Archive for the ‘vaticano’ Category

Il papa e il sultano: la guerra divide, Gerusalemme unisce

6 febbraio 2018

“il manifesto”
6 febbraio 2018

Luca Kocci

Uniti su Gerusalemme, divisi su tutto il resto.

Può essere sintetizzato così l’incontro che si è svolto ieri mattina in Vaticano fra papa Francesco e Recep Tayyip Erdoğan. Un’udienza fortemente voluta dal presidente turco (l’ultima visita di un capo di Stato risale a 59 anni fa, con papa Giovanni XXIII), che ha avviato i primi contatti con la Santa sede all’indomani della decisione del presidente Usa Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Erdogan sapeva di essere in sintonia con il pontefice sulla questione Gerusalemme e sul suo status internazionale, in netta opposizione a Trump, e su questo ha cercato una sponda Oltretevere. Anche per tentare di nascondere altri temi, sui quali, invece, la distanza fra Santa sede e Repubblica turca è ampia.

L’apice delle tensioni fra Francesco ed Ankara si toccò nell’aprile 2015, centenario del genocidio degli Armeni perpetrato dagli ottomani, quando il papa chiamò il «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), «il primo genocidio del XX secolo». Immediate le reazioni turche: Erdogan fece convocare il nunzio apostolico per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa. Ma Santa sede e Turchia sono lontani anche su altre questioni, in parte affrontate nel colloquio di ieri: la guerra, i migranti, i diritti umani.

La tensione era emersa già nei giorni precedenti l’arrivo di Erdogan. Domenica, a Torino, alcuni esponenti dei centri sociali hanno interrotto per pochi minuti la messa in una parrocchia, srotolando uno striscione davanti l’altare («Erdogan ha le mani sporche di sangue») e leggendo un breve testo: «Il papa e le più alte cariche dello Stato italiano incontreranno Erdogan, dittatore della Turchia, che da 15 giorni ha lanciato ad Afrin, nella Siria del nord, l’operazione “Ramoscello d’ulivo”: il simbolo di pace dei cristiani per coprire una grande operazione militare con bombardamenti e un importante dispiegamento di forze di terra». E a piazza San Pietro, poco prima dell’Angelus, le forze dell’ordine hanno bloccato cinque cittadini curdi che volevano entrare in piazza con bandiere e striscioni.

L’incontro di ieri è stato blindatissimo. E il comunicato della sala stampa della Santa sede più laconico e asettico del solito. Segno della volontà, da parte dell’entourage del papa, di tenere un profilo basso, per non enfatizzare un’udienza “scomoda” e per non alimentare nuove tensioni con la Turchia, in nome della realpolitik vaticana.

Alla vigilia dell’incontro, due appelli – uno di Articolo 21 ed altre associazioni e un altro di vari esponenti della sinistra (Nicola Fratoianni, Luca Casarini, Gianfranco Bettin e altri) – avevano chiesto al pontefice di «affrontare in modo franco la questione del rispetto dei diritti umani» e di «richiamare Erdogan affinché cessi la campagna militare intrapresa contro i curdi in Siria e interrompa la spirale repressiva e di terrore intrapresa nel suo Paese».

Francesco qualche appunto ad Erdogan l’ha fatto, sebbene per trovarlo bisogna leggere fra le righe del comunicato della Santa sede, cogliendo quello non c’è scritto: «Nel corso dei cordiali colloqui», si legge, «si è parlato della situazione del Paese, della condizione della comunità cattolica, dell’impegno di accoglienza dei numerosi profughi e delle sfide ad esso collegate. Ci si è poi soffermati sulla situazione in Medio Oriente, con particolare riferimento allo statuto di Gerusalemme, evidenziando la necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale». Più chiaro il messaggio contenuto nei doni di Francesco ad Erdogan: un medaglione che raffigura «un angelo della pace che strangola il demone della guerra, simbolo di un mondo basato sulla pace e la giustizia». Insieme all’enciclica Laudato si’ e al messaggio per la Giornata della pace, dedicato alla nonviolenza.

Traduzione: siamo d’accordo sul fatto che Gerusalemme mantenga uno status internazionale, ma non sul resto, ovvero sulla gestione della questione migranti, sul rispetto dei diritti umani e sulla guerra contro i curdi in Siria.

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Pedofilia, Bergoglio si scusa ma su Barros non torna indietro

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Ha chiesto scusa alle vittime dei preti pedofili per le parole «infelici» usate in Cile, ma papa Francesco si è infilato in un vicolo cieco da cui non riesce ad uscire – nemmeno con la sottigliezza gesuitica con la quale distingue le «prove» dalle «evidenze» – e che sta minando profondamente la sua immagine di fautore della «tolleranza zero» (dice di aver ricevuto 25-30 domande di grazia da preti pedofili e di non averne firmato nessuna) e, più in generale, di pontefice dalla parte delle vittime sempre e comunque.

Ieri, durante la conferenza stampa sull’aereo che da Lima lo ha riportato a Roma dopo il viaggio apostolico in Cile e Perù, c’è stata un’ulteriore puntata del caso di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno (Cile) che, nonostante da più parti sia accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori dell’anziano ex parroco don Fernando Karadima (di cui Barros è stato discepolo), Francesco difende a spada tratta, sebbene le associazioni delle vittime e mezza diocesi ne chiedano la rimozione. Come ha fatto, per esempio, nel suo ultimo giorno in Cile, a Iquique, rispondendo ai giornalisti: «Quando mi porteranno una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò. Fino ad ora non c’è una prova, sono tutte calunnie». Tanto da prendersi anche i rimproveri del cardinale statunitense Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco (appena “scaduta”, verrà rinnovata a giorni) e vescovo di Boston, inviato lì per “fare pulizia” dopo il caso Spotlight, il mega-scandalo pedofilia nella diocesi guidata dal suo predecessore, il cardinal Bernard Law. «È comprensibile» che le parole di papa Francesco siano state «fonte di grande dolore per le vittime degli abusi sessuali da parte del clero», ha detto O’Malley. L’impressione che queste parole trasmettono è che il papa le stia «abbandonando», perché «comunicano il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto».

Inevitabilmente, sul volo Lima-Roma, molte domande – a cui Francesco non si è sottratto – insistevano sulla vicenda. «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito tanti abusati. Non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermene e senza volerlo. Il papa che dice in faccia “portatemi una prova è uno schiaffo”, mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, non ci ho pensato», ha ammesso Francesco. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Io parlerei piuttosto di “evidenza”. So che molta gente abusata non può portare una prova o ne ha vergogna e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo».

Tuttavia, nel merito della situazione del vescovo Barros, Francesco non è arretrato di un millimetro. «È un caso che ho studiato e ristudiato. E non ci sono evidenze per condannare. Se condannassi senza evidenza, senza certezza morale, commetterei un delitto di cattivo giudizio», ha ribadito. «Molti hanno chiesto le dimissioni di Barros e lui ha dato le dimissioni, è venuto a Roma e io gli ho detto: no, così non si gioca, è come ammettere la colpevolezza previa. Quando poi è stato nominato a Osorno, e c’è stato il movimento di protesta, lui ha dato le dimissioni per la seconda volta e io gli ho detto: no, vai avanti. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui. Non posso condannarlo se non arrivano evidenze. Ma sono anche convinto che sia innocente».

Non ha dubbi Luis Badilla, direttore del blog Il sismografo (indipendente, ma ben accreditato in Vaticano) e profondo conoscitore della realtà cilena (ha collaborato al governo Allende, prima di lasciare il Paese come esule): «La prima cosa da fare, per ripristinare serenità e rispetto reciproco e avviare una soluzione adeguata della questione, è chiara. Il vescovo di Osorno, mons. Barros, deve rinunciare, e il papa dovrebbe accettare subito questa decisione del presule». Ma Francesco, stavolta, sembra preoccupato soprattutto di salvaguardare l’istituzione.

L’abbazia di Trisulti, dai monaci certosini ai teocon?

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Dai monaci certosini (che la occuparono dal XIII secolo al 1947) e cistercensi ai teocon anglosassoni. Potrebbe essere questa la fine che farà la Certosa di Trisulti, l’antica abbazia costruita in Ciociaria (nel frusinate) nel 1204 per volontà di papa Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, ciociaro anche lui. I cistercensi – che lì vicino gestiscono anche l’abbazia di Casamari – per problemi economici hanno infatti “restituito” la Certosa al ministero per i Beni culturali. Il dicastero guidato dal ministro Dario Franceschini, nell’ottobre 2016, ha pubblicato un bando per l’assegnazione di tredici beni (fra cui appunto Trisulti), e l’assocazione Dignitatis Humanae Institute (Dhi) si è aggiudicata la Certosa. Anche se qualcuno sostiene che non possiede i requisiti, e quindi la gara potrebbe anche essere annullata.

Sulla matrice integralista e teocon di Dhi non vi sono dubbi. È un’associazione che ha come propria mission «la difesa delle fondamenta giudaico-cristiane della civiltà occidentale »; sul proprio sito internet compare in bella evidenza il volto di Steve Bannon (ex-consigliere del presidente Usa Donald Trump); il suo fondatore e leader è Benjamin Harnwell, conservatore britannico e grande amico di Bannon, ma anche dei “nostri” Rocco Buttiglione e Luca Volonté, rispettivamente “padre fondatore” (founding patron) e “direttore” (chairman) di  Dhi; nel comitato consultivo (advisory board) dell’associazione siedono cardinali ultraconservatori come Francis Arinze, Walter Brandmueller, Raymond Burke (presidente), Malcom Ranjith, Robert Sarah, Angelo Scola ed Elio Sgreccia. Già nel 2015 Dhi tentò di accaparrarsi la Certosa di Trisulti. Il suo presidente onorario, card. Raffaele Martino, dopo aver incassato l’appoggio di p. Silvestro Buttarazzi (abate di Casamari) e di mons. Lorenzo Loppa (vescovo di Anagni-Alatri, la diocesi in cui ricade Trisulti), scrisse direttamente a papa Francesco, chiedendogli di intercedere presso Franceschini, affinché la assegnasse a Dhi, in spregio a qualsiasi briciola di laicità dello Stato e legalità delle procedure. «La decisione dell’assegnazione formale al nuovo ente che subentrerà nella Certosa alla Congregazione Cistercense di Casamari spetta all’onorevole Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali della Repubblica italiana – si legge nella lettera di Martino al papa –. Ciononostante, i restanti tre monaci della Certosa di Trisulti si sono, in modo insolito, rivolti direttamente a lei, santo padre, chiedendole di indicare una comunità che prenderà il loro posto quando se ne andranno. Alla luce di questo appello inatteso, vorremmo accelerare la procedura di assegnazione e poiché lei è stato pubblicamente coinvolto, le chiedo di pronunciarsi, qualora decidesse di farlo, a favore della candidatura del Dhi. In risposta a questo appello pubblico, santità, Le chiedo umilmente che il cardinale segretario di Stato (Pietro Parolin, ndr) scriva, a suo nome, al ministro Dario Franceschini, comunicandogli che è suo desiderio che la Certosa di Trisulti passi all’Istituto Dignitatis Humanae». Il pontefice, a quanto se ne sa, nemmeno rispose.

Ce l’ha fatta ora, vincendo il bando del ministero dei Beni culturali e ottenendo la Certosa di Trisulti, per un canone che dovrebbe aggirarsi intorno ai centomila euro l’anno.

Ma, sostiene Daniela Bianchi, consigliera regionale e vice-presidente della commissione Cultura alla Pisana (Pd, poi passata a Sel), che a sua volta, intorno a Natale, ha scritto a Franceschini per dirgli che Dhi ha finalità e valori non del tutto chiari. E contestano l’assegnazione anche alcune associazioni culturali ciociare. I criteri utilizzati dal ministero per la concessione della Certosa lasciano alcuni dubbi, denunciano al Venerdì di Repubblica (che alla Certosa di Trisulti ha dedicato un’inchiesta, 22/12/17). Tra i requisiti previsti ci sono «un’esperienza almeno quinquennale nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale» e «la gestione negli ultimi cinque anni di almeno un bene culturale». Unica rivale di Dhi è stata l’Accademia nazionale delle arti, però non ammessa alla valutazione finale della commissione per errori nella presentazione dei documenti richiesti. Dignitatis Humanae invece ha vinto il bando nonostante non sembri avere esperienza nella gestione del patrimonio culturale. Secondo Harnwell, la sua associazione rispetterebbe in pieno il primo requisito «attraverso la promozione del Vangelo nella società cattolica italiana». Mentre il secondo sarebbe garantito «grazie alla gestione del piccolo museo monastico di Civita». Si tratta di un’ala del monastero abbandonato di San Nicola, affidata ad Harnwell nel 2015 sempre dall’abate di Casamari insieme ad alcuni oggetti appartenuti alle antiche comunità monastiche di Trisulti, che vi sono attualmente stipati. Gli abitanti di Civita (Fr) sostengono però che il museo non avrebbe mai aperto al pubblico, come conferma anche Francesca Casinelli, responsabile di Cicerone, il centro visite guidate del Lazio: «Mi risulta che il museo sia ancora in allestimento, certo è che le nostre guide non hanno mai portato nessuno a visitarlo». Anche secondo Luciano Rea, presidente di Ciociaria Turismo, «il museo di Civita è ancora un progetto in itinere, o almeno, noi non abbiamo mai organizzato visite al suo interno».

Comunque, se non vi saranno ripensamenti – piuttosto improbabili –, la Certosa verrà trasformata nella sede di un’associazione cattolica integralista, fortemente impegnata in ambito politico, che mostra di avere progetti ambiziosi, come spiega lo stesso card. Martino: «Accogliere un centinaio di giovani provenienti da ogni parte del mondo che vogliono, per un anno, offrirsi a Dio secondo la visione proposta dell’Istituto, pregando insieme e condividendo una vita fraterna in comunità; e, Deo volente, vorremmo che da tale gruppo sorgesse presto una comunità religiosa. Organizzare corsi residenziali di direzione spirituale e di formazione, compresi seminari e ritiri, per coloro che operano nell’ambito politico. Collaborare con una rete ampia di altre organizzazioni internazionali che hanno, come noi, la missione speciale di lavorare con i giovani. Organizzare degli incontri con giovani che provengono da diversi Paesi, sul tema della dignità umana».

Bergoglio alla prova del Cile, nel gorgo dei preti pedofili

17 gennaio 2018

“il manifesto”
17 gennaio 2018

Luca Kocci

Ricomincia dalla Moneda il viaggio apostolico di papa Francesco in Cile. Dal balcone del palazzo presidenziale, 31 anni fa (1 aprile 1987), Giovanni Paolo II si affacciò a salutare la folla insieme al generale Pinochet (un’ultima versione accreditata in Vaticano narra ora che Wojtyla fu fatto affacciare lì con l’inganno). Ieri Francesco è tornato alla Moneda per incontrare la presidente Michelle Bachelet e le autorità civili del Paese, fra cui c’era anche il presidente eletto, Sebastian Pinera, che si insedierà l’11 marzo.

«Continuate a lavorare perché la democrazia, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti», ha detto il papa, toccando uno dei temi politici sensibili della vita del Cile e della sua visita, quello del popoli indigeni, a cui sarà dedicata parte della giornata di oggi a Temuco, in territorio mapuche, dove sono possibili proteste, come ve ne sono state ieri a Santiago e in altre parti del Paese, contro il papa e il governo. «La pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia», ha aggiunto, «è indispensabile ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa Nazione».

Ma il punto dolente è un altro: la questione della pedofilia del clero. «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa», ha detto il papa. «È giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta». Con i preti e i religiosi, incontrati nel pomeriggio nella cattedrale, ha invece usato parole più morbide: c’è il «dolore per il danno e la sofferenza delle vittime» ma «anche per voi, che avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione», che «a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada».

Il nodo in Cile è particolarmente aggrovigliato, le parole del papa ne evidenziano le contraddizioni. Da anni il Paese è attraversato da uno scandalo che Bergoglio non solo non ha risolto ma anzi ha contribuito a complicare. Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Tra questi don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, nel 2011 condannato dalla Santa sede per abusi su minori.

Fra i “discepoli” di Karadima, accusati di complicità con il loro formatore, ci sono anche tre vescovi (consacrati da papa Wojtyla). Uno dei tre, mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, prima ordinario militare, è stato promosso da papa Francesco vescovo di Osorno – con la forte sponsorizzazione del discusso nunzio mons. Ivo Scapolo –, quando le accuse nei suoi confronti erano già note e nonostante le proteste dei fedeli. Che Bergoglio sapesse è emerso chiaramente pochi giorni fa, quando l’Associated press ha pubblicato una lettera di Francesco ai vescovi del Cile, datata 31 gennaio 2015, in cui il papa diceva di conoscere la situazione di Barros, a cui il nunzio aveva suggerito – così come agli altri due vescovi amici di Karadima – di prendersi «un anno sabbatico». Poi però, per una fuga di notizie (i nomi degli altri due dovevano restare segreti), il provvedimento è saltato, e Barros è restato regolarmente al proprio posto, dove è ancora, nonostante le contestazioni, mai interrotte. E ancora Francesco, a maggio 2017, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno vicini a Barros – che hanno registrato la conversazione – ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che quindi i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda».

Una inversione a U da parte di papa Francesco – dall’anno sabbatico alla difesa vigorosa – difficilmente spiegabile se non, forse, con la volontà di salvaguardare l’istituzione. Un comportamento che però mal si accorda con la richiesta di perdono pronunciata ieri.

A Santiago la missione più difficile per Bergoglio

14 gennaio 2018

“il manifesto”
14 gennaio 2018

Luca Kocci

Il papa torna in America latina. Comincia domani il viaggio apostolico che, da lunedì fino a domenica prossima, lo condurrà in Cile e in Perù.

Due Paesi a stragrande maggioranza cattolica (il 74 per cento in Cile, addirittura l’89,6 per cento in Perù, secondo le statistiche ufficiali), ma attraversati, soprattutto negli ultimi giorni, da forti tensioni che renderanno la visita papale meno tranquilla di quello che era stato previsto in Vaticano.

In Cile, prima tappa del viaggio (15-18 gennaio), nella capitale Santiago, fra giovedì e venerdì, tre chiese cattoliche sono state bersaglio di altrettanti attentati: un incendio doloso nella parrocchia di Santa Isabel de Hungrìa e due bombe contro due cappelle a Recoleta e a Penalolén. Un quarto attentato incendiario, contro il santuario di Cristo Pobre, sarebbe stato sventato dalla polizia. Danni minimi (porte, finestre e qualche suppellettile danneggiate), ma la temperatura e l’attenzione sono salite, anche perché in uno dei luoghi colpiti – riferisce la stampa locale –, è stato trovato un volantino con una sorta di rivendicazione: «Libertà per tutti i prigionieri politici nel mondo, Wallmapu (territorio mapuche, ndr) libero, autonomia e resistenza. Papa Francesco, le prossime bombe saranno sotto il tuo abito talare».

La presidente Bachelet ha condannato gli episodi, ridimensionandone però la portata. E lo stesso ha fatto padre Felipe Herrera, portavoce della Commissione che sta curando la visita di papa Francesco in Cile: «Nessun attacco terroristico, piuttosto atti di vandalismo compiuti per attirare l’attenzione». Qualche timore in più lo ha espresso invece il gesuita Fernando Montes Matte, ex rettore dell’università Alberto Hurtado, preoccupato soprattutto che gli atti di violenza possano venire collegati alla «questione mapuche» e di conseguenza oscurare la reale «situazione di ingiustizia e violazione dei diritti denunciata dalle popolazioni indigene, che affonda le sue radici nel passato e si perpetua fino ai nostri giorni».

In aggiunta agli attentati incendiari contro le chiese cattoliche, venerdì mattina un gruppo di manifestanti, guidati dall’ex candidata alle presidenziali, Roxana Miranda, ha temporaneamente occupato la sede della nunziatura apostolica, sempre a Santiago, per protestare contro le spese sostenute dal governo per la visita del papa. «I soldi del fisco se li porta via Francesco», lo slogan della breve occupazione. «Il problema non è la fede, ma piuttosto i milioni che si stanno spendendo», ha ribadito Miranda. Da questo punto di vista, cambia la latitudine ma non la sostanza: ogni viaggio papale comporta spese molto alte non per il Vaticano, ma per gli Stati ospitanti.

Dei quattro giorni in Cile, oltre ai consueti incontri con le autorità politiche, i vescovi e il clero, saranno significativi due appuntamenti: quello di Temuco (capoluogo dell’Araucanía, luogo “caldo” del conflitto fra il governo e i mapuche, una parte dei quali contesta l’iniziativa), dove Francesco celebrerà una messa a cui parteciperà una delegazione dei popoli indigeni; e l’incontro con alcune vittime della lunga dittatura di Augusto Pinochet, durante la quale le omissioni e i silenzi, quando non le complicità, della Chiesa cattolica sono stati particolarmente gravi. L’ex segretario di Stato di papa Wojtyla, cardinal Angelo Sodano, è stato nunzio a Santiago per 10 anni, dal 1978, in piena dittatura: fu lui a portare in Cile Giovanni Paolo II, immortalato insieme a Pinochet, il primo aprile 1987, sul balcone del palazzo presidenziale, La Moneda, in una foto diventata simbolo di tutte le collusioni della Chiesa cattolica con le dittature militari e di destra.

Ius soli: i silenzi della Cei e la prudenza del Vaticano

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Il silenzio della Conferenza episcopale italiana e dei vescovi sulla mancata approvazione dello Ius soli, finito su un binario morto al Senato a Camere ormai sciolte. Lo denuncia il movimento Noi Siamo Chiesa, che esprime forte delusione per il «nuovo corso» della Cei guidata dal card. Gualtiero Bassetti, in realtà molto simile al vecchio.

Una posizione, quella della Cei, che del resto fa il paio con quella estremamente prudente della Santa sede, espressa dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in un’intervista al Messaggero (23/12/17), all’indomani dello stop allo Ius soli. «Si pensava potesse essere approvata ma ci sono state troppe reazioni negative – ha detto Parolin a Franca Giansoldati –. È apparsa come una legge controversa suscitando risposte diverse da parte di tanti settori dell’opinione pubblica e della gente. Davanti ad un quadro del genere occorre avere il tempo necessario per maturare, per convincere, in modo tale che il passo successivo lo si possa fare ma con il maggiore consenso  possibile. Naturalmente i tempi della politica non li so, non li conosco e non posso prevedere. Penso che sia  meglio che queste cose abbiano lo spazio temporale per maturare a livello di coscienza e mentalità, affinché non siano fonte di conflitto e di lacerazione dentro il Paese. Non si tratta di un aspetto  secondario visto che, per tanti versi, il Paese è già piuttosto lacerato. Il tema dello Ius soli è delicato e importante; deve essere motivo di crescita comune».

La situazione è complessa, lo riconosce anche Noi Siamo Chiesa, ma non giustifica la cautela e la paura. A fronte di molte strutture e associazioni cattoliche di base favorevoli alla legge – e ben sostenute dal quotidiano Avvenire, riconosce il movimento – esiste una «una opinione pubblica trasversale, ovunque largamente diffusa, comprendente anche molti credenti, che si lascia prendere da emozioni, che ha ben scarsa conoscenza di come i problemi si pongono nella realtà, che reagisce con paura e dispetto alla situazione e prova  fastidio nei confronti dei  nuovi italiani. Spesso questa ondata populista della peggior specie  si allarga  nel rifiuto dei migranti, poi dei “politici”, poi delle istituzioni in generale, poi di altro ancora in una confusa catilinaria contro tutto e tutti. Essa deve essere contrastata  senza timore di muoversi contro corrente, rifiutando il qualunquismo in politica e seguendo il comandamento evangelico dell’accoglienza continuamente richiamato da papa Francesco».

Quindi, prosegue Noi Siamo Chiesa, «l’abbandono della legge sullo Ius soli da parte del Senato  ha turbato le coscienze di quanti la consideravano un fatto di civiltà e, soprattutto  per i credenti, un fatto di fraternità. Si trattava inoltre di un provvedimento utile, sotto ogni aspetto, per il vivere civile. Ciò premesso, dobbiamo deplorare il silenzio della generalità  dei vescovi su questo fatto. Esso meritava una denuncia ferma e inequivocabile, senza timore della reazione  di opinioni avverse, a maggior ragione se di forze politiche. Un silenzio pesante, colpevole, non scusabile (a fronte di tanti interventi indebiti in altre occasioni). Solo il card. Francesco Montenegro di Agrigento ne ha parlato».

Eppure, nota ancora Noi Siamo Chiesa, «nelle stesse ore di questa grave offesa  a una parte della società italiana abbiamo assistito  alla inedita coppia Minniti-Bassetti che all’aeroporto di Pratica di Mare (Roma) accoglieva 162 profughi nell’ambito di un’operazione umanitaria concordata tra Cei e governo. Siamo naturalmente ben felici per i 162 . Siamo però amareggiati che tale operazione  sia stata fatta alla vigilia di Natale  gestita in modo enfatico  in ogni media con intenti propagandistici  a fronte del citato rumoroso silenzio sullo Ius soli. A noi e a molti  questo specifico accordo è apparso  come, da parte dei vescovi, esso sia stato soprattutto una copertura d’immagine e un’accettazione di fatto del patto firmato in agosto dal nostro governo con una parte della Libia, che ha ignorato le durissime denunce dell’Onu e di Amnesty, ha dato ruolo e denaro a poteri dalla oscura e ambigua origine e dai comportamenti criminali  ed ha reso vano  il positivo ruolo svolto dalle Ong che soccorrevano i migranti in mare». Un fattore di “distrazione” che – sebbene non via mai stata quella grande copertura mediatica riservata alla Cei –, secondo Noi Siamo Chiesa, potrebbe riguardare anche Mediterranean Hope, l’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese evangeliche per l’apertura di corridoi umanitari: è «sicuramente lodevole e sorta ben al di fuori di logiche governative», tuttavia deve «conservare un valore “profetico” per indicare e sollecitare una politica del tutto diversa dall’attuale nei confronti di chi  vuole giungere nel nostro Paese. Non deve trasformarsi, aldilà della indubbia buona volontà dei promotori, in una foglia di fico usata per tentare di legittimare politiche governative esclusivamente miranti a impedire, con ogni mezzo e il più possibile lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, l’arrivo in Italia dei migranti».

Ma al di là della contingenza, Noi Siamo Chiesa manifesta anche forti preoccupazioni per quello che potrà avvenire nei prossimi mesi di campagna elettorale. « La storia dei naufragi e dei lager sulla costa libica continua, come sappiamo dalle notizie delle ultime ore. Durante tutta la campagna elettorale assisteremo su questi problemi a vescovi con la lingua incollata al palato, paurosi della loro ombra, prima preoccupati di non “fare politica” che di ricordarsi del Vangelo? Per non parlare della spedizione neocoloniale in Niger, anche sulla quale il silenzio dei vescovi è totale. È questo il nuovo corso che avevamo sperato nella gestione della Conferenza episcopale del nostro Paese?».

“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Fu «inutile strage»? L’“Osservatore Romano” pubblica lo storico Menozzi su Benedetto XV

19 dicembre 2017

“Adista”
n. 43, 16 dicembre 2017

Nel centenario della Lettera di papa Benedetto XV ai «capi di popoli belligeranti» che stavano combattendo la prima guerra mondiale (1 agosto 1917) – nella quale è contenuta la definizione del conflitto in corso come «inutile strage» –, L’Osservatore Romano pubblica (29/11) un ampio articolo (in realtà la parte di una relazione ad un convegno) di Daniele Menozzi sulle categorie interpretative della grande guerra.

Una scelta che evidenzia il riposizionamento del quotidiano della Santa sede, in particolare sul tema della pace e della guerra, anche in conseguenza del pontificato di Francesco. Infatti Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa (dopo diversi anni trascorsi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti), studioso rigoroso del papato, non è certamente catalogabile fra gli storici aprioristicamente allineati alle posizioni vaticane. Inoltre l’articolo offre un ritratto non apologetico ma complesso di Benedetto XV, non riducibile alla formula decontestualizzata della «inutile strage» – trasformata il slogan –, evidenzia le innovazioni ma anche i residui del passato di papa della Chiesa. Il quale, scrive Menozzi, resta saldamente ancorato all’intransigentismo ottocentesco, che «indicava nel ritorno alla società cristiana medievale la via con cui il mondo moderno avrebbe potuto risolvere tutti i suoi mali», fra cui la guerra. «La proposta del ritorno al regime di cristianità trovava infatti uno degli elementi centrali nella mitica convinzione che, nella ierocratica società medievale, il papa aveva fruito del potere di sciogliere in via autoritativa i conflitti tra i popoli, garantendo così una pacifica convivenza internazionale», prosegue. E «agli occhi del cattolicesimo intransigente l’assunzione da parte del papato di un ruolo arbitrale nella comunità internazionale non rappresentava l’ideologico vagheggiamento di un’anacronistica nostalgia medievalistica; costituiva invece la concreta proposta con cui il papato (…) si reinseriva, dopo l’isolamento dell’età di Pio IX, nel concerto internazionale del mondo contemporaneo».

Per leggere correttamente la Lettera di Benedetto XV, è fondamentale comprendere il contesto del conflitto in corso. «Sul versante degli Imperi centrali», speiga Menozzi, «non solo l’imperatore austriaco Carlo I aveva stemperato le rigidità del predecessore, Francesco Giuseppe, verso ogni concessione all’Italia. Anche l’assunzione del cancellierato tedesco da parte del moderato Georg Michaelis offriva l’opportunità di dare seguito alla mozione di pace votata dal Reichstag il 19 luglio. Sul fronte opposto (quello della Triplice intesa, n.d.r.) l’annuncio di una conferenza, prevista a Londra intorno al 10 agosto, di tutti i governanti dei Paesi aderenti all’Intesa, forniva l’occasione per accordi rapidi e diretti». Inoltre «in entrambi gli schieramenti, i comandi militari registravano la stanchezza dei soldati per un confronto bellico che, ormai ristagnante da anni negli scontri di trincea, pareva non avere altri sbocchi che distruzioni, rovine e morte. Crescenti erano poi le inquietudini delle autorità civili per la tenuta dell’ordine interno. L’insofferenza delle popolazioni, che ormai ovunque dovevano fare i conti con una drammatica scarsezza di generi alimentari, poteva sfociare nell’inverno del quarto anno di guerra in una crisi sociale, che la propaganda eversiva dei circoli socialisti rivoluzionari avrebbe saputo sfruttare».

A dare un’ulteriore spinta al papa probabilmente contribuiva anche un’iniziativa congiunta di alcuni vescovi luterani del nord Europa che si offrivano come «intermediari» fra le nazioni. E «ovviamente Roma – nota Menozzi –, che proclamava il proprio ruolo primaziale sulla cristianità, non poteva assistere passivamente a una iniziativa di pacificazione promossa dalle Chiese separate». Senza contare l’attivismo del presidente Usa Woodrow Wilson che, prospettando una «pace senza vittoria», «aveva specificato le regole politiche, ma anche morali, cui avrebbero dovuto attenersi le relazioni internazionali»., conquistando così una leadership morale di primo piano.

Il papa non poteva restare a guardare, e così Benedetto XV operò «una specifica costruzione di senso in ordine alla guerra da poco scoppiata», ricordando «ai fedeli, ma più generalmente a tutti uomini del suo tempo, che, in quanto castigo per l’allontanamento della società moderna dalle norme cristiane, essa poteva essere superata nella misura in cui si abbandonavano i peccati che l’avevano prodotta. Tra questi

assumeva un ruolo centrale il peccato della modernità: l’indipendenza dalla Chiesa nell’organizzazione del consorzio civile. In tal modo il conflitto, pur continuando a mantenere una connotazione negativa, appariva anche come una possibile via di restaurazione di quella pacifica civiltà cristiana che trovava il suo referente ideale in un regime di cristianità a direzione pontificia. I sacrifici e le sofferenze, imposte da una guerra frutto dell’apostasia del mondo moderno, diventavano intellegibili e giustificabili nella prospettiva della ricostruzione di un ordinamento cristiano del consorzio civile».

Tuttavia, puntualizza Menozzi, «sarebbe riduttivo restringere la lettura soltanto a questo aspetto». La Lettera, infatti, delinea anche «i principi di tipo politico-morale che avrebbero dovuto garantire una pace duratura»: il «disarmo», «l’istituzione dell’arbitrato per la soluzione delle controversie tra gli Stati» e «la definizione dei futuri assetti europei sulla base del criterio delle aspirazioni dei popoli, in luogo del più ristretto principio di nazionalità, in modo da prevedere anche stati multietnici».

Qui compare il punto chiave della «inutile strage». L’espressione, spiega Menozzi, è usata «per mostrare che Benedetto XV anticipò, profeticamente, la posizione che attualmente vede la corretta risposta cattolica alla guerra nel metodo della non-violenza». Ma, anche in questo caso le cose sono complesse, per comprenderne il reale significato storico, occorre partire da una adeguata ricostruzione della linea adottata da Benedetto XV in ordine alla questione della pace e della guerra. «Il papa – aggiunge – aveva da subito prospettato come criterio per l’orientamento dei fedeli quel principio fondamentale della teologia della guerra giusta che si suole chiamare principio di presunzione. Si presumeva infatti che solo i governanti avessero le informazioni necessarie per poter stabilire se, in seguito a una violazione della giustizia nelle relazioni internazionali, fosse necessario o meno il ricorso alla violenza bellica per ristabilirla. Ne derivava un corollario fondamentale. Una volta che essi avessero deciso di iniziare una guerra, un solo comportamento era moralmente lecito ai cattolici: la diligente sottomissione agli ordini dell’autorità. Infatti attraverso l’esercizio della virtù dell’obbedienza, essi potevano acquisire meriti in vista del bene primario che erano tenuti a perseguire, la salvezza ultraterrena». E questo consentiva a Benedetto XV di governare «una Chiesa universale in cui le Chiese nazionali erano fortemente coinvolte nel sostegno dello sforzo bellico dei rispettivi Paesi». Tale dottrina, infatti, «permetteva ai cattolici dei due schieramenti di darsi reciprocamente la morte senza mettere in questione l’unità cattolica di cui il pontefice era custode. Inoltre anche per questa via il papa poteva combattere l’infiltrazione nel mondo cattolico delle letture nazionalistiche della guerra che la presentavano come una crociata in cui la morte per la patria era dipinta come un martirio in grado di permettere l’accesso automatico alla vita eterna. Ricondurre l’impegno bellico del credente a un mero dovere di obbedienza, secondo gli schemi della teologia della guerra giusta, evitava pericolosi scivolamenti verso la divinizzazione della nazione e l’esaltazione del martirio per la patria».

Card. Müller: la Chiesa non è un «ospedale da campo»

10 dicembre 2017

“Adista”
n. 42, 9 dicembre 2017

Luca Kocci

Il papa e i suoi collaboratori devono ascoltare chi esprime critiche e perplessità, «non ignorarlo o, peggio, umiliarlo», altrimenti la Chiesa rischia uno «scisma», come quello di Martin Lutero di cinquecento anni fa.

Non usa la diplomazia il card. Gerhard Müller, teologo, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fino allo scorso mese di luglio – quando Francesco non gli rinnovò l’incarico, giunto comunque alla scadenza del quinquennio (v. Adista Notizie n. 26/17) –, per raccontare, in un’ampia intervista a Massimo Franco sul Corriere della sera (26/11), le tensioni e il clima che si respira nei corridoi e nelle stanze dei palazzi vaticani, le opposizioni al papa e la “sordità” di quest’ultimo. A cui comunque il cardinale tedesco, nonostante le diversità di opinioni emerse negli ultimi anni (a cominciare dall’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, che secondo il cardinale tedesco «non deve essere interpretata come se le dichiarazioni precedenti dei papi e della Congregazione non fossero più valide», v. Adista Notizie nn. 18 e 43/16; 3 e 39/17), assicura fedeltà assoluta, benché ammetta che esista «un fronte dei gruppi tradizionalisti che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il papa. Ma io non lo farò mai».

Tuttavia, avverte Müller, «le autorità della Chiesa devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare». Perché, prosegue, «se passa la percezione di un’ingiustizia da parte della Curia romana, quasi per forza di inerzia si potrebbe mettere in moto una dinamica scismatica, difficile poi da recuperare. Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris Laetitia (v. Adista Notizie nn. 41 e 43/16; 4, 17 e 24/17), o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al papa (v. Adista Notizie n. 34/16) vadano ascoltati, non liquidati come “farisei” o persone brontolone. L’unico modo per uscire da questa situazione è un dialogo chiaro e schietto. Invece ho l’impressione che nel “cerchio magico” del papa ci sia chi si preoccupa soprattutto di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata».

Pettegolezzi che, secondo il cardinale tedesco, avrebbero riguardato anche lui, o soprattutto lui. Tempo fa, racconta Müller a Franco, «il papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto. Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli». Invece credo, aggiunge l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – evidentemente parlando di se stesso – che «i veri amici non sono coloro che adulano il papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Müller smentisce l’esistenza di complotti contro papa Francesco («un’assoluta esagerazione»), tuttavia non nasconde che il clima è surriscaldato e che, in fondo, due “partiti” esistono: «Le tensioni – spiega – nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista» (e, senza chiamarlo per nome, si toglie un sassolino dalla scarpa per lanciarlo contro il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari: «uno rimane perplesso se un giornalista ben noto, da ateo si vanta di essere amico del papa; e in parallelo un vescovo cattolico e cardinale come me viene diffamato come oppositore del santo padre. Non credo che queste persone possano impartirmi lezioni di teologia sul primato del romano pontefice»).

La diagnosi complessiva è quella di una Chiesa «più debole» rispetto al passato. «Fatichiamo ad analizzare i problemi», argomenta il cardinale, «diamo risposte più organizzative, politiche e diplomatiche che teologiche e spirituali. La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti. E la sua popolarità tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto che il papa condanna. Dobbiamo stare attenti a non confondere la grande popolarità di Francesco, che pure è un enorme patrimonio per il mondo cattolico, con una vera ripresa della fede».

Se questa è la diagnosi, la terapia per Müller è chiara e semplice: superare l’idea di «Chiesa ospedale da campo» (definizione che Francesco coniò nella sua prima intervista pubblica a p. Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica nel luglio 2013, poco dopo l’elezione alla cattedra di Pietro, v. Adista Notizie n. 34/16) e tornare alla Verità, per «trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche». Insomma tornare alla Chiesa di papa Ratzinger: bisogna mettere da parte «la teologia popolare di alcuni monsignori né la teologia troppo giornalistica di altri. Abbiamo bisogno anche della teologia a livello accademico». Quindi dalla Chiesa del “discernimento” – metodo più volte indicato da papa Francesco, per esempio anche nelle conclusioni del Sinodo dei vescovi sulla famiglia a proposito dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (v. Adista Notizie nn. 35, 36, 37 e 38/15; 15/16 ) – alla Chiesa del “sì sì no no”. «Ho la sensazione – conclude – che Francesco voglia ascoltare e integrare tutti. Ma gli argomenti delle decisioni devono essere discussi prima. Giovanni Paolo II era più filosofo che teologo, ma si faceva assistere e consigliare dal cardinale Ratzinger nella preparazione dei documenti del magistero. Il rapporto fra il papa e la Congregazione per la dottrina della fede era e sarà sempre la chiave per un proficuo pontificato». Quel rapporto che invece, durante i suoi anni alla guida dell’ex Sant’Uffizio, è stato fragile e intermittente

Il papa insiste: siano brevi i processi di nullità matrimoniale

10 dicembre 2017

“Adista”
n. 42, 9 dicembre 2017

Luca Kocci

Il vescovo è il «giudice unico» nel processo breve di nullità matrimoniale. Papa Francesco, ricevendo in udienza (il 25 novembre), i partecipanti al corso promosso dal Tribunale della Rota romana sul tema “Il nuovo processo matrimoniale e la procedura Super Rato”, ribadisce quanto già stabilito dai Sinodo dei vescovi sulla famiglia – e dall’esortazione post-sinodale Amoris laetitia – in merito alla semplificazione dei processi di nullità matrimoniale (v. Adista Notizie nn. 35, 36, 37 e 38/15; 15/16 ) e illustra in maniera sintetica le nuove linee guida dei due motu proprio sul tema (Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus, v. Adista Notizie n. 31/15).

«Questi due provvedimenti – puntualizza Francesco – sono scaturiti da un contesto sinodale, sono espressione di un metodo sinodale, sono l’approdo di un serio cammino sinodale». Quindi, sembra voler dire, il “processo breve” non è una deliberazione del papa, ma volontà dei vescovi riuniti in Sinodo. L’obiettivo è la semplificazione delle procedure di nullità matrimoniale, spiega il papa, per poter meglio «essere prossimi alla solitudine e alla sofferenza dei fedeli che attendono dalla giustizia ecclesiale l’aiuto competente e fattuale per poter ritrovare la pace delle loro coscienze e la volontà di Dio sulla riammissione all’Eucaristia».

Da sempre «il vescovo diocesano è Iudex unum», aggiunge Francesco, «ma poiché tale principio viene interpretato in maniera di fatto escludente l’esercizio personale del vescovo diocesano, delegando quasi tutto ai tribunali», sono necessarie alcune puntualizzazioni. Innanzitutto «la figura del vescovo-diocesano-giudice è l’architrave, il principio costitutivo e l’elemento discriminante dell’intero processo breviore istituito dai due motu proprio». Processo breve che, precisa il pontefice, «non è un’opzione che il vescovo diocesano può scegliere, ma è un obbligo». Ed egli è «competente esclusivo» in tutte e tre le fasi: l’istanza, l’istruttoria e la decisione finale. Mentre «affidare l’intero processo breviore al tribunale interdiocesano porterebbe a snaturare e ridurre la figura del vescovo padre, capo e giudice dei suoi fedeli a mero firmatario della sentenza».

Il processo, ammonisce il papa, deve essere realmente breve, soprattutto per una questione di «misericordia»: il vescovo diocesano deve attuare «quanto prima» il processo breviore; nel caso in cui non fosse possibile – molte diocesi segnalano delle difficoltà legate alla riorganizzazione del sistema –, la causa va rinviata al «processo ordinario, il quale comunque deve essere condotto con la debita sollecitudine». I due criteri a cui Francesco chiede di ispirarsi e informarsi sono «la prossimità e la gratuità», «le due perle di cui hanno bisogno i poveri, che la Chiesa deve amare sopra ogni cosa».

Tutto ciò, conclude il papa il suo discorso ai “rotali”, è legge: «Vorrei ribadire con chiarezza che ciò avviene senza chiedere il permesso o l’autorizzazione ad altra Istituzione oppure alla Segnatura apostolica».