«Un patto mondiale sulle migrazioni per battere la fame»

17 ottobre 2017

“il manifesto”
17 ottobre 2017

Luca Kocci

La fame non è una «malattia inguaribile» generata da un destino avverso, ma la conseguenza di «conflitti e cambiamenti climatici».

Papa Francesco, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’anniversario della fondazione della Fao (16 ottobre 1945), si reca alla sede romana dell’agenzia Onu per la nutrizione e l’agricoltura, propone la sua analisi (guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e cambiamenti climatici cause della fame e delle migrazioni) e detta la sua ricetta per combattere la malnutrizione: «l’amore che ispira la giustizia» e che dovrebbe essere trasformato in azioni concrete dagli organismi internazionali.

Un discorso che mette a fuoco le cause e che poi propone soluzioni tanto condivisibili quanto generiche. Del resto Francesco parla da pontefice e fa appello alle coscienze.

L’analisi individua le ragioni della fame e delle migrazioni: i «conflitti e i cambiamenti climatici». «Come si possono superare i conflitti?», si chiede papa Francesco. Impegnandosi «per un disarmo graduale e sistematico» e fermando la «funesta piaga del traffico delle armi»: a che serve «denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

«Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze», aggiunge Francesco. L’Accordo di Parigi sul clima affronta il problema, ma «alcuni si stanno allontanando». Al presidente Usa Trump saranno fischiate le orecchie. «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto», prosegue il papa, che auspica «un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi». «Guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile».

L’invito è a «cambiare rotta». Non con le ricette maltusiane («diminuire il numero delle bocche da sfamare» «è una falsa soluzione se si pensa ai modelli di consumo che sprecano tante risorse»), ovviamente irricevibili per la dottrina sociale della Chiesa, ma con un’equa distribuzione delle risorse. Anche se, precisa Francesco, «ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo».

Interviene allora il comandamento evangelico dell’amore, «principio di umanità nel linguaggio delle

relazioni internazionali». «La pietà – aggiunge il papa – si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia». Declinato concretamente significa contribuire a che «ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare», «pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo» (fermando il land grabbing) per «non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario», e quindi emigra dove vede «una speranza di vita», senza che nessuna «barriera» possa fermarlo.

Annunci

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

Il Papa buono, un santo in mimetica: ancora polemiche su Giovanni XXIII patrono dell’esercito

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

La pietra tombale su una presunta contrarietà della Conferenza episcopale italiana alla proclamazione di Giovanni XXIII patrono dell’esercito italiano l’ha messa definitivamente mons. Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario generale. «Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII», ha risposto Galantino ad una domanda che gli era stata posta durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, lo scorso 28 settembre.

 

Mons. Galantino: Giovanni XXIII patrono dell’esercito, qual è il problema?

«La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione», ha specificato Galantino – come del resto aveva già detto in precedenza il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 32/17) –, precisando però che, durante il Consiglio permanente, «ne abbiamo discusso» con gli altri vescovi, «confermando l’apprezzamento del lavoro che i militari svolgono in Italia», ad esempio nel ruolo svolto nell’operazione “Strade Sicure”, «nella quale riescono a far allentare il senso di paura della gente. In Italia buona parte dei militari sono impegnati in questo». Da parte della Chiesa, ha ribadito il segretario generale della Cei, «non c’è nessun atteggiamento di disprezzo, anzi, sicuramente c’è apprezzamento nei confronti dell’Esercito italiano per tutto quello che sta facendo: sono uomini, donne, papà di famiglia, ragazze che stanno lì perché ci credono e devono darsi da campare». Le perplessità di Pax Christi, che ha scritto una lettera aperta al card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore del decreto che proclama papa Roncalli patrono dell’esercito, firmata anche da quattordici vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17), vengono liquidate con una frase dal segretario generale della Cei: «Non penso che una raccolta firme possa portare indietro l’orologio».

 

Santità in punta di codice

Nulla di fatto anche sul versante canonico. Lo storico Alberto Melloni aveva ipotizzato che il decreto fosse «nullo» perché non era arrivata in Vaticano la richiesta della Cei di proclamare papa Giovanni patrono dell’Esercito italiano, e «i patroni – scriveva Melloni sulla Repubblica (25/9) – li chiedono le conferenze episcopali, devono passare nelle commissioni, nel Consiglio permanente e nella Assemblea generale», una Congregazione vaticana «non può deliberare in materia senza (e tanto meno contro) il parere dei vescovi. Nemmeno invocando i poteri delegatigli dal pontefice, fra i quali non è incluso quello di gabbare i vescovi». E lo stesso aveva fatto Pierluigi Consorti, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa, sostenendo, in un articolo pubblicato sul suo blog, la «incompetenza» dell’Ordinariato militare a richiedere alla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti la proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano. «Essendo l’Esercito italiano un corpo certamente di livello nazionale, e non locale, sarebbe stato doveroso da parte sua investire della questione la Conferenza episcopale nazionale», scrive Consorti. Ma, prosegue, «la Chiesa militare non è nuova ad una certa autoreferenzialità interna all’Amministrazione della Difesa, che la rende nella sostanza un corpo separato sia dalle Chiese locali sia da quella nazionale, benché senz’altro equiparata ad una diocesi locale e come tale parte della Conferenza episcopale nazionale. La storia anche recente la vede spesso protagonista di accordi a livello interno che escludono ogni collaborazione con la Conferenza episcopale, costretta a prendere atto a cose fatte di scelte che sarebbe più opportuno condividere con la Chiesa locale. Questo modo di procedere conferma una sua perdurante tentazione a configurarsi illegittimamente come soggetto immediatamente soggetto alla Santa sede e non come parte del più largo popolo di Dio che è chiamata a servire nella piena comunione con le altre Chiese locali (e non voglio nemmeno pensare che l’Ordinariato militare abbia consapevolmente seguito una strada sbagliata per aggirare il possibile ostacolo potenzialmente frapposto dagli altri vescovi italiani). In ogni caso la Congregazione vaticana non avrebbe dovuto assecondare questo iter. Avrebbe dovuto rispettare le Norme, avviare una consultazione con i soggetti interessati per verificare l’opportunità della scelta comunicata e avrebbe anche dovuto accertare la competenza dell’Ordinario militare. Sembra impossibile che anche una Congregazione vaticana ignori il diritto canonico fino al punto di sottoscrivere un atto privo di forma certa, parzialmente immotivato e alla fine inefficace».

Ma le argomentazioni sono state contestate da un altro canonista, don Giuseppe Praticò, cancelliere della diocesi di Reggio Calabria-Bova, molto vicino all’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, nativo di Reggio Calabria. «La Chiesa Ordinariato militare è a tutti gli effetti una Chiesa particolare», «è una porzione del popolo di Dio non costituita da un territorio ma da persone, volti e anime, che forma l’immagine della Chiesa universale e ne ha la completezza in quanto ne possiede tutte le proprietà essenziali e tutti gli elementi costitutivi», scrive Praticò su Settimana, il periodico online dei dehoniani. Quindi «l’ordinario militare è l’unico competente “senza se e senza ma”, in virtù della sua potestà di giurisdizione». Pertanto «il decreto di conferma emanato dalla Congregazione con prot. n. 267/17 del 17 giugno 2017, nella sua formulazione e articolazione, rispetta tutti gli elementi previsti per la sua legittimità e per la sua validità. Ad un attento esame, non si riscontra, infatti, alcun errore formale o procedurale che possa renderlo passibile di inefficacia». Ed infine «è errato affermare e sostenere, senza alcun fondamento giuridico, che, trattandosi di esercito italiano, l’approvazione del patronato di san Giovanni XXIII spettasse di giurisdizione alla Conferenza episcopale italiana e non all’ordinario militare per l’Italia. Non basta, infatti, l’aggettivo qualificativo “italiano” a stabilire che la giurisdizione sia della Cei, poiché, in forza della sua particolare natura, l’Ordinariato militare è una peculiare circoscrizione ecclesiastica assimilata alle diocesi in cui la potestà del vescovo non è territoriale ma personale. Pertanto, mons. Marcianò è l’autorità ecclesiastica che poteva e doveva eleggere e approvare san Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano, presentando successivamente formale richiesta per il decreto confermativo della Congregazione romana, senza alcun altro ulteriore intervento della Conferenza episcopale nazionale. Di conseguenza, la Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti ha agito secundum legem e non contra legem».

La santità ridotta a formalismi giuridici. Non resta ora che attendere l’11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando il “papa buono” sarà proclamato patrono dell’Esercito italiano a san Pietro, davanti a settemila militari, che potranno così acclamare il loro santo in mimetica

Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

No all’estradizione del prete pedofilo

13 ottobre 2017

“il manifesto”
13 ottobre 2017

Luca Kocci

La “tolleranza zero” di papa Francesco contro la pedofilia del clero inciampa sull’immunità diplomatica. Non verrà estradato in Canada monsignor Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura apostolica di Washington (l’ambasciata vaticana in Usa), nei confronti del quale le autorità canadesi hanno emesso un ordine di arresto per il reato – che sarebbe stato commesso in Canada – di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

Il direttore della sala stampa della Santa sede, Greg Burke, puntualizza che ancora «non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada». Ma l’agenzia Ansa riferisce di aver appreso «da fonti qualificate» che, quando giungerà, il Vaticano la respingerà, opponendo l’immunità diplomatica di cui gode il funzionario di Oltretevere.

Il caso è venuto alla luce questa estate. Il 21 agosto il Dipartimento di Stato Usa ha notificato alla Santa sede l’ipotesi di violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di mons. Capella, chiedendo contestualmente al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica. Richiesta respinta dalla Santa sede, che invece ha immediatamente richiamato a Roma il proprio funzionario e affidato le indagini al promotore di giustizia del tribunale vaticano (una sorta di pm), Gian Piero Milano. Subito dopo si è mossa anche la polizia canadese.

L’inchiesta vaticana «richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata», precisa Burke. Se rinviato a giudizio, Capella – che ora risiede in un appartamento nel Collegio dei penitenzieri, lo stesso di mons. Wesolowski, nunzio a Santo Domingo, morto di infarto pochi giorni prima che in Vaticano cominciasse il suo processo per pedofilia – verrebbe processato dentro le mura leonine e non nello Stato in cui ha commesso il reato. E questo, in molti casi, resta il punto debole della sbandierata fermezza vaticana contro la pedofilia.

 

Anche 14 vescovi nell’appello al card. Sarah: Giovanni XXIII sia patrono della nonviolenza

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Come può Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?». Vi chiediamo di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Quattordici vescovi e molte personalità del mondo cattolico chiedono alla Santa sede di annullare il decreto con il quale l’ultraconservatore card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha stabilito papa Giovanni come santo patrono dell’Esercito italiano (v. Adista notizie n. 32/17).

L’iniziativa è di Pax Christi che, dopo aver manifestato a caldo con il suo presidente mons. Giovanni Ricchiuti una forte contrarietà alla decisione vaticana («Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»), promuove ora una lettera aperta indirizzata al card. Sarah e al presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, raccoglie l’adesione di ben quattordici vescovi: oltre a Ricchiuti (vescovo di Altamura) hanno firmato mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale e internazionale di Pax Christi), mons. Kevin Dowling, (vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-presidente di Pax Christi International), mons. Antonio J. Ledesma (arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, presidente di Pax Christi Filippine), mons. Tommaso Valentinetti (arcivescovo di Pescara Penne, già presidente nazionale di Pax Christi), mons. Domenico Mogavero (vescovo di Mazara del Vallo, Tp), mons. Calogero Marino (vescovo di Savona), mons. Giorgio Biguzzi (vescovo emerito di Makeni, Sierra Leone), mons. Francesco Alfano (arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia), mons. Antonio Napolioni (vescovo di Cremona), mons. Marco Arnolfo (arcivescovo di Vercelli), mons. Francesco Ravinale (vescovo di Asti), mons. Domenico Cornacchia (vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi), mons. Roberto Filippini (vescovo di Pescia). E poi autorevoli personalità del mondo cattolico: Rosalba Poli e Andrea Goller (responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia), Cristina Simonelli (presidente del Coordinamento teologhe italiane), p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi), p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia), p. Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), suor Paola Moggi (direttrice di Combonifem), p. Giovanni Munari (superiore provinciale dei Missionari comboniani in Italia), don Tonio Dell’Olio (presidente Pro Civitate Christiana), la Comunità monastica di Bose, Gianni Novello (fraternità di Romena), lo storico Alberto Melloni, il magistrato Nicola Colaianni, don Giuseppe Ruggeri, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, don Giovanni Nicolini, don Pierluigi di Piazza, don Giacomo Panizza, don Bruno Bignami (presidente della Fondazione don Primo Mazzolari e postulatore della causa di canonizzazione del parroco di Bozzolo) e altri ancora.

«Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII, papa, quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”», si legge nella lettera aperta. «Siamo infatti convinti che la vita e le opere del santo papa non possano essere associate alle Forze armate. Come può proprio lui, il papa della Pacem in Terris, il papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si chiedono i firmatari della lettera al card. Sarah. «È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la crisi dei missili a Cuba».

Non sono questi i patroni che servono, si legge nella lettera. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Noi riteniamo – proseguono i firmatari – che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è “alienum a ratione”, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti».

Alla luce di tutto ciò, concludono i sottoscrittori della lettera, «ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Piuttosto la figura e l’esempio di papa Roncalli siano «proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi bianchi, Corpi civili di pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo».

La protesta del mondo cattolico cresce quindi, in vista del prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. Adista apprende che il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che dovrebbe presiedere l’eucaristia, probabilmente non ci sarà. Un indizio di una frenata da parte della Santa sede? Forse. Intanto in molti sperano che lo stesso papa Francesco, o qualcun altro in Vaticano, ordini il dietrofront

 

 

Cappellani senza stellette né stipendio. Appello al papa di un militare in congedo

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Caro papa Francesco, pensaci tu: smilitarizza i cappellani militari.

A scrivere al papa è un militare in congedo, Luca Marco Comellini, segretario del  Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm) – legato a Radicali – da anni impegnato perché i cappellani militari siano sganciati dalla struttura gerarchica delle Forze armate, e i costi (stipendi, pensioni dei preti-soldato) siano a carico non dello Stato ma della Chiesa, come del resto chiedono da anni anche Pax Christi, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa.

«Carissimo Francesco – scrive Comellini –, già nel corso della XVI Legislatura del Parlamento italiano, la richiesta di porre a carico della Chiesa cattolica i costi milionari dell’Ordinariato militare, presentata dai parlamentari Radicali, è stata più volte ignorata senza alcuna valida motivazione che potesse superare il dettato normativo vigente».

Il nodo economico è quello affrontato da Comellini. «Nessuno dei tanti cittadini di cui oggi mi faccio l’umile portavoce – scrive – ha mai contestato la presenza dei sacerdoti nell’ambito delle Forze armate ma più semplicemente, semmai, lo status con cui essi vi sono presenti: quello militare col rango di ufficiale. Non sono solo il grado da ufficiale e l’aspetto economico che stridono violentemente con quanto hai più volte affermato riferendoti ai posti ed ai simboli di potere occupati dai membri della Chiesa, vi è anche quello squisitamente giuridico e normativo». Costi per lo Stato che, per il triennio 2017-2019, ammonteranno a quasi 30 milioni di euro (v. Adista Notizie, n. 42/16).

Per sostenere la sia richiesta, Comellini si avvale anche delle parole dei più alti in grado della gerarchia clerico-militare: l’arcivescovo ordinario militare, mons. Santo Marcianò, e il suo vicario generale, mons. Angelo Frigerio. «I cappellani militari per esercitare il loro ministero non hanno bisogno di gradi e denari», ha detto mons. Marcianò in diverse occasioni. E don Frigerio ha più volte affrontato il tema della smilitarizzazione e dei tagli dei costi (v. Adista Notizie n. 23/16). Affermazioni però mai diventate fatti concreti.

Si vedrà se papa Francesco risponderà o, come chiede Comellini, lo riceverà per dargli la possibilità di spiegare meglio le sue ragioni. Intanto l’Ordinariato militare più che a smilitarizzare i cappellani sembra intenzionato a militarizzare anche Giovanni XXIII, proclamato patrono dell’Esercito italiano

Terra, casa, lavoro. Un progetto politico con al centro gli esclusi

5 ottobre 2017

“il manifesto”
5 ottobre 2017

Luca Kocci

I futuri storici della Chiesa e del papato, ma forse anche quelli della società, non potranno ignorare le date del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016, quando, convocati da papa Francesco, si sono svolti i tre Incontri mondiali dei movimenti popolari (Emmp, Encuentro mundial de movimientos populares).

Rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali dell’area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle “fabbriche recuperate”, da Via Campesina ai metallurgici della United Steelworkers, fino al Centro sociale Leoncavallo – hanno varcato le mura leonine e si sono ritrovati in Vaticano (primo e terzo incontro) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro).

«Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito. La verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Bergoglio che con essi – e con l’esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e l’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando il protagonismo dei movimenti popolari; ma non è nata una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della liberazione, che anzi ha collaborato a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

È allora di grande utilità il volume, “firmato” papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari (prefazione di Gianni La Bella, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore del nostro giornale), edito da Ponte alle Grazie (pp. 176, euro 12), da oggi, e per due settimane, in abbinamento con il manifesto (10 euro + il prezzo del quotidiano). Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti (contestualizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, la pace e i cambiamenti climatici il primo; la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, il lavoro e la casa come diritti umani fondamentali il secondo; i muri, le migrazioni e la politica, con un forte appello a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

È stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de trabajadores de la economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp, insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poi diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Verso gli altari don Primo Mazzolari, «tromba dello Spirito Santo»

30 settembre 2017

“Adista”
n. 33, 30 settembre 2017

Luca Kocci

Ha preso ufficialmente il via il processo di canonizzazione di don Primo Mazzolari. Lo scorso 8 settembre il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, ha firmato il decreto («Io Antonio Napolioni (…) convinto del fondamento solido della causa e che non esistono ostacoli perentori contro la stessa, come consta dal nihil obstat della Congregazione delle Cause dei Santi del 26 marzo 2015 (…), in virtù delle mie facoltà ordinarie: decreto l’introduzione della causa di Canonizzazione del servo di Dio don Primo Mazzolari ed ordino che si apra il processo sulla vita, virtù e fama di santità»); e il 18 settembre i membri del Tribunale diocesano hanno prestato giuramento in cattedrale.

Nato a Cremona nel 1890, ordinato presbitero nel 1912, conquistato alla causa dell’interventismo democratico, Mazzolari nel 1915 si arruolò come volontario nella prima guerra mondiale e poi divenne cappellano militare. Ma, concluso il conflitto, rinnegò profondamente quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante la guerra. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze».

Parroco prima a Cicognara (1921-1932) e poi a Bozzolo (fino alla sua morte, nel 1959), fu un antifascista militante: nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini da parte di Tito Zaniboni; e nell’agosto del 1931 i fascisti gli spararono tre colpi di rivoltella che tuttavia non lo colpirono. Poi partecipò attivamente alla Resistenza, fu arrestato e poi entrò in clandestinità, fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. Credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nel 1949 fondò il quindicinale Adesso, del quale fu direttore, attirando su di sé le censure delle gerarchie ecclesiastiche, che ordinarono la chiusura del giornale e imposero a Mazzolari varie restrizioni: divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell’autorità ecclesiastica. Convinto nonviolento, nel 1955 pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica – che comunque ordinerà di ritirare il libro –, che contiene un duro attacco alla dottrina della guerra giusta.

Sempre messo ai margini, ottenne un “risarcimento” poco prima di morire e poi post mortem: nel novembre del 1957 l’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, lo chiamò a predicare nella propria diocesi; nel febbraio del 1959 Giovanni XXIII lo ricevette in udienza privata e lo salutò pubblicamente chiamandolo «tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». Nello scorso mese di giugno papa Francesco si è recato in pellegrinaggio a Bozzolo per pregare sulla sua tomba (e poi a Barbiana su quella di don Lorenzo Milani). Anche per questo il cammino verso la canonizzazione (postulatore è don Bruno Bignami (storico e presidente della Fondazione Mazzolari) pare in discesa.

«Non un santino da venerare ma un esempio da seguire». Il card. Bassetti ricorda don Puglisi

30 settembre 2017

“Adista”
n. 33, 30 settembre 2017

Luca Kocci

«Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza». Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in occasione della veglia di preghiera in onore di p. Pino Puglisi che si è svolta a Palermo, nel quartiere di Brancaccio, lo scorso 15 settembre – ventiquattresimo anniversario dell’omicidio di Puglisi – ribadisce la assoluta incompatibilità fra mafia e Vangelo e ricorda la figura del parroco di Brancaccio, ucciso dai killer di Cosa nostra il 15 settembre 1993.

«Egli era un prete che “abitava il territorio”», dice di presidente della Cei. «Abitava le periferie – prosegue –, viveva le frontiere. In quelle frontiere, che oggi sono troppo spesso al centro delle polemiche, don Pino invece viveva quotidianamente per stare accanto ai poveri e ai disperati e prendersi cura di loro. Abitava la frontiera senza paura. Anzi, egli è stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore e smascherava ciò che si celava dietro al codice d’onore mafioso». In particolare «i giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi. In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì, come don Milani, che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione».

Tuttavia, puntualizza Bassetti, sarebbe «riduttivo definire don Puglisi solamente come “un prete antimafia”. Non si può ridurre la sua grande figura soltanto all’impegno sociale, perché egli è stato, prima di tutto, un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo con semplicità e purezza di cuore» e che «ha lottato per la giustizia perché i suoi giovani e i suoi poveri potessero vivere liberi dalla paura e dal ricatto della mafia». E proprio «annunciare il Vangelo dell’amore e della libertà dei figli di Dio lo ha portato alla testimonianza più autentica: lo ha portato al martirio».

Ma la causa dell’omicidio di p. Puglisi è da rintracciarsi nel suo impegno evangelico antimafia. «Don Pino – ricorda il presidente dei vescovi italiani – riesce ad inaugurare il Centro “Padre Nostro” il 29 gennaio 1993. Pochi mesi dopo, dopo numerosi avvertimenti mafiosi, lo stesso giorno del suo compleanno, il 15 settembre, venne ucciso in modo spietato. Un esecuzione fredda compiuta in odio alla fede. Perché, come ammise uno dei suoi killer, era diventato una “spina nel fianco” del sistema malavitoso. Con le sue prediche “prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada”. È stato ucciso, dunque, per la sua attività pastorale. Una “felice colpa” che nel maggio del 2013 lo ha fatto diventare beato e martire.

È proprio a partire dal ricordo dell’azione pastorale e sociale di p. Puglisi che Bassetti sottolinea la condanna delle organizzazioni e della mentalità mafiose, in continuità con le affermazione di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento (che «ha chiesto a gran voce ai mafiosi di convertirsi perché “verrà il giudizio di Dio”»), di Benedetto XVI (che «proprio qui a Palermo ha ribadito che la mafia è “incompatibile” con il Vangelo) e di Francesco (che «nella piana di Sibari ha affermato con la sua voce profetica che la malavita “è adorazione del male e disprezzo del bene comune2 e che, soprattutto, quegli uomini che “vivono di malaffare e violenza” non sono in comunione con Dio e quindi sono “scomunicati”»). «Chi è un discepolo di Cristo, chi è figlio della luce è tenuto a denunciare le tenebre, quindi le organizzazioni criminali – aggiunge il presidente della Cei –. Denunciarle con le parole, con i gesti, con la sua testimonianza, ma anche rivolgendosi alle forze dell’ordine e alla magistratura che in questo territorio, come nel resto dell’Italia, hanno pagato anche con il sangue il loro impegno contro l’illegalità». Ma non c’è, secondo il cardinale, solo quella spirituale, perché «don Pino ci lascia anche una preziosa eredità civile, che vorrei riassumere con una frase: con la mafia non si convive. Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza. Non può esserci alcun contatto ne alcun deprecabile inchino. So bene che le organizzazioni criminali per realizzare i loro progetti creano un clima di paura che sfrutta la miseria e la disoccupazione, la disperazione sociale e l’assenza della certezza del diritto. Proprio per questo è assolutamente necessaria la presenza dello Stato».

Padre Puglisi beato – è stato dichiarato martire nel 2013 – è un segno potente, ma anche un rischio, da cui Bassetti mette in guardia: «Non dobbiamo correre il rischio di trasformare il beato Puglisi in un “santino”, un nome da richiamare qualche volta magari per sentirci con la coscienza a posto. Don Pino, infatti, ci parla ancora oggi» e ci esorta a dire «il nostro no fermo a ogni forma di criminalità», chiedendoci «di impegnarci nell’educazione alla “vita buona” che è legalità, apertura dell’altro, rispetto delle regole e della convivenza civile».