Pedofilia, dalla Cei misure più severe

16 novembre 2018

“il manifesto”
16 novembre 2018

Luca Kocci

Nasce un servizio nazionale della Conferenza episcopale italiana per la tutela dei minori vittime di abusi sessuali da parte del clero e ciascuna delle 225 diocesi avrà un proprio referente che si occuperà di pedofilia. Lo ha deciso l’Assemblea generale dei vescovi, riunita a Roma dal 12 al 15 novembre. Evidentemente, dopo anni di minimizzazioni, la Cei ha capito che il crimine della pedofilia del clero è una questione che riguarda anche l’Italia. Inoltre verranno aggiornate anche le Linee guida in tema di abusi sui minori – da più parti criticate perché giudicate troppo morbide ed indulgenti nei confronti dei preti pedofili – che saranno inviate in Vaticano il prossimo mese di maggio. «La priorità non può essere data a una preoccupazione difensiva né al tentativo di arginare lo scandalo, bensì ai ragazzi feriti e alle loro famiglie», ha detto il presidente della Cei, cardinal Bassetti.

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Vescovo di Bolzano sui 100 anni della prima guerra mondiale: come si fa a parlare di vittoria?

15 novembre 2018

“Adista”
n. 39, 17 novembre 2018

Luca Kocci

In questi giorni in cui si ricorda il centenario della fine della Prima Guerra mondiale (4 novembre 1918-4 novembre 2018), «nessuno dovrebbe parlare di vittoria». Il vescovo di Bolzano e Bressanone, nell’Alto Adige (o Sud Tirolo, un tempo austriaco), mons. Ivo Muser, in occasione della festa di Ognissanti, pubblica una lettera pastorale (“Beati gli operatori di pace”) che è una dura requisitoria contro la retorica della vittoria nella Grande guerra (andata regolarmente in onda in tv, sui giornali e nelle scuole, con la complicità delle Forze armate e del ministero della Difesa guidato dalla penstastellata Elisabetta Trenta, v. Adista notizie nn. 37-38/18) e un invito a ricordare quella «inutile strage» – come ebbe a dire papa Benedetto XV nella Lettera ai capi dei popoli belligeranti l’1 agosto 1917 – per costruire la pace.

«Deve colpirci e indurci a riflettere il fatto che in questo incendio di vaste proporzioni che chiamiamo Prima Guerra mondiale si fronteggiarono soprattutto cristiani e nazioni che con naturalezza si dicevano “cristiane”», scrive Muser, che opportunamente ricorda quanto scrisse il suo predecessore del tempo, il principe vescovo Franz Egger di Bressanone, il 30 luglio 1914, due giorni dopo l’apertura delle ostilità fra Impero austro-ungarico e Serbia: «Se mai c’è stata una guerra giusta, allora è sicuramente quella attuale», affermò, chiedendo poi la benedizione di Dio: «Dio onnipotente, re del cielo e della terra, re delle schiere della guerra e sostegno del mondo, benedici con il tuo sangue innocente le armi imperiali… Conserva i combattenti nella loro fedeltà incrollabile e guidali in battaglie colme di fiducia sino alla felice vittoria!».

La guerra, scrive Muser, «non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione. Questo conflitto, oggi dobbiamo ammetterlo con onestà, fu voluto da molti e quasi comunemente definito “una guerra santa“, talvolta anche un “giudizio divino“ nei confronti di quanti erano considerati nemici della fede e della patria». Noi, prosegue, vogliamo ricordare «con riflessione e turbamento quel periodo della nostra storia per costruire ponti di pace», «la memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune».

La Grande guerra, prosegue il vescovo di Bolzano, «ha provocato un dolore umano indicibile e la morte di milioni di persone. Le grandi catastrofi del XX secolo vanno messe in relazione a questa tragedia, non ultimo anche l‘enorme numero di vittime nella Seconda Guerra mondiale. L’ascesa e la presa del potere del fascismo in Italia non sarebbe concepibile senza la prima contesa bellica, tantomeno la Rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e la conseguente guerra civile russa, che inghiottì milioni di vite umane. Anche il nazionalsocialismo e la sua ideologia del disprezzo e dell’annientamento della persona, con il conseguente orribile piano di sterminio degli ebrei, trovano nel primo conflitto mondiale le loro radici. Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l’odio, il disprezzo e l‘arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando si invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone». Perciò, in questi giorni, aggiunge mons. Muser, «nessuno dovrebbe parlare di vittoria. I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza! Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!». «Non dimentichiamo mai», conclude il vescovo altoatesino: «La guerra non ha inizio sui campi di battaglia, ma nei pensieri, nei sentimenti e nelle parole delle persone. I nostri pensieri non sono mai neutrali e il nostro linguaggio ci tradisce sempre. C’è una stretta correlazione tra pensare, parlare e agire, cent’anni fa e anche oggi.

Non dimentichiamo poi le migliaia di giovani, anche della nostra terra, mandati al massacro. Sono un monito a lavorare per concreti progetti di pace. L’auspicio è che siano soprattutto i nostri giovani a costruire assieme il loro presente e il loro futuro. Conoscendo i tragici eventi di cento anni fa e visitando gli scenari bellici dove ragazzi come loro si sono fronteggiati e uccisi in una guerra assurda, possono capire che la pace non è una cosa scontata ma va voluta e costruita giorno per giorno».

Una posizione piuttosto diversa da quella espressa da Riforma, il settimanale delle Chiese evangeliche, che nel numero del 2 novembre, pubblica una lunga intervista allo storico Giorgio Rochat (v. Adista News, 31 ottobre). «Il conflitto del 1914-18, diversamente da quello successivo, fu combattuto da un Paese unito. Per questo motivo esso rimane nella memoria collettiva senza suscitare vergogna», scrive Samuele Revel, prima di passare la parola a Rochat. La Prima Guerra mondiale, spiega Rochat, è «stata la prima e anche l’ultima di un Paese unito. La classe dirigente di allora era preparata e la condusse con coscienza e consapevolezza: insomma, semplificando, l’ha fatta “bene”. Ma non mi si fraintenda, la guerra è sempre sbagliata, questo voglio sia chiaro». Almeno questo.

Digiuno di giustizia contro le politiche che fomentano una cultura di odio

15 novembre 2018

“Adista”
n. 39, 17 novembre 2018

Luca Kocci

Mentre il Senato della Repubblica, il 7 novembre, stava approvando il cosiddetto Decreto Sicurezza voluto dal vicepremier- ministro degli Interni Matteo Salvini (votato con 163 sì e 59 no, solo cinque i “dissidenti” del Movimento 5 stelle che non hanno partecipato al voto: Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura), a poche centinaia di metri, davanti Montecitorio, manifestavano, con il consueto presidio fisso del primo mercoledì del mese, gli aderenti al “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti”, promosso dal comboniano p. Alex Zanotelli, dall’ex vescovo di Caserta mons. Raffaele Nogaro, da don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, da suor Rita Giaretta di Casa Rut a Caserta e dal sacramentino p. Giorgio Ghezzi (v. Adista Notizie nn. 27-28 e 35/18 e Adista News del 6, 10, 25 e 30 settembre).

«Rilanciamo con forza il digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti contro le politiche razziste e xenofobe nei confronti dei migranti da parte del governo Conte-Di Maio-Salvini», spiega p. Zanotelli. «Abbiamo iniziato questo digiuno il 10 luglio con un presidio quotidiano davanti a Montecitorio – ricorda il missionario comboniano –. Il 21 luglio ci siamo dati appuntamento nelle grotte vaticane per una gioiosa Eucaristia annunciando a tutti che il digiuno a staffetta continuava lungo l’estate, ma non il presidio davanti a Montecitorio, dato che il Parlamento chiudeva per ferie. E così siamo ritornati davanti a Montecitorio, digiunando, il 12 settembre e abbiamo deciso che il presidio davanti al Parlamento si terrà ogni primo mercoledì del mese. Il primo è stato il 4 ottobre, e oggi il secondo. Questo presidio mensile davanti al Parlamento è importante per dare visibilità pubblica e politica a quanti digiunano nelle loro città».

«Questo digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti – prosegue Zanotelli – è una protesta contro le politiche del nostro governo, politiche verso chi deve fuggire da situazioni insostenibili. Abbiamo assistito infatti in questi mesi all’intensificarsi della guerra contro le Ong (il Mediterraneo è stato quasi sgomberato dalla presenza di tutti i soccorritori e volontari), alla chiusura dei porti, al “dono” delle 14 motovedette alla Guardia costiera libica, all’odioso episodio della nave “Diciotti” in violazione di leggi nazionali e internazionali, ai rimpatri accelerati di migranti e ora al decreto- legge sull’immigrazione. Siamo davanti a un quadro devastante e desolante che fa del nostro Paese una nazione razzista. L’aggressività soprattutto verso lo straniero, il nero, il rom è ai massimi livelli soprattutto sui social e sui media. Queste politiche razziste e xenofobe disumanizzano i migranti, ma disumanizzano anche tutti noi. Per questo dobbiamo reagire uniti, credenti e laici, per salvare la nostra comune umanità».

Il 22 novembre il decreto di sicurezza arriverà alla Camera dei deputati e, salvo improbabili sorprese dell’ultima ora (a Montecitorio la maggioranza Lega-Movimento 5 stelle è ben più solida che a Palazzo Madama), sarà definitivamente approvato.

La Corte Ue: l’Italia recuperi l’Ici non pagata dal Vaticano

7 novembre 2018

“il manifesto”
7 novembre 2018

Luca Kocci

Ce lo chiede l’Europa: l’Italia deve riscuotere le somme dell’Ici non pagate dagli enti ecclesiastici cattolici (e non profit) fra il 2006 e il 2011, quando era in vigore un regime speciale di esenzione.

Bruxelles aveva già bocciato quel privilegio fiscale (un improprio aiuto di Stato), ma senza obbligare l’Erario a farsi restituire le tasse non versate, in un singolare “scurdámmoce ‘o ppassato” in versione europea. Ieri i giudici della Corte di giustizia dell’Ue hanno annullato le precedenti decisioni – una prerogativa della Corte di Lussemburgo – e stabilito che lo Stato italiano deve recuperare l’Ici non pagata. Un conto salatissimo che, secondo alcune stime, sarebbe di 4-5 miliardi di euro. Addirittura il triplo se venissero conteggiati anche gli anni precedenti, a partire dal 1992, quando venne istituito l’Ici. «Faremo un altro ricorso per il recupero dell’Ici dal 1992», annuncia Maurizio Turco, dei Radicali, gli unici da sempre in prima fila a condurre questa battaglia.

La Corte ha annullato due deliberazioni dell’Ue. La prima del 2012, quando l’Imu sostituì l’Ici. La Commissione approvò la nuova misura («non implica aiuti di Stato dal momento che le esenzioni si applicheranno solo agli immobili dove sono condotte attività non economiche») esentando però l’Italia dal chiedere indietro l’Ici non pagato, perché sarebbe stato «impossibile» in base ai dati catastali e fiscali determinarne l’entità. La seconda del 2016, quando il Tribunale Ue respinse un ricorso presentato dalla scuola elementare (privata) Montessori di Roma (insieme ai Radicali) contro la decisione della Commissione del 2012: noi paghiamo l’Ici, le scuole cattoliche nostre concorrenti no, quindi sono ingiustamente privilegiate, la tesi rigettata dal Tribunale.

Ieri invece la Corte di giustizia ha dato ragione alla Montessori e ai Radicali ed ha cancellato i pronunciamenti del 2012 e del 2016, spiegando che le «difficoltà organizzative» dell’Italia non possono determinare un colpo di spugna sul passato. Respinto invece il ricorso sull’Imu.

Ora toccherà alla Commissione europea recepire la sentenza. Margrethe Vestager, commissaria alla Concorrenza, dovrà correggere la vecchia decisione e valutare, insieme all’Italia, le modalità di recupero delle imposte. In caso contrario, la Commissione potrà deferire Roma alla Corte di giustizia con una procedura d’infrazione accelerata.

L’esenzione Ici sugli immobili della Chiesa fu introdotta subito, nel 1992. A metà anni ‘90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso con l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro Cuore, chiedendo il pagamento dell’Ici per alcuni edifici usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Dopo una lunga battaglia legale, la Cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale: anziani e studentesse pagavano l’ospitalità, quindi l’Ici andava versato.

A quel punto ci fu l’intervento “provvidenziale” di Berlusconi (presidente del Consiglio) e Tremonti (ministro dell’Economia), che nel 2005 modificarono la legge: esentati dall’Ici tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di culto». Un condono tombale.

L’anno successivo Prodi (premier) e Bersani (ministro dello Sviluppo economico) corressero la rotta – anche perché l’Ue si stava muovendo, dopo una denuncia dei Radicali –, giocando di avverbio: esenzione per gli immobili di proprietà ecclesiastica (e non profit) destinati al culto e ad attività assistenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi.

Nel 2012 arriva l’Imu (governo Monti) che conferma l’esenzione, ma separando le superfici in cui venivano svolte attività sociali e di culto da quelle destinate ad attività commerciali: esenti le prime, paganti le seconde. Una formula che ottenne anche il gradimento di Bruxelles, confermato ieri.

È «una sentenza storica», commenta Edoardo Gambaro, avvocato della Montessori. Maurizio Turco: «È una condanna anche alla Commissione e ai governi italiani che in questi decenni si sono inventati di tutto».

Che c’entrano i biscotti con le Forze armate? Ed è scontro con il Ministero della Difesa

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Non è piaciuto al generale Marco Bertolini il manifesto che il Ministero della Difesa guidato dalla ministra penstastellata Elisabetta Trenta ha scelto per celebrare il 4 novembre, festa delle Forze armate e, quest’anno, centenario della fine della Prima guerra mondiale. C’è una soldatessa in divisa che aiuta una donna anziana, un militare che soccorre un bambino in mare e lo slogan: «Le nostre forze, armate di orgoglio e umanità».

Troppo per il generale di Corpo d’armata, attualmente presidente dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia, già alla testa del Comando operativo di vertice interforze e in precedenza del Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali, della brigata paracadutisti “Folgore” e del 9° reggimento incursori “Col Moschin”, con missioni sul campo in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. «Non è così che si onorano i nostri caduti – ha scritto Bertolini sul sito degli ex paracadutisti –. Che dopo le strisciate di sangue italiano lasciate in Somalia, Iraq, Afghanistan, Balcani, Libano in questi ultimi decenni, si arrivasse a immagini da “Festa della mamma” di infimo ordine come queste per commemorare il primo centenario dell’unità nazionale e per ricordare i sacrifici dei nostri soldati dell’inizio del secolo scorso è veramente scoraggiante». Quindi attacca direttamente il suo ministro e il Movimento 5 Stelle: «Il manifesto evidenzia in maniera lampante l’idea che una parte della nuova dirigenza politica ha delle Forze armate. L’immagine si commenta da sola e non ha bisogno di parole inutili. Se ne può semplicemente dedurre che è ovvio che non ci si faccia scrupoli a disarmarle, sottofinanziarle e trattarle con toni irriverenti come è avvenuto in più di un’occasione ultimamente. Come se fossero un inutile e costoso orpello da snaturare e anemizzare, in attesa che muoiano da sole».

Secca la replica del Ministero affidata alle agenzie: «La locandina esprime tutta la solidarietà e l’umanità dei nostri uomini e delle nostre donne nelle Forze armate». Ma lo stesso Ministero anticipa anche l’imminente lancio di uno spot promozionale che «esalterà il ruolo del soldato in tutta la sua professionalità. Sarà uno spot che, per i 100 anni, renderà onore all’impresa eroica dei nostri nonni e, siamo certi, piacerà persino a Bertolini» (v. notizia successiva). Insomma, ministro di pace e di guerra, come del resto l’intero Movimento 5 Stelle, che parla di pace e conferma l’acquisto dei cacciabombardieri F35.

Si inserisce nello scontro tutto interno fra Forze armate e Ministero della Difesa il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, con intelligente gusto del paradosso.

«Generale Bertolini, sono d’accordo con lei, questo manifesto non mi piace», scrive don Sacco. «Dopo aver visto il manifesto, ho pensato che le nostre Forze armate non sono un’associazione caritativa», prosegue il coordinatore nazionale di Pax Christi. «Scopo delle Forze armate, tanto più oggi formate da professionisti ben pagati e ben armati, è quello di sparare, di fare la guerra. Anche se questa parola non si può usare perché ripudiata dalla Costituzione. Si parla quindi di missioni di pace… Le Forze armate sono, appunto, armate e non pensate per distribuire biscotti o coperte. Se fanno anche questo è sicuramente cosa buona, ma allora investiamo su una seria Protezione civile; valorizziamo e istituzionalizziamo i Corpi civili di pace. Dalla mia piccola esperienza posso testimoniare che il settore umanitario è spesso “al seguito del militare” e a volte viene usato più per una questione di immagine, quasi a velare altri interessi, ad esempio quelli delle lobby delle armi, nelle varie missioni militari. Non usiamo la tragedia della Prima guerra mondiale, “inutile strage” come la definì il papa di allora, Benedetto XV, per fare propaganda».

E rispetto allo spot annunciato dalla ministra Trenta, don Sacco non nutre grandi aspettative. «Aspettiamo di vedere questo spot – conclude –. Non so se piacerà al generale Bertolini. Ma ho la quasi certezza che a me piacerà ancor meno di questo sdolcinato e ingannevole manifesto».

 

4 novembre: vestiamoci a lutto contro tutte le guerre. La proposta dei movimenti per la pace

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Sembra di vedere Russell CroweMassimo Decimo Meridio che ne Il gladiatore esorta: «Al mio segnale scatenate l’inferno!». Invece è solo lo spot promozionale delle Forze armate per il 4 novembre – anniversario della fine della Prima guerra mondiale (1918-2018) – annunciato dalla ministra della Difesa pentastellata Elisabetta Trenta anche in risposta dei manifesti giudicati troppo buonisti da alcuni alti rappresentanti dell’Esercito (v. notizia precedente).

«Io sono andato dove gli altri non volevano andare. Ho portato a termine quello che gli altri non volevano fare. Ho sentito il freddo morso della paura», dice una voce fuori campo. Poi si vede un paracadutista che indossa il basco, il decollo di un cacciabombardiere F35 (quelli che il partito della ministra cinquestelle diceva di non voler acquistare e invece verranno acquisiti tutti), una squadra d’assalto che irrompe da un elicottero sparando, la scena di un attacco contro i soldati con il corpo di un caduto coperto da un telone e un commilitone che piange, elicotteri da guerra, incrociatori con i cannoni in vista e incursori che si lanciano in mare. E di nuovo la voce fuori campo: «Ho pianto, ho sofferto e ho sperato. Ma quando giungerà la mia ora, agli altri potrò dire che sono orgoglioso per tutto quello che sono stato: un soldato». E così lo spirito combattente – ma ovviamente in nome della pace – è stato ristabilito.

«Temiamo che anche questa ricorrenza possa diventare occasione di retorica, nella più assoluta mancanza di rispetto per le centinaia di migliaia di vittime mandate al macello», scrive don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, nell’editoriale di Mosaico di pace di novembre, che dedica un dossier speciale, curato da Diego Cipriani, al centenario della fine della Prima guerra mondiale. «Non parliamo di eroi, per favore – si legge ancora nell’editoriale –, bensì di poveracci mandati a morire per i calcoli diabolici dei potenti. Non utilizziamo la retorica del 4 novembre per giustificare le guerre di oggi, magari chiamate missioni di pace, Niger compreso. Per giustificare le spese militari. E chiediamoci se tante scelte di riarmo e di frontiere blindate siano compatibili con il Vangelo».

A voler ricordare un “altro” 4 novembre sono anche il Movimento nonviolento, PeaceLink e il Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo: «Non un giorno di festa, ma di lutto». Per questo le tre associazioni propongono che il 4 novembre si realizzino in tutte le città d’Italia commemorazioni nonviolente delle vittime delle guerre, «dimostrando che solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise» e «affermando il diritto e il dovere di ogni essere umano e la cogente obbligazione di ogni ordinamento giuridico democratico di adoperarsi per salvare le vite, rispettare la dignità e difendere i diritti di tutti gli esseri umani». Conclude il comunicato comune delle tre associazioni: «Affinché il 4 novembre, anniversario della fine della “inutile strage” della prima guerra mondiale, cessi di essere il giorno in cui i poteri assassini irridono gli assassinati, e diventi invece il giorno in cui, nel ricordo degli esseri umani defunti vittime delle guerre, gli esseri umani viventi esprimono, rinnovano, inverano l’impegno affinché non ci siano mai più guerre, mai più uccisioni, mai più persecuzioni».

Contestualmente Movimento nonviolento, Peacelink e Centro di ricerca per la pace e i diritti umani rilanciano la campagna “Un’altra difesa è possibile” e chiedono che il Parlamento approvi finalmente la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

«Per questo – scrivono – chiediamo una politica di disarmo, poiché le armi sempre e solo uccidono gli esseri umani. Per questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017. Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che secondo autorevoli stime gravano sul bilancio dello Stato italiano per l’enorme importo di settanta milioni di euro al giorno. Per questo chiediamo che i fondi pubblici oggi destinati a strutture e strumenti di morte siano invece utilizzati in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani e del mondo vivente. Per questo chiediamo un impegno particolare a contrastare la violenza maschilista, prima radice e primo paradigma di ogni violenza. Per questo ci opponiamo al razzismo, crimine contro l’umanità, e chiediamo che siano immediatamente revocate tutte le sciagurate decisioni governative che configurano omissione di soccorso, pratiche segregative e persecutorie, flagranti violazioni dei diritti umani e della stessa Costituzione della Repubblica italiana».

1918-2018: cent’anni di improntitudine

1 novembre 2018

Introduzione a
Valerio Gigante – Luca Kocci – Sergio Tanzarella, La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, Viareggio 2018

Valerio Gigante – Luca Kocci – Sergio Tanzarella

Nel mandare in stampa questa nuova edizione della Grande menzogna – pubblicata per la prima volta nel 2015 all’inizio delle pompose celebrazioni nazionali per il centenario dell’ingresso dell’Italia in guerra – ampliata da due capitoli inediti (L’opposizione popolare alla guerra e L’opposizione in divisa alla guerra) e da una serie di interventi sul testo originario, non possiamo non ricordare con soddisfazione l’accoglienza ricevuta dal libro oltre ogni nostra previsione. Molte recensioni in maggioranza di sostegno e apprezzamento[1], qualcuna velenosa[2] solo da parte di chi ha visto incrinarsi la mitologia bellicista e celebrativa, in qualche caso l’arrogante rifiuto di parlare del libro fatto da qualche intellettuale televisivo e salottiero o da qualche dirigente scolastico con l’elmetto. Decine di presentazioni tra scuole, associazioni, circoli, gruppi, parrocchie, librerie – addirittura mostre[3] ispirate ai contenuti del libro e testi teatrali[4] che, pur precedenti, sono stati arricchiti da qualche contenuto presente nel volume con il quale erano in straordinaria sintonia – con una partecipazione viva, ma ferita per avere appreso in ritardo il reale e brutale volto della I guerra mondiale. Il libro poi, senza che avessimo lavorato a questa operazione che peraltro ci ha sorpresi non poco, nel mese di settembre 2015 è uscito in abbinamento con il quotidiano Il Giornale (collana Biblioteca storica), finendo così nelle mani di migliaia di lettori che difficilmente avremmo potuto raggiungere.

Per il vero non abbiamo rivelato alcun “segreto” o “mistero” sulla I guerra mondiale. Ci siamo limitati a raccogliere in un breve compendio molti dei risultati che la ricerca storica ha stabilito da tempo ma che non hanno raggiunto, a quanto pare, le conoscenze diffuse e comuni dei cittadini. Il libro aveva il solo intento di colmare il distacco tra la ricerca scientifica e l’alta divulgazione, e in questo riteniamo di avere ottenuto lo scopo. Ma volevamo anche denunciare alcune delle innumerevoli omissioni che sono riuscite a sopravvivere provocando un vuoto di memoria nazionale. Si tratta di un elenco sconfinato di delitti compiuti da uomini dello Stato e il cui occultamento è perfettamente riuscito per quasi un secolo. Ricordiamo qui, come esempio, la catastrofica esplosione a Roma dell’antico Forte dell’Acqua santa che si trovava sulla via Appia nuova. In essa vi era il deposito dei carburanti per dirigibili e areostati e si fabbricavano le bombe che sarebbero state utilizzate da questi apparecchi. L’esplosione fu devastante e ufficialmente si disse avesse provocato 79 morti, ma su tutta la vicenda fu posto il segreto militare di Stato e una occultazione della memoria. È stato solo nel  2017 che grazie a uno studio di Enrico Malatesta[5], che ha recuperato carte inedite, che si è scoperto che i morti furono oltre 240 e che a lavorare in un settore così delicato erano stati impiegati non solo artificieri ma moltissimi fanti giovanissimi, inesperti e analfabeti e che i controlli sulla produzione erano stati di fatto disattesi per volontà delle più alte gerarchie militari. L’esplosione cancellò le loro vite e anche i loro nomi nel segno di un totale e volontario azzeramento di una memoria che sarebbe stato un fardello troppo ingombrante per ogni ricorrenza celebrativa organizzata dalle istituzioni, siano state esse monarchiche, fasciste o repubblicane. Questo è solo un esempio, ma ben si comprende quanto sarebbe stato impossibile raccontare ai giovani la menzognera epopea eroica della guerra ricordando loro questa e le altre migliaia di stragi compiute dai rappresentanti dello Stato dell’epoca.

Durante una affollata presentazione in una libreria napoletana ha preso la parola un’insegnante di un rinomato liceo. Aveva già letto il libro e ne era ancora sconvolta. Ci diceva di essere stata una studentessa universitaria molto scrupolosa e di avere poi dedicato all’insegnamento e alla lettura buona parte delle sue giornate. Si notava in lei la donna colta e capace di una empatia e di una comunicazione profonda con i suoi studenti che tutti l’avevano seguita alla presentazione. Era sconvolta perché, diceva, nessuno dall’università in poi le aveva detto la verità sulla I guerra mondiale e lei, inconsapevole, aveva continuato per anni a trasmettere menzogne ai giovani. Il nostro libro sarebbe diventato d’ora innanzi la lettura obbligatoria per tutti i suoi studenti. Altri colleghi dal nord al sud Italia hanno fatto lo stesso, tanto che molti studenti lo hanno proposto agli esami di maturità. Un amico ci confessava che dei suoi alunni che non avevano mai letto una pagina di storia nel triennio liceale avevano divorato il libro dedicandosi poi a più approfondite ricerche. Dimostrazione che quando la storia insegnata abbandona i ritualismi della manualistica e le pavide indicazioni ministeriali riesce ad appassionare anche gli studenti più svogliati e refrattari alla lettura. Infine, un incontro di presentazione è stato ospitato perfino nella sede degli Alpini di Buia (Ud), tra i gruppi più numerosi presenti in Italia. A portare il suo saluto per le penne nere, lo storico capogruppo, Sergio Burigotto. Tanti i presenti, esperti di I guerra mondiale e appassionati delle vicende locali. Eppure molti si sono detti sorpresi per la mole di informazioni che il libro riportava e che loro – che pure la “grande guerra” conoscono da vicino (perché in quelle zone tutti hanno parenti morti nel conflitto e perché in quelle zone tanti sono gli eventi accaduti durante la guerra) – ignoravano, o conoscevano in modo parziale e impreciso. Ma ancora più stupore abbiamo raccolto da parte di chi sentiva parlare per la prima volta di Benedetto XV, di cui poco o nulla sapeva della sua ferma opposizione alla giustificazione della guerra e della totale condanna alla sua sacralizzazione. Più imbarazzante è stato per molti scoprire «che le Chiese cristiane sostanzialmente si allineano al nazionalismo trionfante ed anzi lo vedono come uno strumento capace di portare nuova linfa alla pratica religiosa»[6] e come individui del tipo di un Agostino Gemelli avessero offerto sostegno religioso alle politiche criminali dello Stato maggiore italiano guidato dallo spietato assassino Luigi Cadorna[7].

Certo l’impresa di questo libro è stata impari di fronte alla macchina celebrativa governativa, ministeriale e militaresca che con convegni, mostre e pubblicazioni ha continuato l’opera della frode e della falsificazione – che va avanti da 100 anni – omettendo tutte le fonti in grado di produrre dubbi sulla necessità e inevitabilità della I guerra mondiale, sui suoi orrori, sulle stragi e sugli scandali, argomenti tutti che sono oggetto di questo libro. Le “celebrazioni della Vittoria” governative si inseriscono, infatti, in un più ampio progetto di avvicinamento e sovrapposizione scuola-caserma in atto in questi anni:

«L’occupazione fisica della scuola italiana e degli stessi contenuti didattico-educativi da parte delle istituzioni militari non è purtroppo un processo nuovo. La legge n. 107 del 13 luglio 2015 di “riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione” ha tuttavia dato nuova linfa e copertura ideologica-reazionaria al rafforzamento dei binomi scuola-caserma e libro-moschetto, con però sempre meno scuola e libri e ancora più caserme e moschetti. La formalizzazione istituzionale del rimodernato rapporto istruzione-forze armate in nome del lavoro coatto e non retribuito è avvenuta il 15 dicembre 2017, quando i rappresentanti dei ministeri della Difesa, del Lavoro e della Scuola hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa per la mutua collaborazione all’alternanza. “Il Ministero della Difesa metterà a disposizione i musei militari, gli Enti e gli istituti operativi e logistici, mentre gli studenti potranno aiutare il ministero durante il periodo dell’alternanza scuola-lavoro nei suddetti spazi”, si legge nella nota emessa dal Miur. Le Forze armate, inoltre, “s’impegneranno a rafforzare e qualificare l’inserimento lavorativo dei giovani, in particolare nelle strutture civili del ministero della Difesa dedicate alla manutenzione dei mezzi militari”. Agli ufficiali delle forze terrestri, navali ed aeree viene chiesto altresì di cooperare allo sviluppo delle attività di orientamento, “per consentire agli studenti una scelta consapevole del percorso di studio e delle opportunità degli sbocchi occupazionali”. […] Si moltiplicano intanto a vista d’occhio le convenzioni e gli accordi tra gli Stati maggiori delle Forze armate e i dirigenti scolastici per la realizzazione di stage e sessioni di alternanza scuola-lavoro, non certo solo all’interno di musei e centri di documentazione militare, ma anche in basi strategiche, porti e aeroporti, installazioni di telecomunicazione e postazioni radar, arsenali, centri d’intelligence e guerra elettronica»[8].

Questo attivismo militaresco ha portato, per esempio, Angela Maria Laforgia e Matteo Spanò – presidenti del comitato nazionale dell’Agesci (l’associazione degli scout cattolici) – a sottoscrivere nel 2015 un accordo con la Marina militare – capo di Stato maggiore ammiraglio Giuseppe De Giorgi – per promuovere lo scautismo nautico. Ma è la scuola il vero terreno di caccia delle Forze armate italiane, e lì che si sono realizzate le iniziative più discutibili e spregiudicate, utilizzando ad arte l’anniversario della I guerra mondiale. Come scrive ancora Antonio Mazzeo, l’insegnante che ha apertamente criticato il progetto “Esercito e Studenti uniti nel Tricolore” realizzato dalla brigata “Aosta” insieme ad alcuni dirigenti scolastici di Messina e per questo sottoposto a provvedimento disciplinare dalla propria dirigente scolastica:

«A un secolo dalla tragedia del primo conflitto mondiale, quello del 1914-18, governi, Forze armate, istituzioni accademiche e scolastiche si distinguono soprattutto in Italia nella promozione di tripudi e commemorazioni, quasi una sagra della retorica dei “valori” di Patria, famiglia, coraggio, sacrificio, eroismo e arditismo che erano spariti dal vocabolario e dalla didattica della Repubblica fondata sulla Costituzione democratica e antifascista. Una rielaborazione a 360 gradi di contenuti e “verità” che cancella crimini e orrori, occulta responsabilità, grazia le classi politiche dominanti, gli industriali, i banchieri e gli alti comandi dell’esercito e della marina militare»[9].

L’elenco di questa commistione sarebbe lunghissimo perché realizzato nelle forme celebrative della propaganda già utilizzate massicciamente prima, durante e dopo la I guerra mondiale. Del resto è un fatto inoppugnabile come i nostri studenti siano ancora condannati a studiare le opere di Gabriele D’Annunzio, un pericoloso intellettuale guerrafondaio, violento interventista, attivo e sanguinario milite, propugnatore di una mistica di guerra che tanto influsso ebbe sull’opinione pubblica di quegli anni. Basti soltanto ricordare il discorso di Quarto del 5 maggio 1915 nel quale le beatitudini evangeliche vengono tradotte nel vocabolario dannunziano:

«Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Così mentre D’Annunzio sopravvive nella scuola italiana, la diffusione di false notizie e la creazione dell’animalizzazione del nemico[10], la leggenda della IV guerra di Indipendenza, la necessità della guerra come purificazione ed elemento costitutivo dell’unità nazionale, la riproposizione degli eroi soldati e il mito del buon soldato italiano sono apparsi costituire ancora oggi l’armamentario di una politica della memoria applicata direttamente alle scuole italiane. Il tutto condito con le giornate delle “caserme aperte”, alzabandiera con la partecipazione anche dei bambini delle scuole elementari, corone deposte ai monumenti ai soldati morti – eufemisticamente ancora definiti caduti – e con il culto del cimelio di guerra al quale sono state dedicate numerose mostre ed esposizioni tutte totalmente acritiche e alla cui visita sono stati condannati moltissimi studenti.

Tra queste attività altamente diseducative, inserite incredibilmente nell’alternanza scuola-lavoro, segnaliamo la mostra “Erano giovani e forti. Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra” del 24 novembre 2015 – accompagnata da convegni e manifestazioni – organizzata nella Reggia di Caserta e promossa tra l’altro dalla Brigata bersaglieri “Garibaldi”, dal ministero per i Beni e le Attività culturali, dalla II Università degli studi di Napoli (oggi Luigi Vanvitelli), dall’Ufficio scolastico regionale della Campania  e dalla “Società di Storia Patria di Terra di Lavoro” sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei ministri – Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale. La descrizione del titolo e del logo, fatta dagli organizzatori nel pieghevole pubblicitario, resuscita la vecchia interpretazione propagandistica della I guerra mondiale come IV guerra di Indipendenza, collegandola quindi al Risorgimento del quale appare coronamento e conclusione secondo la falsa idea – mai morta – della guerra necessaria per costruire l’identità nazionale, ma dimostra la fissazione di utilizzare le immagini del Vangelo della pace per giustificare la guerra:

«[…] La spigolatura richiama alla mente il concetto di una vita che si fa feconda attraverso il sacrificio: se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto. Quel sacrificio estremo, dato in nome della libertà e dell’unione di una Patria giovane che ancora oggi unisce uomini e donne stretti sotto lo stesso ideale. Il tempo verbale rivolto al passato, vuole essere sia il ricordo delle tante giovani vite interrotte a causa della guerra, ma vuole trasformarsi in un tempo futuro, con lo sguardo al presente e al domani come perpetrasi della memoria e del ricordo di tutti i caduti […] della prima guerra mondiale».

La mostra è stata poi reiterata con lo stesso titolo e altra data – 1917-2017 – e con una raccolta di altri cimeli di guerra accompagnati da didascalie celebrative osannanti il fulgido eroismo dei fanti italiani e la sagace strategia dei generali italiani: vacua propaganda che gli organizzatori cercano di fare attecchire nei giovani studenti deportati in massa in visite “di studio”. Per dare solo un esempio consideriamo “Il rancio nella grande guerra”. Un cartellone lo descrive con il seguente testo firmato da tale Valentina Cosco ufficiale della riserva selezionata:

«Molti furono gli aspetti del vivere comune del nostro paese influenzati dal conflitto. Un esempio ne è l’alimentazione, strategia e determinante per il popolo combattente e altrettanto importante nel fronte interno, dove si affermarono nuovi consumi, unificando in un certo senso anche l’economia della cucina familiare del Paese. Prima della Guerra il paese dalle “cento cucine” era ancora diviso da radicati usi gastronomici: pasta, pomodoro e olio d’oliva caratterizzavano le abitudini dei meridionali, polenta, riso, latte e burro quelle dei settentrionali. Il “rancio” del soldato e il suo approvvigionamento fecero da propulsori per l’unificazione, anche gastronomica del Paese. In un particolare contesto come quello della Guerra in trincea,  caratterizzata da impervie condizioni geografiche e climatiche, la logistica incontrava numerosissime difficoltà, ma il Regio Esercito, riuscì, nonostante tutto a gestire il servizio di vettovagliamento, garantendo l’alimentazione giornaliera a circa 1.800.000 combattenti.  Il rancio nelle trincee dei diversi paesi non si eguagliava né per qualità né per quantità del cibo somministrato. Gli italiani potevano disporre di un vettovagliamento variegato e abbondante che era difficile trovare dall’altro lato della “terra di nessuno”».

Il testo – una rara accozzaglia di vergognose bugie e luoghi comuni, oltre la balzana tesi dell’ “unificazione gastronomica” dell’Italia grazie alla guerra – non merita commenti se non l’auspicio che l’autrice possa sperimentare una gavetta con le leccornie delle cucine militari di quel tempo, da lei descritte come quelle preparate da un ristorante gourmet.  Dinnanzi a tanta mistificazione (fatta leggere ai nostri studenti) e dinanzi a tanta ostentata pervicacia nel sostenere dopo un secolo la propaganda di guerra e le ragioni ancora indicibili dell’atroce massacro di interi popoli (oltre otto milioni di soldati e un numero imprecisabile di civili) occorrerebbe l’arma dissacrante dell’ironia del soldato Sc’véik[11], il quale smascherava l’ottusità e il ridicolo di un mondo militaresco e politico fondato sul nulla, compiaciuto di giustificare se stesso agitando lo spettro del nemico nazionale, del disfattismo, del complotto e coltivando il mito della bandiera, dei caduti, dell’eroismo. Un apparato retorico e mistificante che è ritornato pericolosamente di moda con la riproposizione dell’inno di Mameli le cui parole grondano sangue: «Dell’elmo di Scipio / s’è cinta la testa», «Già l’aquila d’Austria / le penne ha perdute. / Il sangue d’Italia, / il sangue polacco, / bevè col cosacco, / ma il sen [cor] le bruciò», «Stringiamoci a coorte, / siam pronti alla morte, / siam pronti alla morte, / l’Italia chiamò». Tutte parole indegne di esser poste come esempio fondativo per un popolo che si vorrebbe pacifico e che nella propria Costituzione ripudia la guerra.

È la stessa retorica patriottarda plaudente che accompagna, al costo di qualche milione di euro, la parata militare del 2 giugno, la festa nazionale scambiata come una ricorrenza militaresca in luogo di essere la festa della Repubblica dove a sfilare dovrebbero essere innanzitutto le bare dei morti sul lavoro (quasi mille ogni anno), poi le bare degli uccisi per negligenza dello Stato (dal Vajont a Stava, dal quartiere Tamburi di Taranto confinante con l’Ilva al ponte Morandi di Genova…), poi le bare degli uccisi per complicità dello Stato (da Falcone a Borsellino alle loro scorte…), poi le bare degli uccisi dai misteri di Stato (da Portella della ginestra a Ustica alla stazione di Bologna…), poi le bare di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Giulio Regeni uccisi una seconda volta dalle “ragioni di Stato” e dagli interessi economici nazionali, poi le bare degli assassinati dallo Stato (Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Rasman…), poi le bare delle centinaia di soldati uccisi dall’uranio impoverito e dall’indifferenza e complicità dei generali, poi ancora gli invalidi sul lavoro, e a seguire i lavoratori a nero, i precari, i turnisti, i pendolari, cioè coloro che sostengono realmente il peso di tutta la Nazione, e per concludere dovrebbero essere scanditi i nomi di quei soldati uccisi dalle decimazioni o dai processi sommari cui comandanti e ufficiali dell’esercito italiano sottoposero vigliaccamente migliaia di fanti, e infine dovrebbero sfilare le bambine e i bambini per dire ai politici che una nazione democratica si costruisce non sugli interessi dei consigli di amministrazione dei grandi gruppi economici o delle industrie di armi e sistemi d’arma o sulla mistificazione della memoria delle guerre ma avendo il coraggio di cercare sempre la verità storica senza omissis e avendo come faro quella Costituzione che il potere vorrebbe cancellare. Ma invece anche in questo 2 giugno 2018 le massime autorità dello Stato hanno assistito compiaciute, commosse e impettite al passaggio dei battaglioni delle diverse armi e specialità, perfino mascherati con le divise italiane della I guerra mondiale (si spera realizzate con stoffe migliori di quelle scadentissime utilizzate dal 1915 per i poveri fanti italiani). Il tutto accompagnato, nella trasmissione televisiva del servizio pubblico, da un commento acritico e osannante mentre le frecce tricolori rombavano solcando il cielo di via dei Fori Imperiali, la stessa strada teatro un tempo delle sfilate fasciste. Per costoro la lettura di questo libro potrebbe essere terapeutica e aiutarli a comprendere l’orrore che si ostinano a celebrare. Ma è noto che leggere nuoce gravemente alla salute[12], come certo sa tale Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero per i Beni e le attività culturali, che si è giustamente vantata di non leggere un libro da appena tre anni. Ad essi, ma soprattutto ai lettori di questa seconda edizione, affidiamo la poesia Wilfred Owen Dulce et decorum est che smentisce il verso di Orazio di Carmina, III.2.13:

«[…] Il gas! Il gas! Svelti ragazzi! – Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo le goffe maschere antigas;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce…
Confusamente, attraverso l’oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra,
come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.
Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti –
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est
Pro patria mori»[13].

Ed è contro questa menzogna imperante e mistificante che si oppose Lorenzo Milani, nel 1965, nelle sue due lettere ai cappellani militari e ai giudici[14], monumento letterario e civile che andrebbe proposto a tutti gli studenti italiani se al ministero dell’Istruzione non vi fossero alti funzionari apologeti della guerra e al ministero della Difesa non vi fossero ministri indaffarati a comprare F-35 ed a organizzare nuove guerre travestite da missioni di pace. Commentando le sue due lettere, mesi dopo, ai giovani allievi di una scuola di giornalismo Milani spiegò:

«E come si fa ad addolcire il fatto che i caduti son caduti per nulla o per cause sbagliate se si vuol dir quella cosa e se si vuole che non ne cadano altri? Se ci si propone di fare in modo che questi ragazzi non debbano domani cadere per cause cattive o per cause inesistenti, bisogna avere il coraggio di dirgli che quelli che son caduti prima, son caduti per cause cattive e inesistenti. Questa è una verità oggettiva. Bisogna avere il coraggio di farlo»[15].

È questo il coraggio che speriamo di suscitare nei lettori.

 

Note

[1] Fra le altre: Alessandro Santagata, «Le trincee iniziali del “totalitarismo”», in il manifesto, 11 giugno 2015; Gianluca Modolo, «La Grande guerra senza retorica», in la Repubblica, 12 luglio 2015; Giancarla Codrignani, «La grande menzogna», in Mosaico di pace, n. 8, settembre 2015 e in Noi Donne, n. 9, settembre 2015; Daniele Barbieri, «Prima guerra mondiale, cent’anni di bugie», in A-Rivista anarchica, n. 402, novembre 2015.

[2] Antonio Carioti, «Il militarismo che non c’è», in Il Corriere della Sera-Il club de La Lettura, http://lettura.corriere.it/il-militarismo-che-non-ce/

[3] Per esempio “Un’inutile strage. L’Italia nella Grande Guerra” organizzata dall’Associazione “Lettelariamente” a Bellano (Lecco) dal 6 novembre 2016 e replicata a Firenze dal 10 gennaio 2017 presso il chiostro della Biblioteca comunale delle Oblate.

[4] È il caso di Ancora prigionieri della guerra di Daniele Barbieri e Francesca Negretti. In almeno tre occasioni, alla presentazione del libro è stata associata anche la rappresentazione teatrale, con la partecipazione di Daniele Barbieri.

[5] Cfr. Enrico Malatesta, Il segreto celato della Grande Guerra 24 agosto 1917 nota «66486». Orrore e sangue su Roma. Padre Pio e la strage dell’Acqua Santa, Artebaria, Martina Franca 2017.

[6] Umberto Mazzone, «Cristiani davanti alla prima guerra mondiale», in Alessandra Deoriti – Giovanni Turbanti (edd.), La Chiesa e la memoria divisa del Novecento, Pendragon, Bologna 2016, p. 49.

[7] Cfr. fra le non poche pagine dedicate a Cadorna e alle sue gravissime, e ancora ufficialmente ignorate, responsabilità criminali Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 20104, pp. 129-149.

[8] Antonio Mazzeo, Alternanza Scuola – Forze Armate per l’Italia del XXI secolo, in https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2018/04/alternanza-scuola-forze-armate-per.html

[9] Antonio Mazzeo, La grande guerra della nostra scuola, in https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2018/06/la-grande-guerra-della-nostra-scuola.html.

[10] Cfr. Angelo Ventrone, «Il nemico della nazione e la ricerca di una nuova politica», in Nicola Labanca – Camillo Zadra (edd.), Costruire il nemico. Studi di storia di propaganda di guerra, Unicopli, Milano 2011, pp. 18-26.

[11] Jaroslav Hašek, Il buon soldato Sc’véik, I-II, Feltrinelli, Milano 2008 (ed. originale in ceco 1955).

[12] Lo ricordava magistralmente Mauro Giancaspro, già direttore della Biblioteca nazionale di Napoli, nel suo Leggere nuoce gravemente alla salute, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2001.

[13] Tra le tante traduzioni disponibili, ma non sempre convincenti, utilizziamo quella di https://www.peacelink.it/storia/a/37633.html

[14] Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici, a cura di Sergio Tanzarella, il pozzo di Giacobbe, Trapani 2017.

[15] Lorenzo Milani, «Strumenti e condizionamenti dell’informazione», in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, I, a cura di Federico Ruozzi, Anna Carfora, Valentina Oldano, Sergio Tanzarella, Mondadori, Milano 2017, p. 1339.

 

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Rassegna stampa (nuova edizione ampliata, 2018)

PERIODICI

ADISTA, n. 37, 27 ottobre 2018
https://www.adista.it/articolo/60056

MOSAICO DI PACE, n. 10, novembre 2018

 

TESTATE ONLINE – SITI WEB – BLOG

LA BOTTEGA DEL BARBIERI – Daniele Barbieri
http://www.labottegadelbarbieri.org/4-novembre-bugie-e-infamie-anche-100-anni-dopo/

REPORTAGE ONLINE – Giuseppe Villella
http://www.reportageonline.it/pax-christi-lamezia-terme-la-grande-menzogna-un-libro-come-resistenza-alla-retorica-della-prima-guerra-mondiale/

LAMEZIATERME.IT – Giuseppe Villella
https://www.lameziaterme.it/lamezia-la-grande-menzogna-luca-kocci/

DI TUTTO… DAL MONDO – Valerio Malvezzi
https://lotand1973.blogspot.com/2018/06/la-grande-menzogna-di-inizio-secolo.html

ASSOCIAZIONE APACA
https://www.associazioneapaca.eu/animali-scemi-di-guerra-dissidenti-e-prigionieri-il-dovere-di-ricordare-gli-ultimi/

 

INTERVISTE RADIOFONICHE

RADIO VATICANA – Fabio Colagrande intervista Sergio Tanzarella e Luca Kocci
https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/papa-ieri-e-oggi/un-secolo-fa-la-grande-guerra-un-orrenda-inutile-carneficina.html?fbclid=IwAR16NtAD2HtwqOFXllnvOZjthnA6LqHP2rdrrG3bA4ptb9kdVYwxMt4r2HI#play.html

 

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Rassegna stampa (I edizione, 2015)

QUOTIDIANI

LA REPUBBLICA – Gianluca Modolo
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/12/la-grande-guerra-senza-retorica42.html?ref=search

IL CORRIERE DELLA SERA – Antonio Carioti
http://lettura.corriere.it/il-militarismo-che-non-ce/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata
http://ilmanifesto.info/le-trincee-iniziali-del-totalitarismo/
(http://materialismostorico.blogspot.it/2015/06/contro-la-retorica-celebrativa-del.html)

IL GIORNALE – Alberto Guy
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/grande-menzogna-sulla-grande-guerra-1175734.html

IL FOGLIO
http://www.ilfoglio.it/libri/2015/06/27/la-fogliata-del-sabato___1-v-130191-rubriche_c310.htm

LIBERO
http://www.pressreader.com/italy/libero/20150527/281998966054449/TextView

IL GARANTISTA – Alberto Piscitelli

 

PERIODICI

MICROMEGA – Giovanni Avena
http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-la-retorica-lorrore-della-grande-guerra/

ADISTA – Redazione
http://www.adista.it/articolo/55050

ITALIALAICA – Marcello Vigli
http://www.italialaica.it/news/articoli/54138
(“scaffale”: http://www.italialaica.it/ e http://www.italialaica.it/scaffale)

MOSAICO DI PACE – Giancarla Codrignani
http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/41998.html

NOI DONNE – Giancarla Codrignani
http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=05305

CONFRONTI – David Gabrielli
http://www.confronti.net/confronti/?wysija-page=1&controller=email&action=view&email_id=129&wysijap=subscriptions

A-RIVISTA ANARCHICA – Daniele Barbieri
http://www.arivista.org/?nr=402&pag=93.htm#2

NIGRIZIA – Redazione
http://www.nigrizia.it/notizia/la-grande-menzogna

AZIONE NONVIOLENTA – Redazione
http://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-settembre-ottobre-2015-anno-52-n-611/

IL BECCO – Roberto Capizzi
http://www.ilbecco.it/cultura-2/storia/item/2466-la-grande-menzogna.html

ARENGARIO – Tania Marinoni
http://arengario.net/libr/libr131.html

L’INCONTRO – Bruno Segre

 

INTERVISTE

RAINEWS – Pierluigi Mele intervista gli autori
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/La-grande-menzogna-della-prima-guerra-mondiale-intervista-agli-autori-del-libro-ed5a17a5-6539-4f05-a29f-847aca73809e.html
(all’interno dello speciale prima guerra mondiale
http://www.rainews.it/dl/rainews/speciali/24-maggio-1915-cento-anni-fa-Italia-nella-I-guerra-mondiale-centenario-grande-guerra-d5d2794b-e4c6-42a0-88b6-d92511565881.html)

LA VOCE DI VENEZIA – Alice Bianco intervista Valerio Gigante e Luca Kocci
http://www.lavocedivenezia.it/la-grande-menzogna-tutto-quello-che-non-vi-hanno-mai-raccontato-sulla-i-guerra-mondiale-di-gigante-kocci-tanzarella/

LA FIERA DELL’EST – Jacopo Ventura intervista gli autori
http://www.fieradellest.it/la-grande-menzogna-quello-che-la-storia-non-racconta/

 

SITI WEB

LA BOTTEGA DEL BARBIERI – Daniele Barbieri
http://www.labottegadelbarbieri.org/mormoro-il-piave-bugie-lunghe-100-anni-2/

TUTTOSTORIA – Redazione
http://www.tuttostoria.net/storia-approfondimenti.aspx?code=2612

LANKELOT – Luca Menichetti
http://www.lankelot.eu/letteratura/gigante-valerio-kocci-luca-tanzarella-sergio-la-grande-menzogna.html

PRESSENZA – Francesco Cecchini
http://www.pressenza.com/it/2015/11/la-grande-menzogna-racconta-la-verita-sulla-grande-guerra/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+pressenza%2FcBtX+%28Notizie+di+Pressenza+IPA+in+italiano%29

FACCIAMO SINISTRA – Francesco Cecchini
http://facciamosinistra.blogspot.it/2015/11/4-novembre-1918-termina-il-grande.html

UTOPIA ROSSA – Antonio Marchi
http://utopiarossa.blogspot.it/2016/01/la-grande-menzogna-v-gigante-l-kocci-e.html

IL DIALOGO – Alvaro Alberti
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/storia/Analisi_1447587399.htm

LINEE FUTURE – Alvaro Alberti
http://www.lineefuture.it/la-grande-menzogna-un-libro-sulla-prima-guerra-mondiale/

CONVENZIONALI – Gabriele Ottaviani
https://convenzionali.wordpress.com/2015/06/10/la-grande-menzogna/

GABRIELLAGIUDICI.IT – Gabriella Giudici
http://gabriellagiudici.it/emilio-lussu-un-anno-sullaltipiano/

DINAMOPRESS – Wu Ming 1
http://www.dinamopress.it/news/daesh-le-nostre-citta-la-guerra-dei-centanni-conversazione-tra-wu-ming-1-valerio-renzi-e-giuliano-santoro

 

TRASMISSIONI RADIOFONICHE

RADIO24 – Letture
http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/letture-da-radio24/trasmissione-maggio-2015-063256-gSLAB7NuBB

RADIAZIONE – Daniele Barbieri
http://www.radiazione.info/2015/05/mormoro-il-piave-bugie-lunghe-100-anni/

 

INTERVISTE RADIOFONICHE

RADIO RADICALE – Maurizio Bolognetti intervista Sergio Tanzarella
https://www.radioradicale.it/scheda/488095/il-libro-la-grande-menzognatutto-quello-che-non-via-hanno-mai-raccontato-sulla-prima

IL POSTO DELLE PAROLE – Livio Partiti intervista Luca Kocci
http://ilpostodelleparole.typepad.com/blog/2015/05/luca-kocci.html

CIAO RADIO – Intervista a Sergio Tanzarella
http://www.wmbookblog.com/la-grande-menzogna-intervista-a-sergio-tanzarella/

RADIO CUSANO CAMPUS: LA STORIA OSCURA – Fabio Camillacci intervista Sergio Tanzarella
http://www.tag24.it/podcast/sergio-tanzarella-libro-la-grande-menzogna/

RADIO CUSANO CAMPUS: LA STORIA OSCURA – Fabio Camillacci intervista Valerio Gigante
http://www.tag24.it/podcast/valerio-gigante-libro-la-grande-menzogna/

RADIO CUSANO CAMPUS: LA STORIA OSCURA – Fabio Camillacci intervista Luca Kocci
http://www.tag24.it/podcast/luca-kocci-orrori-della-grande-guerra/

 

INTERVISTE WEB TV

ATELLA TV – Marianna Bini intervista Sergio Tanzarella

 

ESTRATTI

LETTERATITUDINE – Massimo Maugeri
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/05/21/la-grande-menzogna/

APPUNTI – Redazione
http://www.grusol.it/informazioni/18-10-15.PDF

INUTILESTRAGE – Maurizio Mazzetto
http://www.inutilestrage.it/il-fascismo-si-appropria-della-guerra-l-kocci/

http://www.inutilestrage.it/renato-serra-alla-guerra-v-gigante/

http://www.inutilestrage.it/canto-la-tradotta-che-parte-da-novara-v-gigante/

http://www.inutilestrage.it/canto-cadorna-v-gigante/

 

Due scheletri in Vaticano, uno di donna

1 novembre 2018

“il manifesto”
1 novembre 2018

Luca Kocci

Si arricchisce di un nuovo macabro tassello il mistero vaticano-italiano di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due ragazze, all’epoca minorenni, scomparse nella primavera del 1983 e mai più ritrovate, le cui vicende – soprattutto quella di Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia – sono da sempre state collegate con Oltretevere.

L’ultima notizia è che durante alcuni lavori di ristrutturazione di un locale di Villa Giorgina, sede della Nunziatura apostolica in Italia (l’ambasciata vaticana in Italia) sono stati ritrovati, nella tarda serata di lunedì, dei resti umani. In particolare nell’edificio che ospitava il custode della struttura – una grande villa di proprietà dell’industriale torinese di origine ebraiche Isaia Levi, che si convertì al cattolicesimo e nel 1949 la donò a Pio XII – gli operai hanno rinvenuto, sotto il pavimento, uno scheletro quasi intero e altri frammenti di ossa. Da un primo esame delle ossa del bacino dello scheletro sembra che si tratterebbe del un corpo di donna. Sono in corso analisi più approfondite per datare i resti e, qualora risalissero agli Ottanta, per verificare, con il Dna, se siano proprio quelli di Emanuela Orlandi o di Mirella Gregori, a cui sono stati immediatamente collegati.

C’è un precedente. Nel 2012, in seguito ad alcune testimonianze che associavano la scomparsa di Emanuela Orlandi alla Banda della Magliana che l’avrebbe sequestrata, si ipotizzò che la ragazza potesse essere stata uccisa e sepolta nella tomba di Enrico “Renatino” De Pedis, boss della Magliana tumulato, con placet vaticano e del cardinal Poletti, nella basilica di Sant’Apollinare, dietro piazza Navona. Quando la tomba fu aperta e il corpo di De Pedis cremato, vennero trovate, in alcune nicchie, delle ossa umane risalenti però al periodo napoleonico. Quindi, anche stavolta, l’ipotesi potrebbe rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua, o un nuovo depistaggio di chi da 35 anni confonde le acque per rendere la verità irraggiungibile.

«Durante alcuni lavori di ristrutturazione di un locale annesso alla Nunziatura apostolica in Italia, sita in Roma, in via Po 27, sono stati rinvenuti alcuni frammenti ossei umani», spiega una nota ufficiale della sala stampa vaticana emanata alle 22.20 di martedì, quando le prime indiscrezioni filtravano sui siti di informazione e già si avanzavano supposizioni che i resti potessero appartenere ad Emanuela Orlandi. «Il Corpo della Gendarmeria (del Vaticano, n.d.r.) – prosegue il comunicato – è prontamente intervenuto sul posto, informando i superiori della Santa sede che hanno immediatamente informato le Autorità italiane per le opportune indagini e la necessaria collaborazione nella vicenda. Allo stato attuale il procuratore capo di Roma, dott. Giuseppe Pignatone, ha delegato la Polizia scientifica e la Squadra mobile della Questura di Roma al fine di stabilirne l’età, il sesso e la datazione della morte».

Il comportamento del Vaticano rappresenta una parziale novità, dopo decenni di silenzi, omissioni ed ostruzionismi. Il fatto che sia stata immediatamente informata la magistratura italiana, consentendo l’ingresso della polizia e l’avvio delle indagini in un edificio, la Nunziatura apostolica in Italia, che è formalmente territorio vaticano e quindi soggetto al privilegio della extraterritorialità, non sembra dettaglio irrilevante. E pare evidenziare la volontà della Santa sede di chiarire una vicenda che getta nuove ombre sul Vaticano. Tanto più che Villa Giorgina era frequentata da monsignor Piero Vergari, l’ecclesiastico che ottenne dal Vicariato di Roma il permesso per seppellire De Pedis nella cripta di Sant’Apollinare e che è stato coinvolto nelle inchieste della magistratura italiana sul caso Orlandi (da cui è risultato formalmente estraneo).

«C’è una attività istruttoria in corso, contiamo di avere notizie più dettagliate nei prossimi giorni», il commento di Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, che ha accompagnato Pietro Orlandi (fratello di Emanuela)in Procura. «Non voglio illudermi, ma in cuor mio spero che quelle ossa siano di Mirella così si potrebbe mettere una parola fine a questa vicenda e io avrei un luogo dove andare a piangere e portare un fiore a mia sorella», dice Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella.

Un mito duro a morire

1 novembre 2018

“Mosaico di pace”
n. 10, novembre 2018

Luca Kocci

«La grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è stato nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti” gli italiani».

Così, alla vigilia delle celebrazioni per il centenario della prima guerra mondiale (1915-2015), l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nonché presidente del Comitato per la commemorazione, Paolo Peluffo, presentava la mostra “Verso la grande guerra” al Vittoriano di Roma. Segno eloquente che il «mito della grande guerra», nonostante un cinquantennio di storiografia critica ne abbia messo in discussione l’epopea eroica, ancora resiste.

La costruzione del mito comincia prima ancora della guerra, quando la propaganda interventista si mette in moto per convincere gli italiani, in maggioranza contrari alla partecipazione al conflitto, che la guerra contro Austria e Germania è cosa buona e giusta.

Una folta schiera di intellettuali dà fuoco alle polveri, su riviste come La Voce e Lacerba. Ad esempio Giuseppe Prezzolini: «La neutralità è stata eccellente ma come transizione e preparazione alla guerra. […] Si tratta di passare il nostro esame. Fummo, finora, una nazione aspirante al grado di grande. Oggi non si tratta neppur di questo ma di ben altro. Si tratta di sapere se siamo una nazione» (La Voce, 28 agosto 1914). O Giovanni Papini: «Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati […]. Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura». (Lacerba, 1 ottobre 1914).

Capofila dell’intelligencija interventista è Gabriele D’Annunzio. Il suo tour bellicista nelle città d’Italia culmina a Quarto, il 5 maggio 1915, per l’inaugurazione del monumento ai Mille di Garibaldi: «Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati – esorta D’Annunzio, trasformando le beatitudini evangeliche in un appello alla guerra –. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Non si tratta solo di suggestione letterarie, bensì di interessi materiali. Quelli della grande industria italiana (Ansaldo, Breda, Fiat, Ilva…) la quale, dopo un iniziale neutralismo che le consente di vendere le giacenze della crisi di sovrapproduzione del 1913-1914 su entrambi i fronti (la Breda di Sesto San Giovanni vende armi e munizioni leggere all’Austria e alla Serbia, la Tosi di Milano motori alla Germania e all’Inghilterra), all’inizio del 1915 si converte all’interventismo perché non trova più sbocchi all’estero e ha bisogno di commesse nazionali. Allora mobilita e finanzia i giornali – Corriere della Sera,  Il Secolo XIX, Il Messaggero, Il resto del carlino, La Nazione – che iniziano una decisa campagna interventista. A partire dal Popolo d’Italia (foraggiato da Ansaldo, Fiat, Ilva e dalla Francia) fondato da Benito Mussolini, appena espulso dal Partito socialista, che ci aveva visto lungo e aveva intuito che dalle trincee della grande guerra più che gli italiani poteva nascere il fascismo.

A guerra iniziata, oltre agli strumenti classici della propaganda (giornali, manifesti…) e della censura (rigido controllo dei pochi inviati ammessi al fronte, censura sulle lettere dei soldati dalle trincee…), si utilizzano nuove modalità.

La scuola diventa luogo di educazione alla guerra: dettati e componimenti che mirano ad esaltare i combattimenti, lezioni di geografia seguendo sulle carte geografiche i movimenti del fronte e le battaglie, omaggi ai soldati morti («eroi caduti») a cui vengono dedicate aule e ritratti da omaggiare con lampade votive e fiori, lettere degli alunni inviate ai soldati al fronte oppure alle mogli e alle madri dei caduti (a cominciare dai più famosi: gli irredentisti Cesare Battisti, Damiano Chiesa e i fratelli Filzi).

Anche la Chiesa cattolica – con qualche eccezione – viene arruolata: i cappellani militari invitano i soldati all’obbedienza cieca agli ordini dei superiori e celebrano messe da campo e preghiere per la “vittoria”; si diffondono devozioni, medagliette, scapolari, immaginette di Gesù benedicente armi e soldati che incoraggiano alla guerra e assicurano una particolare protezione ai soldati («O Gesù, benedici dal Cielo queste armi che impugniamo per la più giusta e la più santa delle guerre»); il francescano Agostino Gemelli, capitano medico e consulente del capo di Stato maggiore Cadorna, teorizza «che la guerra è divina […], che l’effusione del sangue umano per opera della guerra, nelle terribili lotte dei popoli, ha un valore speciale, per il quale esso coopera al governo divino del mondo» («La filosofia del cannone», in Vita e pensiero, 2/1915).

La costruzione del mito della grande guerra prosegue anche a guerra finita, per creare, secondo un’efficace espressione coniata dallo storico Mario Isnenghi, una sorta di «consenso retroattivo alla guerra» anche da parte di chi l’aveva avversata.

La manifestazione più eclatante è quella del monumento al Milite ignoto, “convertendo” il Vittoriano di Roma, che diventa così Altare della patria: la salma di un soldato senza nome, scelta a caso da Maria Bergamas, madre di un disperso, viene portata da Aquileia (Ud) a Roma su un vagone scoperto di un treno speciale e, dopo cinque giorni di lento viaggio fra ali di folla commossa che rendono omaggio al corpo del soldato anonimo, tumulata nell’Altare della patria.

L’operazione più capillare è invece quella dei monumenti ai caduti: oltre 12mila in tutta Italia che, oltre l’esigenza dell’elaborazione del lutto da parte di familiari e amici dei soldati morti, rispondono a finalità politiche di educazione delle masse al nazionalismo e al patriottismo e, dopo il 1922, al consolidamento del potere da parte del fascismo, con la costruzione di una vera e propria “religione della patria” fondata sul «sacrificio eroico» dei soldati. «La concezione fascista della guerra […] ci fa glorificare, non piangere i nostri caduti, ce li fa raffigurare ritti, fieri, con la spada alta, con l’alloro nel pugno, e non cadaveri cadenti, come purtroppo veggonsi in molti monumenti ai nostri eroi […]. Noi vogliamo che i simboli che li rappresentano ce li mostrino superbi, coi muscoli vibranti, con lo sguardo alto e consapevole» indicano le nuove direttive sui monumenti (Esercito e Nazione, 1/1927). Parallelamente vengono distrutti quei poche che sottolineano la brutalità della guerra, come uno a Tolentino (Mc), nel quale la statua di un mutilato privo delle braccia guarda l’anziano padre che si affatica nel lavoro dei campi, con l’epigrafe: «Possa la santità del lavoro redento/fugare e uccidere per sempre/il sanguinante spettro della guerra/per noi e per tutte le genti del mondo./Questa la speranza e la maledizione nostra/contro chi la guerra volle e risogna».

Ai monumenti nelle piazze, il fascismo affianca la costruzione di grandi sacrari in cui raccogliere i resti dei soldati morti. L’esempio più significativo è quello di Redipuglia, dove c’era già il grande Cimitero degli invitti della III armata che viene smantellato e ricostruito nella collina di fronte, secondo la dottrina fascista, ben evidenziata dai 22 giganteschi gradoni in marmo bianco che contengono le spoglie di centomila soldati su cui è scolpito l’ossessivo “Presente”, rivolto ai morti ma destinato ai vivi. Anche la morte diventa propaganda.

Esaltazione della “grande” guerra: nelle scuole non si insegna la pace

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 37, 27 ottobre 2018

Luca Kocci

Con l’avvicinarsi del 4 novembre, si rimette in modo la propaganda patriottarda e si moltiplicano le iniziative per celebrare la “vittoria” dell’Italia nella Prima guerra mondiale, di cui ricorre il centenario (4 novembre 1918-4 novembre 2018).

La prima si è svolta il 18 ottobre, quando la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, a Ostia, sul litorale di Roma, presso la Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, ha incontrato circa cinquecento studenti delle scuole superiori «per raccontare il 4 novembre», recita il comunicato stampa del Ministero della Difesa. Ovviamente non da sola, ma in compagnia degli ufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, che hanno tenuto agli studenti una “lezione” senza contraddittorio, per ripetere i luoghi comuni triti e ritriti e storicamente falsi sulla Prima guerra mondiale: la “vittoria”, la IV guerra di Indipendenza che ha completato l’unità d’Italia, l’affratellamento dei soldati nelle trincee, l’eroismo dei soldati e via dicendo. «Questa iniziativa, per la prima volta nel litorale della periferia di Roma Capitale – fanno sapere dalla Difesa –, rientra in un ciclo di conferenze, organizzate dal Ministero della Difesa in diverse scuole del Paese, per raccontare il 4 novembre, Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze armate, a cento anni dalla fine della grande guerra». Che dimostra come la scuola da qualche anno sia terreno di conquista da parte delle Forze armate (v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17).

La seconda, di taglio apparentemente più accademico, si è svolta il 17-18 ottobre, nell’area militare dell’ex aeroporto di Centocelle, nella periferia est della capitale, dove, secondo le intenzioni dei vertici delle Forze armate e del Ministero della Difesa, dovrebbe sorgere il “Pentagono italiano” (v. Adista Notizie n. 22/18), ovvero una struttura unica per riunire i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), appunto un Pentagono made in Italy, ad immagine e somiglianza di quello Usa (anche se pare che, essendo il governo alla disperata ricerca di soldi per realizzare i mirabolanti annunci della campagna elettorale, il progetto venga temporaneamente rinviato). Un grande convegno, dal titolo quasi epico: «Il 1918, la vittoria e il sacrificio».

«L’Italia – così è stato presentato il convegno –, con un grande sforzo di tutte le componenti del Paese, esce vittoriosa dalla terri bile prova e completa il percorso di unificazione. È un momento fondante per l’identità nazionale, costato enormi sacrifici». Fra i temi affrontati nei due giorni di convegno: gli aspetti militari della guerra – sia quelli riguardanti i vari teatri operativi europei sia, più dettagliatamente, quelli relativi al fronte italo- austriaco –, la battaglia di Vittorio Veneto, le operazioni della Marina, lo sviluppo dell’Aeronautica e la partecipazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il servizio “P” (Propaganda).

Una specifica sessione del convegno, curata dall’Ordinariato militare e con gli interventi dell’ordinario militare-generale di corpo d’armata, mons. Santo Marcianò, e del suo vicario, mons. Angelo Frigerio, è stata poi dedicata ai cappellani militari, «la cui reintroduzione durante la guerra è una delle tappe verso la riconciliazione fra Stato e Chiesa». Al centro, ovviamente, la figura del cappellano militare Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, ora anche santo patrono dell’esercito italiano (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 35 36/17).