Pedofilia, Bergoglio si scusa ma su Barros non torna indietro

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Ha chiesto scusa alle vittime dei preti pedofili per le parole «infelici» usate in Cile, ma papa Francesco si è infilato in un vicolo cieco da cui non riesce ad uscire – nemmeno con la sottigliezza gesuitica con la quale distingue le «prove» dalle «evidenze» – e che sta minando profondamente la sua immagine di fautore della «tolleranza zero» (dice di aver ricevuto 25-30 domande di grazia da preti pedofili e di non averne firmato nessuna) e, più in generale, di pontefice dalla parte delle vittime sempre e comunque.

Ieri, durante la conferenza stampa sull’aereo che da Lima lo ha riportato a Roma dopo il viaggio apostolico in Cile e Perù, c’è stata un’ulteriore puntata del caso di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno (Cile) che, nonostante da più parti sia accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori dell’anziano ex parroco don Fernando Karadima (di cui Barros è stato discepolo), Francesco difende a spada tratta, sebbene le associazioni delle vittime e mezza diocesi ne chiedano la rimozione. Come ha fatto, per esempio, nel suo ultimo giorno in Cile, a Iquique, rispondendo ai giornalisti: «Quando mi porteranno una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò. Fino ad ora non c’è una prova, sono tutte calunnie». Tanto da prendersi anche i rimproveri del cardinale statunitense Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco (appena “scaduta”, verrà rinnovata a giorni) e vescovo di Boston, inviato lì per “fare pulizia” dopo il caso Spotlight, il mega-scandalo pedofilia nella diocesi guidata dal suo predecessore, il cardinal Bernard Law. «È comprensibile» che le parole di papa Francesco siano state «fonte di grande dolore per le vittime degli abusi sessuali da parte del clero», ha detto O’Malley. L’impressione che queste parole trasmettono è che il papa le stia «abbandonando», perché «comunicano il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto».

Inevitabilmente, sul volo Lima-Roma, molte domande – a cui Francesco non si è sottratto – insistevano sulla vicenda. «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito tanti abusati. Non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermene e senza volerlo. Il papa che dice in faccia “portatemi una prova è uno schiaffo”, mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, non ci ho pensato», ha ammesso Francesco. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Io parlerei piuttosto di “evidenza”. So che molta gente abusata non può portare una prova o ne ha vergogna e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo».

Tuttavia, nel merito della situazione del vescovo Barros, Francesco non è arretrato di un millimetro. «È un caso che ho studiato e ristudiato. E non ci sono evidenze per condannare. Se condannassi senza evidenza, senza certezza morale, commetterei un delitto di cattivo giudizio», ha ribadito. «Molti hanno chiesto le dimissioni di Barros e lui ha dato le dimissioni, è venuto a Roma e io gli ho detto: no, così non si gioca, è come ammettere la colpevolezza previa. Quando poi è stato nominato a Osorno, e c’è stato il movimento di protesta, lui ha dato le dimissioni per la seconda volta e io gli ho detto: no, vai avanti. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui. Non posso condannarlo se non arrivano evidenze. Ma sono anche convinto che sia innocente».

Non ha dubbi Luis Badilla, direttore del blog Il sismografo (indipendente, ma ben accreditato in Vaticano) e profondo conoscitore della realtà cilena (ha collaborato al governo Allende, prima di lasciare il Paese come esule): «La prima cosa da fare, per ripristinare serenità e rispetto reciproco e avviare una soluzione adeguata della questione, è chiara. Il vescovo di Osorno, mons. Barros, deve rinunciare, e il papa dovrebbe accettare subito questa decisione del presule». Ma Francesco, stavolta, sembra preoccupato soprattutto di salvaguardare l’istituzione.

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L’abbazia di Trisulti, dai monaci certosini ai teocon?

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Dai monaci certosini (che la occuparono dal XIII secolo al 1947) e cistercensi ai teocon anglosassoni. Potrebbe essere questa la fine che farà la Certosa di Trisulti, l’antica abbazia costruita in Ciociaria (nel frusinate) nel 1204 per volontà di papa Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, ciociaro anche lui. I cistercensi – che lì vicino gestiscono anche l’abbazia di Casamari – per problemi economici hanno infatti “restituito” la Certosa al ministero per i Beni culturali. Il dicastero guidato dal ministro Dario Franceschini, nell’ottobre 2016, ha pubblicato un bando per l’assegnazione di tredici beni (fra cui appunto Trisulti), e l’assocazione Dignitatis Humanae Institute (Dhi) si è aggiudicata la Certosa. Anche se qualcuno sostiene che non possiede i requisiti, e quindi la gara potrebbe anche essere annullata.

Sulla matrice integralista e teocon di Dhi non vi sono dubbi. È un’associazione che ha come propria mission «la difesa delle fondamenta giudaico-cristiane della civiltà occidentale »; sul proprio sito internet compare in bella evidenza il volto di Steve Bannon (ex-consigliere del presidente Usa Donald Trump); il suo fondatore e leader è Benjamin Harnwell, conservatore britannico e grande amico di Bannon, ma anche dei “nostri” Rocco Buttiglione e Luca Volonté, rispettivamente “padre fondatore” (founding patron) e “direttore” (chairman) di  Dhi; nel comitato consultivo (advisory board) dell’associazione siedono cardinali ultraconservatori come Francis Arinze, Walter Brandmueller, Raymond Burke (presidente), Malcom Ranjith, Robert Sarah, Angelo Scola ed Elio Sgreccia. Già nel 2015 Dhi tentò di accaparrarsi la Certosa di Trisulti. Il suo presidente onorario, card. Raffaele Martino, dopo aver incassato l’appoggio di p. Silvestro Buttarazzi (abate di Casamari) e di mons. Lorenzo Loppa (vescovo di Anagni-Alatri, la diocesi in cui ricade Trisulti), scrisse direttamente a papa Francesco, chiedendogli di intercedere presso Franceschini, affinché la assegnasse a Dhi, in spregio a qualsiasi briciola di laicità dello Stato e legalità delle procedure. «La decisione dell’assegnazione formale al nuovo ente che subentrerà nella Certosa alla Congregazione Cistercense di Casamari spetta all’onorevole Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali della Repubblica italiana – si legge nella lettera di Martino al papa –. Ciononostante, i restanti tre monaci della Certosa di Trisulti si sono, in modo insolito, rivolti direttamente a lei, santo padre, chiedendole di indicare una comunità che prenderà il loro posto quando se ne andranno. Alla luce di questo appello inatteso, vorremmo accelerare la procedura di assegnazione e poiché lei è stato pubblicamente coinvolto, le chiedo di pronunciarsi, qualora decidesse di farlo, a favore della candidatura del Dhi. In risposta a questo appello pubblico, santità, Le chiedo umilmente che il cardinale segretario di Stato (Pietro Parolin, ndr) scriva, a suo nome, al ministro Dario Franceschini, comunicandogli che è suo desiderio che la Certosa di Trisulti passi all’Istituto Dignitatis Humanae». Il pontefice, a quanto se ne sa, nemmeno rispose.

Ce l’ha fatta ora, vincendo il bando del ministero dei Beni culturali e ottenendo la Certosa di Trisulti, per un canone che dovrebbe aggirarsi intorno ai centomila euro l’anno.

Ma, sostiene Daniela Bianchi, consigliera regionale e vice-presidente della commissione Cultura alla Pisana (Pd, poi passata a Sel), che a sua volta, intorno a Natale, ha scritto a Franceschini per dirgli che Dhi ha finalità e valori non del tutto chiari. E contestano l’assegnazione anche alcune associazioni culturali ciociare. I criteri utilizzati dal ministero per la concessione della Certosa lasciano alcuni dubbi, denunciano al Venerdì di Repubblica (che alla Certosa di Trisulti ha dedicato un’inchiesta, 22/12/17). Tra i requisiti previsti ci sono «un’esperienza almeno quinquennale nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale» e «la gestione negli ultimi cinque anni di almeno un bene culturale». Unica rivale di Dhi è stata l’Accademia nazionale delle arti, però non ammessa alla valutazione finale della commissione per errori nella presentazione dei documenti richiesti. Dignitatis Humanae invece ha vinto il bando nonostante non sembri avere esperienza nella gestione del patrimonio culturale. Secondo Harnwell, la sua associazione rispetterebbe in pieno il primo requisito «attraverso la promozione del Vangelo nella società cattolica italiana». Mentre il secondo sarebbe garantito «grazie alla gestione del piccolo museo monastico di Civita». Si tratta di un’ala del monastero abbandonato di San Nicola, affidata ad Harnwell nel 2015 sempre dall’abate di Casamari insieme ad alcuni oggetti appartenuti alle antiche comunità monastiche di Trisulti, che vi sono attualmente stipati. Gli abitanti di Civita (Fr) sostengono però che il museo non avrebbe mai aperto al pubblico, come conferma anche Francesca Casinelli, responsabile di Cicerone, il centro visite guidate del Lazio: «Mi risulta che il museo sia ancora in allestimento, certo è che le nostre guide non hanno mai portato nessuno a visitarlo». Anche secondo Luciano Rea, presidente di Ciociaria Turismo, «il museo di Civita è ancora un progetto in itinere, o almeno, noi non abbiamo mai organizzato visite al suo interno».

Comunque, se non vi saranno ripensamenti – piuttosto improbabili –, la Certosa verrà trasformata nella sede di un’associazione cattolica integralista, fortemente impegnata in ambito politico, che mostra di avere progetti ambiziosi, come spiega lo stesso card. Martino: «Accogliere un centinaio di giovani provenienti da ogni parte del mondo che vogliono, per un anno, offrirsi a Dio secondo la visione proposta dell’Istituto, pregando insieme e condividendo una vita fraterna in comunità; e, Deo volente, vorremmo che da tale gruppo sorgesse presto una comunità religiosa. Organizzare corsi residenziali di direzione spirituale e di formazione, compresi seminari e ritiri, per coloro che operano nell’ambito politico. Collaborare con una rete ampia di altre organizzazioni internazionali che hanno, come noi, la missione speciale di lavorare con i giovani. Organizzare degli incontri con giovani che provengono da diversi Paesi, sul tema della dignità umana».

Intimidazione mafiosa a don Stamile, prete anti-’ndrangheta

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Intimidazione mafiosa contro don Ennio Stamile, prete anti-’ndrangheta e coordinatore di Libera per la regione Calabria.

È accaduto la notte dell’Epifania, a Cetraro (Cs), piccolo centro della provincia di Cosenza, dove il prete è stato per molti anni parroco di San Benedetto. Intorno alla mezzanotte, dopo la cena in un ristorante del paese con i capi scout, insieme anche al sindaco della città, Angelo Aita, don Stamile si è diretto alla sua automobile, scoprendo che allo specchietto retrovisore esterno era stato legato un sacco per la spazzatura contenente la carcassa di un capretto. Un chiaro messaggio intimidatorio, secondo il lessico e la simbologia mafiosa.

A don Stamile è immediatamente arrivata la solidarietà di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. «Ancora una grave atto intimidatorio che sollecita le nostre coscienze ad essere più vigili – ha dichiarato don Ciotti –, e che ci richiama a sentire sempre prepotente dentro di noi il morso del più, del dare e impegnarci di più. La strada da percorrere nella lotta alla criminalità organizzata, alle illegalità è ancora lunga. Ognuno, la politica, le istituzioni, i cittadini sono chiamati a fare la propria parte. Resistere vuol dire esserci, fare, assumerci la nostra quota di responsabilità. Perché il problema più grave non è tanto chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Siamo vicini a don Ennio e andiamo avanti, senza paura e senza alcuna esitazione, consapevoli che il nostro impegno non subirà alcun cedimento».

Accanto al prete anche la Cgil Calabria. «L’atto mafioso compiuto verso don Ennio Stamile è un atto da intendersi contro tutta la comunità che cerca ogni giorno di battersi contro la ‘ndrangheta, per l’affermazione della legalità e della crescita sociale e civile», ha dichiarato il segretario generale, Angelo Sposato. «Conosciamo da anni don Ennio – ha proseguito Sposato –, è un punto di riferimento per noi e di tante libere associazioni, di cittadini, di forze sociali, politiche, ed è per questo che da anni conduciamo insieme battaglie comuni su legalità, sviluppo e lavoro. L’atto intimidatorio non fermerà don Ennio nelle tante battaglie comuni che continueremo a fare insieme per il riscatto sociale della nostra terra. L’atto intimidatorio non va sottovalutato.  Riteniamo sia indispensabile un reazione ed iniziativa della società civile e della politica contro tale atto. Occorre attivare tutte le forme cautelative, pertanto chiediamo alla Prefettura di compiere gli atti necessari per la sicurezza di don Ennio e di Libera Calabria».

Non è la prima volta che don Stamile – il quale nella sua attività pastorale e sociale ha più volte denunciato la presenza e il potere della ‘ndrangheta nel territorio, esortando i fedeli a fare altrettanto, rinunciando all’omertà – viene fatto oggetto di atti intimidatori e minacce mafiose. Più volte la sua auto è stata danneggiata, la canonica in cui viveva a Cetraro vandalizzata e cinque anni fa – in un avvertimento simile a quello della notte dell’Epifania – davanti alla porta di casa è stata fatta ritrovare una testa di maiale mozzata, con uno straccio in bocca (v. Adista Notizie n. 5/12).

E don Stamile non è l’unico prete calabrese impegnato anche nella lotta alla ‘ndrangheta che, nel corso degli anni, è stato bersaglio di avvertimenti mafiosi. Nel novembre 2009 furono manomessi i freni di alcune automobili per il trasporto disabili della comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme (v. Adista Notizie n. 117/09). Un mese dopo fu il vescovo di Lamezia (Cz), mons. Luigi Antonio Cantafora, a ricevere una busta contenente una sua foto e il disegno di una bara. Nell’estate del 2010 vennero squarciate le gomme delle automobili di don Salvatore Giovinazzo – parroco a Cittanova (Rc), che lavorava in un bene confiscato alla ‘ndrangheta – e di don Ermenegildo Albanese, parroco a Seminara (Rc). Nell’estate del 2011 toccò invece a don Tonino Vattiata, parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv) e fra gli estensori di un documento anti-‘ndrangheta sottoscritto da 14 parroci del vibonese (v. Adista Notizie n. 85/08), e poi a don Giuseppe Campisano, parroco a Gioiosa Jonica (Rc), avere le proprie auto danneggiate (v. Adista Notizie n. 65/11). Fra dicembre 2011 e febbraio 2012 altre due azioni contro don Giacomo Panizza, a Lamezia: nella notte di Natale un ordigno venne fu esplodere davanti al portone di ingresso di un centro di accoglienza per minori non accompagnati; successivamente un colpo di pistola venne sparato alla finestra di un edificio – confiscato alla cosca lametina dei Torcasio e assegnato a Progetto sud – che ospitava un centro sociale per disabili non autosufficienti. Nell’ottobre 2012 furono bucate le gomme dell’automobile di don Mario Fuscà, parroco a Piscopio (Vv) e del pulmino della parrocchia di santa Maria Assunta a Cropalati (Cs), utilizzata da don Giovanni Sommario.

Si spera che con quella a don Stamile non riprendano le intimidazioni ai preti calabresi in prima linea contro la ‘ndrangheta che da qualche anno sembravano esseri fermate

Bergoglio alla prova del Cile, nel gorgo dei preti pedofili

17 gennaio 2018

“il manifesto”
17 gennaio 2018

Luca Kocci

Ricomincia dalla Moneda il viaggio apostolico di papa Francesco in Cile. Dal balcone del palazzo presidenziale, 31 anni fa (1 aprile 1987), Giovanni Paolo II si affacciò a salutare la folla insieme al generale Pinochet (un’ultima versione accreditata in Vaticano narra ora che Wojtyla fu fatto affacciare lì con l’inganno). Ieri Francesco è tornato alla Moneda per incontrare la presidente Michelle Bachelet e le autorità civili del Paese, fra cui c’era anche il presidente eletto, Sebastian Pinera, che si insedierà l’11 marzo.

«Continuate a lavorare perché la democrazia, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti», ha detto il papa, toccando uno dei temi politici sensibili della vita del Cile e della sua visita, quello del popoli indigeni, a cui sarà dedicata parte della giornata di oggi a Temuco, in territorio mapuche, dove sono possibili proteste, come ve ne sono state ieri a Santiago e in altre parti del Paese, contro il papa e il governo. «La pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia», ha aggiunto, «è indispensabile ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa Nazione».

Ma il punto dolente è un altro: la questione della pedofilia del clero. «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa», ha detto il papa. «È giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta». Con i preti e i religiosi, incontrati nel pomeriggio nella cattedrale, ha invece usato parole più morbide: c’è il «dolore per il danno e la sofferenza delle vittime» ma «anche per voi, che avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione», che «a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada».

Il nodo in Cile è particolarmente aggrovigliato, le parole del papa ne evidenziano le contraddizioni. Da anni il Paese è attraversato da uno scandalo che Bergoglio non solo non ha risolto ma anzi ha contribuito a complicare. Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Tra questi don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, nel 2011 condannato dalla Santa sede per abusi su minori.

Fra i “discepoli” di Karadima, accusati di complicità con il loro formatore, ci sono anche tre vescovi (consacrati da papa Wojtyla). Uno dei tre, mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, prima ordinario militare, è stato promosso da papa Francesco vescovo di Osorno – con la forte sponsorizzazione del discusso nunzio mons. Ivo Scapolo –, quando le accuse nei suoi confronti erano già note e nonostante le proteste dei fedeli. Che Bergoglio sapesse è emerso chiaramente pochi giorni fa, quando l’Associated press ha pubblicato una lettera di Francesco ai vescovi del Cile, datata 31 gennaio 2015, in cui il papa diceva di conoscere la situazione di Barros, a cui il nunzio aveva suggerito – così come agli altri due vescovi amici di Karadima – di prendersi «un anno sabbatico». Poi però, per una fuga di notizie (i nomi degli altri due dovevano restare segreti), il provvedimento è saltato, e Barros è restato regolarmente al proprio posto, dove è ancora, nonostante le contestazioni, mai interrotte. E ancora Francesco, a maggio 2017, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno vicini a Barros – che hanno registrato la conversazione – ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che quindi i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda».

Una inversione a U da parte di papa Francesco – dall’anno sabbatico alla difesa vigorosa – difficilmente spiegabile se non, forse, con la volontà di salvaguardare l’istituzione. Un comportamento che però mal si accorda con la richiesta di perdono pronunciata ieri.

A Santiago la missione più difficile per Bergoglio

14 gennaio 2018

“il manifesto”
14 gennaio 2018

Luca Kocci

Il papa torna in America latina. Comincia domani il viaggio apostolico che, da lunedì fino a domenica prossima, lo condurrà in Cile e in Perù.

Due Paesi a stragrande maggioranza cattolica (il 74 per cento in Cile, addirittura l’89,6 per cento in Perù, secondo le statistiche ufficiali), ma attraversati, soprattutto negli ultimi giorni, da forti tensioni che renderanno la visita papale meno tranquilla di quello che era stato previsto in Vaticano.

In Cile, prima tappa del viaggio (15-18 gennaio), nella capitale Santiago, fra giovedì e venerdì, tre chiese cattoliche sono state bersaglio di altrettanti attentati: un incendio doloso nella parrocchia di Santa Isabel de Hungrìa e due bombe contro due cappelle a Recoleta e a Penalolén. Un quarto attentato incendiario, contro il santuario di Cristo Pobre, sarebbe stato sventato dalla polizia. Danni minimi (porte, finestre e qualche suppellettile danneggiate), ma la temperatura e l’attenzione sono salite, anche perché in uno dei luoghi colpiti – riferisce la stampa locale –, è stato trovato un volantino con una sorta di rivendicazione: «Libertà per tutti i prigionieri politici nel mondo, Wallmapu (territorio mapuche, ndr) libero, autonomia e resistenza. Papa Francesco, le prossime bombe saranno sotto il tuo abito talare».

La presidente Bachelet ha condannato gli episodi, ridimensionandone però la portata. E lo stesso ha fatto padre Felipe Herrera, portavoce della Commissione che sta curando la visita di papa Francesco in Cile: «Nessun attacco terroristico, piuttosto atti di vandalismo compiuti per attirare l’attenzione». Qualche timore in più lo ha espresso invece il gesuita Fernando Montes Matte, ex rettore dell’università Alberto Hurtado, preoccupato soprattutto che gli atti di violenza possano venire collegati alla «questione mapuche» e di conseguenza oscurare la reale «situazione di ingiustizia e violazione dei diritti denunciata dalle popolazioni indigene, che affonda le sue radici nel passato e si perpetua fino ai nostri giorni».

In aggiunta agli attentati incendiari contro le chiese cattoliche, venerdì mattina un gruppo di manifestanti, guidati dall’ex candidata alle presidenziali, Roxana Miranda, ha temporaneamente occupato la sede della nunziatura apostolica, sempre a Santiago, per protestare contro le spese sostenute dal governo per la visita del papa. «I soldi del fisco se li porta via Francesco», lo slogan della breve occupazione. «Il problema non è la fede, ma piuttosto i milioni che si stanno spendendo», ha ribadito Miranda. Da questo punto di vista, cambia la latitudine ma non la sostanza: ogni viaggio papale comporta spese molto alte non per il Vaticano, ma per gli Stati ospitanti.

Dei quattro giorni in Cile, oltre ai consueti incontri con le autorità politiche, i vescovi e il clero, saranno significativi due appuntamenti: quello di Temuco (capoluogo dell’Araucanía, luogo “caldo” del conflitto fra il governo e i mapuche, una parte dei quali contesta l’iniziativa), dove Francesco celebrerà una messa a cui parteciperà una delegazione dei popoli indigeni; e l’incontro con alcune vittime della lunga dittatura di Augusto Pinochet, durante la quale le omissioni e i silenzi, quando non le complicità, della Chiesa cattolica sono stati particolarmente gravi. L’ex segretario di Stato di papa Wojtyla, cardinal Angelo Sodano, è stato nunzio a Santiago per 10 anni, dal 1978, in piena dittatura: fu lui a portare in Cile Giovanni Paolo II, immortalato insieme a Pinochet, il primo aprile 1987, sul balcone del palazzo presidenziale, La Moneda, in una foto diventata simbolo di tutte le collusioni della Chiesa cattolica con le dittature militari e di destra.

Don Cosimo Scordato: «Perché aumentare gli stipendi dei consiglieri regionali siciliani?»

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Botta e risposta fra don Cosimo Scordato, docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo) dove anima una vivace comunità cristiana, e Gianfranco Micciché (Forza Italia), presidente dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) da poco eletta. Tema del confronto, o dello scontro: gli stipendi dei deputati dell’Ars per i quali – come del resto anche per quelli dei senatori della Repubblica – dal primo gennaio 2018 è decaduto il tetto massimo di 240mila euro annui. Una norma che Micciché difende e anzi rivendica. E che invece don Scordato critica, in nome della giustizia sociale e della dignità della politica.

«Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scrive don Scordato in una lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante – prosegue – il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi».

Continua il prete dell’Albergheria: «Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale»; e comunque, «se proprio vogliamo parlare di merito, ci chiediamo quale merito ha maturato l’amministrazione regionale (governo e Parlamento siciliano) nella sua storia: la Sicilia è tra le ultime regioni per il livello di occupazione e per la qualità delle infrastrutture (ferrovie, strade, collegamenti…), con la pesante compromissione del turismo; presenta gravi inefficienze nel servizio ospedaliero (con particolari criticità nei pronto soccorso), spingendo molta gente a cercare cure fuori dall’isola; bassi sono i risultati conseguiti nella qualità della vita, tanto più che in diverse città ancora oggi non si riesce a risolvere il problema della raccolta dei rifiuti». Tanto che, ammonisce Scordato, «dovremmo parlare di demerito e addirittura, ma è solo una provocazione, dovremmo parlare di restituzione di stipendi e di premi assegnati».

Inoltre, aggiunge, «è proprio vero che nei posti di responsabilità le persone siano state scelte per competenza e professionalità, e non per appartenenza clientelare, mentre tanti giovani plurilaureati, per farsi apprezzare devono andare fuori dalla Sicilia?». Ma se vogliamo parlare davvero di merito, «c’è la difficoltà di scegliere a chi dare la precedenza; pensiamo allo stuolo di insegnanti che giorno dopo giorno (soprattutto nei quartieri popolari) si trovano a portare avanti i ragazzi in mezzo a tante difficoltà e qualche volta con rischio personale; pensiamo a tutte le persone impegnate in lavori umili e anonimi, dalla pulizia delle strade alla guida degli autobus, a tante persone che fanno i turni di notte; pensiamo al personale ospedaliero che, spesso in condizioni veramente precarie, porta avanti la responsabilità di salvaguardare la vita dei malati; pensiamo agli stessi impiegati del servizio pubblico che dietro gli sportelli debbono far fronte alle esigenze della gente; e come non ricordare i piccoli e medi imprenditori che, spesso schiacciati dalle tasse e da una concorrenza spietata, sono costretti ad abbassare la saracinesca vivendo tristemente in solitudine personale e familiare la propria sconfitta».

Gli stipendi sono già fortemente squilibrati, il venir meno del tetto aumenterà ancora di più la forbice, spiega don Scordato. «Cosa possiamo rispondere a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

Non si fa attendere la risposta di Miccichè, che sottolinea con puntiglio la «legalità» dell’atto, perché appunto previsto dalla legge.

E allora «cambiate la legge con la quale siete agganciati agli stipendi del Senato» la replica di don Scordato. «Ci sembra che parlare di legalità diventi comodo mentre in verità si sta andando contro la giustizia, ovvero secondo il criterio di una equità, quella condizione che deve far sentire uguali o almeno vicini i cittadini tra di loro, anche a partire dalla vicinanza dei loro stipendi. Dovreste essere ben contenti di percepire cifre che valgono dieci volte tanto lo stipendio medio di un lavoratore anche laureato, e venti volte tanto le grame pensioni di tanta povera gente!».

Oltre che un’evidente misura di equità sociale, il ridimensionamento – o quanto meno il non innalzamento – degli stipendi, secondo Scordato sarebbe un gesto anche per tentare di riscattare la classe politica, «considerata sempre più come una casta separata dalla gente, rispetto alla quale ormai i cittadini nutrono un atteggiamento di rifiuto se non proprio di disgusto. Siamo convinti che l’assenteismo dalle votazioni sia il sintomo grave della distanza siderale che separa coloro che percepiscono stipendi d’oro e la gente comune in condizioni di vita, se non proprio di sopravvivenza o addirittura di morte (ricordiamo con tristezza e amarezza i gravissimi casi di clochard morti di freddo negli ultimi giorni per strada, a Palermo). Vorremmo riscattare il vostro buon nome dinanzi alla collettività, tenuto conto della bassa considerazione espressa nei vostri confronti nei discorsi quotidiani; certamente ne guadagnereste non in soldi ma in stima da parte della gente».

Ius soli: i silenzi della Cei e la prudenza del Vaticano

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Il silenzio della Conferenza episcopale italiana e dei vescovi sulla mancata approvazione dello Ius soli, finito su un binario morto al Senato a Camere ormai sciolte. Lo denuncia il movimento Noi Siamo Chiesa, che esprime forte delusione per il «nuovo corso» della Cei guidata dal card. Gualtiero Bassetti, in realtà molto simile al vecchio.

Una posizione, quella della Cei, che del resto fa il paio con quella estremamente prudente della Santa sede, espressa dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in un’intervista al Messaggero (23/12/17), all’indomani dello stop allo Ius soli. «Si pensava potesse essere approvata ma ci sono state troppe reazioni negative – ha detto Parolin a Franca Giansoldati –. È apparsa come una legge controversa suscitando risposte diverse da parte di tanti settori dell’opinione pubblica e della gente. Davanti ad un quadro del genere occorre avere il tempo necessario per maturare, per convincere, in modo tale che il passo successivo lo si possa fare ma con il maggiore consenso  possibile. Naturalmente i tempi della politica non li so, non li conosco e non posso prevedere. Penso che sia  meglio che queste cose abbiano lo spazio temporale per maturare a livello di coscienza e mentalità, affinché non siano fonte di conflitto e di lacerazione dentro il Paese. Non si tratta di un aspetto  secondario visto che, per tanti versi, il Paese è già piuttosto lacerato. Il tema dello Ius soli è delicato e importante; deve essere motivo di crescita comune».

La situazione è complessa, lo riconosce anche Noi Siamo Chiesa, ma non giustifica la cautela e la paura. A fronte di molte strutture e associazioni cattoliche di base favorevoli alla legge – e ben sostenute dal quotidiano Avvenire, riconosce il movimento – esiste una «una opinione pubblica trasversale, ovunque largamente diffusa, comprendente anche molti credenti, che si lascia prendere da emozioni, che ha ben scarsa conoscenza di come i problemi si pongono nella realtà, che reagisce con paura e dispetto alla situazione e prova  fastidio nei confronti dei  nuovi italiani. Spesso questa ondata populista della peggior specie  si allarga  nel rifiuto dei migranti, poi dei “politici”, poi delle istituzioni in generale, poi di altro ancora in una confusa catilinaria contro tutto e tutti. Essa deve essere contrastata  senza timore di muoversi contro corrente, rifiutando il qualunquismo in politica e seguendo il comandamento evangelico dell’accoglienza continuamente richiamato da papa Francesco».

Quindi, prosegue Noi Siamo Chiesa, «l’abbandono della legge sullo Ius soli da parte del Senato  ha turbato le coscienze di quanti la consideravano un fatto di civiltà e, soprattutto  per i credenti, un fatto di fraternità. Si trattava inoltre di un provvedimento utile, sotto ogni aspetto, per il vivere civile. Ciò premesso, dobbiamo deplorare il silenzio della generalità  dei vescovi su questo fatto. Esso meritava una denuncia ferma e inequivocabile, senza timore della reazione  di opinioni avverse, a maggior ragione se di forze politiche. Un silenzio pesante, colpevole, non scusabile (a fronte di tanti interventi indebiti in altre occasioni). Solo il card. Francesco Montenegro di Agrigento ne ha parlato».

Eppure, nota ancora Noi Siamo Chiesa, «nelle stesse ore di questa grave offesa  a una parte della società italiana abbiamo assistito  alla inedita coppia Minniti-Bassetti che all’aeroporto di Pratica di Mare (Roma) accoglieva 162 profughi nell’ambito di un’operazione umanitaria concordata tra Cei e governo. Siamo naturalmente ben felici per i 162 . Siamo però amareggiati che tale operazione  sia stata fatta alla vigilia di Natale  gestita in modo enfatico  in ogni media con intenti propagandistici  a fronte del citato rumoroso silenzio sullo Ius soli. A noi e a molti  questo specifico accordo è apparso  come, da parte dei vescovi, esso sia stato soprattutto una copertura d’immagine e un’accettazione di fatto del patto firmato in agosto dal nostro governo con una parte della Libia, che ha ignorato le durissime denunce dell’Onu e di Amnesty, ha dato ruolo e denaro a poteri dalla oscura e ambigua origine e dai comportamenti criminali  ed ha reso vano  il positivo ruolo svolto dalle Ong che soccorrevano i migranti in mare». Un fattore di “distrazione” che – sebbene non via mai stata quella grande copertura mediatica riservata alla Cei –, secondo Noi Siamo Chiesa, potrebbe riguardare anche Mediterranean Hope, l’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese evangeliche per l’apertura di corridoi umanitari: è «sicuramente lodevole e sorta ben al di fuori di logiche governative», tuttavia deve «conservare un valore “profetico” per indicare e sollecitare una politica del tutto diversa dall’attuale nei confronti di chi  vuole giungere nel nostro Paese. Non deve trasformarsi, aldilà della indubbia buona volontà dei promotori, in una foglia di fico usata per tentare di legittimare politiche governative esclusivamente miranti a impedire, con ogni mezzo e il più possibile lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, l’arrivo in Italia dei migranti».

Ma al di là della contingenza, Noi Siamo Chiesa manifesta anche forti preoccupazioni per quello che potrà avvenire nei prossimi mesi di campagna elettorale. « La storia dei naufragi e dei lager sulla costa libica continua, come sappiamo dalle notizie delle ultime ore. Durante tutta la campagna elettorale assisteremo su questi problemi a vescovi con la lingua incollata al palato, paurosi della loro ombra, prima preoccupati di non “fare politica” che di ricordarsi del Vangelo? Per non parlare della spedizione neocoloniale in Niger, anche sulla quale il silenzio dei vescovi è totale. È questo il nuovo corso che avevamo sperato nella gestione della Conferenza episcopale del nostro Paese?».

“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Focolari sulle prossime elezioni: la dignità della persona sia il faro dell’impegno politico

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

A pochi mesi dalle elezioni politiche (forse il prossimo 4 marzo?), il Movimento dei Focolari invita cittadini e cattolici alla «partecipazione attiva e consapevole al voto e all’impegno diretto in campo sociale e politico».

Nessuna indicazione di voto da parte del movimento fondato da Chiara Lubich – anzi la precisazione preventiva che «chi si candida o si impegna come militante di un partito lo fa a titolo personale come espressione della propria libertà di coscienza e non a nome del Movimento dei Focolari» – ma, rilanciando le parole pronunciate da papa Francesco nello scorso mese di giugno in occasione del suo pellegrinaggio a Bozzolo (Mn) sulla tomba di don Primo Mazzolari (v. Adista Notizie nn. 17 e 24/17), il forte invito, tanto più pressante in tempi di antipolitica e di astensionismo (come hanno dimostrato platealmente le ultime elezioni amministrative con una percentuale di votanti che, in qualche caso, è scesa al trenta per cento) , ad «abbandonare ogni forma di spiritualismo o di chiusura in ambiti separati, vincendo, così, la tentazione di stare “alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani” accontentandosi “di criticare, di descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori del mondo intorno”».

E se il Movimento politico per l’unità (soggetto politico laico di cittadinanza attiva, espressione del Movimento dei Focolari) non formula, ovviamente, preferenze partitiche, individua tuttavia dei criteri di orientamento in vista del voto e, più in generale, dell’impegno politico. È «decisivo – si legge nella nota dei Focolari – il criterio della responsabilità personale nel saper declinare, in modo credibile, alcuni punti fermi come, ad esempio, la centralità della persona umana in ogni fase della sua esistenza, la cura dell’ambiente coma casa comune, l’accoglienza verso tutti, la promozione della vita e il ripudio della guerra, l’opzione verso gli ultimi e le periferie. Non ci si può esentare da questa scelta politica di nonviolenza attiva da esercitare secondo coscienza e maturità personale».

Per i cattolici poi, «sono di ispirazione le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Gualtiero Bassetti, che invita a non prestarsi alla divisione tra quelli del sociale e quelli della vita perché “non ci si può prendere cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici”».

Leghisti e pseudo-cattolici identitari dei “principi non negoziabili” sono avvisati

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».