«Francesco da buon gesuita sa che l’autocritica è il rimedio contro le critiche»

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Chiesa cattolica e pedofilia: crimini commessi da singoli ed isolati preti e religiosi oppure problema più ampio che chiama in causa l’istituzione ecclesiastica nella sua struttura? Ne abbiamo parlato con Augusto Cavadi, consulente filosofico e teologo laico, autore, qualche anno fa, del volume Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi su minori (con prefazione di Vito Mancuso, Falzea editore).

Il cardinale Pell, incriminato per gravi reati sessuali da un tribunale australiano, è un prelato ai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica cattolica ed è stato collocato in quella posizione da papa Francesco. Queste accuse possono gettare un’ombra anche sul pontefice e sulla azione riformatrice?

«Penso che un papa, nel dare incarichi ai collaboratori, non possa basarsi su voci riguardanti i pregressi lontani. Deve valutare in base a dati oggettivi o, per lo meno, attendibili. Sarebbe stato grave, piuttosto, se avesse opposto qualche ostacolo a che, ora, il cardinale si presentasse in tribunale e venisse processato come un qualsiasi cittadino. Avrebbe significato far prevalere, ancora una volta, il principio omertoso dei panni sporchi che si lavano, quando si lavano, in famiglia. Ma a quanto pare Pell risponderà alle accuse, recandosi direttamente in tribunale, in Australia. E questo mi sembra un passo avanti».

È cambiato qualcosa nella Chiesa cattolica, sulla questione pedofilia, nel passaggio da papa Wojtyla, a papa Ratzinger fino, oggi, a papa Francesco?

«Distinguerei i mutamenti di percezione del fenomeno dall’effettività dello stesso. È chiaro che con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI, il quale da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede gestiva la questione anche prima di diventare papa, prevaleva la preoccupazione di salvare l’immagine della Chiesa-istituzione rispetto ai diritti degli abusati. E da questo derivava una certa resistenza delle autorità ecclesiastiche nel deferire i preti denunziati all’autorità giudiziaria civile».

E con Francesco?

«Papa Francesco, da buon gesuita, ha capito che l’autocritica è il metodo migliore per arginare le critiche e che una maggiore trasparenza anche sui difetti ecclesiastici è l’unico modo per evitare il disastro irreversibile. Tuttavia episodi recentissimi, come le dimissioni dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori di due autorevoli componenti laici come Marie Collins e  Peter Saunders (a loro volta abusati da preti cattolici) i quali hanno denunciato resistenze e ritardi procedurali, attestano che, come in altri settori della vita cattolica, le conversioni proclamate dall’alto stentano a incarnarsi ai livelli inferiori. Qui, come in altri ambiti, non basta che cambi un papa se, negli anni del suo governo, non riesce a cambiare il papato e l’intera macchina ecclesiastica che, purtroppo per chi condivide la fraternità annunziata da Gesù, dal papato, verticisticamente, dipende».

Perché la pedofilia clericale è una piaga così difficile da estirpare? Si tratta di errori compiuti da poche “mele marce” o c’è invece un problema strutturale che riguarda l’istituzione ecclesiastica?

«Pur essendo stato violentemente attaccato da molti preti per il mio libro sulla questione pedofilia, ci tengo a ribadire, per onestà intellettuale, quello che ho scritto nelle prime pagine: la pedofilia non è statisticamente più diffusa tra preti celibi che tra i pastori protestanti sposati, insegnanti, allenatori di calcio o commessi viaggiatori. Vi sono dunque cause remote, generali e generiche, che non vanno sottovalutate. Poi ci sono delle concause specifiche legate soprattutto al mondo cattolico».

Quali?

«Ne evidenzio due: il clima di morbosità che nella formazione dei preti avvolge e deforma tutta la sfera sessuale e il ruolo di padre-padrone che il prete svolge nella comunità parrocchiale. Il primo fattore influenza gli atteggiamenti perversi degli adulti, il secondo condiziona il silenzio reverente degli abusati. Se a questi due elementi aggiungiamo la quasi certezza dell’immunità dei colpevoli nel passato, anche recente, abbiamo una griglia interpretativa abbastanza chiarificatrice».

Quella sul biotestamento è una legge «equilibrata». I gesuiti di “Aggiornamenti sociali” a favore delle Dat

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

«Pur suscettibile di miglioramenti, l’approvazione del progetto di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) dovrebbe essere considerata un passo avanti». Il gruppo di studio sulla bioetica di Aggiornamenti Sociali – il mensile dei gesuiti del Centro San Fedele di Milano – esprime una valutazione positiva sul “testamento biologico” ed incoraggia il Senato ad approvare la legge che ha già incassato il consenso della Camera dei deputati.

Il testo approvato dalla Camera contiene «numerosi elementi positivi» e rappresenta «un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso», si legge nella nota di Aggiornamenti Sociali redatta dagli autorevoli componenti del gruppo di studio sulla bioetica: don Maurizio Chiodi (teologo della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e neo-componente della Pontificia accademia per la vita), Alberto Giannini (responsabile della Terapia intensiva pediatrica al Policlinico di Milano), don Pier Davide Guenzi (docente di Teologia morale alla Facoltà teologica di Milano), Mario Picozzi (medico legale), Massimo Reichlin (filosofo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano), p. Giacomo Costa e Paolo Foglizzo (rispettivamente direttore e redattore di Aggiornamenti Sociali). «Le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società, abitata da un forte pluralismo morale – si legge –. Il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia».

Il dibattito è spinoso e divide il mondo cattolico, perché «mette in luce grandi questioni umane, etiche e culturali, la cui densità coinvolge credenti e non credenti, in un processo di dialogo e apprendimento reciproco», scrive Aggiornamenti Sociali. «Affrontando la questione delle Dat, come società ci misuriamo con l’inquietudine dell’esperienza del morire e di una tecnologia medica capace di mantenere sospeso il momento del trapasso senza restituire la salute». Premesso che «la sfida sta nel custodire le relazioni fino all’ultimo, anche nel caso della perdita di coscienza», tuttavia «uno Stato democratico è composto di cittadini impegnati a rispettare le differenti etiche, visioni del mondo e religioni, in un contesto di reciproca inclusione e sincera ospitalità, senza che una pretenda di imporsi sulle altre». E da questo punto di vista, la legge in discussione al Parlamento costituisce «un punto di mediazione equilibrato». Infatti, si legge sulla rivista dei gesuiti milanesi, il testo «sembra assumere un orientamento che supera il tradizionale paternalismo, senza cadere negli eccessi di una autonomia assoluta, ma promuovendo l’efficacia della relazione di cura grazie a scelte condivise».

Ad esempio sul versante della «pianificazione delle cure», che si verifica «quando il paziente soffre di una patologia cronica, caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, di cui ha piena consapevolezza». In questo caso, si legge nella nota, «egli condivide con il medico che lo sta curando quali trattamenti siano coerenti con il suo progetto di vita e siano da attuare quando non sia più in grado di esprimersi, coinvolgendo se lo desidera i familiari».

Ma le Dat possono ovviamente essere redatte da un cittadino anche quando non è malato e al di fuori della relazione con il medico, in previsione di una sua eventuale definitiva incapacità di esprimere la propria volontà. È questo il punto centrale del cosiddetto “testamento biologico”, che gli consente «di vedere riconosciute le proprie preferenze di cura, così che l’équipe curante possa definire in modo più preciso il beneficio per il paziente all’interno del quadro clinico oggettivo». Naturalmente «non possono prevedere tutti i possibili casi particolari» ed è «necessario interpretarle alla luce delle effettive condizioni cliniche del paziente e delle terapie disponibili». Ma, precisa Aggiornamenti Sociali, «in caso di definitiva incapacità decisionale, esse rappresentano il riferimento prioritario di valutazione: il loro valore, infatti, pur non vincolante l’atto medico in senso assoluto, non può ritenersi meramente orientativo».

Anche sul punto più controverso della legge, la posizione di Aggiornamenti Sociali è chiara: nutrizione e idratazione artificiali (Nia) sono trattamenti medici, e come tali possono essere rifiutati. «Nella riflessione cattolica – si legge – si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la Nia è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la Nia divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta».

Don Milani e suo padre. Un libro ricostruisce un rapporto finora sconosciuto

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

C’è un’area poco illuminata nella vita di don Lorenzo Milani, di cui il 26 giugno ricorrono i cinquanta anni dalla morte: l’infanzia e l’adolescenza in famiglia e, in particolare, il rapporto con suo padre, Albano.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Colma ora questa lacuna Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco nota della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Nato nel 1885, laureato in chimica, a causa della morte prematura dei genitori, Albano si dedica ad amministrare il cospicuo patrimonio familiare, tra cui la tenuta di Gigliola a Montespertoli (Fi), dove Lorenzo Milani trascorre parte della sua infanzia. Ma è anche uomo di profonda cultura: conosce varie lingue straniere (traduce Il processo e Il castello di Kafka quando ancora non sono arrivati in Italia), compone poesie in latino (fra cui una dedicata alla vestizione del figlio: Filio suo tunicam accipienti, A suo figlio che riceve l’abito sacerdotale), disegna, approfondisce lo studio della storia e delle religioni. Nelle lettere inviate da Albano alla moglie Alice dal 4 luglio al 4 agosto 1944, durante l’occupazione tedesca e il passaggio del fronte in Toscana, si apprendono particolari inediti della vita di don Milani che per aiutare il padre fa la spola tra il seminario, a Firenze, e la tenuta di Gigliola, occupata dai tedeschi, dove si salva per un soffio da una cannonata che aveva colpito la sua stanza.

«Quello di Valeria Milani Comparetti – ha spiegato Sergio Tanzarella, uno dei quattro curatori dell’Opera Omnia  di don Milani appena pubblicata nella collana dei Meridiani Mondadori (v. Adista Notizie n. 17/17), durante la presentazione romana del libro, lo scorso 13 giugno – non è un libro celebrativo, non è un album dei ricordi di famiglia, ma è un attento recupero di fonti preziose, sottoposte ad un rigoroso vaglio critico, che getta nuova luce sulle relazioni fra don Milani e suo padre, finora restate in ombra, tanto da far ritenere molti che fossero pressoché inesistenti».

Fra i tanti elementi che emergono nel rapporto fra don Milani e suo padre ne segnaliamo due: la religiosità (e quindi, indirettamente, la conversione di Lorenzo Milani) e la “fede” nella parola e nella lingua, che non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete, ma è una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, grazie soprattutto al padre.

Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

Ora viene invece svelato il ruolo del padre, non l’artefice ma sicuramente una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

L’altro aspetto, che sarà fondamentale nell’azione pastorale e sociale di don Milani, è la parola. La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Le biografie hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista. Ma anche l’educazione e la passione linguistica di Milani devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina, gioca con i figli proponendo quiz sulle etimologie delle parole ed è solito condividere in famiglia e con gli amici i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti. Non è ancora l’anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa, ma gli indizi originari di una prassi, quella di far leggere i propri testi ai ragazzi della scuola e ad alcune persone fidate, regolarmente usata da don Milani .

«Con il linguaggio quindi – scrive Valeria Milani Comparetti – nella famiglia del futuro don Milani si gioca insieme per capire e costruire il mondo così come per socializzare. Ma si dimostra anche all’altro il proprio attaccamento e il proprio affetto, il proprio riconoscimento e responsabilità, la propria attenzione e fiducia. Ci si fanno quindi le carezze, si sostituiscono le difficili carezze fisiche – per i coniugi Milani Comparetti non contemplate nei compiti genitoriali – con questo gioco che dà piacere e che viene ad assumere un  valore molto più alto di quello che generalmente si dà in altre famiglie». Un “gioco” che poi don Milani rende prassi pastorale ed azione sociale in tutta la sua vita di maestro e di prete fra i giovani operai di Calenzano e i piccoli contadini e montanari di Barbiana, dove si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali».

 

Papa Francesco rende omaggio ai due preti «scomodi»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Sono stati due preti di frontiera, messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà ‘900 di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, quelli che ieri papa Francesco ha voluto omaggiare andando a pregare sulle loro tombe a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi): don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani.

«Due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa» e «scomoda», ha detto il papa a Bozzolo, additandoli, con un ardito ossimoro, come esempi magistrali di un «clero non clericale». Ed è stato ancora più esplicito a Barbiana, dove ha spiegato «che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo» di allora (il card. Florit, “persecutore” di don Milani) affinché «fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale». Un atto che Florit non realizzò – il primo vescovo di Firenze che salì ufficialmente a Barbiana fu il card. Piovanelli, compagno di seminario di Milani, a vent’anni dalla sua morte – e che ieri ha invece fatto Francesco. «Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani», ha detto il papa. «Non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco» e di dire «che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Non un mea culpa, ma quasi.

È stato un pellegrinaggio lampo quello di papa Francesco, che alle 13 era già atterrato in Vaticano, ma dai significati profondi. Non c’è stata nessuna riabilitazione: l’ortodossia di Mazzolari e Milani non è in dubbio, le uniche temporanee restrizioni che subirono dai propri vescovi (divieto di predicare, di parlare in pubblico, di scrivere senza autorizzazione) furono provocate dai loro rifiuti ad accettare le direttive politiche di Curie allineate alla Dc. Ma il riconoscimento del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come scriveva Mazzolari e come ha ricordato lo stesso Francesco – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia del secondo dopoguerra.

Prima tappa a Bozzolo, dove Mazzolari fu parroco dal 1932 alla morte nel 1959, partecipando anche attivamente alla Resistenza. Il papa ha tenuto un discorso ampio, ricordando in particolare l’ansia di cambiamento di Mazzolari, che «non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata», tenendosi alla larga da «tre strade che non conducono nella direzione evangelica»: il «lasciar fare», ovvero restare «alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani» («a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca», scriveva Mazzolari, frase incautamente attribuita a Milani da personaggi come Roberto Saviano, Massimo Cacciari e persino il card. Ravasi); «l’attivismo separatista» che crea «istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…)» e con esse genera «una comunità cristiana elitaria», favorendo «interessi e clientele con un’etichetta cattolica»; il «soprannaturalismo disumanizzante», con cui «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni».

Poi in elicottero a Barbiana, luogo del confino e nello stesso tempo epicentro dell’azione pastorale e sociale di don Milani. Breve sosta nel piccolo cimitero, visita alla canonica che fu la scuola di Barbiana e poi discorso accanto alla “piscina”, la piccola vasca fatta costruire da don Milani perché i contadini del monte Giovi vincessero la paura dell’acqua che, come la mancanza di cultura, li rendeva meno liberi. La scuola era, per don Milani, «il modo concreto con cui svolgere la sua missione di prete», profondamente diversa da quella di tanti «funzionari del sacro», ha detto papa Francesco. «Ridare ai poveri la parola – ha aggiunto –, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole». Parola, lingua e cultura per far crescere «coscienze libere», capaci di «servire il bene comune» e di fare politica come incoraggia Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

E da Bozzolo e Barbiana, in nome dell’antimilitarismo di Mazzolari e Milani, il movimento Noi Siamo Chiesa e il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza chiedono al papa un passo concreto e in avanti: smilitarizzare i cappellani militari.

Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Francesco e Sergio, perfetta letizia

11 giugno 2017

“il manifesto”
11 giugno 2017

Luca Kocci

Lavoro, migranti, collaborazione Stato-Chiesa. Sono stati i principali temi affrontati ieri nell’incontro fra Mattarella e papa Francesco, che si è recato al Quirinale per ricambiare la visita che il presidente della Repubblica gli aveva fatto in Vaticano nel 2015.

È la seconda volta di Francesco al Quirinale, dopo la prima nel 2013, quando sul Colle c’era Napolitano, e il sesto papa (da Pio XII in poi) a varcare la soglia di quella che fu la residenza di trenta pontefici fino al 1870, anno della presa di Roma.

La sintonia fra i due è totale, come emerso anche dalla consonanza sui temi, a cominciare dal lavoro. «Ribadisco l’appello a generare e accompagnare processi che diano luogo a nuove opportunità di lavoro dignitoso. Il disagio giovanile, le sacche di povertà, la difficoltà che i giovani incontrano nel formare una famiglia e nel mettere al mondo figli trovano un denominatore comune nell’insufficienza dell’offerta di lavoro, a volte talmente precario o poco retribuito da non consentire una seria progettualità», ha detto Francesco, richiamando quanto affermato all’Ilva di Genova: è necessario che «le risorse finanziarie siano poste al servizio di questo obiettivo», non «distolte e disperse in investimenti prevalentemente speculativi». Ha fatto eco Mattarella: «L’occupazione deve costituire il centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali».

Poi i migranti. Il papa – e il presidente – ha ricordato l’accoglienza messa in atto dall’Italia, sollecitando un impegno comune: «È indispensabile e urgente che si sviluppi un’ampia e incisiva cooperazione internazionale».

Quindi la collaborazione Stato-Chiesa, «confermata» dal Concordato – hanno sottolineato entrambi –, nella separazione stabilita dalla Costituzione: una «laicità, non ostile e conflittuale, ma amichevole e collaborativa, seppure nella rigorosa distinzione delle competenze», ha detto Francesco (rimarca l’Osservatore romano di oggi: «Laicità amichevole e collaborativa»).

Da Mattarella un richiamo al «rispetto dell’ambiente», citando la Laudato si’ di Francesco e lanciando una stoccata a Trump: l’Accordo di Parigi sul clima «rappresenta un punto di partenza al quale non intendiamo abdicare». Da Francesco uno spot per la famiglia, prima di salutare duecento bambini giunti dalle zone terremotate del centro Italia e di tornare in Vaticano, dove sabato prossimo riceverà un altro leader europeo: Angela Merkel.

 

L’otto per mille alla Chiesa cattolica scende sotto il miliardo. Ma crescono le firme

5 giugno 2017

“Adista”
n. 21, 3 giugno 2017

Luca Kocci

Cala l’otto per mille assegnato alla Chiesa cattolica nel 2017. Si tratta di una diminuzione significativa: 32 milioni di euro. La cifra resta comunque di gran lunga la più alta fra i percettori dell’otto per mille (986.070.000 euro), ma – tranne l’eccezione del 2015, con 995 milioni – era dal 2009 (968 milioni) che la Chiesa cattolica non scendeva al di sotto della soglia simbolica del miliardo di euro.

Per contro c’è stato un leggero incremento delle firme dei contribuenti che hanno deciso di destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica: 81,23%, rispetto all’80,91% dell’anno precedente (la diminuzione dei soldi assegnati rispetto all’aumento delle firme si spiega con il calo complessivo del gettito e dei redditi di coloro che hanno scelto la Chiesa cattolica e con il meccanismo dei conguagli degli anni precedenti). Segno che “l’effetto papa Francesco” c’è stato – la cifra assegnata quest’anno si riferisce alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2014, quando Bergoglio era papa da poco più di un anno –, ma è stato minimo. Ricordando sempre che non si tratta di una percentuale assoluta (l’81,23% di tutti i contribuenti), ma relativa solo a coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà non  l’81,23, ma circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

A fronte della riduzione dell’incasso, l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (v. notizia precedente) ha deciso di tagliare solo i fondi destinati alla nuova edilizia di culto, che sono passati dagli 80 milioni del 2016 ai 40 milioni di quest’anno. Aumentati invece i fondi per gli interventi caritativi – che restano comunque poco più di un quarto del totale –, passati dai 270 milioni del 2016 ai 275 milioni di quest’anno. Per il futuro comunque, anche nell’eventualità di ulteriori cali, sono in cantiere tagli strutturali che sicuramente provocheranno malumori nelle diocesi o nel personale interessato: la condivisione di professionalità e una gestione in comune di alcuni servizi amministrativi, fino alla possibilità di accorpamento degli istituti diocesani di sostentamento del clero o delle diocesi stesse. Una richiesta, quella della riduzione delle 226 diocesi italiane, che papa Francesco aveva indirizzato alla Conferenza episcopale italiana fin dall’inizio, in occasione della partecipazione alla sua prima Assemblea generale, nel maggio 2013 (bisogna «ridurre il numero delle diocesi, ancora tanto pesanti», disse allora Francesco, v. Adista Notizie n. 20/13), ma che la presidenza Bagnasco ha dirottato su un binario morto. Chissà se ora con il nuovo presidente della Cei, card. Bassetti, si darà seguito alla proposta del papa.

Nel dettaglio l’Assemblea generale dei vescovi del 22-25 maggio ha deciso di ripartire le somme rispettando sostanzialmente la tradizione, sebbene operando qualche piccola correzione: il 28% per le attività di solidarietà sociale, il 37% per il culto e la pastorale, il 35% per il sostentamento del clero.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 361 milioni (quasi 40 in meno dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 110 per l’edilizia di culto, 43 milioni per la catechesi e l’educazione cristiana, 13 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 39 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Al sostentamento del clero sono stati riservati 350 milioni di euro, la stessa cifra del 2016. E agli interventi caritativi sono stati destinati 275 milioni di euro, così suddivisi: 150 milioni alle diocesi, 85 per il «Terzo mondo» e 40 per «esigenze di rilievo nazionale».

 

Libro e moschetto. A Vicenza liceali in caserma per l’alternanza scuola-lavoro

5 giugno 2017

“Adista”
n. 21, 3 giugno 2017

Luca Kocci

Dai banchi del liceo alla caserma “Ederle” delle Forze armate Usa. Si è svolta così l’alternanza scuola-lavoro per cinque studentesse e uno studente del liceo scientifico “Giovanni Battista Quadri” di Vicenza.

L’alternanza scuola-lavoro è una delle novità della legge 107/2015 – la cosiddetta “Buona scuola”, ideata dal governo Renzi –, e al liceo “Quadri” hanno pensato di far svolgere a sei studenti del quarto anno le ottanta ore di tirocinio gomito a gomito con i militari statunitensi della 173ma Brigata aviotrasportata di stanza alla “Ederle”, da cui partirono la maggior parte degli attacchi verso Afghanistan e Iraq degli anni 2000, oggi sede del comando Usa per le truppe di terra per l’Africa (Africom).

Gli studenti non hanno indossato la mimetica e non si sono esercitati nelle tecniche di guerra, ma hanno lavorato nella biblioteca della base, nell’ufficio postale interno e hanno collaborato alle attività ricreative per i soldati Usa, trascorrendo tuttavia due settimane in caserma, fino allo scorso 20 maggio. «L’iniziativa – spiegano dalla “Ederle” – si inserisce in un percorso di dialogo tra il mondo della scuola e gli enti territoriali, tra italiani e americani, per un’esperienza lavorativa contestualizzata alla realtà dell’installazione militare».

Il sito web del liceo spiega che l’alternanza scuola-lavoro (la normativa prevede che gli alunni del triennio dei licei svolgano obbligatoriamente in tutto 200 ore di alternanza scuola-lavoro, addirittura 400 gli allievi degli istituti tecnici e professionali) «ha lo scopo di realizzare un collegamento stabile tra istituzioni scolastiche, mondo del lavoro e società civile; migliorare la conoscenza del territorio sociale ed economico in cui si vive; arricchire la formazione scolastica con competenze spendibili anche nel mercato del lavoro; valorizzare le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali. L’alternanza scuola-lavoro diventa uno strumento strategico per migliorare la conoscenza del territorio dal punto di vista economico, sociale e politico, e per operare una stretta collaborazione con le aziende, le associazioni di categoria, le amministrazioni locali, il terzo settore».

Il dirigente scolastico del liceo “Quadri” è soddisfatto e prevede che il tirocinio alla caserma “Ederle” diventerà un appuntamento fisso per gli studenti del suo istituto. Ma cosa c’entri lo stage in una struttura militare delle Forze armate Usa utilizzata per la guerra – anche se da qualche anno si chiamano missioni di pace – con le attività formative di una scuola di una Repubblica che nella propria Costituzione afferma solennemente di «ripudiare la guerra» è difficile da capire.

Bagno di tute blu per il papa a Genova

28 maggio 2017

“il manifesto”
28 maggio 2017

Luca Kocci

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.

È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della Dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

«Non c’è buona economia senza buon imprenditore», ha detto Francesco. Ma «chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». È uno «speculatore», un «mercenario» che «usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda (delocalizzare, ndr) non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto». E «qualche volta – ha proseguito – il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro».

Il papa ha dato ragione alla sindacalista, che ha parlato della necessità di rendere il lavoro «una forma concreta di riscatto sociale», e ha aggiunto il tema del lavoro usato come «ricatto», con un episodio che ha detto essergli stato raccontato da una ragazza a cui era stato proposto un lavoro da 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese: «800 soltanto? 11 ore?. E lo speculatore, non era imprenditore, le ha detto: “Signorina, guardi dietro di lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!». Poi il «lavoro in nero», quello dei “caporali”, ma anche le forme apparentemente soft: «Un’altra persona – ha aggiunto Francesco – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a settembre». Non c’è bisogno di andare nei campi della Puglia, basta entrare in una scuola pubblica per verificare la normalità di tale prassi.

«La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito», è assenza di «dignità». Per questo, ha detto il papa, l’obiettivo «non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti! Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Lo afferma il primo articolo della Costituzione, ha ricordato Francesco: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E allora «togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato, è anticostituzionale».

«Competitività» e «meritocrazia», secondo il papa due «disvalori» da rimuovere. La prima perché mette i lavoratori in guerra gli uni contro gli altri («quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione»). Con la seconda, «il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza» («se due bambini nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente») e rende il povero «un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

La visita del papa è poi proseguita in cattedrale, dove ha incontrato i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose («basta tratta delle novizie», ha ammonito, riferendosi alla shopping di vocazioni religiose femminili che molte congregazioni compiono nei Paesi poveri); poi i giovani, al santuario della Madonna della Guardia, dove è tornato sul tema dei migranti: «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi, non l’Italia che è tanto generosa, chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». Pranzo con alcuni rifugiati, senza fissa dimora e detenuti, un saluto ai degenti dell’ospedale Gaslini, messa a piazzale Kennedy e, in serata, rientro in Vaticano.

“L’uomo che disse di no a Hitler”. Un libro su Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza al nazismo

27 maggio 2017

“Adista”
n. 20, 27 maggio 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: il lager, a Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

È stato questo il motivo per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si è arenato: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione in odium fidei (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser. Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di p. Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei? Fino a luglio 2016 quando, dopo otto anni in cui era rimasto fermo in Vaticano, il processo si sblocca e Mayr-Nusser viene beatificato e riconosciuto martire, lo scorso 18 marzo (v. Adista Segni Nuovi n. 13/17).

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, che ha raccontato la sua vita in un volume appena pubblicato dalla casa editrice Il Margine di Trento (L’uomo che disse no a Hitler, pp. 192, 15€). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Andreas Hofer Bund, cellula di resistenza al nazifascismo attiva sulla direttrice del Brennero.

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.