanti sposati, insegnanti, allenatori di calcio o commessi viaggiatori. Vi sono dunque cause remote, generali e generiche, che non vanno sottovalutate. Poi ci sono delle concause specifiche legate soprattutto al mondo cattolico».

Quali?

«Ne evidenzio due: il clima di morbosità che nella formazione dei preti avvolge e deforma tutta la sfera sessuale e il ruolo di padre-padrone che il prete svolge nella comunità parrocchiale. Il primo fattore influenza gli atteggiamenti perversi degli adulti, il secondo condiziona il silenzio reverente degli abusati. Se a questi due elementi aggiungiamo la quasi certezza dell’immunità dei colpevoli nel passato, anche recente, abbiamo una griglia interpretativa abbastanza chiarificatrice».

Francesco e Sergio, perfetta letizia

11 giugno 2017

“il manifesto”
11 giugno 2017

Luca Kocci

Lavoro, migranti, collaborazione Stato-Chiesa. Sono stati i principali temi affrontati ieri nell’incontro fra Mattarella e papa Francesco, che si è recato al Quirinale per ricambiare la visita che il presidente della Repubblica gli aveva fatto in Vaticano nel 2015.

È la seconda volta di Francesco al Quirinale, dopo la prima nel 2013, quando sul Colle c’era Napolitano, e il sesto papa (da Pio XII in poi) a varcare la soglia di quella che fu la residenza di trenta pontefici fino al 1870, anno della presa di Roma.

La sintonia fra i due è totale, come emerso anche dalla consonanza sui temi, a cominciare dal lavoro. «Ribadisco l’appello a generare e accompagnare processi che diano luogo a nuove opportunità di lavoro dignitoso. Il disagio giovanile, le sacche di povertà, la difficoltà che i giovani incontrano nel formare una famiglia e nel mettere al mondo figli trovano un denominatore comune nell’insufficienza dell’offerta di lavoro, a volte talmente precario o poco retribuito da non consentire una seria progettualità», ha detto Francesco, richiamando quanto affermato all’Ilva di Genova: è necessario che «le risorse finanziarie siano poste al servizio di questo obiettivo», non «distolte e disperse in investimenti prevalentemente speculativi». Ha fatto eco Mattarella: «L’occupazione deve costituire il centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali».

Poi i migranti. Il papa – e il presidente – ha ricordato l’accoglienza messa in atto dall’Italia, sollecitando un impegno comune: «È indispensabile e urgente che si sviluppi un’ampia e incisiva cooperazione internazionale».

Quindi la collaborazione Stato-Chiesa, «confermata» dal Concordato – hanno sottolineato entrambi –, nella separazione stabilita dalla Costituzione: una «laicità, non ostile e conflittuale, ma amichevole e collaborativa, seppure nella rigorosa distinzione delle competenze», ha detto Francesco (rimarca l’Osservatore romano di oggi: «Laicità amichevole e collaborativa»).

Da Mattarella un richiamo al «rispetto dell’ambiente», citando la Laudato si’ di Francesco e lanciando una stoccata a Trump: l’Accordo di Parigi sul clima «rappresenta un punto di partenza al quale non intendiamo abdicare». Da Francesco uno spot per la famiglia, prima di salutare duecento bambini giunti dalle zone terremotate del centro Italia e di tornare in Vaticano, dove sabato prossimo riceverà un altro leader europeo: Angela Merkel.

 

Bagno di tute blu per il papa a Genova

28 maggio 2017

“il manifesto”
28 maggio 2017

Luca Kocci

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.

È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della Dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

«Non c’è buona economia senza buon imprenditore», ha detto Francesco. Ma «chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». È uno «speculatore», un «mercenario» che «usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda (delocalizzare, ndr) non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto». E «qualche volta – ha proseguito – il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro».

Il papa ha dato ragione alla sindacalista, che ha parlato della necessità di rendere il lavoro «una forma concreta di riscatto sociale», e ha aggiunto il tema del lavoro usato come «ricatto», con un episodio che ha detto essergli stato raccontato da una ragazza a cui era stato proposto un lavoro da 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese: «800 soltanto? 11 ore?. E lo speculatore, non era imprenditore, le ha detto: “Signorina, guardi dietro di lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!». Poi il «lavoro in nero», quello dei “caporali”, ma anche le forme apparentemente soft: «Un’altra persona – ha aggiunto Francesco – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a settembre». Non c’è bisogno di andare nei campi della Puglia, basta entrare in una scuola pubblica per verificare la normalità di tale prassi.

«La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito», è assenza di «dignità». Per questo, ha detto il papa, l’obiettivo «non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti! Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Lo afferma il primo articolo della Costituzione, ha ricordato Francesco: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E allora «togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato, è anticostituzionale».

«Competitività» e «meritocrazia», secondo il papa due «disvalori» da rimuovere. La prima perché mette i lavoratori in guerra gli uni contro gli altri («quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione»). Con la seconda, «il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza» («se due bambini nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente») e rende il povero «un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

La visita del papa è poi proseguita in cattedrale, dove ha incontrato i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose («basta tratta delle novizie», ha ammonito, riferendosi alla shopping di vocazioni religiose femminili che molte congregazioni compiono nei Paesi poveri); poi i giovani, al santuario della Madonna della Guardia, dove è tornato sul tema dei migranti: «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi, non l’Italia che è tanto generosa, chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». Pranzo con alcuni rifugiati, senza fissa dimora e detenuti, un saluto ai degenti dell’ospedale Gaslini, messa a piazzale Kennedy e, in serata, rientro in Vaticano.

Il papa riceve Trump, mezz’ora di colloquio in un clima freddo

25 maggio 2017

“il manifesto”
25 maggio 2017

Luca Kocci

Trenta minuti di colloquio riservato e dieci minuti di incontro aperto all’intera delegazione statunitense. Tanto è durato il primo appuntamento fra Donald Trump e papa Francesco, che ieri mattina ha ricevuto in udienza in Vaticano il presidente Usa.

Incontro piuttosto breve – quello con Obama era durato il doppio – e apparentemente più formale del solito, a giudicare dalle immagini di un Francesco sempre molto serio. Trump però può intascare un importante successo da spendersi in patria e a livello internazionale. Del resto la politica papale è quella di ricevere chiunque lo chieda, senza troppe distinzioni e senza guerre diplomatiche.

Qualche indicazione sui contenuti del colloquio si ricava leggendo fra le righe dello scarno comunicato della sala stampa della Santa sede, che evidenzia i punti di contatto fra Vaticano e Usa, quelli su cui si tratta e quelli su cui le distanze sono profonde.

A cominciare dalla questione ambientale. Durante il consueto scambio dei doni, Francesco ha regalato a Trump una copia dell’enciclica Laudato si’ che critica il modello di sviluppo capitalista e affronta i temi dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, della distruzione dell’ambiente e dei rischi del riscaldamento globale, sempre negati da Trump. Insieme alla Laudato si’, il papa ha donato a Trump anche il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017 dedicato alla «nonviolenza», sottolineando di «averlo firmato personalmente per lei».

«Alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente» sono gli altri punti su cui le posizioni di papa Francesco e Trump sono inconciliabili e sui quali, fa notare il comunicato della Santa sede, è stato possibile solo «uno scambio di vedute». Più volte in passato il papa è intervenuto contro il commercio e l’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, criticando implicitamente la politica estera di Trump. Poco tempo fa lo ha fatto anche esplicitamente, parlando contro la Moab, «la madre di tutte le bombe», sganciata dagli Usa in Afghanistan: «Mi sono vergognato del nome dato ad una bomba, la mamma dà la vita e diciamo mamma a un apparecchio che dà la morte? Ma che sta succedendo?». «Abbiamo bisogno di pace», ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e in Vaticano annuncia uno stanziamento di 300 milioni di dollari a favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia saudita), mentre la moglie Melania e la figlia Ivanka – anche loro presenti all’incontro con il papa – vanno in visita ai piccoli ricoverati del Bambin Gesù (ospedale vaticano) e alla Comunità di sant’Egidio.

«Nel corso dei cordiali colloqui – si legge nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza». Quindi c’è sintonia fra Vaticano e Usa sui temi bioetici, a cominciare dalla difesa della vita, ovvero del contrasto all’aborto. Non è un caso che una delle prime decisioni di Trump sia stata quella di bloccare i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative internazionali che informano e praticano l’interruzione di gravidanza (misure adottate anche dalle altre amministrazioni repubblicane, da Reagan in poi, e successivamente revocate dai presidenti democratici).

Su altre questioni, invece, i lavori sono in corso. «Si è auspicato una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati», segnala il comunicato della Santa sede. Sono i temi della scuola cattolica e della riforma sanitaria. Trump ha promesso di cancellare l’Obamacare – la riforma di Obama che ha allargato la platea dei beneficiari delle prestazioni mediche – e, dopo due no, ad inizio maggio ha ottenuto il primo sì dalla Camera. Ora c’è lo scoglio del Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza esigua. I vescovi Usa si sono già espressi contro il provvedimento. L’auspicio vaticano di «una serena collaborazione» è un tentativo di convincere Trump a mitigare il provvedimento.

Fine dell’era Bagnasco. L’arcivescovo di Perugia verso l’investitura papale

24 maggio 2017

“il manifesto”
24 maggio 2017

Luca Kocci

Manca ancora la decisione ufficiale del papa, che probabilmente arriverà oggi, ma il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, dovrebbe essere il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana.

Ieri mattina, nel corso dell’assemblea dei vescovi, si sono svolte le votazioni per individuare la terna di nomi da presentare al papa, e Bassetti, come previsto, è risultato il primo degli eletti, con un totale di 134 voti, ottenuti al termine di una complicata procedura di votazioni assembleari e ballottaggi. Al secondo posto monsignor Franco Giulio Brambila (115 preferenze), vescovo di Novara, anch’egli ampiamente annunciato alla vigilia. Terzo è il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento in prima linea sulla questione immigrazione (Lampedusa si trova nella sua diocesi) e presidente della Caritas italiana, con 124 voti (il fatto che il terzo abbia più voti del secondo fa parte della farraginosità del sistema elettorale), un nome meno scontato, ma che era comunque entrato nel toto-presidente.

Francesco non è obbligato a scegliere il primo classificato, potrebbe addirittura ignorare la votazione: «Ricordate che non sono vincolato dalla terna», avrebbe detto ieri il papa nella riunione a porte chiuse con i vescovi. Ma visto che tanto ha insistito perché i vescovi eleggessero direttamente il proprio presidente, come avviene in tutte le conferenze episcopali del mondo (la terna è una soluzione di mediazione fra l’elezione diretta e la decisione affidata esclusivamente al papa), pare difficile, nonché poco coerente, che non tenga conto dei risultati e che non nomini la “prima scelta” dei vescovi. Anche se il ritardo della decisione potrebbe far sospettare qualche sorpresa.

In ogni caso Bassetti gode sicuramente del gradimento di Francesco: lo ha nominato cardinale nel suo primo concistoro nel febbraio 2014 rompendo la tradizione delle diocesi cardinalizie (a cui Perugia non appartiene); gli ha affidato la stesura delle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo nel 2016; lo ha inserito nella Congregazione vaticana dei vescovi al posto di Bagnasco, presidente della Cei uscente; e al compimento dei 75 anni, quando secondo il Diritto canonico i vescovi presentano le proprie dimissioni al papa per raggiunti limiti di età, lo ha prorogato «donec aliter provideatur» (finché non si disponga diversamente), allungando il suo mandato per un eventuale quinquennio alla Presidenza della Cei.

Impegnato su temi sociali e sull’ecumenismo, Bassetti ha un profilo maggiormente pastorale rispetto a quello di Bagnasco. Non sarebbe un presidente di “rottura” – come potrebbe essere in parte Montenegro, attestato su posizioni “di frontiera” –, ma segnerebbe comunque un moderato cambiamento di linea rispetto a Bagnasco, sempre all’interno del recinto della tradizione.

Dal canto suo, ieri Bagnasco, che è stato salutato da Francesco in modo piuttosto sibillino («la ringrazio per la pazienza, non è facile lavorare con questo papa»; in ogni caso «lei passa da una presidenza all’altra», alludendo al fatto che Bagnasco è stato eletto alla guida del Consiglio delle Conferenze episcopali europee), si è congedato dai vescovi con l’ultima prolusione, nella quale ha voluto richiamare alcuni temi etici e politici che gli sono particolarmente cari. A cominciare dal rischio «populismo che – ha detto –, mentre afferma di voler semplificare problemi complessi e di promuovere nuove forme di partecipazione, si rivela superficiale nell’analisi come nella proposta, interprete di una democrazia solo apparente. Ci si chiede, pertanto, se serva veramente la gente, oppure se ne voglia servire; se intenda veramente affrontare i problemi o non piuttosto usarli per affermarsi». Poi alcuni “cavalli di battaglia”: le «derive antropologiche», l’attacco alla famiglia («la cultura disprezza la famiglia e la politica la maltratta», proponendo «nuove forme, più aggiornate, si dice, più efficaci e libere») e «il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico». E con questo termina l’era Bagnasco.

Il papa a Bozzolo e Barbiana rende omaggio a don Mazzolari e don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

Il prossimo 20 giugno papa Francesco andrà a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani.

L’annuncio è stato comunicato dalla sala stampa della Santa sede lo scorso 24 aprile: «Martedì 20 giugno 2017 – si legge nella nota vaticana –, il santo padre Francesco si recherà in pellegrinaggio a Bozzolo (provincia di Mantova e diocesi di Cremona) e a Barbiana (provincia e diocesi di Firenze), per pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani». La visita, «che si svolgerà in forma privata e non ufficiale», sarà rapida: Francesco atterrerà in elicottero alle 9 del mattino a Bozzolo, dove farà una preghiera sulla tomba di don Mazzolari e terrà un breve «discorso commemorativo» ai fedeli presenti in chiesa; quindi volerà a Barbiana, visiterà e pregherà nel piccolo cimitero dove è sepolto don Milani, incontrerà gli ex allievi del priore di Barbiana, e farà subito ritorno in Vaticano.

Visita lampo quindi, ma dal significato importante, sulle tombe di due “preti di frontiera”, autori di un dirompente messaggio evangelico e sociale, e proprio per questo messi ai margini e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà Novecento di Pio XI, di Pio XII e del card. Ottaviani. La «forma privata e non ufficiale» non sembra è un modo per ridimensionare il gesto, bensì la volontà di evitare l’eccessiva spettacolarizzazione di un omaggio postumo – che sarebbe parsa una “appropriazione indebita” – a due preti fino a poco tempo fa sulla lista nera dei sospettati di lesa maestà clericale per eccessiva obbedienza al Vangelo e alla propria coscienza.

Non è corretto, come qualcuno ha fatto, parlare di «riabilitazione», perché Mazzolari e Milani non hanno mai subito punizioni canoniche – la loro ortodossia non fu mai in dubbio –, solo forti limitazioni alla libertà di parola (divieto di predicare, di parlare in pubblico e di scrivere senza autorizzazione ecclesiastica, alcune loro opere furono censurate dal Sant’Uffizio) per non aver supinamente accettato le direttive politiche di vescovi e di Curie totalmente allineate alla Democrazia cristiana. Si tratta però di un riconoscimento post mortem del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come diceva lo stesso Mazzolari – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia democristiana e conformista del secondo dopoguerra.

Che papa Francesco potesse salire a Barbiana era nell’aria, anche perché il prossimo 26 giugno ricorreranno cinquanta anni dalla morte di don Milani: nel maggio 2014, a sorpresa, lo citò come «grande educatore» durante un incontro a san Pietro con il mondo della scuola; domenica scorsa, inviando un messaggio al salone del libro di Milano dove si svolgeva la presentazione dell’Opera omnia di don Milani nei Meridiani Mondadori (v. notizie successive), Bergoglio ha parlato di Milani come di un prete dai «percorsi originali», «forse troppo avanzati», tali da creare «qualche attrito, qualche scintilla e qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza», «mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito». Toni morbidi, quindi, ma Francesco non ha minimizzato i conflitti che don Milani ebbe con la Curia fiorentina e romana, come ha invece sempre fatto il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, sia a proposito dell’esilio a Barbiana («una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza», v. Adista Notizie n. 1/17) o della censura ad Esperienze pastorali (v. Adista Notizie nn. 16 e 45/14 e Adista Segni Nuovi n. 18/14).

Inattesa, invece, la visita a Bozzolo, da Mazzolari. Fu interventista democratico e cappellano militare nella prima guerra mondiale, prima di rinnegare quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante il conflitto. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze». Antifascista (rifiutò di suonare le campane per Mussolini, fu aggredito dalle camicie nere), partigiano, credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nonviolento (pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica, che comunque ordinerà di ritirare il libro).

Per entrambi arriva ora il riconoscimento da parte del papa e, implicitamente, un mea culpa per i torti loro inflitti. Senza che questo li trasformi in innocui santini, almeno per ora, anche se il rischio potrebbe profilarsi.

«Siamo convinti – commenta il movimento Noi Siamo Chiesa – che Mazzolari e Milani non devono essere usati come immagine comoda, insieme a Turoldo, Balducci, La Pira, Bello ecc… per depotenziare il loro messaggio radicalmente evangelico che fu a suo tempo tanto avversato da quello stesso ambiente che ora batte le mani. Pensiamo che papa Francesco condivida questa nostra opinione e che dirà parole inequivocabili nei confronti delle tante ipocrisie ecclesiastiche di oggi»

Il papa al Cairo: «Estremisti di carità»

30 aprile 2017

“il manifesto”
30 aprile 2017

Luca Kocci

È stata una giornata interamente cattolica quella di ieri, che ha concluso la visita apostolica di papa Francesco in Egitto. Se infatti il primo giorno del viaggio, venerdì, era stato dedicato ai rapporti interreligiosi (visita all’università sunnita di Al-Azhar, incontro con il grande imam Ahmed al-Tayyib), ecumenici (incontro con Tawadros II, papa dei copti, e firma della Dichiarazione congiunta cattolici-copti) e politici (incontro con il presidente al-Sisi), ieri Francesco ha parlato prevalentemente alla minoranza dei cattolici.

In mattinata, davanti a trentamila fedeli, la celebrazione della messa all’Air defense stadium, il solo “bagno di folla” – sebbene piuttosto ridotto rispetto ad altre occasioni – della due giorni in Egitto. «L’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità», ha detto il papa in un’omelia tesa a richiamare all’essenzialità e al valore sociale della fede. «Non serve riempire i luoghi di culto e pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello», «è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita», ha ammonito Bergoglio. «La fede vera è quella che ci rende più onesti e più umani», che ci porta «a difendere e a vivere la cultura dell’incontro, del dialogo, del rispetto e della fratellanza», «a proteggere i diritti degli altri».

Nel pomeriggio, prima di salire sull’aereo che lo ha riportato a Ciampino – a bordo del quale si è tenuta la consueta conferenza stampa “volante”, il cui contenuto è stato diffuso mentre il giornale andava in stampa –, l’incontro con il clero, i religiosi, le religiose e i seminaristi al seminario patriarcale copto-cattolico di Maadi, ai quali il papa ha rivolto un discorso sulle «tentazioni» delle persone consacrate, che ha ripreso contenuti già espressi nelle udienze alla cardinali della curia romana o ai preti e religiosi italiani. Non bisogna cedere, ha invitato Francesco, alla «tentazione del pettegolezzo e dell’invidia», «dell’individualismo» e del «faraonismo».

Quale bilancio si può trarre al termine di un viaggio breve ma niente affatto semplice?

Per quanto riguarda i rapporti con il mondo musulmano, si può dire che con la visita del papa ad Al-Azhar, la più antica e alta istituzione teologica dell’Islam sunnita nel mondo, è stato definitivamente ricucito lo strappo provocato da papa Ratzinger nel 2006 con il famigerato discorso all’università di Ratisbona, nel quale – con una citazione tratta dagli scritti dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo – presentò l’islam come una religione della guerra (per contro ora potrebbe però aprirsi un nuovo scontro tutto interno al mondo cattolico, con i settori più conservatori che rimproverano a Francesco una eccessiva condiscendenza verso l’islam).

Passi di avvicinamento sono stati compiuti anche sul fronte del dialogo ecumenico: l’incontro di Francesco con il papa copto Tawadros II, il ricordo delle 47 vittime degli attacchi a due chiese copte nella domenica delle Palme e la firma della Dichiarazione congiunta cattolici-copti che ha ulteriormente ridotto le distanze che separano Roma e Alessandria d’Egitto, sebbene le due Chiese cristiane restino fra loro separate.

Più complicata l’analisi sul terreno scivoloso, un vero e proprio campo minato, della politica. Francesco, durante l’incontro con il presidente della Repubblica al-Sisi e con le autorità civili e militari del Paese, pur riconoscendo l’importante ruolo geopolitico dell’Egitto, ha sottolineato alcuni punti dolenti della situazione sociale egiziana, muovendo quindi qualche rilievo implicito al governo (bisogna rispettare «il principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza» e garantire il «rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo», ha detto Bergoglio). Ma non c’è stata nessuna contrapposizione, ed al-Sisi potrà incassare come successo personale e del governo la visita del papa. Come è emerso anche dalle parole che Ibrahim I. Sidrak, il patriarca di Alessandria dei copti, ha rivolto a Francesco al termine della messa allo stadio: «Rivolgiamo un grande grazie al presidente al-Sisi, per la sua iniziativa di invitarla in Egitto e per tutto quello che ha offerto per sostenere la realizzazione di questa visita e per il suo successo».

Per quanto riguarda il caso di Giulio Regeni (come si ricorderà i genitori di Giulio avevano chiesto al papa espressamnete di intercedere per la verità) – alcune fonti egiziane, come riportato ieri anche dal manifesto, avevano affermato che il papa o i diplomatici ne avevano parlato con al-Sisi – è da registrare la riposta fornita ieri all’Ansa dal portavoce della presidenza egiziana, Alaa Youssef: «Ciò che è stato esaminato in questo incontro (fra il papa e al-Sisi, ndr) è quello che è stato pubblicato nel comunicato ufficiale della presidenza». Che non cita né Regeni né questioni italiane.

[A giornale chiuso e ormai in stampa, arriva il resoconto della conferenza stampa tenuta dal papa Francesco durante il volo da Il Cairo a Roma. Ad una domanda sul caso di Giulio Regeni, così risponde il papa

Santità, nell’incontro con il presidente egiziano Al Sisi avete parlato di diritti umani e del caso di Giulio Regeni? Secondo lei, si arriverà alla verità?
«Su questo darò una risposta generale per arrivare al particolare. Quando sono con un capo di Stato in dialogo privato, rimane privato, a meno che non si sia d’accordo di rendere pubblico un punto. In Egitto ho avuto quattro dialoghi privati, con Al Sisi, il grande imam di Al Azhar, i patriarchi. E se è privato, credo che per rispetto si debba mantenere la riservatezza. Su Regeni io sono preoccupato. Dalla Santa Sede mi sono mosso su quel tema, perché anche i genitori me lo hanno chiesto. La Santa Sede si è mossa. Non dirò come, ma ci siamo mossi».]

Francesco in Egitto contro armi e povertà

29 aprile 2017

“il manifesto”
29 aprile 2017

Luca Kocci

I capi religiosi si impegnino a rimuovere e a «smascherare» la violenza del sacro. Una violenza che non significa solo terrorismo e guerre, ma anche «violazioni contro la dignità e i diritti umani» perpetrate «in nome di Dio».

È l’appello che papa Francesco ha rivolto ai partecipanti – leader religiosi e laici – alla conferenza internazionale per la pace al Conference center dell’università di Al-Azhar, la più antica e alta istituzione teologica dell’Islam sunnita nel mondo, uno dei momenti centrali del suo viaggio apostolico in Egitto, cominciato ieri e che si concluderà questo pomeriggio, con l’arrivo a Ciampino in serata.

Visita breve, poco più di 24 ore, ma importante, per le tappe e gli incontri che illustrano i tre significati della trasferta egiziana: interreligioso, appunto con la visita ad Al-Azhar e l’incontro con il grande imam Ahmed al-Tayyib; politico (incontro con il presidente al-Sisi) ed ecumenico, con la visita a Tawadros II, il papa dei copti, a tre settimane dagli attentati terroristici della domenica delle Palme che hanno colpito la comunità copta egiziana, e la firma di una Dichiarazione congiunta cattolici-copti.

«Un viaggio di unità e fratellanza», così lo ha presentato Francesco durante il volo che lo ha sbarcato al Cairo nel pomeriggio. E nel primo dei tre incontri della giornata, all’università di Al-Azhar, è stato ribadito il valore del dialogo e dell’impegno delle fedi contro la violenza e per la pace. «L’islam non è una religione del terrorismo», ha detto l’imam di Al-Azhar, sottolineando come tutte le religioni devono lavorare per la pace, l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani, «indipendentemente dalla fede o dal colore della pelle». Un appello al «dialogo sincero», pur nel rispetto delle «identità» di ciascuna religione – un segnale ai settori cattolici più conservatori che accusano il papa di eccessiva condiscendenza, soprattutto nei confronti dell’islam – rilanciato da Francesco per sconfiggere «la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza»: la «civiltà dell’incontro» è «l’unica alternativa» alla «inciviltà dello scontro». «Non uccidere», in questo tempo, è il «centro» dei dieci comandamenti consegnati a Mosè, ha aggiunto Francesco: «Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare», «non serve a nulla correre a riarmarsi per proteggersi, oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti, di pompieri e non di incendiari, di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione», spesso incarnati dai «populismi». Ma fondamento della pace resta la giustizia, uno dei caposaldi della dottrina sociale cattolica postconciliare: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace – ha concluso il papa – è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza», «è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate».

Lasciata Al-Azhar, il corteo papale – senza automobile blindata – ha raggiunto l’hotel Al-Màsah, dove Francesco ha incontrato il presidente della Repubblica al-Sisi e le autorità civili. Nessun cenno al caso Regeni nel discorso pubblico (c’è stato un passaggio dedicato alle «tante famiglie che piangono i loro figli», ma leggere in queste parole un riferimento a Regeni pare forzato), ma non è detto che il papa, o più facilmente le diplomazie, non lo abbiano fatto negli incontri privati. In ogni caso, al di là del riconoscimento dell’importante ruolo geopolitico dell’Egitto in uno scenario di «guerra mondiale a pezzi», il tono è sembrato di morbido richiamo al governo del Cairo: la pace «è un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza». Bergoglio ha ricordato per lotte popolari per un Egitto «dove non manchino a nessuno il pane, la libertà e la giustizia sociale» e ha auspicato il «rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà religiosa e di espressione».

La giornata si è conclusa nel segno dell’ecumenismo e del ricordo dei «martiri copti» – compresi i più recenti – con la visita a Tawadros II e la firma di una Dichiarazione congiunta che ricorda il cammino di avvicinamento fra cattolici e copti negli ultimi anni.