Svizzera: la sopravvivenza del “Giornale del Popolo” è appesa a un filo

2 giugno 2018

“Adista”
n. 20, 2 giugno 2018

Luca Kocci

La crisi dell’editoria cattolica varca le Alpi e arriva in Svizzera. Dal Canton Ticino giunge la notizia della imminente chiusura del Giornale del Popolo, quotidiano cattolico di proprietà della diocesi di Lugano, con oltre 35mila lettori della cosiddetta “Svizzera italiana”.

Lo scorso 16 maggio mons. Valerio Lazzeri, vescovo di Lugano, deposita i bilanci del quotidiano in Pretura, chiedendo il fallimento della testata, e annuncia il licenziamento di una trentina tra giornalisti e poligrafici.

Il giornale – come del resto molte altre testate – è in difficoltà da tempo, ma non si pensava alla chiusura. Fino a quando non giunge la notizia che Publicitas, la più grande concessionaria svizzera per la pubblicità, è sommersa da debiti milionari e va verso il fallimento, portandosi dietro le entrate pubblicitarie di quattro mesi del Giornale del Popolo. Un “buco” che allarma il vescovo il quale, davanti a prospettive debitorie molto pesanti, opta per il fallimento.

La notizia mette in moto la solidarietà dei lettori, che in oltre 1.500 firmano un appello per la salvezza del giornale e inviano sottoscrizioni. Partono raccolte fondi. Il governatore del Canton Ticino incontra il vescovo per cercare una soluzione ma, contestualmente, chiarisce che «il Cantone non può diventare un editore». La Curia, dal canto suo, ribadisce la propria decisione, annunciando che, in caso di chiusura della testata, si attiverà «per creare un fondo di solidarietà e di aiuto per i dipendenti».

L’ultima parola spetta al pretore che nei prossimi giorni dovrà dire se il Giornale del Popolo ce la potrà fare oppure se la situazione debitoria è diventata insostenibile, e l’ultimo quotidiano cattolico della Svizzera, dopo 92 anni, dovrà definitivamente chiudere. La direttrice, Alessandra Zumthor: «Speriamo che questo non sia un addio ma un arrivederci».

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La Chiesa irlandese è screditata e a Roma sono in lutto

27 maggio 2018

“il manifesto”
27 maggio 2018

Luca Kocci

«Non c’è nessuna vittoria da cantare e tanto meno da gioire, tutto ciò che in qualche modo facilita il lavoro sporco della morte non ci rende particolarmente lieti».

È dura la reazione del Vaticano al risultato del referendum che legalizza l’aborto in Irlanda. Viene affidata a monsignor Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, che rilascia una dichiarazione a Vatican News, il portale di informazione della Santa sede.

L’esito del voto irlandese «ci deve spingere ancora di più non solo a difendere la vita, ma a promuoverla e accompagnarla, creando le condizioni perché non si avverino, non avvengano decisioni drammatiche, perché è sempre un dramma quando si decide di interrompere una vita», prosegue Paglia, secondo cui «c’è nell’aria un atteggiamento di individualismo che oscura e spinge a dimenticare i diritti di tutti, compreso quello di chi deve nascere». Invece «è indispensabile affermare i diritti di ciascuno, soprattutto dei più deboli, assieme al dovere di accompagnare, di sostenere, senza abbandonare mai nessuno. È una cultura che va promossa contro un iper-individualismo che porta a considerare solo il benessere individuale».

La Santa sede è intervenuta anche con monsignor Jurkovič, osservatore vaticano presso l’Onu alla 71.ma assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità in corso a Ginevra e dedicata all’esame della strategia globale per la salute di donne, bambini e adolescenti. Nessun riferimento al referendum irlandese, ma le parole di Jurkovič sono state chiare: «La Santa Sede si oppone fermamente a qualsiasi sforzo delle Nazioni Unite o delle sue agenzie specializzate teso a promuovere legislazioni nazionali che permettano di uccidere la vita del nascituro», ha detto il rappresentante vaticano all’Onu, ribadendo che «la Santa Sede non considera l’aborto» una misura «per la salute riproduttiva» e anzi ritiene «contraddittorio l’aborto sicuro: è un mezzo per “proteggere” i diritti umani di donne e bambini quando di fatto esso nega al nascituro il diritto più fondamentale, quello alla vita».

L’intervento di Jurkovič è riportato dall’Osservatore Romano di oggi, all’interno di una scarna notizia che dà conto del risultato del referendum irlandese, e quindi può essere considerata la posizione ufficiale di Oltretevere.

Profilo più basso, invece, da parte dei vescovi irlandesi, dopo che a marzo la stessa Conferenza episcopale aveva dichiarato di ritenere inopportuno il sostegno al referendum. Ovviamente hanno fatto campagna elettorale per il no fino al giorno prima del referendum, quando monsignor Martin, arcivescovo di Armagh e primate di Irlanda, ha invitato i fedeli a «scegliere la vita» (unica eccezione il vescovo di Limerick, monsignor Kearon, che ha annunciato di votare per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, sebbene approvi l’aborto solo in casi gravi come stupro, incesto o pericolo di morte per la donna). Ma senza i toni da crociata del passato, utilizzati invece dalle organizzazioni pro-life.

Del resto in Irlanda la Chiesa cattolica appare piuttosto screditata per i numerosi scandali di pedofilia ed è reduce da due sconfitte nell’ultimo ventennio: i referendum che hanno approvato il divorzio nel 1995 (di stretta misura) e il matrimonio omosessuale nel 2015 (62% di sì). E ora l’aborto, con una percentuale di favorevoli ancora più alta. Segno che la secolarizzazione avanza a grandi passi anche nella (ex) cattolicissima Irlanda, dove ad agosto è atteso papa Francesco per l’incontro mondiale delle famiglie.

Nuovo documento antimafia dei vescovi siciliani. L’analisi di Augusto Cavadi e Alessandra Dino

26 maggio 2018

“Adista”
n. 19, 26 maggio 2018

Luca Kocci

S’intitola “Convertitevi!” la lettera che la Conferenza episcopale siciliana (Cesi) ha reso nota lo scorso 9 maggio, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’ormai storica invettiva antimafia di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento («Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!… Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»).

«Tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi», si legge nella lettera della Cesi (pubblicata anche da Il Pozzo di Giacobbe). Le mafie sono «strutture di peccato» e, scrivono i vescovi, sono peccati non solo omicidi, stragi e traffici illeciti grandi e piccoli dentro e fuori la Sicilia (o l’Italia), ma anche «l’omertà» (il «silenzio» di chi diventa «complice») e la «la mentalità mafiosa», che «si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione».

La lettera affronta in termini autocritici anche il nodo dei legami fra Chiesa cattolica e mafia. «La mafia – scrivono i vescovi – è un problema che tocca la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale in determinati territori e ambienti, il vissuto dei suoi membri, di quelli che resistono all’invadenza mafiosa e di quelli che invece se ne lasciano dominare». Per molto tempo la Chiesa è restata in «silenzio» davanti al fenomeno mafioso. Ora la «comunità credente, nel suo complesso», ne ha «preso le distanze». Però, notano i vescovi, «rischiamo di passare dal silenzio alle sole parole», e «il discorso ecclesiale riguardante le mafie» di essere più descrittivo che profetico». Vanno bene le «scomuniche», ma hanno «eco brevissima». Invece devono entrare nelle «parrocchie» (con una «catechesi interattiva, pratica e contestuale»), attraversare «le strade delle nostre città e dei nostri paesi», «scuotere davvero i mafiosi» ad una «conversione sincera» («chi si affilia alle organizzazioni mafiose pur continuando a farsi il segno della croce»).

«In in questo messaggio si riconosce l’impronta di un episcopato giovane che ha avuto modo di analizzare, negli anni della sua formazione al ministero, il fenomeno mafioso (anche sulla scia di docenti come don Francesco Michele Stabile, don Pino Ruggeri  e monsignor Cataldo Naro), un episcopato rappresentato da presuli come don Corrado Lorefice che, nel discorso di insediamento alla guida della diocesi di, cita Peppino Impastato accanto a don Pino Puglisi», spiega ad Adista Augusto Cavadi, fondatore della Casa dell’equità e della bellezza di Palermo e autore, fra l’altro, de Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2009). «In questo messaggio – prosegue – i vescovi cercano di rimediare a un grosso limite della lettura della mafia da parte di Giovanni Paolo II che vi vedeva esclusivamente l’aspetto criminoso-militare e non anche la valenza corruttivo-politica. Né il papa allora né vescovi oggi, però, accennano alla portata “mafiogena” della dottrina teologica cattolica: invocano infatti un recupero della religiosità come antidoto alla mafia senza sospettare che il cattolicesimo meridionale, per certi versi antidoto alla mentalità mafiosa, per altri versi ne è una riserva di idee, pregiudizi, simboli… Basti pensare soltanto alla concezione di un Padre-padrino che si placa solo al cospetto del sangue del Figlio o alla convinzione che Egli conceda grazia e favori terreni solo per la raccomandazione di mediatori celesti come la Madonna e i santi del calendario».

Coglie luci e ombre del documento anche Alessandra Dino, docente di Sociologia della devianza, studiosa dei rapporti fra Chiesa cattolica e mafie e autrice, fra l’altro de La Mafia devota (Laterza, 2008). «Dopo il Concilio Vaticano II e dopo la strage di Ciaculli del 1963 – spiega ad Adista –, anche la Chiesa siciliana comincia a porsi esplicitamente il problema mafia dopo decenni caratterizzati da silenzi, forme di “coabitazione” ed episodi di compromissione con esponenti mafiosi. In particolare tra il 1973 e il 1982, la Cesi parla più volte delle moderne forme di gangsterismo mafioso, dell’accumulazione parassitaria, della violenza che affligge la Sicilia, esortando le comunità ecclesiali a un ruolo attivo di educatori, soprattutto nei confronti dei giovani. Il tema però, pur evocato a parole, resta perlopiù confinato nei documenti, non ha ricadute diffuse e univoche nella prassi ecclesiale e pastorale di vescovi e parroci, anche se non mancano decise prese di posizione, come l’iniziativa promossa, nell’agosto del 1982, dai parroci del cosiddetto triangolo della morte (Bagheria, Altavilla Milicia, Casteldaccia) o le dure e accorate omelie del card. Pappalardo, o la Nota della Cesi del 1994 Nuova Evangelizzazione e Pastorale in cui la mafia è inequivocabilmente definita come “struttura di peccato”». Tuttavia, prosegue Alessandera Dino, si assiste ad un procedere ondivago con avanzamenti, in occasione di eventi eclatanti, arretramenti e spaccature profonde, quando a essere chiamati in causa sono questioni cruciali (pentimento/collaborazione, giustizia divina/giustizia terrena) o soggetti interni alla Chiesa stessa (si pensi, per fare solo un esempio, all’effetto prodotto sulla comunità religiosa dall’arresto di padre Mario Frittitta e alle critiche seguite alla pubblicazione del documento dei saggi che definiva il comportamento del carmelitano una “indebita cappellania”)». Quanto all’oggi, conclude, «la nuova lettera dei vescovi di Sicilia presenta indubbie novità sia nel corredo di immagini che accompagna il testo (e che, pur senza nominarle, mostra i volti di alcune importanti “vittime laiche” di mafia) sia nel lessico e nello stile volutamente incentrato sul registro dell’annuncio evangelico, risoluto contro il fenomeno mafioso ma ugualmente deciso a preservare la “propria identità”, riconoscendo nella mafia “un problema che ha dei contraccolpi anche sull’autoconsapevolezza della Chiesa e sull’immagine che di sé essa offre”. Meno attento però è il documento nell’analisi del fenomeno mafioso che viene prevalentemente presentato nelle sue dimensioni e ricadute culturali (“deficit culturale” contrapposto ad “impegno pedagogico”), rischiando di sottovalutare le sue radici economiche, politiche e sociali e il suo intreccio, non occasionale ma strutturale, con i luoghi del potere. Un potere criminale in grado di dialogare e colludere anche con ambienti religiosi, con effetti che vanno oltre il comportamento di “qualche ministro di Dio, pavido e infedele,” indotto a “dimenticare il diritto di resistere a ogni costo a ciò che è contrario al Vangelo”. Insieme allora ai pur importanti pronunciamenti, penso che il punto di svolta siano le prassi concrete, quell’ “efficacia performativa” cui il nuovo documento della Cesi fa rifermento e che dovrebbe, non solo “interpellare i mafiosi”, ma anche portare gli uomini di Chiesa a riflettere sulle scelte concrete da intraprendere nel quotidiano esercizio del loro ministero».

La Cei: «Per guidare un paese serve conoscerlo»

23 maggio 2018

“il manifesto”
23 maggio 2018

Luca Kocci

«Cogliere la sfida del nuovo che avanza» in politica, ma senza avventate fughe in avanti che stravolgano l’identità di un Paese democratico, solidale e ben piantato in Europa.

Non è proprio un’apertura di credito al forse nascituro governo Luigi Di Maio-Matteo Salvini quella che arriva dai vescovi italiani, da lunedì e fino a domani riuniti a Roma per la loro consueta assemblea generale di maggio. Semmai una fiducia critica e vigilata, anche perché non si può ignorare che il quadro è profondamente mutato (i «vecchi partiti si sono sgretolati, nuovi soggetti sono venuti sulla scena»). E ben attenta a che non vengano smarriti punti di riferimento fondamentali – che invece Movimento 5 Stelle e soprattutto Lega pare vogliano mettere in discussione – come la solidarietà sociale e l’europeismo. Tanto più «in una fase delicata come l’attuale», caratterizzata da «una crisi economica decennale che ha profondamente inciso sulla stessa tenuta sociale» e in «un clima di smarrimento culturale e morale, che ha prodotto un sentimento di rancore diffuso, di indifferenza alle sorti dell’altro, di tensioni e proteste neanche troppo larvate».

«Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana», ha detto ieri mattina il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, introducendo i lavori dell’assemblea generale, aperta il giorno prima dall’intervento di papa Francesco, che non ha nemmeno sfiorato il tema politico. Il capo dei vescovi però ha poi lanciato un severo monito ai partiti. Non basta «avere un governo per poter guidare il Paese – ha detto Bassetti –. Occorre, questo Paese, conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità; bisogna conoscere il mondo di cui siamo parte e nel quale la nostra Repubblica, cofondatrice dell’Europa unita, è desiderosa di ritornare a svolgere la sua responsabilità di Paese libero, democratico e solidale». E per rimarcare la dimensione solidale, ha chiuso il suo intervento sul Mediterraneo, «teatro di conflitti e tragedie, di scelte disperate e di minacce dalle conseguenze incalcolabili», di «tante situazioni di estrema instabilità politica e di forte criticità dal punto di vista umanitario», rilanciando l’impegno per «la riconciliazione e il dialogo».

Quindi nessuna porta sbattuta in faccia al nuovo possibile governo giallo-verde (del resto non è costume della Cei chiuderei canali con gli esecutivi, di qualsiasi colore essi siano), ma forte perplessità e anche qualche preoccupazione sulle capacità di governo degli “uomini nuovi” di Cinquestelle e Lega.

L’unico di cui i vescovi continuano a fidarsi senza se e senza ma è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «per la guida saggia e paziente con cui sta facendo di tutto per dare un governo all’Italia».

Un cattolico doc, Mattarella, esponente di quel cattolicesimo democratico che, a pochi mesi dal centenario dell’appello «ai liberi e forti» con cui don Luigi Sturzo dava vita al Partito popolare (18 gennaio 1919), Bassetti guarda con un po’ di nostalgia, rimproverando autocriticamente alla Chiesa di averlo trascurato – anche perché nel ventennio ruiniano la scelta della Cei è stata di fare politica in prima persona, tenendo sotto controllo il laicato –, lasciando «enormi spazi vuoti» ora occupati da altri.

Australia, condannato per abusi sessuali monsignor Wilson

23 maggio 2018

“il manifesto”
23 maggio 2018

Luca Kocci

Non si è ancora chiuso il caso Cile, che un nuovo scandalo di pedofilia del clero ha investito la Chiesa cattolica, stavolta in Australia.

Ieri il tribunale penale di Newcastle (nel New South Wales, a 160 chilometri da Sidney) ha riconosciuto monsignor Philip Wilson, arcivescovo di Adelaide e vicepresidente della Conferenza episcopale australiana, colpevole di aver nascosto gli abusi sessuali su giovanissimi chierichetti compiuti da un altro prete, James Fletcher (a sua volta già condannato e morto in carcere nel 2006, all’età di 65 anni). A giugno verrà resa nota la sentenza. Monsignor Wilson, 67 anni, che conquista il record mondiale del prelato cattolico più alto in grado finora condannato per questo reato, rischia una pena fino a due anni di reclusione.

I fatti risalgono agli anni ‘70 e ‘80, quando sia Wilson che Fletcher esercitavano il ministero nella diocesi di Maitland-Newcastle. Fletcher viene accusato di aver commesso abusi sessuali su almeno quattro minori e nel 2005 è condannato ad otto anni di reclusione per aver abusato di un chierichetto di 13 anni tra il 1989 e il 1991. Monsignor Wilson sapeva – questa l’accusa di alcune delle vittime che hanno portato l’arcivescovo in tribunale – ma ha sempre taciuto, coprendo l’altro prete. Il mese scorso, durante il processo in cui era imputato, Wilson ha negato davanti ai giudici che gli ex chierichetti gli avessero mai detto di essere stati abusati sessualmente da Fletcher, adducendo come giustificazione l’Alzheimer, di cui il prelato soffre. Ma i magistrati non gli hanno creduto e ieri è arrivata la condanna.

Momentaneamente Wilson resta libero su cauzione, dovrà presentarsi in tribunale il prossimo 19 giugno, quando verrà resa nota la sentenza.

«L’arcivescovo Philip Wilson è stato dichiarato colpevole per non aver informato la polizia in merito alle accuse di abusi sessuali su minori, non è ancora chiaro se farà appello al verdetto», ha spiegato in una nota monsignor Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane e presidente della Conferenza episcopale australiana, il quale ha poi ribadito che «la Chiesa cattolica australiana, come altre istituzioni, ha imparato molto sulla tragedia degli abusi sessuali su minori e ha implementato programmi, politiche e procedure più forti per proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili». Il riferimento è alla grande inchiesta nazionale della Commissione governativa australiana – oltre a quelle di diversi tribunali locali – che per cinque anni, fino all’estate scorsa, ha indagato sugli abusi sui minori commessi all’interno di organizzazioni laiche, scuole, società sportive ma anche da parte di preti e religiosi in tutta l’Australia (decine di migliaia di casi tra il 1950 e il 2010).

Se la condanna di Wilson ha provocato un piccolo terremoto, a breve la Chiesa australiana potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami i cui effetti arriverebbero direttamente in Vaticano.

Lo scorso primo maggio, infatti, ad essere rinviato a giudizio per diversi casi di abusi su minori che sarebbero avvenuti tra gli anni ‘70 e ‘80 a Ballarat e a cavallo del 2000 a Melbourne è stato il cardinale George Pell, che papa Francesco prima ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia, di fatto il numero tre di Oltretevere) e poi messo temporaneamente “in congedo” ed inviato in Australia per affrontare il processo penale a suo carico. E questo, ovvero la collaborazione con le autorità civili che spesso non viene favorita, resta il nodo principale della questione pedofilia nella Chiesa.

Presto arriverà la sentenza. La condanna di Wilson da parte del tribunale di Newcastle è un precedente significativo, non come viatico di colpevolezza anche per Pell, ma come dimostrazione che la giustizia australiana non ha avuto alcuna remora a sanzionare il numero due della gerarchia cattolica dell’isola.

Nei prossimi giorni, poi, arriveranno anche le decisioni del papa sul caso Cile. Dopo alcuni “scivoloni” da parte di Francesco – che ha difeso ad oltranza il vescovo Barros, accusato di aver coperto un prete pedofilo “seriale” –, le indagini del suo inviato in Cile (monsignor Scicluna, vescovo di Malta) hanno svelato numerosi casi di pedofilia e il coinvolgimento di diversi preti e vescovi. Convocati in Vaticano la scorsa settimana e accusati dallo stesso Francesco di «gravissime negligenze nella protezione dei bambini» (mancate denunce, spostamento di preti pedofili da una diocesi all’altra) e di occultamento di prove («documenti distrutti»), i 34 vescovi cileni, fra cui due cardinali, si sono dimessi quasi in blocco (tutti meno cinque). Ora toccherà al papa decidere chi lasciare al proprio posto e chi invece allontanare dall’incarico.

Sì al lavoro, no alle armi. Il vescovo di Iglesias contro le bombe sarde per la guerra in Yemen

22 maggio 2018

“Adista”
n. 18, 19 maggio 2018

Luca Kocci

Niente può giustificare la produzione di armi, nemmeno la mancanza di lavoro, particolarmente grave nel Sulcis (Ca). Sono nettissime le parole di mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias, e dell’intero Consiglio presbiterale diocesano sulla questione delle bombe prodotte dalla Rwm Italia munitions (“costola” della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti) nello stabilimento sardo di Domusnovas (Ca) e vendute all’Arabia Saudita per la guerra che dal almeno tre anni sta conducendo in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17).

«Di fronte alle inquietudini che il momento presente comporta, ci sentiamo sollecitati da due urgenze», scrivono in una nota vescovo e Consiglio diocesano: « il lavoro dignitoso per le persone e le famiglie del nostro Territorio e la coerenza coi valori che fondano la nostra fede e la nostra convivenza civile». La situazione economica e sociale in Sulcis è pesante. «È nota a tutti la gravissima situazione occupativa nella quale ci troviamo. I nostri paesi – scrive il clero iglesiente –, le nostre parrocchie conoscono bene gli effetti preoccupanti della mancanza di lavoro: giovani costretti ad emigrare; cassintegrati impossibilitati a nuove prospettive di assunzione; situazioni che divengono drammatiche nelle famiglie monoreddito o in presenza di mutui precedentemente assunti».

Tutto questo, proseguono mons. Zedda e i preti del Consiglio diocesano, non solo non ci lascia «indifferenti», ma ci spinge «tutti a cercare le convergenze più opportune perché si pongano in atto iniziative e politiche volte ad una inversione di tendenza capace di generare un futuro di speranza». Eppure anche questa «gravissima situazione economico-sociale non può legittimare qualsiasi attività economica e produttiva, senza che ne valutiamo responsabilmente la sostenibilità, la dignità e l’attenzione alla tutela dei diritti di ogni persona».

Il vescovo si riferisce proprio alle bombe di Domusnovas sganciate sui civili dello Yemen. «Non si può omologare – si legge nella nota – la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente produce morte. Tale è il caso delle armi che, è purtroppo certo, vengono prodotte nel nostro territorio e usate per una guerra che ha causato e continua a generare migliaia di morti». E proprio per questo il mese scorso Rwm è stata denunciata alla Procura di Roma da da Rete italiana per il disarmo, European Center for Constitutional and Human Rights e l’organizzazine yemenita Mwatana Organization for Human Rights (v. Adista Notizie n. 16/18).

«Qualunque idea di conservazione o di allargamento di produzione di armi è da rifiutare», prosgue mons Zedda. Contemporaneamente però, aggiunge «si dovrà studiare con serietà e impegno la possibilità di un lavoro dignitoso agli operai che sono attualmente impegnati in tale attività». Ce lo chiede «la nostra fede, ce lo dice la parola di Gesù Cristo e l’insegnamento della Chiesa, ribadito con forza da papa Francesco». Ma «ce lo dicono anche la nostra legge fondante, la Costituzione (articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”) e le leggi italiane (legge 185/90 sul commercio di armi, che vieta l’export a Paesi in guerra, n.d.r.); ce lo dice il Trattato sul commercio delle armi, adottato dall’Assemblea generale dell’Onu; ce lo dicono le risoluzioni europee, in particolare quelle del 25 febbraio 2016 e del 15 giugno 2017, in cui il Parlamento europeo ha chiesto espressamente “l’embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”».

«Nessuno di noi giustificherebbe mai che armi prodotte altrove fossero mandate a bombardare le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre chiese, la nostra gente. Ma le popolazioni dello Yemen non hanno i nostri stessi diritti?», chiedono vescovo e Consiglio presbiterale. «La comunità diocesana, pur sapendo che esula dalla sua specifica responsabilità e competenza la soluzione, propriamente tecnica e politica, di questo tema, desidera incoraggiare chi si sta impegnando a trovare le modalità più adeguate per superare questa realtà problematica che ci riguarda da vicino». Come per esempio chi (Amnesty international Italia, movimento dei Focolari, fondazione Finanza etica, Oxfam Italia, Rete della pace e Rete italiana per il disarmo) sta lavorando per la riconversione produttiva della Rwm, peraltro finora rifiutata dall’azienda che anzi, puntando sul ricatto della mancanza di lavoro, ha minacciato di spostare la produzione all’estero (v. Adista Notizie n. 12/18).

«È doveroso affrontare questa questione non isolatamente, né tantomeno in contrapposizione con ogni altra difficoltà che la realtà odierna del mondo del lavoro e dell’economia fa pesare sulla serenità delle persone e delle famiglie», conclude la nota della diocesi di Iglesias. «C’è una sola strada da percorrere, ed è compito peculiare della politica e delle istituzioni sociali: quella di cercare uno sviluppo diverso per tutte le attività del nostro Territorio e della nostra Regione; uno sviluppo rispettoso della dignità delle persone, di tutte le persone; uno sviluppo che sia riguardoso dell’ambiente; uno sviluppo che valorizzi le nostre risorse locali, la nostra storia, la nostra Terra. Come Diocesi dobbiamo e vogliamo lavorare soprattutto per la formazione delle coscienze e per ricordare a tutti la necessità e il dovere della coerenza con il rispetto dei diritti di ogni uomo e di ogni donna. Perciò auspichiamo che tutti vogliano cooperare con le migliori energie in una prospettiva di riscatto e di nuova speranza: per un vero sviluppo integrale del nostro territorio; per la cessazione di ogni conflitto; per l’affermazione della pace nel mondo».

Il grande affare delle guerre. Fiorisce l’industria italiana di armi

19 maggio 2018

“Adista”
n. 18, 19 maggio 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile». Proprio su tale questione, il prossimo 18 aprile all’Associazione della stampa estera in Italia (via dell’Umiltà, 83/C – Roma, ore 11) si terrà una conferenza stampa sul conflitto in Yemen, sul ruolo dell’Italia nell’esportazione di armi ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita impiegate in Yemen e sulle responsabilità dell’Italia.

Pedofilia in Cile, l’esame del papa

13 maggio 2018

“il manifesto”
13 maggio 2018

Luca Kocci

Tre giorni a porte chiuse fra papa Francesco e i vescovi cileni, dal 15 al 17 maggio, per affrontare i numerosi casi di pedofilia verificatisi nel Paese andino negli ultimi anni e che hanno avuto come protagonisti decine di preti e religiosi. È probabile che salterà qualche testa: quella del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros – il principale imputato –, ma anche quelle di altri vescovi e prelati le cui responsabilità e silenzi complici sono stati evidenziati dalle indagini portate avanti dagli inviati speciali del papa in Cile, monsignor Scicluna (arcivescovo di Malta) e don Bertomeu (della Congregazione per la dottrina della fede).

L’annuncio della riunione riservata fra Francesco e i vescovi cileni – nell’aria da settimane – è arrivato ieri dalla sala  stampa della Santa sede. Il papa, si legge nel comunicato, «richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime». Parteciperanno 31 vescovi in attività (in tutto sono 33) più due emeriti (in pensione), e il papa sarà affiancato dal cardinal Ouellet, prefetto della Congregazione vaticana per i vescovi, il dicastero che sovraintende ai vescovi di tutto il mondo. L’obiettivo è «discernere insieme», spiega il comunicato, «la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori» che «sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi».

La storia degli abusi sessuali in Cile non comincia oggi, ma è piuttosto vecchia, sebbene sia sempre stata nascosta sotto il tappeto. Ed è stata aggravata dallo stesso Francesco, che evidentemente si è reso conto degli errori commessi e che, dopo aver chiesto pubblicamente scusa, sembra ora intenzionato a correre ai ripari.

Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Lo scandalo però è esploso nel 2011, quando la Santa sede ha condannato don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, pedofilo seriale colpevole di numerosi abusi su minori. E soprattutto quando papa Francesco ha promosso da ordinario militare a vescovo di Osorno monsignor Barros, “discepolo” di Karadima, da molti accusato (insieme ad almeno altri tre vescovi) di essere stato a conoscenza delle violenze compiute dal suo maestro.

In Cile, in particolare ad Osorno, è montata la protesta dei fedeli. Francesco non solo non è riuscito a placare le contestazioni, ma anzi ha contribuito ad amplificarle. Prima nel maggio 2017 quando, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda». Poi a gennaio di quest’anno, durante il viaggio in Cile, quando ha ribadito ai giornalisti che contro Barros «non c’è una prova, sono tutte calunnie». Affermazione grave (criticata persino dal cardinale statunitense O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco), parzialmente corretta durante il volo di ritorno da Lima a Roma ma in maniera maldestra: «La parola “prova” non era la migliore, parlerei piuttosto di “evidenza”».

Subito dopo Francesco deve essersi accorto di averla combinata grossa e così ha inviato in Cile due “investigatori” (Scicluna e Bertomeu) che, dopo aver sentito oltre sessanta testimoni, hanno presentato al papa un dossier che ha ribaltato la situazione. Tanto che ad inizio aprile Francesco ha convocato a Roma alcuni vescovi cileni e ha consegnato loro una lettera di mea culpa. «Riconosco che sono incorso in gravi sbagli di valutazione e di percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata», ha ammesso il papa, puntando implicitamente il dito contro chi avrebbe dovuto fornirgli notizie autentiche e non l’ha fatto, come il cardinal Errazuriz (membro del C9, il consiglio dei cardinali che sta lavorando con Francesco alla riforma della Curia romana) e il nunzio in Cile, monsignor Scapolo, grande sponsor di Barros. E alla fine di aprile ha ospitato in Vaticano tre vittime del prete pedofilo Karadima, che hanno accolto le scuse di Francesco ma hanno anche detto di aspettarsi ora delle misure severe nei confronti di tutti i colpevoli: i vescovi che hanno coperto gli abusi e i preti che li hanno commessi.

La prossima settimana la resa dei conti in Vaticano con un episcopato cileno più diviso e lacerato che mai.

Filippo Gentiloni: una vita di impegno per la democrazia nella società e nella Chiesa

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

Da qualche anno, anche a causa delle sue non buone condizioni di salute, la sua firma non si vedeva più in giro, ma per oltre quarant’anni i suoi articoli sul manifesto, Com Nuovi Tempi (dal 1989 Confronti), Rocca – e anche Adista, di cui era amico e sulle cui pagine ogni tanto compariva – hanno aiutato a leggere il mondo ecclesiale e le realtà religiose. Si tratta di Filippo Gentiloni, morto lo scorso 30 aprile, all’età di 94 anni, nella sua casa romana dove viveva insieme alla moglie Rita.

Era nato a Roma nel 1924 e, ci teneva a ricordarlo, nonostante il cognome, non era discendente di Ottorino Gentiloni – il presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana che firmò il patto con Giovanni Giolitti nel 1912 –, appartenete ad un ramo genealogico diverso e separato. Da giovane era entrato nella Compagnia di Gesù ed era stato ordinato prete. Aveva ricoperto incarichi di responsabilità nella Compagnia: nel 1965 aveva partecipato – come delegato dei gesuiti italiani – alla Congregazione generale che elesse come preposito generale il progressista Pedro Arrupe ed era stato superiore del Collegio internazionale del Gesù, dove si formavano i giovani gesuiti provenienti da tutto il mondo). Contestualmente seguiva le Congregazioni mariane (i gruppi giovanili dei gesuiti, che oggi si chiamano Cvx, Comunità di vita cristiana) e gli studenti dell’Azione cattolica del Msac (Movimento studenti Azione cattolica) fra i quali conobbe un giovanissimo Sergio Mattarella ed insegnava religione religione cattolica al Visconti, il liceo dei figli della borghesia romana.

Proprio al Visconti conobbe Rita (figlia del grande poeta lucano Albino Pierro, per due volte candidato al premio Nobel per la letteratura) e poco dopo, alla fine degli anni ’60, lasciò i gesuiti, in modo “consensuale”, ottenendo la dimissione dallo stato clericale e la dispensa dai voti, così da potersi sposare in chiesa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Francesco e Umberto, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma (mentre Paolo, attuale presidente del Consiglio, è suo nipote, figlio del fratello).

Uscito dalla Compagnia, iniziò ad insegnare filosofia e storia nei licei statali, prima in provincia, poi a Roma, all’Albertelli e soprattutto all’Augusto, nel quartiere Tuscolano, media periferia romana. Contemporaneamente cominciò la sua militanza ecclesiale e politica di base e la sua attività giornalistica e pubblicistica. Aderì alle Comunità cristiane di base (in particolare a Roma frequentava la comunità di San Paolo di via Ostiense, appena nata, nel 1973, subito dopo la cacciata dalla basilica di San Paolo fuori le mura dell’abate Giovanni Franzoni, morto l’estate scorsa, v. Adista Notizie n. 28/17) e al movimento dei Cristiani per socialismo, spesso tenne relazioni ai convegni e ai seminari nazionali di Cdb e Cps. Entrò nella redazione di Com (la rivista fondata dallo stesso Franzoni nel 1972 insieme ad alcuni religiosi dehoniani allontanati dal periodico Il Regno per le loro posizioni progressiste, v. Adista Notizie n. 28/15), diventatato Com Nuovi Tempi nel 1974 in seguito alla fusione con il periodico valdese Nuovi Tempi (e dal 1989 a tutt’oggi Confronti); e cominciò a collaborare con il manifesto – di cui frequentava anche il gruppo politico – e successivamente con Rocca, quindicinale della Pro civitate christiana di Assisi). Al suo attivo anche una decina di libri su vari temi, dalla politica (Oltre il dialogo cattolici e Pci. Le possibili intese tra passato e presente, Editori Riuniti, 1989) alle religioni (La violenza nella religione, Edizioni Gruppo Abele, 1991), dalla Chiesa cattolica (Povertà e potere, Gribaudi, 1969; Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane, insieme a Marcello Vigli, Com -Nuovi Tempi, 1985; Karol Wojtyla. Nel segno della contraddizione, Baldini&Castoldi, 1996), filosofici e teologici (La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità, insieme a Rossana Rossanda, Pratiche, 1996)

Profondamente credente e autenticamente laico, particolarmente attento alle realtà ecclesiali e politiche di base, Gentiloni è stato un osservatore acuto e puntuale di quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica del post Concilio. Fra i primi ad accorgersi della fase di restaurazione che si stava aprendo con il pontificato di Giovanni Paolo II, è stato in grado di cogliere le profonde contraddizioni del wojtylismo, senza fare sconti ma senza scadere mai nell’aggressività o lasciarsi imprigionare da uno schematismo rigido e ottuso. Alla moglie Rita e ai figli Francesco e Umberto vanno le condoglianze del gruppo redazionale di Adista

Fratello, maestro di vita e di fede, laico rigoroso. La Chiesa di Base ricorda Filippo Gentiloni

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

A dare l’ultimo saluto a Filippo Gentiloni con il funerale che si è svolto lo scorso 1 maggio a Roma nella chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio c’era anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dell’allora gesuita era stato “discepolo” dal 1961 al 1964 nel Movimento studenti di Azione cattolica (Msac), di cui il futuro capo dello Stato era delegato degli studenti di Roma e Gentiloni assistente (v. notizia precedente).

A ricordare Gentiloni è stato soprattutto il mondo cattolico di base, in cui aveva militato e al quale aveva rivolto grandi attenzioni nella sua attività giornalistica e pubblicistica

«Ci ha lasciati il nostro carissimo Filippo Gentiloni», dicono la Comunità di base di San Paolo (che Gentiloni frequentava) e le Comunità di base italiane il un messaggio letto al termine della messa. «Tutti e tutte bene ricordiamo la testimonianza e l’impegno profusi per decenni all’interno della Comunità cristiana di base di san Paolo e, più in generale, nelle Comunità di base italiane, e poi nelle riviste Com-Nuovi Tempi e Confronti e in numerose pubblicazioni. Dati la sua competenza, la levatura intellettuale, il rigore morale, il linguaggio brillante, per chi ha avuto la fortuna di frequentarlo, o per chi lo ha conosciuto attraverso i suoi libri ed articoli, Filippo è stato un punto di riferimento importante per orientarsi, laicamente, nei problemi complessi della società e, per le persone impegnate in un ampio movimento di base al fine di contribuire ad un profondo rinnovamento evangelico della Chiesa, una fonte autorevole per discernere le vie da imboccare e le scelte più coerenti da compiere. Siamo stati insieme lunghi anni, come amici fraterni – ricordano le Cdb –; ma possiamo ben dire che molti e molte di noi consideravano Filippo un maestro: un maestro raro per competenza, affabilità, capacità di scrutare i segni dei tempi. L’eredità che ci lascia è importante: ora che egli è passato all’altra riva, dobbiamo tenerla cara, custodirla e, se riusciamo, svilupparla. Le speranze di rinnovamento sociale, politico ed ecclesiale che Filippo ha nutrito, in parte si sono attuate, in parte no. Nostro compito è continuare con instancabile fiducia il lavoro intrapreso dal nostro indimenticabile amico e compagno, sapendo che non ci verrà chiesto se tutti i nostri sogni si saranno avverati, ma, piuttosto, se abbiamo fatto con decisione la nostra parte, memori della parola di Gesù».

A ricordare Filippo Gentiloni anche il movimento Noi Siamo Chiesa. «Sono più unici che rari quanti, giunti a ruoli di assoluta importanza ed autorità nella Chiesa, hanno lasciato il circuito in cui si trovavano per immergersi nell’area del cristianesimo di base che in Italia ha avuto e ha nomi precisi, Comunità di base, Cristiani per il Socialismo ed ora Noi Siamo Chiesa oltre alla galassia dei gruppi e delle pubblicazioni omogenea a questi movimenti: Filippo Gentiloni è stato uno di questi, insieme a Giovanni Franzoni», si legge in una nota di Noi Siamo Chiesa. «Gesuita di grande autorevolezza è diventato in seguito consigliere ed elaboratore di analisi e suggeritore di percorsi all’interno di quella parte del popolo cristiano che ha sempre continuato a credere nel Concilio». Alcune caratteristiche, spiega Noi Siamo Chiesa, hanno contraddistinto il contributo di Gentiloni «alla nostra storia di credenti in cammino in una Chiesa dove non è facile stare: la permanente sua ricerca  con grande passione e sincerità , a partire dalla sua esperienza,  sulle grandi questioni “ultime” della spiritualità (senso della vita, che tipo di fede, morte, resurrezione..); la sua riflessione sulla laicità dell’agire del  cristiano nelle istituzioni pubbliche che deve separarlo  in modo critico dal potere ecclesiastico ma che non deve indulgere  a forme di laicismo rigido e inutile né ad alcuna sottovalutazione della concreta realtà del popolo cristiano; il suo contributo importante, il suo lascito più prezioso, a che la sinistra (collocazione politica che era la sua fino in fondo) cercasse di riflettere sul “fatto religioso” in modo approfondito e  senza vecchi ideologismi».