Il papa al presidente Santos: «L’ingiustizia è la radice dei mali sociali»

8 settembre 2017

“il manifesto”
8 settembre 2017

Luca Kocci

È un viaggio pastorale dagli importanti risvolti politici quello, iniziato ieri, di papa Francesco in Colombia, non a caso osteggiato dai settori conservatori del cattolicesimo legati alla destra dell’ex presidente Uribe.

In una nazione alle prese con le fasi finali di un lungo, fragile e controverso negoziato di pace – in cui la Santa sede ha svolto un ruolo di mediazione, insieme a Raul Castro – fra governo centrale, Farc (che hanno firmato un accordo per la fine delle ostilità, trasformandosi in forza politica parlamentare) ed Eln (con cui le trattative sono ancora in corso, anche se è stato siglato un temporaneo cessate il fuoco) e ancora prigioniera del narcotraffico, le prime parole del pontefice non potevano non contenere richiami politico-sociali.

Ai confini, la crisi del Venezuela: Bergoglio l’ha ricordata sul volo Roma-Bogotà («il Paese trovi una bella stabilità, mediante il dialogo con tutti») e nel telegramma al presidente Maduro («che tutti possano promuovere percorsi di solidarietà, giustizia e concordia»); dal canto loro i vescovi venezuelani, all’opposizione di Maduro senza “se e senza ma”, in questi giorni incontreranno singolarmente Francesco per cercare di portare dalla loro parte il papa, che finora ha adottato una linea prudente: né con Maduro né con gli oppositori.

«Non è la legge del più forte, ma la forza della legge a reggere la convivenza pacifica», ha detto ieri mattina Francesco nel suo primo incontro al palazzo presidenziale di Bogotà con il capo dello Stato, Manuel Santos. «Occorrono leggi giuste – ha aggiunto – che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza». Diseguaglianze sociali «strutturali» che sono una delle piaghe di un Paese a stragrande maggioranza cattolica, controllato da un’oligarchia politico-economica che costringe oltre un terzo dei 46 milioni di abitanti a vivere al di sotto della soglia di povertà. «L’ingiustizia è la radice dei mali sociali», ha detto il papa a Santos, incoraggiando la politica a «rivolgere lo sguardo a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano e sono tenuti indietro e in un angolo». Ma anche a salvaguardare i valori cattolici: «il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa», ovvero «la difesa della vita dal seno materno fino alla sua fine naturale», ha detto poi in maniera più esplicita ai vescovi colombiani, nel palazzo cardinalizio di Bogotà.

Anche quello ai vescovi, ammoniti a non cedere alle «lusinghe dei potenti di turno» e a non trasformarsi in una «casta di funzionari piegati alla dittatura del presente», è stato un discorso dai contenuti politici: la Colombia ha bisogno di essere sostenuta «nel coraggio del primo passo verso la pace definitiva, la riconciliazione, il ripudio della violenza come metodo, il superamento delle disuguaglianze, la rinuncia alla strada facile della corruzione, il paziente e perseverante consolidamento della res publica».

Richiami poi ripetuti ai rappresentanti del Comitato direttivo del Celam (il Consiglio delle Conferenze episcopali dell’America latina), incontrati mentre in Italia era notte e il giornale andava in stampa. «Non si può ridurre il Vangelo», ha detto Francesco, «a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale». Serve un laicato che si impegni «nel consolidamento della democrazia politica e sociale, nel superamento strutturale della povertà endemica» e «nel delineare modelli di sviluppo economico sostenibili che rispettino la natura».

Oggi seconda tappa, a Villavicencio, con il Grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale.

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«Il Vangelo non è buonismo, ma denuncia delle ingiustizie». Intervista a don Biancalani

7 settembre 2017

“Adista”
n. 30, 9 settembre 2017

Luca Kocci

Una messa domenicale con una grandissima partecipazione; il vicario generale della diocesi – inviato dal vescovo in segno di sostegno al parroco – sull’altare a concelebrare l’eucaristia; un gruppetto di una decina di neofascisti di Forza nuova, venuto a «controllare la cattolicità del parroco», entra in chiesa scortato dalla polizia ed esce alla chetichella da una porta secondaria. Si è conclusa così la vicenda di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro, periferia di Pistoia, insultato su Facebook per aver pubblicato sul proprio profilo alcuna foto di una giornata trascorsa in piscina insieme ad alcuni ragazzi immigrati che ospita in parrocchia.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica le foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina, accompagnate da un messaggio: «E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!» (che parafrasa don Lorenzo Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri»).

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti («Un ettolitro di acido muriatico in piscina»), fascisti («E gli italiani muoiono di fame… Viva il Dux») e sessisti («Ti piace la mazza nera»), fra cui – su Twitter – quello del leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», che dà la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati e, il 24 agosto, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri» (evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri», tipico dello stile del sottobosco fascista che mescola volgarità, omofobia e razzismo). Quindi il coordinatore di Forza Toscana, Leonardo Cabras, e il segretario di Fn Pistoia, Claudio Cardillo, annunciano che la domenica successiva «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

A questo punto il vescovo di Pistoia, mons. Fausto Tardelli – tutt’altro che un «cattocomunista» – interviene in difesa del suo parroco: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani.

A messa, domenica 27 agosto, ci sono centinaia di persone, molte arrivate anche da fuori parrocchia per mostrare la propria solidarietà a don Biancalani, oltre alle associazioni antirazziste e antifasciste e ai partiti della sinistra che, all’esterno, incoraggiano il parroco e fischiano i militanti di Forza nuova quando si presentano, in formazione militare, ma scortati dalla polizia. Don Biancalani li accoglie con una stretta di mano e poi, insieme al vicario generale della diocesi, celebra l’eucaristia. «È stato un modo per rasserenare gli animi, anche se il fatto mi sembra molto grave», spiega don Massimo ad Adista.

Qual è stata, secondo te, la miccia che ha fatto esplodere tutto?

«La fotografia dei ragazzi in piscina che sorridevano e apparivano felici. Una immagine che ha avuto una grandissima potenza, sebbene involontaria, perché ha rotto il luogo comune del migrante che deve essere straccione, poveraccio e anche delinquente. Invece quei ragazzi erano belli e sorridenti, e questo infastidisce, perché ormai l’immigrato è stato trasformato nel il capro espiatorio di tutti i mali sociali».

Poi c’è stato il tuo messaggio «loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!». Anche questo ha dato fastidio.

«Certo! Ha dato noia al “cattolico della domenica”, al cattolico benpensante, che vive la fede e il cattolicesimo all’insegna del “volemose bene”. Ma il Vangelo non è questo, non è una melassa indistinta in cui tutto e tutti stanno bene. Chiede il riconoscimento dell’ingiustizia. E fascismo e razzismo sono la negazione del Vangelo e dell’essere umano. Del resto l’arcivescovo di Los Angeles, monsignor José Gomez, dopo i fatti di Charlottesville, ha detto che “nella Chiesa non c’è posto per il razzismo”. È stato più duro di me: io ai militanti di Forza nuova le porte della parrocchia le ho aperte!».

Hai ricevuto insulti ma anche una grande solidarietà, da parte delle persone e di molti uomini di Chiesa…

«Innanzitutto dal mio vescovo, che non mi ha lasciato solo, e da tutti i vescovi della Toscana, che hanno emesso una dichiarazione comune. Mi hanno contattato direttamente il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana, e mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, da sempre in prima fila per i diritti dei migranti. Poi mons. Virginio Colmegna, della Casa della carità di Milano, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, don Andrea Bigalli di Libera Toscana e altri ancora. Poi molti miei parrocchiani, cattolici di base e tantissimi non credenti che mi hanno detto di essere atei ma di aver apprezzato molto la mia testimonianza».

Però i militanti di Forza nuova che sono venuti a messa a controllare la tua «ortodossia» si dicono cattolici?

«Sì, ed è una cosa che mi fa riflettere, anche se non è una stranezza, perché credo che ci siano dei legami più o meno organici fra cattolicesimo conservatore ed estrema destra politica. Ma questa è la negazione del Vangelo».

Oltre agli insulti dei “leoni da tastiera” di Facebook hai ricevuto minacce più serie?

«Sì, più di una. E infatti andrò a sporgere regolare denuncia. Anche per salvaguardare i ragazzi che, anche per mia responsabilità, sono stati investiti da questo ciclone. Ecco di questo un po’ mi pento, ma è anche vero che ho agito con grande semplicità e naturalezza».

E ora, passata la tempesta?

«E ora si va avanti, con ancora più forza e convinzione, grazie alla solidarietà dei tanti che mi infonde e ci infonde molto coraggio».

Sinodo metodista-valdese: il Parlamento approvi presto lo Ius soli

7 settembre 2017

“Adista”
n. 30, 9 settembre 2017

Luca Kocci

Con la riconferma del pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese per un altro anno, si è chiuso a Torre Pellice (To) l’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane. Per sei giorni (20-25 agosto) 180 deputati e deputate (90 laici, 90 pastori) di cui quasi la metà donne, hanno discusso su numerosi argomenti (migrazioni, povertà, dialogo ecumenico, fondamentalismo), prendendo decisioni particolarmente significative soprattutto su due temi: «famiglie plurali», approvando a grande maggioranza, dopo anni di dibattito interno, un documento (Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità) con cui si estende all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione liturgica delle coppie «unite civilmente», comprese quelle omosessuali; e fine vita, presentando un documento – che ora dovrà essere discusso dalle Chiese locali prima dell’eventuale approvazione – secondo il quale, in alcuni casi, eutanasia e suicidio assistito sono praticabili anche per un cristiano (v. Adista Notizie n. 29/17).

L’ultimo giorno del Sinodo – su cui Adista non aveva potuto riferire perché in stampa –, dedicato ai “recuperi” (ovvero alle questioni lasciate in sospeso nei giorni precedenti) e all’elezioni degli organismi esecutivi ed amministrativi della Chiesa metodista e valdese, ha visto l’approvazione di una serie di ordini del giorno, per lo più di carattere politico-sociale.

Sul fronte dello Ius soli, il Sinodo ha espresso l’auspicio che «il Parlamento proceda ad una rapida approvazione di una legge». Mentre su quello dell’accoglienza e dell’integrazione, «esprimendo la propria preoccupazione per l’intensificarsi di un clima di razzismo e xenofobia che trova nei migranti il primo e più visibile bersaglio», il Sinodo ha espresso pieno sostegno alla Campagna “Ero Straniero”, invitando le Chiese «a promuovere occasioni di incontro e dibattito a partire dal testo della proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari”: «Per contrastare razzismo e xenofobia» è «indispensabile dotarsi di una legislazione in materia di immigrazione che non favorisca tali atteggiamenti, ma promuova inclusione sociale e accesso al lavoro dei e delle migranti, e contribuisca così anche a cambiare il racconto pubblico sull’immigrazione, sempre più ostaggio di pregiudizi, luoghi comuni e vere e proprie bugie». Ed è stato approvato anche un ordine del giorno che condanna le derive fondamentaliste e la strumentalizzazione religiosa: «Il Sinodo – si legge nel testo –condanna ogni abuso del nome di Dio, invocato per sostenere atti e strategie di terrore e di violenza; respinge d’altra parte ogni tentativo di strumentalizzare gli attentati di matrice islamista per alimentare campagne xenofobe e islamofobiche, e per questo esprime apprezzamento e sostegno alle associazioni islamiche che hanno fermamente denunciato la blasfema strumentalizzazione dell’islam da parte di gruppi radicali e fondamentalisti; rinnova il proprio impegno a intensificare il confronto con le comunità e le associazioni islamiche in Italia con le quali, da anni, le Chiese valdesi e metodiste sviluppano importanti relazioni di scambio e dialogo».

Presentato e approvato anche il rendiconto piano per l’otto per mille. Dopo anni di crescita, per il secondo anno consecutivo la Chiesa metodista e valdese registra una flessione: i contribuenti che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2014, hanno scelto i valdesi scendono a 514.628 (in ogni caso un numero di gran lunga superiore ai circa 30mila fedeli in Italia), quasi 50mila in meno del 2013, quando erano 562mila, e i fondi passano da 37 a 34 milioni di euro. I quali, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia e all’estero

«Il creato ferito dal mercato selvaggio»

2 settembre 2017

“il manifesto”
2 settembre 2017

Luca Kocci

Il pianeta considerato come «possesso privato», sfruttato dal mercato per il «profitto illimitato» dei pochi, incuranti del diritto ad una vita dignitosa dei tanti. In occasione della terza Giornata di preghiera per la cura del creato, papa Francesco e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo firmano insieme un messaggio ecologista in difesa dell’ambiente.

La sintonia fra i due su questo tema è nota da tempo – Bartolomeo è stato fra gli ispiratori della Laudato si’, l’enciclica ambientalista di Francesco –, ma è la prima volta che le massime autorità cattolica e ortodossa sottoscrivono un documento di questo tipo, in un tempo in cui i cambiamenti climatici mostrano i loro effetti devastanti sulla Terra e sui popoli, il presidente Usa Donald Trump dichiara il disimpegno sull’Accordo sul clima di Parigi e il pianeta pare sempre più a rischio per le violenze strutturali a cui il capitalismo selvaggio lo sottopone per assicurare profitto, benessere e potere ad una minoranza autoproclamatasi padrona.

La terra ci è stata affidata «come dono sublime e come eredità della quale tutti condividiamo la responsabilità», ma la «storia del mondo» e la realtà ci rivelano «uno scenario moralmente decadente», scrivono papa Francesco e patriarca Bartolomeo. «La nostra tendenza a spezzare i delicati ed equilibrati ecosistemi del mondo, l’insaziabile desiderio di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità nel trarre dal mercato profitti illimitati: tutto questo ci ha alienato dal disegno originale della creazione. Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. Non ci rapportiamo più con la natura per sostenerla; spadroneggiamo piuttosto su di essa per alimentare le nostre strutture».

Le conseguenze sono «tragiche e durevoli»: «l’ambiente umano e quello naturale – scrivono nel loro messaggio il papa e il patriarca ecumenico di Costantinopoli – si stanno deteriorando insieme, e tale deterioramento del pianeta grava sulle persone più vulnerabili», come accade con «l’impatto dei cambiamenti climatici» che «si ripercuote, innanzitutto, su quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo», per esempio costringendo milioni di persone ad abbandonare le proprie terre a causa della desertificazione e della penuria di acqua. Eppure i «migranti climatici», una nuova categoria di impoveriti denunciata a suo tempo anche dalla Laudato si’ («È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale»), non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali.

Se nel messaggio di Francesco e Bartolomeo la denuncia è forte, più debole e generico appare l’appello al che fare, che si limita all’invito a «tutta l’umanità ad adoperarsi per uno sviluppo sostenibile e integrale» e «a quanti occupano una posizione di rilievo in ambito sociale, economico, politico e culturale» a «prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e ad attendere ai bisogni di chi è marginalizzato, ma soprattutto a rispondere alla supplica di tanti e a sostenere il consenso globale perché venga risanato il creato ferito. Siamo convinti – concludono papa cattolico e patriarca ortodosso – che non ci possa essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva».

Il Sinodo metodista e valdese dice sì alla benedizione delle unioni omosessuali

1 settembre 2017

“Adista”
n. 29, 2 settembre 2017

Luca Kocci

Si svolge nel Cinquecentenario della Riforma protestante di Martin Lutero (1517-2017) l’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi. A Torre Pellice (To) – quest’anno riconosciuta come “città europea della Riforma” – dal 20 al 25 agosto, 180 “deputati” (90 pastori e 90 laici, quasi la metà donne) si riuniscono per discutere e deliberare su questioni di carattere sia ecclesiale che sociopolitico: migrazioni, dialogo ecumenico, l’impegno nella società a favore dei diseredati, fine vita, famiglie plurali, le sfide della predicazione in un mondo sempre più violento, arrogante e chiuso alle diversità.

«Vi auguro che queste giornate di condivisione e riflessione, che ricorrono nel 500° anniversario della Riforma, siano animate dalla gioia di porsi davanti al volto di Cristo», il saluto di papa Francesco ai partecipanti al Sinodo. «Il suo sguardo, che si volge su di noi, è la fonte della nostra pace, perché ci fa sentire figli amati dal Padre e ci fa vedere in modo nuovo gli altri, il mondo e la storia. Lo sguardo di Gesù illumini anche i nostri rapporti, perché non siano solo formali e corretti, ma fraterni e vivaci. Il Buon Pastore ci vuole in cammino insieme e il suo sguardo già abbraccia tutti noi, discepoli suoi che Egli desidera vedere pienamente uniti».

Si chiude la discussione su uno dei temi maggiormente dibattuti negli ultimi anni, quello delle “famiglie plurali”, ovvero comprendenti anche le coppie omosessuali. Il Sinodo, nella tarda serata del 24 agosto – poche ore prima che questo fascicolo di Adista vada in stampa, per cui rimandiamo al prossimo numero una informazione più approfondita e dettagliata, anche sugli altri temi affrontati – infatti approva il documento Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità con cui si estende e si generalizza all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione delle coppie omosessuali, in realtà praticata già dal 2010 ma solo nelle singole comunità locali che decidevano nella propria autonomia (sebbene con il sostanziale via libera degli organi centrali). Si stabilì allora di avviare una riflessione dell’intera Chiesa per arrivare all’elaborazione di un documento vincolante e condiviso che sarebbe dovuto essere approvato durante il Sinodo di quest’anno, come infatti avviene, a grande maggioranza. Da adesso in poi tutte le coppie già legate da una unione civile – questa la novità introdotta nel documento del Sinodo dopo l’approvazione della legge Cirinnà del maggio 2016potranno ricevere la benedizione della propria unione in una comunità metodista e valdese, in presenza di altre due condizioni: che almeno uno della coppia sia un membro della Chiesa metodista e valdese e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. «Il documento – spiegano in conferenza stampa il pastore Paolo Ribet e Paola Schellenbaum, rispettivamente coordinatore e membro della Commissione che ha prodotto il testo – è frutto di un impegno che dal 2011 ha portato le riflessioni su questi temi nelle comunità locali e nelle Chiese in tutta Italia. La discussione ha fatto emergere l’equilibrio di libertà e responsabilità delle chiese sia in ambito giuridico sia in ambito liturgico. Importante il dibattito teologico che si è sviluppato sul concetto di benedizione, che si riferisce sempre alle persone, e non alle forme giuridiche di unione, che per le chiese valdesi e metodiste non sono sacramenti». «È un documento che si adatta costantemente ai cambiamenti della società ed è passibile di ulteriori miglioramenti, ma abbiamo dato il giro di boa, siamo in una fase che ci consente un riconoscimento di tutte le famiglie, del tessuto affettivo e sociale delle persone – commenta il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini –. Continua ora il compito culturale nel Paese perché ci sono ancora altri passi in avanti da fare. È importante che ci sia stato un consenso a livello locale e nazionale su questi temi»

 

Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante

1 settembre 2017

“Adista”
n. 29, 2 settembre 2017

Luca Kocci

«Riteniamo che non esistano ragioni universali per giudicare moralmente illegittima la scelta di morire da parte di un individuo». È la conclusione del documento elaborato (e accolto a maggioranza) dalla Commissione bioetica delle Chiese battiste, metodiste e valdesi, presentato a Torre Pellice (To) durante il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi e ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima della sua eventuale approvazione definitiva, così come avvenuto per il documento sulle “famiglie plurali” (v. notizia precedente).

Apertura, quindi, alla possibilità della «eutanasia» e del «suicidio assistito» in casi particolari, senza tuttavia assecondare derive individualistiche. «Dal punto di vista etico e antropologico – si legge nel documento –, la morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana. La nostra posizione rappresenta un ideale antropologico  ragionevole  e  intermedio: quello  che  ci  guida  non  è  l’esaltazione  dell’autonomia indiscriminata, ma la misericordia che ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e al tempo stesso di cercare di ridurre le loro sofferenze». E tenendo ben presenti i rischi di una legalizzazione generalizzata della pratica: «Riconosciamo tuttavia – scrive la Commissione bioetica – che esistono argomenti di prudenza che consigliano di essere attenti alle possibili dinamiche sociali negative di una legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito» («la società potrebbe incamminarsi su un pericoloso “pendio scivoloso” , al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati», tanto più in un contesto, come quello delle società occidentali, «segnato da pesanti tagli alle risorse economiche destinate alla sanità e dal costante e progressivo invecchiamento della popolazione, esisterebbe il rischio di vedere nell’eutanasia la “soluzione” al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili»).

Il documento elaborato da battisti, metodisti e valdesi riprende una riflessione avviata nel 1998 dalla sola Tavola valdese. Ma siccome in questi venti anni l’interesse pubblico per il tema e le tecniche mediche e farmacologiche si sono sviluppati è parso opportuno alla Commissione bioetica elaborare un nuovo documento, titolato con le ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer poco prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg, il 9 aprile 1945: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante.

Innanzitutto chiarendo il vocabolario. Eutanasia è «l’uccisione intenzionale di un individuo da parte di

un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, in seguito alla richiesta volontaria e competente di tale individuo». Mentre «si definisce suicidio assistito l’atto per mezzo del quale un individuo si procura una morte rapida e indolore mediante l’assistenza di un medico che prescrive i farmaci necessari al suicidio e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione». Eutanasia e suicidio assistito – termini che spesso vengono confusi, anche strumentalmente, nel dibattito – quindi «si distinguono dall’astensione terapeutica e dalla sospensione delle cure, intese rispettivamente come la decisione del medico, su indicazione esplicita e volontaria del malato, di astenersi o di interrompere un trattamento, anche nel caso che da tale astensione o interruzione consegua la morte del malato stesso», precisa la Commissione bioetica, che puntualizza: «Quando parliamo di eutanasia e di suicidio assistito parliamo dunque di un atto medico volontario tramite cui viene abbreviato il corso della vita di un individuo che, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali o tramite direttive anticipate, abbia espresso tale volontà».

C’è una terza espressione entrata nel dibattito, anche in seguito alla evoluzione delle tecniche mediche: la medicina palliativa e, con essa, la «sedazione palliativa». «Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – si legge nel documento – la medicina palliativa è un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare i problemi associati a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo delle sofferenze per mezzo di un’identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e degli altri problemi di natura fisica, psichica, sociale e spirituale». All’interno di essa, si distingue la «sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte», ovvero «la somministrazione intenzionale di farmaci alla dose necessaria richiesta per ridurre fino ad annullare la coscienza del paziente, allo scopo di alleviare il dolore e il sintomo refrattario fisico e/o psichico intollerabile per il paziente in condizione di imminenza della morte».

In quadro, scrive la Commssione bioetica, «esistono Paesi, come l’Italia e la Francia, che ammettono la sedazione palliativa e vietano eutanasia e suicidio assistito» (anche se poi in Italia esiste un ampio «divario tra i dettami della legge e quanto di essi viene praticato»); Paesi che, in caso di «sofferenza insopportabile», «hanno ritenuto di depenalizzare o di legalizzare anche l’eutanasia o il suicidio assistito» (Olanda, Belgio, Lussemburgo e altri); e casi limite, come quello della Svizzera – guardato con preoccupazione –, «dove il solo prerequisito è che colui che richiede assistenza al suicidio sia in grado di intendere e di volere».

La posizione delle Chiese protestanti europee si attesta su una linea intermedia. È ritenuta «ammissibile la scelta volontaria di interrompere o di rifiutare i trattamenti da parte di un paziente in grado di intendere e di volere» (compresa «l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente, che abbiano previamente espresso il consenso in merito a tale interruzione»); si spinge per la «estensione» e il «potenziamento di un sistema adeguato di cure palliative» (compresa la «sedazione palliativa»); ma c’è una «pressoché unanime condanna di eutanasia e suicidio assistito», in nome della «dignità inviolabile dell’essere umano», secondo la quale «anche la vita vulnerabile e svantaggiata rimane una forma di vita amata e sostenuta da Dio» che non può essere interrotta.

Sotto questo aspetto, la posizione della Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi italiana si differenzia in maniera significativa da quella dei protestanti europei. «Siamo d’accordo con la tesi secondo cui il compito principale delle Chiese consista nell’impegnarsi in una battaglia pubblica in favore di un sistema di cure palliative e di accompagnamento al morire che consentano di ridurre al minimo la richiesta di eutanasia e di suicidio assistito», si legge nel documento. «Al tempo stesso, tuttavia, ci chiediamo se la richiesta di anticipare la propria morte debba sempre essere considerata in contraddizione con un’esistenza moralmente responsabile vissuta nella fede. Se debba sempre essere considerata, cioè, come un rifiuto del dono divino, come un atto di appropriazione indebita di un diritto di cui l’essere umano non è portatore, e dunque condannata come una forma di ateismo pratico, o se, in  specifiche  situazioni,  non  possa addirittura venire intesa come una  risposta responsabile al Comandamento, espressione dell’amore per Dio e per il prossimo». Si tratta, scrive la Commissione bioetica, di «evitare i principi di un’etica legalistica» e di «tener conto dei contesti e delle situazioni contingenti entro cui avviene la scelta morale, rinunciando ai principi assoluti di carattere teologico o razionale, così come alla rigida applicazione di una norma biblica interpretata in modo letterale». Allora «l’assunzione che la richiesta di essere aiutati a morire possa essere sempre interpretata come un rifiuto del dono di Dio, e di conseguenza del legame con Dio stesso, ci sembra fondata su una ricostruzione unilaterale, e difficilmente giustificabile, della logica del dono. Quest’ultima, infatti, non implica necessariamente che ciò che viene donato sia indisponibile a colui che riceve; implica piuttosto l’idea di un uso grato e responsabile del bene ricevuto, che tenga conto della relazione che in tal modo si è instaurata. In questo senso, riteniamo che la richiesta di persone ammalate, che in situazioni di sofferenza estrema esprimano il desiderio di non trascorrere gli ultimi giorni nell’incoscienza indotta dai trattamenti antalgici necessari a lenire un dolore non altrimenti sopportabile, non debba necessariamente essere considerata come l’espressione del desiderio di assolutizzare la propria libertà finita di fronte alla morte, né un rinnegamento del rapporto con Dio. Può anche essere la conseguenza del desiderio di disporre in modo responsabile del dono della vita ricevuta e del la fiducia in una grazia che accoglie l’oppresso e lo sfinito, dell’affidamento a un Dio che non chiede un tributo di sofferenza, che non impone condizioni e obblighi e che non sottomette l’uomo a principi, ma invece lo libera gratuitamente, mettendo nelle sue mani anche la possibilità di rinunciare a continuare l’esistenza terrena. La scelta di morire, che in certi casi può effettivamente essere interpretata come rifiuto del dono, in altri casi può invece essere compresa come l’espressione della sua accettazione: può essere un atto di consapevolezza del limite dell’esistenza umana, un’assunzione della misura non infinita della propria capacità di tollerare la sofferenza e persino un’espressione di amore nei confronti del prossimo».

«Per questo motivo – conclude la Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi – riteniamo la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite». Vedremo, nei prossimi mesi, cosa ne penseranno le Chiese locali

 

Parolin: «Una violenza inaccetabile»

27 agosto 2017

“il manifesto”
27 agosto 2017

Luca Kocci

Le immagini dello sgombero dei migranti dallo stabile di via Curtatone e poi da piazza Indipendenza a Roma «non possono che provocare sconcerto e dolore, soprattutto per la violenza che si è manifestata, una violenza che non è accettabile da nessuna parte». È quello che pensa il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin – il più stretto collaboratore di papa Francesco –, interpellato a margine del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dove ieri è intervenuto sul tema “L’abbraccio della Chiesa all’uomo contemporaneo”.

A Roma, precisa il cardinale, «c’era la possibilità di fare le cose bene, secondo le regole. Ora ci sarà l’impegno a trovare delle abitazioni alternative per queste persone. Penso che se c’è buona volontà le soluzioni si trovano, senza arrivare a manifestazioni così spiacevoli». Certo, «ci si poteva pensare prima», risponde ad una domanda, «perché soluzioni non mancano».

Se nel dialogo estemporaneo con i giornalisti Parolin cammina sul filo dell’equilibrio, durante il suo intervento all’interno dei padiglioni della kermesse ciellina il cardinale è più netto.

«Una parte non piccola del dibattito civile e politico di questo periodo si è concentrata sul come difenderci dal migrante», dice il segretario di Stato vaticano. «Per la politica è doveroso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata. È doveroso stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra chi accoglie. È giusto coinvolgere l’Europa, e non solo. È lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti, che richiederà comunque decenni prima di dare frutto». Ma, aggiunge rivolgendosi alla platea di Cl, «non dimentichiamo che queste donne, uomini e bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono». «Eppure –  conclude, bacchettando i “cattolici della domenica” – anche noi cristiani continuiamo a ragionare secondo una divisione che è antropologicamente e teologicamente drammatica, che passa da un “loro” come “non noi” e un “noi” come “non loro”», mentre «abbiamo bisogno di ricomprendere senza superficialità il tema della diversità, della sua ricchezza, in un quadro di conoscenza e rispetto reciproci».

Il vescovo contro Forza nuova: «Ha superato i limiti»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

I neofascisti di Forza nuova annunciano che domenica assisteranno alla messa di don Massimo Biancalani – il parroco di Vicofaro (Pistoia) che ospita giovani immigrati in parrocchia – «per vigilare sulla sua cattolicità», ma il vescovo li rimette in riga: «Si stanno oltrepassando i limiti, la messa non può essere profanata da iniziative irresponsabili». E per dare il segnale che la Curia sta con don Biancalani, comunica che il vicario generale della diocesi concelebrerà la messa insieme al parroco attaccato dai fascisti.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica sul proprio profilo facebook le fotografie di una giornata in piscina insieme ai ragazzi africani accolti in parrocchia, attirando migliaia di insulti razzisti e omofobi, fra cui quelli del segretario della Lega Matteo Salvini. «Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», spiegava al manifesto don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati, e le tensioni non si placano. All’alba di giovedì, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri», evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri». Lo stile che mescola volgarità, omofobia e razzismo rimanda al tipico lessico del sottobosco neofascista. Il giorno dopo arrivano i manifesti di Forza nuova («Ci schiereremo sempre e comunque a difesa del popolo italiano, che don Biancalani, parroco razzista anti-italiano, odia oltre ogni misura») e l’annuncio, da parte del coordinatore di Fn Toscana Leonardo Cabras e del segretario di Fn Pistoia Claudio Cardillo, che domenica «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

Il vescovo, mons. Fausto Tardelli – che è tutt’altro che un «cattocomunista» – non può tacere: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani. Se fosse andato direttamente il vescovo, il messaggio sarebbe stato più efficace, ma anche l’invio del vicario generale della diocesi è un chiaro segnale di sostegno al parroco.

Segnale che però viene travisato dai principali quotidiani italiani nelle loro edizioni online di ieri mattina. «Pistoia, la resa del vescovo dopo le “minacce” di Forza nuova: don Biancalani domenica non dirà messa», comincia Repubblica. Si supera Il fatto quotidiano: «Pistoia, niente messa per il prete dei migranti. Forza nuova minaccia, il vescovo lo sostituisce». Tanto da costringere la Curia ad una piccata puntualizzazione: «Di fronte alle assurde e strumentali polemiche scatenate dall’articolo del quotidiano la Repubblica che travisano completamente il senso delle parole e delle azioni di mons. Tardelli, si precisa che il vicario generale è stato inviato a concelebrare con don Biancalani, non a sostituirlo». E i quotidiani a precipitose e maldestre rettifiche.

Il sostegno del vescovo sembra aver avuto effetto. I neofascisti di Casa Pound annunciano che loro a messa non ci saranno. Da Forza nuova non arrivano repliche, ma pare che anche i forzanovisti invece di andare a messa faranno una marcetta al mare. Il sindaco di centro destra di Pistoia si barcamena, il Pd solidarizza mentre Minniti a Roma dà l’ordine di manganellare donne e bambini a piazza Indipendenza. Ieri sera, in parrocchia, una partecipata assemblea ha ribadito il sostegno a don Biancalani. E domenica, dentro e fuori la chiesa, saranno in tanti a manifestare la propria vicinanza al parroco.

I valdesi: «Sì alla benedizione liturgica delle coppie gay»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

Semaforo verde alla benedizione liturgica delle coppie omosessuali, via libera alla riflessione su eutanasia e suicidio assistito.

Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, concluso ieri a Torre Pellice (To) dopo sei giorni di confronto fra 180 deputati e deputate (90 laici, 90 pastori) di cui quasi la metà donne, ha affrontato numerosi argomenti (migrazioni, povertà, dialogo ecumenico, fondamentalismo), ma è sui temi delle «famiglie plurali» e del fine vita che sono state prese le decisioni più importanti.

Nella tarda serata di giovedì è stato approvato grande maggioranza il documento Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità con cui si estende all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione liturgica (il matrimonio non è riconosciuto come sacramento) delle coppie «unite civilmente», comprese quelle omosessuali. In realtà è già dal 2010 che in alcune comunità locali si celebrano le benedizioni delle coppie omosessuali. Proprio allora si decise di avviare una riflessione dell’intera Chiesa per giungere alla redazione di un documento condiviso che, dopo un lungo dibattito sia in centro che in periferia – la questione era controversa anche fra metodisti e valdesi –, adesso è stato approvato. D’ora in poi tutte le coppie già legate da un’unione civile – questa la novità introdotta nel documento dopo l’approvazione della legge Cirinnà del maggio 2016 – potranno ricevere la benedizione liturgica della propria unione, purché, ovviamente, almeno un componente appartenga alla Chiesa metodista o valdese. «Con questo atto, metodisti e valdesi riconoscono la pluralità di modelli di comunione di vita e di famiglia presenti nella società, sottolineano la necessità della loro accoglienza e del loro accompagnamento, nonché il proprio impegno nella società a favore dell’ulteriore ampliamento dei diritti su questi temi», spiega Paola Schellenbaum, membro della Commissione che ha prodotto il testo. «È un documento che si adatta ai cambiamenti della società ed è passibile di ulteriori miglioramenti, ma abbiamo dato il giro di boa, siamo in una fase che ci consente un riconoscimento di tutte le famiglie, del tessuto affettivo e sociale delle persone», aggiunge il pastore Eugenio Bernardini, riconfermato dal Sinodo moderatore della Tavola valdese.

Al Sinodo è stato presentato un altro documento importante, sui temi del fine-vita, elaborato insieme anche ai battisti: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante (il titolo è ricavato dalle ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer pronunciate prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg nell’aprile 1945). «Riteniamo che la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite», si legge nel documento, che non apre in maniera indiscriminata all’eutanasia e al suicidio assistito, ma li ritiene praticabili, anche per un cristiano, soprattutto se le cure palliative – che vanno «estese» e «potenziate», proprio per ridurre il ricorso all’eutanasia – si dimostrano poco efficaci. Il documento verrà ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima di essere restituito al Sinodo per la sua eventuale approvazione il prossimo anno o negli anni successivi. Un iter – lo stesso seguito per il documento sulle «famiglie plurali» – che può apparire lungo e farraginoso, ma che è la conseguenza della “democrazia” che vige nelle Chiese metodiste e valdesi.

Accolto anche un documento sui «fenomeni migratori» nel quale si critica la «criminalizzazione dell’attraversamento delle frontiere» e si sostengono e si rilanciano i «corridoi umanitari», un progetto che le Chiese evangeliche portano avanti da anni, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, anche grazie ai fondi dell’otto per mille. I prossimi arrivi sono previsti il 29-30 agosto a Fiumicino. E sullo Ius soli, il Sinodo ha approvato un ordine del giorno in cui auspica che «il Parlamento proceda ad una rapida approvazione di una legge».

A proposito di otto per mille, la Chiesa metodista e valdese registra una flessione per il secondo anno consecutivo, dopo anni di crescita: i contribuenti che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2014, hanno scelto i valdesi scendono a 514.628 (in ogni caso un numero di gran lunga superiore ai circa 30mila fedeli in Italia), quasi 50mila in meno del 2013, quando erano 562mila, e i fondi passano da 37 a 34 milioni di euro. Che, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia (60%) e all’estero (40%).

Pastore, diacone, vescove nella Chiesa della Riforma

25 agosto 2017

“il manifesto”
25 agosto 2017

Luca Kocci

Chiese ad elevata parità di genere. Sono quella valdese e metodista – la principale delle Chiese cristiane non cattoliche presenti in Italia – e nel complesso quelle sorte dalla Riforma protestante, nelle quali le donne ricoprono ruoli e funzioni identiche a quelle degli uomini. Ne parliamo con Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze e docente di Studi femministi e di genere alla Facoltà valdese di teologia di Roma, in questi giorni impegnata nei lavori del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi a Torre Pellice.

«In effetti la presenza di donne “ordinate”, pastore e diacone ma talora anche vescove e presidenti di Chiese nazionali, è molto estesa e visibile nelle Chiese della Riforma», spiega Tomassone. «Nella Chiesa valdese e metodista si può contare poco meno del 40 per cento di donne ministro. Tuttavia, seppure ricoprendo la stessa funzione, donne e uomini non sono “uguali”: si cerca di dare spazio alla “differenza” nello svolgimento del ministero senza che questo crei discriminazione».

 

In altre Chiese cristiane, penso alla cattolica e alle Chiese ortodosse, questa parità non esiste. Eppure sono tutte ugualmente fondate sulla Bibbia e su Cristo. Come è possibile?

«La concezione del ministero nelle Chiese della Riforma non è sacrale, non si tratta di un sacerdozio, né il ministro deve svolgere una mediazione maschile – in quanto Cristo era un maschio – o paterna – in rappresentanza del Dio padre – verso la comunità. I ministri di culto sono parte della comunità dei credenti e del ministero che appartiene a tutte e a tutti e svolgono una funzione al servizio della comunità e centrata intorno alla predicazione della Parola».

 

Quello del posto delle donne nelle Chiese è un elemento di divisione con la Chiesa cattolica e con le altre Chiese. Potrà essere superato?

«La questione si pone a più livelli. La Chiesa cattolica ci riconosce come pastore delle nostre Chiese e condivide momenti di confronto teologico e biblico in cui siano coinvolte pastore protestanti. Tuttavia, non aprendo con altrettanta fiducia alle donne nelle proprie fila, il dialogo è sempre difficile e diseguale. Più complicato ancora con i vari Patriarcati ortodossi o con buona parte delle Chiese pentecostali che non accettano il ministero femminile, e dunque non accolgono le pastore protestanti in occasione di incontri ecumenici. Il cammino è ancora lungo ma, per il forte impegno delle teologhe cattoliche nella propria Chiesa, ci saranno sicuramente degli sviluppi positivi».

 

Parliamo di donne e teologia. Nella ricerca biblica e teologica, nelle facoltà, che spazio assumono le donne?

«Io faccio parte del Coordinamento delle teologhe italiane che raccoglie molte teologhe cattoliche e protestanti che fanno ricerca e insegnano anche nelle Facoltà pontificie. La Facoltà valdese di Teologia ha un corso curricolare sulle teologie femministe».

 

Quindi anche in questo ambito donne e uomini hanno un ruolo paritario?

«No. Per ora la presenza di donne teologhe e docenti è marginale, seppure significativa per la qualità e quantità di pubblicazioni».

 

Quali filoni di genere studia e approfondisce la ricerca teologica?

«I temi trattati seguono le tracce delle teologie femministe già sviluppate in altri Paesi, a livello ecumenico quindi, perché i percorsi di donne protestanti e cattoliche nel mondo occidentale sono intrecciati: una “ermeneutica del sospetto”, che rintraccia presenza femminile nonostante silenzi e reticenze dei testi biblici; l’esperienza di vita delle donne che diventa lente per comprendere i testi e la fede; la resistenza contro ogni riduzione al silenzio, contro la violenza e il patriarcato così a lungo legittimato dalla religione cristiana. Il lavoro è prima di tutto biblico, ma c’è un gran fermento di ricerca anche sulla storia delle donne e sulle forme di Chiesa. Inoltre c’è una riflessione comune sulle identità femminili postcoloniali, con molte donne del mondo protestante africano o cattolico dell’America latina. Questo ci aiuta a fare i conti con la nostra religione anche nei termini di una critica al suo retaggio di colonialismo di donne bianche e occidentali».

 

Che tipo di lavoro portano avanti le reti ecumeniche ed interreligiose di donne?

«In Italia ci sono reti interreligiose con donne ebree e musulmane che conducono battaglie per la giustizia e la pace insieme a noi. Ascoltarci reciprocamente ci aiuta ogni volta a scoprire insieme la grande ricchezza che ogni tradizione porta con sé e ci rafforza per resistere alle oppressioni religiose, alle interpretazioni restrittive degli scritti fondativi. Esistono poi reti internazionali di donne impegnate per fare delle fedi strumenti di pace e di riconciliazione, come per esempio le teologie di donne nell’Islam che perorano una giustizia di genere nella Jihad».

 

Negli ultimi anni le Chiese valdesi e metodiste si sono impegnate sulla questione della violenza di genere, impiegando anche parte dei fondi dell’otto per mille. Quali programmi sono stati portati avanti? Perché è importante che le Chiese e le religioni si impegnino su questo fronte?

«In marzo sono state consegnate alla presidente della Camera, Laura Boldrini, più di 5mila firme di donne e di uomini che si impegnano contro la violenza di genere. Le Chiese protestanti sono sempre state attente ai diritti delle persone, e la battaglia sui temi della violenza contro le donne riguarda i diritti umani. È importante che in questo cammino siano coinvolti gli uomini, in una presa di coscienza della propria identità maschile, che deve superare gli stereotipi dell’aggressività e recuperare il senso della reciprocità nella relazione e della capacità di tenerezza. Si lavora a molti livelli, con proposte di letture bibliche e un calendario di “sedici giorni contro la violenza”, un’iniziativa mondiale adottata dalle Chiese protestanti italiane – ogni anno dal 25 novembre al 10 dicembre –, con sportelli di aiuto e qualche casa rifugio per donne in difficoltà, promuovendo dibattiti e pubblicazioni che aiutino a superare la cultura cristiana maschilista e patriarcale».