Archive for the ‘vaticano’ Category

«Migranti, la soluzione è l’accoglienza»

21 giugno 2018

“il manifesto”
21 giugno 2018

Luca Kocci

«I populismi non sono la soluzione al problema della migrazione», la soluzione è «l’accoglienza». In un’intervista all’agenzia Reuters, papa Francesco torna a parlare del tema delle migrazioni, in un periodo quanto mai teso: il caso della nave Aquarius con 629 migranti a bordo approdata a Valencia dopo essere stata respinta dal governo italiano ha fatto il giro del mondo; la denuncia – e le immagini – degli oltre duemila minori bloccati alla frontiera, separati e detenuti lontani dai genitori mentre dal Messico tentavano di entrare negli Stati Uniti ha provocato durissime condanne internazionali. E proprio mentre scriviamo arriva il dietrofront di Trump: «Firmerò un ordine esecutivo, riusciremo a tenere insieme le famiglie».

«Sulla situazione alla frontiera fra Usa e Messico io mi schiero con l’episcopato», spiega papa Francesco alla Reuters. Quindi per capire pienamente la risposta del pontefice – e le forti critiche di Bergoglio al presidente Trump, prima della retromarcia – bisogna leggere quello che avevano dichiarato i vescovi messicani e statunitensi, rilanciato anche dall’Osservatore Romano di ieri. «Le famiglie non devono essere separate», «genitori e figli hanno diritto di restare uniti», si legge in una nota del presidente della Conferenza episcopale messicana, cardinal José Francisco Robles Ortega. E il presidente della commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale Usa, monsignor Joe Steve Vásquez: dividere con la forza i bambini da madri e padri è contrario ai valori cattolici, «l’unità familiare è una pietra miliare del sistema di immigrazione americano e un elemento fondatore dell’insegnamento della Chiesa». «I bambini rifugiati appartengono alle loro famiglie, non al governo e ad altre istituzioni. Rubare i bambini ai loro genitori è un peccato grave, è immorale», ha tweetato l’arcivescovo di San Antonio (Usa) Gustavo Garcia-Siller.

Dagli Usa all’Europa. La Reuters sollecita il papa sulla vicenda della Aquarius e sull’azione del ministro Salvini. «Il populismo non risolve, quello che risolvono sono l’accoglienza, lo studio, la sistemazione la prudenza, perché la prudenza è una virtù del governo», non invece «la creazione della psicosi degli immigrati», risponde Francesco, invitando a guardare alla storia («l’Europa è stata fatta da immigrazioni») e all’attualità. «In Europa c’è un grande inverno demografico, diventerà vuota – prosegue –. C’è gente che arriva chiedendo aiuto, credo che non si debbano respingere le persone, si devono ricevere, aiutare e sistemare, accompagnare e poi vedere dove metterle, ma in tutta l’Europa», invece «noi rispediamo al mittente la gente che viene e queste persone finiscono nelle carceri e nelle reti dei trafficanti».

La questione è strutturale: «La gente scappa dalla guerra o dalla fame. Perché in Africa c’è fame? – si chiede Bergoglio –. Perché nel nostro inconscio collettivo c’è un moto che dice che l’Africa va sfruttata. Dobbiamo investire in Africa, ma investire ordinatamente e creare possibilità di lavoro, non andare per sfruttarla. Si concede l’indipendenza a un Paese africano, ma dal suolo in su, mentre il sottosuolo non è indipendente, e poi ci si lamenta perché gli africani affamati vengono qui. Queste sono ingiustizie. L’Europa deve fare un lavoro di educazione e investimenti in Africa per evitare l’immigrazione alla radice».

La Giornata internazionale del rifugiato (ieri) si chiude con un tweet di Francesco sul suo account @Pontifex_it: «La dignità della persona non dipende dal suo essere cittadino, migrante o rifugiato. Salvare la vita di chi scappa dalla guerra e dalla miseria è un atto di umanità». Il commento – uno dei tanti in realtà – di un fervente cattolico romano: «Detto tra noi hai rotto proprio le scatole con questi c**** di migranti!».

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Il papa pro life che parla come il ministro Fontana

17 giugno 2018

“il manifesto”
17 giugno 2018

Luca Kocci

Famiglia uomo-donna fondata sul matrimonio. No ad unioni “altre”. Aborto come pratica nazista.

Sembra il neo ministro leghista della famiglia Lorenzo Fontana («la famiglia è quella naturale, dove un bambino ha una mamma e un papà, le famiglie arcobaleno non esistono»), in realtà è papa Francesco che ieri, ricevendo in Vaticano il Forum delle associazioni familiari in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione, ha pronunciato un durissimo discorso in difesa della famiglia tradizionale e contro qualsiasi apertura ad altri tipi di unione.

«Oggi, fa male dirlo, si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia», ha detto il pontefice rivolgendosi ai partecipanti all’udienza accompagnati dal loro presidente, Gigi De Palo, già assessore capitolino alla famiglia della giunta Alemanno. «La parola famiglia è una parola analogica, perché si parla della famiglia delle stelle, degli alberi, degli animali. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola».

Dalla famiglia ai figli, all’aborto. «I figli sono il dono più grande, si accolgono come vengono, come Dio li manda, anche se a volte sono malati», ha aggiunto il papa. Eppure alcune coppie non li vogliono. «Una volta – ha esemplificato Bergoglio – ho incontrato due sposi da dieci anni, senza figli. Tante volte i figli si vogliono ma non vengono. Poi ho saputo che loro non li volevano. Ma queste persone a casa avevano tre cani, due gatti».

Di conseguenza l’aborto (a cui è dedicata l’apertura dell’Osservatore Romano di oggi: «Papa Francesco denuncia la piaga degli aborti selettivi») è un crimine gravissimo, paragonabile – secondo il papa – all’uccisione dei bambini malformati da parte degli spartani che li gettavano dal monte Taigete (questione storiograficamente controversa) e all’eugenetica nazista.

«Ho sentito dire – ha spiegato il pontefice – che è di moda, o almeno abituale, nei primi mesi di gravidanza fare certi esami, per vedere se il bambino non sta bene, o viene con qualche problema. La prima proposta in quel caso è: Lo mandiamo via?. L’omicidio dei bambini. Per avere una vita tranquilla, si fa fuori un innocente. La maestra ci diceva cosa facevano gli spartani quando nasceva un bambino con malformazioni: lo portavano sulla montagna e lo buttavano giù. Era un’atrocità. Oggi facciamo lo stesso. Perché non si vedono tanti nani per strada? Perché il protocollo di tanti medici (tanti, non tutti) è fare la domanda: “Viene male?”. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi».

Parole profondamente sentite da papa Francesco, che ha messo da parte il sobrio testo del discorso ufficiale («mi sembra un po’ freddo»), per parlare a ruota libera.

Come interpretare questo comportamento? Francesco ama assecondare il proprio uditorio. Raramente quando ha davanti religiosi (vedi i severi auguri di Natale ai cardinali di Curia), ma quasi sempre quando parla ai laici: pacifista con i pacifisti, indigenista con gli indigeni e, come ieri, pro life con le associazioni familiari. Soprattutto c’è da dire che in tema di morale familiare-sessuale – a differenza delle questioni sociali (migranti, disarmo) – le posizioni del papa sono incanalate nel solco della tradizione, e le apparenti aperture («chi sono io per giudicare un gay?») sono verbali, non sostanziali. Non si distanzia quindi dai suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger, se non per una minore insistenza sui temi «non negoziabili».

La retromarcia del papa sul Cile punisce il vescovo Barros. E non finisce qui

12 giugno 2018

“il manifesto”
12 giugno 2018

Luca Kocci

Papa Francesco ha rimosso dalla guida della diocesi di Osorno (Cile) il vescovo Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori da parte del suo “maestro”, padre Karadima.

Il “caso Barros” aveva fatto esplodere lo scandalo pedofilia in Cile (80 preti coinvolti), che Francesco aveva affrontato con superficialità, minimizzando le responsabilità («non ci sono prove, sono tutte calunnie», aveva detto a gennaio in Cile). Fino a quando l’indagine del suo inviato, mons. Scicluna, non ha rivelato le evidenze di abusi e coperture che hanno spinto il papa alla retromarcia: ha ricevuto le vittime e ha convocato in Vaticano i vescovi cileni, che a maggio hanno presentato le dimissioni.

Oltre a Barros, Francesco ha rimosso altri due vescovi, formalmente per raggiunti limiti di età (75 anni): Caro (di Puerto Montt) e Duarte (di Valparaíso), quest’ultimo accusato di comportamenti scorretti da alcuni ex seminaristi.

La vicenda non è conclusa. Scicluna è di nuovo in Cile per un supplemento di indagine. Si attende la rimozione di altre tre vescovi insabbiatori e “discepoli” di Karadima e forse di due cardinali over 75: Ezzati (vescovo di Santiago) ed Errázuriz, fra i consiglieri di papa Francesco.

La Chiesa irlandese è screditata e a Roma sono in lutto

27 maggio 2018

“il manifesto”
27 maggio 2018

Luca Kocci

«Non c’è nessuna vittoria da cantare e tanto meno da gioire, tutto ciò che in qualche modo facilita il lavoro sporco della morte non ci rende particolarmente lieti».

È dura la reazione del Vaticano al risultato del referendum che legalizza l’aborto in Irlanda. Viene affidata a monsignor Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, che rilascia una dichiarazione a Vatican News, il portale di informazione della Santa sede.

L’esito del voto irlandese «ci deve spingere ancora di più non solo a difendere la vita, ma a promuoverla e accompagnarla, creando le condizioni perché non si avverino, non avvengano decisioni drammatiche, perché è sempre un dramma quando si decide di interrompere una vita», prosegue Paglia, secondo cui «c’è nell’aria un atteggiamento di individualismo che oscura e spinge a dimenticare i diritti di tutti, compreso quello di chi deve nascere». Invece «è indispensabile affermare i diritti di ciascuno, soprattutto dei più deboli, assieme al dovere di accompagnare, di sostenere, senza abbandonare mai nessuno. È una cultura che va promossa contro un iper-individualismo che porta a considerare solo il benessere individuale».

La Santa sede è intervenuta anche con monsignor Jurkovič, osservatore vaticano presso l’Onu alla 71.ma assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità in corso a Ginevra e dedicata all’esame della strategia globale per la salute di donne, bambini e adolescenti. Nessun riferimento al referendum irlandese, ma le parole di Jurkovič sono state chiare: «La Santa Sede si oppone fermamente a qualsiasi sforzo delle Nazioni Unite o delle sue agenzie specializzate teso a promuovere legislazioni nazionali che permettano di uccidere la vita del nascituro», ha detto il rappresentante vaticano all’Onu, ribadendo che «la Santa Sede non considera l’aborto» una misura «per la salute riproduttiva» e anzi ritiene «contraddittorio l’aborto sicuro: è un mezzo per “proteggere” i diritti umani di donne e bambini quando di fatto esso nega al nascituro il diritto più fondamentale, quello alla vita».

L’intervento di Jurkovič è riportato dall’Osservatore Romano di oggi, all’interno di una scarna notizia che dà conto del risultato del referendum irlandese, e quindi può essere considerata la posizione ufficiale di Oltretevere.

Profilo più basso, invece, da parte dei vescovi irlandesi, dopo che a marzo la stessa Conferenza episcopale aveva dichiarato di ritenere inopportuno il sostegno al referendum. Ovviamente hanno fatto campagna elettorale per il no fino al giorno prima del referendum, quando monsignor Martin, arcivescovo di Armagh e primate di Irlanda, ha invitato i fedeli a «scegliere la vita» (unica eccezione il vescovo di Limerick, monsignor Kearon, che ha annunciato di votare per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, sebbene approvi l’aborto solo in casi gravi come stupro, incesto o pericolo di morte per la donna). Ma senza i toni da crociata del passato, utilizzati invece dalle organizzazioni pro-life.

Del resto in Irlanda la Chiesa cattolica appare piuttosto screditata per i numerosi scandali di pedofilia ed è reduce da due sconfitte nell’ultimo ventennio: i referendum che hanno approvato il divorzio nel 1995 (di stretta misura) e il matrimonio omosessuale nel 2015 (62% di sì). E ora l’aborto, con una percentuale di favorevoli ancora più alta. Segno che la secolarizzazione avanza a grandi passi anche nella (ex) cattolicissima Irlanda, dove ad agosto è atteso papa Francesco per l’incontro mondiale delle famiglie.

Australia, condannato per abusi sessuali monsignor Wilson

23 maggio 2018

“il manifesto”
23 maggio 2018

Luca Kocci

Non si è ancora chiuso il caso Cile, che un nuovo scandalo di pedofilia del clero ha investito la Chiesa cattolica, stavolta in Australia.

Ieri il tribunale penale di Newcastle (nel New South Wales, a 160 chilometri da Sidney) ha riconosciuto monsignor Philip Wilson, arcivescovo di Adelaide e vicepresidente della Conferenza episcopale australiana, colpevole di aver nascosto gli abusi sessuali su giovanissimi chierichetti compiuti da un altro prete, James Fletcher (a sua volta già condannato e morto in carcere nel 2006, all’età di 65 anni). A giugno verrà resa nota la sentenza. Monsignor Wilson, 67 anni, che conquista il record mondiale del prelato cattolico più alto in grado finora condannato per questo reato, rischia una pena fino a due anni di reclusione.

I fatti risalgono agli anni ‘70 e ‘80, quando sia Wilson che Fletcher esercitavano il ministero nella diocesi di Maitland-Newcastle. Fletcher viene accusato di aver commesso abusi sessuali su almeno quattro minori e nel 2005 è condannato ad otto anni di reclusione per aver abusato di un chierichetto di 13 anni tra il 1989 e il 1991. Monsignor Wilson sapeva – questa l’accusa di alcune delle vittime che hanno portato l’arcivescovo in tribunale – ma ha sempre taciuto, coprendo l’altro prete. Il mese scorso, durante il processo in cui era imputato, Wilson ha negato davanti ai giudici che gli ex chierichetti gli avessero mai detto di essere stati abusati sessualmente da Fletcher, adducendo come giustificazione l’Alzheimer, di cui il prelato soffre. Ma i magistrati non gli hanno creduto e ieri è arrivata la condanna.

Momentaneamente Wilson resta libero su cauzione, dovrà presentarsi in tribunale il prossimo 19 giugno, quando verrà resa nota la sentenza.

«L’arcivescovo Philip Wilson è stato dichiarato colpevole per non aver informato la polizia in merito alle accuse di abusi sessuali su minori, non è ancora chiaro se farà appello al verdetto», ha spiegato in una nota monsignor Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane e presidente della Conferenza episcopale australiana, il quale ha poi ribadito che «la Chiesa cattolica australiana, come altre istituzioni, ha imparato molto sulla tragedia degli abusi sessuali su minori e ha implementato programmi, politiche e procedure più forti per proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili». Il riferimento è alla grande inchiesta nazionale della Commissione governativa australiana – oltre a quelle di diversi tribunali locali – che per cinque anni, fino all’estate scorsa, ha indagato sugli abusi sui minori commessi all’interno di organizzazioni laiche, scuole, società sportive ma anche da parte di preti e religiosi in tutta l’Australia (decine di migliaia di casi tra il 1950 e il 2010).

Se la condanna di Wilson ha provocato un piccolo terremoto, a breve la Chiesa australiana potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami i cui effetti arriverebbero direttamente in Vaticano.

Lo scorso primo maggio, infatti, ad essere rinviato a giudizio per diversi casi di abusi su minori che sarebbero avvenuti tra gli anni ‘70 e ‘80 a Ballarat e a cavallo del 2000 a Melbourne è stato il cardinale George Pell, che papa Francesco prima ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia, di fatto il numero tre di Oltretevere) e poi messo temporaneamente “in congedo” ed inviato in Australia per affrontare il processo penale a suo carico. E questo, ovvero la collaborazione con le autorità civili che spesso non viene favorita, resta il nodo principale della questione pedofilia nella Chiesa.

Presto arriverà la sentenza. La condanna di Wilson da parte del tribunale di Newcastle è un precedente significativo, non come viatico di colpevolezza anche per Pell, ma come dimostrazione che la giustizia australiana non ha avuto alcuna remora a sanzionare il numero due della gerarchia cattolica dell’isola.

Nei prossimi giorni, poi, arriveranno anche le decisioni del papa sul caso Cile. Dopo alcuni “scivoloni” da parte di Francesco – che ha difeso ad oltranza il vescovo Barros, accusato di aver coperto un prete pedofilo “seriale” –, le indagini del suo inviato in Cile (monsignor Scicluna, vescovo di Malta) hanno svelato numerosi casi di pedofilia e il coinvolgimento di diversi preti e vescovi. Convocati in Vaticano la scorsa settimana e accusati dallo stesso Francesco di «gravissime negligenze nella protezione dei bambini» (mancate denunce, spostamento di preti pedofili da una diocesi all’altra) e di occultamento di prove («documenti distrutti»), i 34 vescovi cileni, fra cui due cardinali, si sono dimessi quasi in blocco (tutti meno cinque). Ora toccherà al papa decidere chi lasciare al proprio posto e chi invece allontanare dall’incarico.

Pedofilia in Cile, l’esame del papa

13 maggio 2018

“il manifesto”
13 maggio 2018

Luca Kocci

Tre giorni a porte chiuse fra papa Francesco e i vescovi cileni, dal 15 al 17 maggio, per affrontare i numerosi casi di pedofilia verificatisi nel Paese andino negli ultimi anni e che hanno avuto come protagonisti decine di preti e religiosi. È probabile che salterà qualche testa: quella del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros – il principale imputato –, ma anche quelle di altri vescovi e prelati le cui responsabilità e silenzi complici sono stati evidenziati dalle indagini portate avanti dagli inviati speciali del papa in Cile, monsignor Scicluna (arcivescovo di Malta) e don Bertomeu (della Congregazione per la dottrina della fede).

L’annuncio della riunione riservata fra Francesco e i vescovi cileni – nell’aria da settimane – è arrivato ieri dalla sala  stampa della Santa sede. Il papa, si legge nel comunicato, «richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime». Parteciperanno 31 vescovi in attività (in tutto sono 33) più due emeriti (in pensione), e il papa sarà affiancato dal cardinal Ouellet, prefetto della Congregazione vaticana per i vescovi, il dicastero che sovraintende ai vescovi di tutto il mondo. L’obiettivo è «discernere insieme», spiega il comunicato, «la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori» che «sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi».

La storia degli abusi sessuali in Cile non comincia oggi, ma è piuttosto vecchia, sebbene sia sempre stata nascosta sotto il tappeto. Ed è stata aggravata dallo stesso Francesco, che evidentemente si è reso conto degli errori commessi e che, dopo aver chiesto pubblicamente scusa, sembra ora intenzionato a correre ai ripari.

Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Lo scandalo però è esploso nel 2011, quando la Santa sede ha condannato don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, pedofilo seriale colpevole di numerosi abusi su minori. E soprattutto quando papa Francesco ha promosso da ordinario militare a vescovo di Osorno monsignor Barros, “discepolo” di Karadima, da molti accusato (insieme ad almeno altri tre vescovi) di essere stato a conoscenza delle violenze compiute dal suo maestro.

In Cile, in particolare ad Osorno, è montata la protesta dei fedeli. Francesco non solo non è riuscito a placare le contestazioni, ma anzi ha contribuito ad amplificarle. Prima nel maggio 2017 quando, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda». Poi a gennaio di quest’anno, durante il viaggio in Cile, quando ha ribadito ai giornalisti che contro Barros «non c’è una prova, sono tutte calunnie». Affermazione grave (criticata persino dal cardinale statunitense O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco), parzialmente corretta durante il volo di ritorno da Lima a Roma ma in maniera maldestra: «La parola “prova” non era la migliore, parlerei piuttosto di “evidenza”».

Subito dopo Francesco deve essersi accorto di averla combinata grossa e così ha inviato in Cile due “investigatori” (Scicluna e Bertomeu) che, dopo aver sentito oltre sessanta testimoni, hanno presentato al papa un dossier che ha ribaltato la situazione. Tanto che ad inizio aprile Francesco ha convocato a Roma alcuni vescovi cileni e ha consegnato loro una lettera di mea culpa. «Riconosco che sono incorso in gravi sbagli di valutazione e di percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata», ha ammesso il papa, puntando implicitamente il dito contro chi avrebbe dovuto fornirgli notizie autentiche e non l’ha fatto, come il cardinal Errazuriz (membro del C9, il consiglio dei cardinali che sta lavorando con Francesco alla riforma della Curia romana) e il nunzio in Cile, monsignor Scapolo, grande sponsor di Barros. E alla fine di aprile ha ospitato in Vaticano tre vittime del prete pedofilo Karadima, che hanno accolto le scuse di Francesco ma hanno anche detto di aspettarsi ora delle misure severe nei confronti di tutti i colpevoli: i vescovi che hanno coperto gli abusi e i preti che li hanno commessi.

La prossima settimana la resa dei conti in Vaticano con un episcopato cileno più diviso e lacerato che mai.

L’Osservatore Romano condanna: rappresaglia atlantica senza prove

15 aprile 2018

“il manifesto”
15 aprile 2018

Luca Kocci

Una «rappresaglia» contro Bashar Al Assad da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. È netto il giudizio del Vaticano sui bombardamenti in Siria della scorsa notte, affidato all’articolo di apertura dell’Osservatore Romano di oggi. «Il presidente degli Stati Uniti ha sciolto le riserve e, a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma, ha ordinato la rappresaglia in stretto coordinamento con Londra e Parigi», si legge nell’apertura del quotidiano della Santa sede che titola a tutta pagina «Missili sulla Siria».

Nessuna parola da parte di papa Francesco, ma molto probabilmente le dirà oggi, durante il Regina coeli da piazza San Pietro. Del resto in passato Bergoglio, oltre a denunciare le guerre in corso («una terza guerra mondiale a pezzi») e il proliferare delle armi, è spesso intervenuto sulla Siria, per condannare la repressione e la guerra ma anche per scongiurare un attacco militare contro Damasco.

L’ultima volta domenica scorsa, da piazza San Pietro, all’indomani della strage di Douma: «Giungono dalla Siria notizie terribili di bombardamenti con decine di vittime, di cui molte sono donne e bambini, di tante persone colpite dagli effetti di sostanze chimiche contenute nelle bombe. Non c’è una guerra buona e una cattiva, e niente, niente può giustificare l’uso di tali strumenti di sterminio contro persone e popolazioni inermi. Preghiamo perché i responsabili politici e militari scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non sia quella della morte e della distruzione».

La prima cinque anni fa, quando sembrava imminente un intervento armato occidentale contro la Siria: in estate scrisse ai leader del G20 riuniti a San Pietroburgo per chiedere ai “grandi” di «abbandonare ogni vana pretesa di una soluzione militare» in Siria; poi promosse una giornata di digiuno e una veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro (7 settembre 2013) in particolare per la Siria. Allora i bombardieri non decollarono. Questa notte invece i missili sono partiti.

Se il papa per ora tace, parlano invece i vescovi siriani. «È sorprendente che l’attacco sia avvenuto proprio mentre stava per iniziare la missione degli ispettori dell’Onu chiamati ad indagare sull’uso delle armi chimiche attribuito al regime di Damasco», ha detto ai microfoni di Radio Vaticana e Tv2000 monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. I Paesi occidentali, che alimentano «il commercio delle armi», «attaccano per dimostrare che la forza e il potere sono nelle loro mani». Secondo il vescovo di Aleppo, la Siria sta pagando «gli effetti del conflitto fra Stati Uniti e Russia» e, a livello regionale, «della guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran». Monsignor Audo nutre forti dubbi sul fatto che l’attacco chimico a Duma sia opera del regime siriano: «Come è possibile che Assad – si chiede – abbia usato armi chimiche mentre il suo esercito ha riconquistato la regione di Ghouta? Non è logico». Spera «che sia fatta luce su tutto ed emerga la verità, non come hanno fatto con l’Iraq in cui hanno distrutto il Paese dicendo che c’erano le armi chimiche». E si augura che Usa e Russia «raggiungano un accordo per una vera pace».

Durissimo il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen: «Con questi missili hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l’ottavo, che si combatte sul suolo siriano, e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto». Gli esperti dovranno indagare «sul presunto attacco chimico a Douma, ma dopo questi raid sarà tutto più difficile», constata monsignor Abou Khazen. «Intanto cresce la sofferenza della popolazione che chiede pace e in cambio ottiene bombe e missili. La gente si aspettava qualcosa di simile e purtroppo è avvenuto». L’auspicio del vicario apostolico di Aleppo è che «questi attacchi non si allarghino anche in altri luoghi della regione, perché sarebbe davvero pericoloso e tutto potrebbe sfuggire di mano. Serve una soluzione condivisa da raggiungere senza menzogne».

Arrestato in Vaticano con l’accusa di pedopornografia monsignor Capella

8 aprile 2018

“il manifesto”
8 aprile 2018

Luca Kocci

È stato arrestato ieri in Vaticano dalla gendarmeria pontificia monsignor Carlo Alberto Capella, fino a pochi mesi fa secondo segretario della nunziatura apostolica a Washington. L’accusa è grave: pedopornografia. I reati sarebbero stati commessi in Usa e in Canada, in occasione di un viaggio in Ontario nel periodo in cui il prelato lavorava appunto all’ambasciata vaticana nella capitale degli Stati Uniti.

Ne ha dato notizia un comunicato della sala stampa della Santa sede in cui si informa che, «su proposta del promotore di giustizia» (una sorta di pubblico ministero), «il giudice istruttore del tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di mons. Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla gendarmeria vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria».

L’ordine di arresto è stato emanato dal promotore di giustizia vaticano sulla base dell’articolo 10 del codice penale pontificio, che punisce «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, trasmette, importa, esporta, offre, vende o detiene per tali fini materiale pedopornografico, o distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori». Ovvero pedopornografia

L’arresto di monsignor Capella non giunge come il proverbiale fulmine a ciel sereno. Il diplomatico vaticano, infatti, era sotto indagine della magistratura pontificia – ma anche di quella statunitense e canadese – già da diversi mesi.

La prima segnalazione era arrivata dal Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini della polizia canadese. Capella era indiziato di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, diffuso in rete durante un soggiorno che il prelato aveva effettuato in Canada tra il 24 e il 27 dicembre 2016, utilizzando il computer di una parrocchia di Windsor (Ontario), a cui si era risaliti mediante l’indirizzo Ip. Poi il 21 agosto 2017, per via diplomatica, il Dipartimento di Stato Usa – Paese nel quale Capella lavorava – aveva notificato al Vaticano la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte del diplomatico. E la Santa sede, poco prima che in Canada fosse emesso anche un ordine di arresto, aveva richiamato il prete in Vaticano, «secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani», come precisato in una nota della sala stampa datata 15 settembre 2017, aprendo contestualmente un’indagine, in collaborazione con le autorità canadesi e statunitensi.

L’inchiesta ora si è chiusa, e per Capella è scattato l’arresto. Se sarà rinviato a giudizio, come appare molto probabile, verrà processato in Vaticano. Rischia una pena da uno a cinque anni di reclusione e una multa da 2.500 a 50mila, che potrà essere aumentata perché il materiale pedopornografico detenuto e diffuso sembra di «ingente quantità». Resterà però da vedere come si comporterà la Santa sede se da Usa e Canada arriverà la richiesta di processare Capella: lo spedirà oltreoceano a rispondere ai magistrati oppure, essendo stato giudicato in Vaticano, considererà chiusa la questione? In tal caso, allora, invece di “tolleranza zero”, sarebbe più corretto parlare di processo entro le mura vaticane per sottrarre un proprio diplomatico alla giustizia canadese. Ma ora è presto per dirlo.

A breve per la Santa sede potrebbe aprirsi anche un altro fronte, stavolta nel Pacifico. Nei prossimi giorni, infatti, il tribunale australiano di Melbourne dovrà decidere se incriminare per pedofilia il cardinale George Pell. Formalmente Pell è ancora prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia), ma papa Francesco ha congelato il suo incarico e lo ha inviato in Australia per rispondere ai magistrati. Il cardinale nelle scorse settimane è stato interrogato in aula. Dopo il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e subito dopo i giudici decideranno se ritenere Pell estraneo alle accuse oppure andare avanti con il processo. In quest’ultimo caso per la Santa sede sarebbe un vero e proprio terremoto.

L’editoria punta sulla figura di papa Francesco, oltre il dibattito sull’inferno

31 marzo 2018

“il manifesto”
31 marzo 2018

Luca Kocci

In un momento in cui si riapre il dibattito fra difensori e detrattori dell’inferno (fra questi ultimi ci sarebbe anche il pontefice, “intervistato” da Eugenio Scalfari), gli anniversari sono spesso occasioni per fare il punto su un evento che, a torto o a ragione, ha segnato una discontinuità nella storia, tanto più se, essendo ancora in corso, disegna anche un’ipotesi di futuro.

Il quinto anniversario dell’elezione di papa Francesco (13 marzo 2018) non è sfuggito a questa prassi: sui banchi del mercato editoriale sono comparsi molti titoli sui cinque anni di pontificato. Dai libri apologetici che rafforzano la papolatria già piuttosto diffusa, a quelli che tentano analisi più accurate.

Resta centrale la domanda dello storico Andrea Riccardi – nel volume da lui curato Il cristianesimo al tempo di papa Francesco, Laterza, pp. 375, € 22 – su «quanto il tempo di papa Francesco inciderà nella storia di lungo periodo del cattolicesimo. L’aspettativa dei settori critici è che il suo pontificato rappresenti una parentesi. Tuttavia è una stagione intensa, che può dar luogo a un profondo cambiamento».

Il tema è quello della «rivoluzione» – vera, finta o presunta – di Francesco, a cui i cardinali che lo hanno eletto («gli insofferenti alla Curia, gli stanchi dell’insistenza sui “valori”, gli estimatori della sua figura spirituale») hanno chiesto «una riforma della Curia». Ma Bergoglio, scrive Riccardi, più che un riformatore, è un comunicatore, che mette tra parentesi gli interventi strutturali e parla «della fede e della vita delle gente», anche perché «non ha una cultura istituzionale», né si vede «un disegno organico attorno alla riforma del governo romano».

«Francesco ha innescato nuovi percorsi senza sapere esattamente cosa avrebbero prodotto, mostrando di avere un’idea chiara sulla direzione in cui bisognava andare» ma «senza definire la strada per arrivarci», aggiunge lo storico Agostino Giovagnoli, in un altro contributo del volume (che raccoglie, fra i tanti, saggi degli storici “di sant’Egidio” Gianni La Bella sull’America latina e il “laboratorio argentino”, Marco Impagliazzo su cristianesimo e islam, Roberto Morozzo della Rocca sul ruolo diplomatico della Santa sede; di Massimo Faggioli sui laici e di Marinella Perroni sulle donne). Quella di Francesco, scrive Riccardi, non è una rivoluzione istituzionale, ma «culturale», che «attende una risposta dalle periferie, dalla base e dai vari attori ecclesiali».

Dal punto di vista strutturale, quindi, nella Chiesa cattolica è cambiato poco. Lo afferma, con un’analisi spietata, il sociologo Marco Marzano (La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata, Laterza, pp. 163, € 18). Un volume che introduce numerosi spunti di riflessione critica, sebbene talvolta rischi di semplificare eccessivamente complessità e tortuosità di un’istituzione con duemila anni di storia che non può essere assimilata ad una qualsiasi organizzazione sociale.

Il punto di partenza di Marzano è la distanza fra la narrazione del «papa rivoluzionario» e la reale azione su quattro temi decisivi: riforma della Curia, mutamento delle norme etiche sulla vita sessuale e affettiva, abolizione del celibato obbligatorio del clero, condizione delle donne nella Chiesa. Aspetti sui quali gli interventi di Francesco non hanno prodotto modifiche, tranne minimi aggiornamento sulla possibilità di accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati. Diagnosi indiscutibile, anche se vengono trascurati altri aspetti, irrilevanti sul piano strutturale, ma che hanno spostato l’asse della Chiesa dalla dottrina al sociale.

La Chiesa non può cambiare. Secondo Marzano questo è accaduto solo in tempi di crisi (nel ‘500, con il Concilio di Trento, in risposta alla Riforma protestante), e quella odierna non è una fase di crisi: la Chiesa cattolica arranca nelle società secolarizzate di Europa e America, ma cresce in Africa e Asia. E in realtà Francesco non vuole cambiare un’istituzione che «mostra una naturale tendenza verso l’inerzia, la stabilità e la conservazione». Più che da riformatore agisce da «distrattore»: mostra attenzione ai temi economico-sociali (rimanendo però saldamente ancorato alla Dottrina sociale della Chiesa) e pratica una indifferenziata «politica dell’amicizia», fuori (luterani e ortodossi) e dentro (lefebvriani e teologi della liberazione, secondo Marzano ormai «sconfitti e ridotti all’assoluta irrilevanza») le mura della Chiesa. Azioni che fungono da «surrogato» e da «freno per la riforma strutturale dell’istituzione» e che confondono i riformisti, anch’essi soggiogati da un «papismo» che agisce come «trappola cognitiva» che «allontana e distoglie dalla verità».

Lettera di Ratzinger sbianchettata: si dimette monsignor Viganò

22 marzo 2018

“il manifesto”
22 marzo 2018

Luca Kocci

Terremoto nel sistema dei media vaticani. Si è dimesso dall’incarico di prefetto della Segreteria per la comunicazione il potente monsignor Dario Edoardo Viganò. Papa Francesco ha immediatamente accolto – sebbene la lettera di risposta del pontefice dica «non senza qualche fatica» – la decisione del ministro vaticano delle comunicazioni di «compiere un passo indietro».

Le dimissioni non sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Al contrario sembravano inevitabili dopo il caos provocato dalla stesso Viganò e fatto esplodere da Settimo cielo, il blog del vaticanista ratzingeriano-ruiniano Sandro Magister, imbeccato, come già capitato in altre occasioni, da gole profonde e da anonime “manine” che abitano i sacri palazzi e che non amano particolarmente papa Francesco.

La vicenda è un concentrato di ingenuità goffe e maldestre e di tentativi di mettere toppe che si sono rivelate peggiori dei buchi da parte di monsignor Viganò, studioso ed esperto di cinema che, nel giugno 2015, lo stesso papa Francesco mette a capo della neonata Segreteria per la comunicazione, il nuovo superdicastero che centralizza e assume il controllo di tutti i media vaticani: quotidiano (Osservatore Romano), Radio Vaticana, Centro televisivo vaticano, casa editrice (Lev), servizio internet e sala stampa.

A gennaio Viganò scrive una lettera a Ratzinger, chiedendogli un’introduzione ad una nuova collana di libri (editi dalla Lev) dedicati alla teologia di papa Francesco. Una richiesta sgangherata, che si spiega solo con l’intenzione di Viganò di voler avvalorare la tesi della continuità Ratzinger-Bergoglio: il papa emerito, da tutti considerato eminente teologo, che scrive la prefazione ad un’opera dedicata alla teologia di Francesco – al contrario bollato dagli oppositori come teologo di scarso valore – in un colpo solo neutralizza i giudizi poco lusinghieri sul ridotto spessore teologico di Bergoglio, pone fine alla narrazione della contrapposizione Ratzinger-Bergoglio e sancisce la assoluta continuità teologico-pastorale Benedetto XVI-Francesco.

L’operazione sembra funzionare alla perfezione quando il 12 marzo, alla vigilia dell’anniversario del quinto anno di pontificato di Francesco, alla presentazione della collana della Lev, Viganò legge la lettera di Ratzinger (datata 7 febbraio, quindi conservata nei cassetti per oltre un mese) in cui il papa emerito declina l’invito, in maniera peraltro non particolarmente elegante («non mi sento di scrivere una breve e densa pagina teologica» perché «per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro», un passaggio letto da Viganò ma omesso nel comunicato stampa diffuso ai media dalla segreteria per la comunicazione), ma esprime un giudizio lusinghiero sul suo successore: «Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano, a ragione, che papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento».

Viganò però aveva usato il bianchetto. Dalla lettera di Ratzinger aveva infatti omesso un paragrafo molto critico, non tanto nei confronti di Francesco, quanto verso l’operazione editoriale della segreteria per la comunicazione, che aveva scelto di pubblicare nella collana anche un «volumetto» di un teologo tedesco, Peter Hünermann, forte oppositore di Ratzinger e prima ancora di Wojtyla. «Vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hunermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali», aveva scritto Raztinger nel passaggio censurato da Viganò.

Una “manina”, evidentemente molto vicina a Ratzinger – dal momento che la lettera era bollata come «personale riservata» –, passa la lettera a Magister che la pubblica integralmente sul suo blog. Dopo qualche ora la sala stampa vaticana è costretta a pubblicare tutta la lettera, compresa la parte censurata. E a questo punto a Viganò non resta che presentare le proprie dimissioni a Francesco. Fra i sacri palazzi le lotte continuano.