P. Balducci, profeta del disarmo, contro la follia bellica. Intervista a don Andrea Bigalli

“Adista”
n. 15, 23 aprile 2022

Luca Kocci

Don Andrea Bigalli (parroco a Sant’Andrea in Percussina, Firenze, e referente di Libera per la Toscana) è presidente del comitato scientifico di Testimonianze, rivista fondata da p. Ernesto Balducci nel 1958. Adista lo ha intervistato, per approfondire la figura di p. Balducci (v. notizia precedente).

Don Andrea, che tipo di cristiano e di prete è stato padre Ernesto Balducci?

Come egli stesso scrive nel finale dell’Uomo planetario, è stato uomo di dialogo, capace di abitare i confini parlando le lingue necessarie, sempre alla ricerca di una pace radicata su verità e giustizia. Per questo, come gli disse una volta La Pira, è stato «il prete meno clericale» che egli avesse conosciuto. Ci ha insegnato a spogliarci delle certezze sociali e culturali, dei privilegi e delle distanze dal popolo di Dio che spesso il clero ha evidenziato, in un senso dell’appartenenza ecclesiale che riportasse tutto ciò che è nel prete a Gesù Cristo. In tal senso chi ha frainteso in senso sincretista le ultime parole dell’Uomo planetario gli fa torto: Balducci è stato radicalmente cristiano, ma proprio per questo guidato a considerare il mondo intero come la dimensione del proprio interloquire. 

Balducci è stato uomo del Concilio Vaticano II. Che ne è oggi del Concilio, a sessanta anni dall’apertura dell’assise, e a trent’anni dalla sua morte? E che ne è del rinnovamento ecclesiale?

Non si possono negare delle evoluzioni, ma il cammino di attuazione e sviluppo dei contenuti conciliari avrebbe dovuto essere assai più spedito. Abbiamo perso tempo prezioso, ce ne rendiamo conto proprio in questi mesi, in questi giorni. La strada del disarmo, in primis quello nucleare, la tutela dell’ecosistema con il cambiamento dei paradigmi antropologici e la scelta del biocentrismo, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso come vie primarie, una diversa valutazione del ruolo delle donne, un approccio autenticamente evangelico alla realtà delle persone omosessuali, la riforma del presbiterato con la fine del clericalismo e via dicendo. Sono soltanto alcuni degli aspetti che, partendo dalle Costituzioni conciliari, avrebbe potuto trasfigurare il volto della Chiesa. Guai a perdere la speranza nello Spirito che sempre soffia (anche sulla Chiesa cattolica, nonostante tutto), ma la tentazione dello sconforto resta sempre in agguato.

Balducci è stato sempre molto critico verso il “dogma” dell’unità politica dei cattolici e quindi della Dc. La Dc è di fatto morta insieme a lui, nella prima metà degli anni ‘90: apprezzerebbe il fatto che oggi non esiste più il “partito dei cattolici”? O forse criticherebbe anche l’apparente disimpegno dei cattolici in politica?

La fine della certezza di un riferimento partitico preciso è stata buona cosa. Ma si sarebbe dovuto definire, senza gli strabismi che si sono verificati con conseguenze nefaste, un’unità dei cattolici su alcuni temi etici: che vi siano in politica quanti si fanno forti della loro (supposta) identità di fede e che in realtà sostengono tesi razziste, maschiliste, omofobe, di fatto fasciste, che niente hanno a spartire con i valori evangelici, ci dice la responsabilità delle gerarchie cattoliche nel chiarire alcuni temi di fondo. Papa Bergoglio, nella Fratelli tutti, dice cose molte chiare sul sovranismo, sui nazionalismi, sull’accoglienza fattiva e culturale come espressione della verità del Vangelo. Non si può invocare la Chiesa solo per reprimere i diritti della comunità Lgbt o in generale sulla morale sessuale: la dimensione del magistero è assai più ampia e incentrata sugli aspetti sociali dell’antropologia, non solo sul concetto della salvezza eterna dei singoli. Fare un po’ di chiarezza sarebbe urgente. Quantomeno per affermare serenamente che il cristianesimo è un umanesimo radicale. E la sua definizione più diretta possiamo riscontrarla nel percorso de «la lunga marcia dei diritti umani», come scriveva il nostro Ernesto.

Balducci ha difeso gli obiettori di coscienza, subendo anche una condanna penale, e ha scritto pagine bellissime sulla pace, sulla fraternità fra gli esseri umani e anche fra le Chiese. Quanto è attuale il suo pensiero in questo frangente in cui cadono le bombe sull’Ucraina, in cui sembra che anche le Chiese siano in guerra fra loro (vedi la giustificazione della “guerra santa” contro l’Ucraina da parte del patriarca di Mosca Kirill) e in cui chi “diserta la guerra” criticando l’invio di armi viene messo alla berlina dal sistema dei media, come l’Anpi e, per certi aspetti, lo stesso papa Francesco?

Il Vangelo della pace e la ricerca dei suoi elementi nelle varie culture umane è sempre stato uno dei grandi viaggi di pensiero su cui Balducci ci ha guidato. Penso che Bergoglio abbia conosciuto le opere balducciane, quanto meno condivide molto della sua sensibilità conciliare. Perché, sottolineiamolo, il Magistero ecclesiale – su questi temi Balducci è stato dissidente con la prassi di molti uomini di Chiesa, mai con la dottrina, limpidamente contro la guerra e la sua radice, l’ingiustizia – avrebbe da esprimere non solo dei bei e pii, ma assolutamente irrealizzabili, proponimenti. «L’uomo del futuro o sarà di pace o non sarà»: il vero senso della realtà sta nella cultura e nella prassi di pace, la follia bellica ha come prospettiva solo il tempo della fine definitiva. Se non del mondo, di quella com\passione che definisce l’umano. Dato che la cosa più difficile, adesso, è proprio “restare umani” o divenirlo ancora di più.

In generale qual è l’eredità di p. Balducci? Cosa ci dice ancora oggi?

Rileggerlo – come stiamo facendo in questo tempo di anniversari, pensando anche al suo amico David Maria Turoldo e agli altri protagonisti di una stagione straordinaria della Chiesa fiorentina e italiana – è stupirsi continuamente della lucidità e della forza della sua profezia: una lettura del suo oggi che illumina il presente che sarà, quindi anche il nostro, e lo fa grazie a una visione, che è efficace in quanto radicata in una Parola di autorità perché di amore. Il suo percorso di vita si snoda a partire da una povertà familiare, vissuta nella dignità dei “beati”; quelli di fronte a Dio e quelli che hanno capito che non è il censo o il lignaggio a definire la qualità delle persone. In tal senso Balducci, come Lorenzo Milani, ha capito che bisogna disincrostare l’annuncio evangelico dalla cultura borghese, che è la sua grande avversaria. Originata in un piccolo paese di minatori sul Monte Amiata, Santa Fiora, la sua vicenda umana incontra la dimensione del mondo e la vive nella sua interezza: tornando però a quella stessa realtà, nel Cerchio che si chiude (la biografia di Balducci a cura di Luciano Martini, ndr), per contemplare l’Eterno che si conosce nell’effimero umano, nei segni di una spiritualità radicalmente umana, libera e senza etichette, per questo anche cristiana. Là è sepolto, insieme ai minatori martiri della strage nazista di Niccioleta. Per continuare a dirci che “il solo tempo degno dell’umano è il futuro. Ma esso ha un cuore antico”.


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