La Chiesa di base: «Chiudere i conti con l’industria delle armi»

3 giugno 2020

“il manifesto”
3 giugno 2020

Luca Kocci

Chi si iscrive al corso di laurea in Scienze della pace presso la Pontificia università lateranense, «l’università del papa», versa le tasse su una «banca armata», la Popolare di Sondrio, quarta nella classifica degli istituti di credito che fanno affari anche con il commercio degli armamenti. Intanto papa Francesco, anche a Pasqua, ha ripetuto: «Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite».

Intrecci di un complesso militare-industriale in cui cannoni e banche, bombe e finanza, sono vasi comunicanti. E contraddizioni di un sistema – quello vaticano ed ecclesiastico – per il quale a parole il denaro è «lo sterco del diavolo», ma siccome non puzza, allora va bene affidarsi anche a una «banca armata», se garantisce qualche zero virgola di interessi in più. Mentre dallo stesso mondo cattolico, le riviste missionarie Nigrizia e Missione Oggi, Pax Christi e Mosaico di pace, rilanciano la campagna di pressione alle banche armate (partenza ufficiale il 9 luglio, a trent’anni dall’approvazione della legge 185 sul commercio delle armi) e raccomandano, anche e soprattutto alle strutture cattoliche, di «verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare».

Nomi e numeri sono noti da pochi giorni: a fine maggio è stata consegnata, in ritardo, al Parlamento l’annuale relazione del governo sull’export italiano di armamenti nel 2019, in cui sono indicate anche le operazioni bancarie delle aziende armiere e l’elenco degli istituti di credito che spostano, anticipano e incassano soldi della vendita di armi, percependo interessi e commissioni.

Ai primi due posti della classifica delle «banche armate» si confermano Unicredit (Unicredit Spa + Unicredit factoring), con «importi segnalati» dal ministero dell’Economia e delle Finanze pari a un miliardo e 751 milioni di euro, e Deutsche Bank, con 793 milioni. Al terzo posto c’è Barclays Bank (244 milioni). Al quarto e quinto altri due istituti italiani: Popolare di Sondrio (189 milioni) e Intesa San Paolo, con 143 milioni. A seguire, per completare la top ten delle «banche armate», Commerzbank (121 milioni), Credit Agricole (111 milioni), Banca nazionale del lavoro (98 milioni), Bnp Paribas Italia (76 milioni) e Banco Bpm (59 milioni).

Molti enti ecclesiastici scelgono le «banche armate» come propri istituti di riferimento. A cominciare dalla Conferenza episcopale italiana, che incassa erogazioni liberali ed offerte deducibili per il sostentamento del clero tramite sette diversi conti bancari, quattro dei quali aperti presso altrettante «banche armate»: Unicredit, Intesa San Paolo, Bnl e Bpm.

Ci sono poi gli atenei pontifici, quindi direttamente legati ala Santa sede, che le hanno scelte come tesorerie, gli istituti di credito dove gli studenti pagano le tasse: della Lateranense già si è detto; la Gregoriana, dei gesuiti, e l’università della Santa Croce, dell’Opus Dei, si appoggiano invece a Unicredit.

E c’è la sanità vaticana. Anche il policlinico Gemelli ha scelto Unicredit. L’ospedale pediatrico Bambino Gesù invece ha optato per Intesa San Paolo che – riferiva una nota della banca al tempo della sottoscrizione dell’accordo, nel 2018, ricordata dall’agenzia Adista – fino al giugno 2021 sarà «il referente per l’erogazione dei servizi bancari e finanziari del Bambino Gesù, nell’ambito di una partnership che si svilupperà anche attraverso l’installazione di una ramificata struttura di punti operativi e la sottoscrizione di una specifica convenzione per prodotti e servizi a condizioni agevolate ai circa tremila dipendenti e collaboratori dell’ospedale». E Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù nonché vicepresidente di Fondazione Cariplo (uno dei principali azionisti di Intesa): «Siamo contenti di intraprendere questa nuova avventura con una realtà autorevole e tradizionalmente attenta alla dimensione sociale come il gruppo Intesa San Paolo». Quinta «banca armata» italiana.

Don Sacco: basta frecce tricolori, sanno di guerra

2 giugno 2020

“il manifesto”
2 giugno 2020

Luca Kocci

Oggi è la festa della Repubblica. Non c’è la parata militare, ma ci sono le Frecce tricolori che da una settimana svolazzano nei cieli d’Italia. Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, proprio non si riesce a celebrare la Repubblica senza armi?

È stato detto che ci «abbracciano»… In sé le Frecce non fanno nulla di male, anche se si spendono soldi che invece potrebbero essere usati meglio. Il problema è culturale: le Frecce sdoganano l’idea della guerra non come una cosa brutta, che ammazza e dilania i corpi, ma di una guerra tecnologica, elegante, che dà prestigio.

 

A proposito di guerra tecnologica: non molto distante dalla tua parrocchia a Cesara (Vb) c’è Cameri (No), dove si producono gli F35…

Le Frecce tricolori in un certo senso sono funzionali agli F35, perché implicitamente «sponsorizzano» l’alta tecnologia militare. Nei mesi scorsi, quando molte fabbriche erano chiuse per la pandemia, a Cameri si è continuato a lavorare per produrre i cacciabombardieri, con la scusa del rispetto dei tempi di consegna e con il ricatto di mettere a rischio i posti di lavoro. Nel mio territorio ci sono molte industrie di rubinetti, servono per dare acqua, non per trasportare bombe. Quelle però sono state chiuse. Eppure anche lì erano in gioco posti di lavoro non meno importanti.

 

Le spese militari continuano ad essere ingenti: nel 2019 si è registrato l’aumento più consistente dalla fine della guerra fredda, l’Italia è al dodicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa di 26,8 miliardi di dollari (dati Sipri). A cosa servono tutte queste armi?

Servono soprattutto a chi le produce e a chi le vende. Intorno alle armi ci sono molte bugie e troppi interessi. C’è una lobby fortissima. Io ricordo sempre che padre Zanotelli trent’anni fa fu cacciato da Nigrizia, mensile dei comboniani, per la sue denunce del traffico armi, contro «Spadolini piazzista d’armi», dal titolo di un suo editoriale. Oggi le cose non sono migliorate, anzi…

 

Dalla relazione del governo al Parlamento sull’export di armi italiane, risulta che ne vendiamo due terzi armi a Paesi extra Ue ed extra Nato…

Le vendiamo all’Egitto, al regime di Al Sisi, che non rispetta i diritti umani, pensiamo a Giulio Regeni. Vendiamo bombe, prodotte in Sardegna, all’Arabia Saudita, che da anni bombarda lo Yemen. Vendiamo armi alla Turchia. Che altro c’è da aggiungere? Gli interessi sono immensi, spesso la politica tace o è succube di questa logica, tranne rare eccezioni. Eppure oggi è la festa di una Repubblica fondata su una Costituzione che afferma che «l’Italia ripudia la guerra».

 

Cosa ha pensato dei mezzi militari che portavano via le bare dei morti di Covid?

Una tragedia enorme, con migliaia di morti. Ma il rischio è che nell’immaginario comune passi l’idea che l’esercito sia l’unica forza capace di intervenire nell’emergenza. Poi però, una volta terminata, torna a preparare la guerra. Per questo dico che dovremmo investire su corpi civili di pace, perché non siamo in guerra.

«È ora che la Chiesa cattolica chieda scusa alle donne»

31 maggio 2020

“il manifesto”
31 maggio 2020

Luca Kocci

Le gerarchie della Chiesa cattolica porgano le loro «scuse» alle donne per le «violazioni gravi» compiute nei loro confronti.

Lo chiedono oltre 170 donne (ma la raccolta firme è ancora aperta) che hanno scritto una «lettera aperta» alle gerarchie ecclesiastiche. E l’hanno inviata al presidente della Conferenza episcopale italiane, cardinale Gualtiero Bassetti. Fra loro c’è la biblista e teologa francese Anne Soupa, già presidente della Conferenza delle battezzate e dei battezzati, che qualche giorno fa si è provocatoriamente candidata a vescovo di Lione («tutto mi rende legittima, ma ora tutto me lo impedisce»). Ci sono religiose, come la teologa domenicana Antonietta Potente e la missionaria comboniana Elisa Kidané. C’è la pastora valdese Daniela Di Carlo, donne credenti in altre religioni. E ci sono tante donne, molte impegnate nelle comunità di base, nelle associazioni femminili, nel Segretariato delle attività ecumeniche (Sae) e nell’ Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne.

«È alla questione della presenza delle donne nella Chiesa che vogliamo riferirci», si legge nella lettera aperta. «Non è affatto una richiesta di spartizione di potere, di cooptazione all’interno del sistema clericale attuale, ma è, invece, la questione dell’assunzione nei fatti della centralità delle relazioni, cui rinvia l’enunciato fondativo: Maschio e femmina li creò».

Non si tratta quindi di rivendicare spazi di potere in una struttura avariata. Ma di ristabilire l’equità e la giustizia nella Chiesa, a partire dalle relazioni di genere, che «sono da molto tempo malate, perché intrise di stereotipi ingessanti a proposito delle donne: visioni svilenti, che ne deformano l’immagine negandole integrità». Da qui deriva «il disvalore del femminile». E «non ci si risponda – prosegue la lettera – che la Chiesa venera Maria, la quale sarebbe superiore a tutti gli apostoli, e quindi con essa venera tutte le donne; perché è la persona incarnata che va rispettata, le donne in carne e ossa, non la loro trasfigurazione immaginaria».

L’obiettivo è anche di trasformare una struttura maschilista e verticistica in quel «discepolato di uguali» di cui parla la teologa Elisabeth Schüssler-Fiorenza, perché il messaggio evangelico «è testimonianza di libertà per donne e uomini», non di gerarchie e disuguaglianze.

L’elenco delle «violazioni gravi di cui il clero maschile si è macchiato (con la complicità a volte di donne consacrate) nei confronti del sesso femminile» è lungo. «Ha escluso per secoli la donna dal riconoscimento di essere immagine di Dio, poiché l’imago Dei era attributo esclusivamente riservato all’uomo». Ha strutturato «una visione culturale della donna che ha gravemente nuociuto alle relazioni tra uomini e donne, legittimando con il carisma del sacro i rapporti di dominio e sottomissione che caratterizzano le culture patriarcali». Ha spesso «usato e sfruttato il lavoro delle donne consacrate come lavoro schiavo, senza riconoscimento economico e sociale». Ha commesso – sebbene non sia possibile determinarne quantità e qualità, perché molto è tenuto segreto – «abusi spirituali, di coscienza e sessuali». Ha contribuito, «con la demonizzazione del corpo femminile e la costruzione dell’immagine della “donna tentatrice”, a legittimare la visione per cui sono le donne le responsabili degli atteggiamenti molesti e abusanti dei maschi». Ha controllato «la sessualità e il corpo femminile, ignorando la sfera del desiderio sessuale femminile e mai mettendo in discussione le forme autoreferenziali e non interattive della sessualità maschile». Non ha preso radicali distanze nei confronti «del consumo della pornografia e della prostituzione, attraverso una messa in discussione profonda della sessualità maschile». Non ha ancora intrapreso «una seria riforma della liturgia, del linguaggio pastorale e catechetico, che riconosca la soggettività delle donne». Non ha corretto «traduzioni dei testi sacri intrise di pregiudizio patriarcale». Infine «perpetua una visione squilibrata del rapporto uomo/donna attraverso l’esclusione delle donne non solo dai ministeri, ma anche da tutte le sedi decisionali all’interno della Chiesa».

Nel corso della sua storia, sebbene assolvendo la struttura ecclesiastica, qualche rara volta i pontefici hanno chiesto perdono per le colpe commesse da «alcuni uomini di Chiesa»: per la condanna di Galileo e per gli errori del tribunale dell’Inquisizione (Giovanni Paolo II), per gli abusi sui minori commessi dai preti pedofili (Francesco). Ora, conclude la lettera, è venuto il momento di chiedere perdono anche alle donne: «Sarebbe un primo passo, soprattutto se non fosse una semplice dichiarazione di principio, ma si accompagnasse ad atti concreti».

«Apprezziamo il papa ma serve più coraggio»

31 maggio 2020

“il manifesto”
31 maggio 2020

Luca Kocci

Paola Cavallari, presidente dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, autrice di Non sono la costola di nessuno (Gabrielli editore) e di altri volumi sulle questioni di genere, è una delle quattro promotrici della lettera aperta alle gerarchie ecclesiastiche.

 

Quando è nata l’idea della lettera aperta?

«Ha una lunga gestazione, covava come un desiderio a cui si esitava dare forma compiuta. Poi, quest’inverno, insieme alle altre tre promotrici abbiamo “messo al mondo” ciò che stava germinando nei nostri corpi e menti e abbiamo scritto il testo. Lo abbiamo poi esteso ai nostri contatti, intessendo relazioni a volte assai feconde. Era tutto pronto per l’8 marzo, ma l’esplosione della pandemia ci ha fermato. Quindi esce oggi, nel calendario cristiano giorno di Pentecoste, giorno della discesa dello Spirito, della Ruah. E questo ci pare un segno profetico. La inviamo anche al presidente della Cei, sperando in un riscontro».

 

Scrivete che «non è una richiesta di cooptazione all’interno del sistema clericale». Cosa chiedete?

«È un monito, un atto di presa di parola. Pensiamo che sia giunto il momento che si riconosca nei fatti, e non solo a parole, che le Chiese sono spazi di donne e uomini, soggetti di pari dignità. Ci interessa molto la pace nel mondo, ma vogliamo affermare che essa non potrà mai istaurarsi se non si intraprende una conversione che sia “uno stare di fronte” l’uno all’altra, come dice la Genesi, superbo emblema dell’alterità, in uno statuto di parità costitutiva dei due soggetti. Non si può parlare al posto delle donne e colonizzarle. Non si può innalzarle idealmente e poi svilirle nella pratica di vita e nelle relazioni concrete. Non si può chiedere loro quella complementarietà che va smascherata, perché nei fatti significa subordinazione».

 

Nella lettera si elencano le richieste di perdono dei papi (per Galileo, per l’Inquisizione, per i preti pedofili). Perché si fa fatica a chiedere perdono alle donne? Forse perché non si ammettono colpe?

«La giornalista femminista statunitense Jamie Manson, sul National catholic reporter, ha scritto più di una volta che la questione delle donne è l’unica questione su cui papa Francesco fatica a elaborare e a intraprendere un cammino autenticamente evangelico. Tutte stimiamo papa Francesco e lo apprezziamo. Ma non possiamo tacere le chiusure che, nei fatti, costellano il mondo femminile».

 

Non basta la richiesta di perdono, ci vuole anche dell’altro…

«Naturalmente ci vuole altro, e lo abbiamo scritto. La teshuvà, la conversione, è un complesso e faticoso riattraversamento degli errori commessi che porta a una trasformazione del proprio io, il quale si decentra allora rispetto all’altro. Succede per gli individui, come per le istituzioni. L’ammissione delle colpe non ha nulla di vendicativo, semmai è un itinerario di purificazione. Come scriviamo nella lettera: «Ce lo hanno insegnato Nelson Mandela e Desmond Tutu con i processi sulla verità, la giustizia e la riconciliazione in Sud Africa: è l’ammissione della violenza compiuta da parte di chi l’ha esercitata che lascia libere le vittime e permette loro di parlare e ricominciare a vivere».

 

La questione riguarda solo la Chiesa cattolica o anche altre Chiese e fedi religiose?

Anche altre comunità di fede. E oso dire che riguarda le donne nel loro complesso. Hanno firmato la lettera anche donne di  comunità religiose non cattoliche e non cristiane, perché hanno sentito che il tema le riguardava, hanno capito che si tratta di una sfida comune, anche se nello specifico parte in seno al cattolicesimo. Infatti abbiamo scritto: Le donne che, pur non essendo credenti, ritengono tuttavia che il simbolico religioso sia stato e sia determinante nella costruzione delle relazioni inique tra i sessi sono caldamente invitate ad unirsi a noi. Ringraziamo tutte. Infatti così è stato e ci sono firme di donne che non si autodefiniscono “credenti” – peraltro lo stesso cardinal Martini sollevava dubbi su una demarcazione apodittica tra credenti e non –, ma che sono consapevoli che l’immaginario e simbolico originatosi dalla tradizione giudaico-cristiana ha impregnato la cultura tutta».

Bose, ombre vaticane sulla comunità di frontiera

30 maggio 2020

“il manifesto”
30 maggio 2020

Luca Kocci

Enzo Bianchi lascerà la comunità di Bose per ordine del Vaticano.

È questa l’unica notizia certa – a meno di improbabili riconciliazioni – che arriva dal monastero fondato dopo la fine del Concilio Vaticano II dallo stesso Enzo Bianchi. Tutto il resto, ovvero i termini e le ragioni reali dello scontro in atto e soprattutto la vera partita ecclesiale che attorno a Bose si sta giocando, è avvolto da una nebbia fitta, prodotta in Vaticano.

La Santa sede ha emanato un provvedimento di estrema severità: l’ordine di allontanamento dalla comunità del fondatore e, insieme a lui, di due monaci e una monaca. Ma non ha spiegato, nemmeno ai diretti interessati – perlomeno così dichiara Bianchi –, i cosa, i come e i perché, lasciando tutto in un’indeterminatezza che dà sfogo alle illazioni più disparate e alimenta un dibattito costruito su ipotesi.

La storia comincia nel dicembre del 1965, nel pieno della stagione del rinnovamento conciliare, quando Enzo Bianchi, 23enne studente di economia a Torino – che già a casa sua aveva raccolto un gruppo di giovani cattolici, valdesi e battisti –, si trasferisce in una cascina a Bose, piccola frazione semiabbandonata sulle colline di Ivrea, per dare vita ad una comunità ispirata alla tradizione più genuina del monachesimo occidentale.

Preso viene raggiunto da altri giovani. Nasce così la comunità monastica di Bose: uomini e donne, chierici e laici (lo stesso Bianchi non è prete, come del resto non lo erano Benedetto da Norcia, a cui Bose si ispira, e Francesco d’Assisi), cattolici e non cattolici che vivono un’esperienza di monachesimo tradizionale ma “di frontiera”, tanto che il vescovo di Biella proibisce le celebrazioni liturgiche pubbliche per la presenza di troppi non cattolici (sarà il cardinale Pellegrino, vescovo di Torino, a far rimuovere l’interdetto).

Negli anni la comunità si trasforma in crocevia della ricerca spirituale di molti e punto di riferimento dell’ecumenismo, guardando soprattutto a Oriente. E Bianchi diventa un personaggio pubblico, stimato dai pontefici e molto presente sui media, anche quelli laici.

Anche Bose però viene investita da quella dinamica che spesso si verifica nelle comunità nate attorno ad un capo carismatico. Una prima visita apostolica (un’ispezione) è disposta dal Vaticano nel 2014. Al termine, gli “ispettori” – un abate belga e una abbadessa francese – lodano le qualità ecumeniche della comunità, ma raccomandano anche che la guida del monastero sia esercitata in maniera «non autoritaria ma trasparente e sinodale».

È l’avvio della transizione che si compie nel 2017, quando Bianchi lascia la direzione al monaco Luciano Manicardi, abbandona il ruolo di «priore» e conserva quello di «fondatore», restando a Bose.

Il passaggio di responsabilità, benché concordato, non funziona, e nel dicembre 2019 arriva un’altra ispezione della Santa sede, sollecitata dagli stessi monaci. Al termine della quale i tre “ispettori” (l’abate benedettino-sublacense-cassinese Guillermo León Arboleda Tamayo, il canossiano Amedeo Cencini, consultore della Congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata, e l’abbadessa Anne-Emmanuelle Devêche, già presente nella visita del 2014) consegnano la loro relazione alla Santa sede. E il 13 maggio, sotto forma di un «decreto singolare» (cioè inappellabile) firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e approvato da papa Francesco, arriva la sentenza: Bianchi, insieme a due monaci e una monaca,  deve lasciare la comunità e trasferirsi altrove.

Perché? A causa di «una situazione tesa e problematica nella nostra comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno», spiega un comunicato del monastero di Bose. La situazione sarebbe precipitata, aggiungono i monaci, in seguito al «rifiuto dei provvedimenti da parte di alcuni destinatari», cosa che «ha determinato una situazione di confusione e disagio ulteriori».

Bianchi cioè, nonostante le dimissioni, avrebbe continuato a fare il “priore-ombra”, insieme al suo “cerchio magico”. Un’accusa che però il fondatore respinge: «Mai ho contestato con parole e fatti l’autorità del legittimo priore, Luciano Manicardi», peraltro «mio collaboratore stretto per più di vent’anni e vicepriore della comunità». E chiede: «La Santa sede ci aiuti e, se abbiamo fatto qualcosa che contrasta la comunione, ci venga detto».

È chiaro che la storia è incompleta. Problemi nell’esercizio dell’autorità non giustificano il severo provvedimento vaticano: se fosse solo questo, andrebbe chiusa la metà dei conventi e buona parte dei dicasteri della Curia romana. C’è dell’altro, che non viene detto. Rivelazioni “indicibili”? Possibile, ma poco probabile, alla luce della storia della comunità. Più facile che su Bose si stia giocando una partita importante, che riguarda gli assetti della Chiesa cattolica: esperienza anomala che va ricondotta ad un più rigido controllo romano? E in questo caso Francesco non sarebbe tanto la vittima (colpire Bose per colpire il papa), quanto il killer. Del resto che, soprattutto dopo il Sinodo sull’Amazzonia, il percorso di riforma ecclesiale si sia impantanato è un dato di fatto.

Fra tanti dubbi, una conferma: la totale opacità vaticana. L’unica azione chiarificatrice da parte della Santa sede sarebbe la trasparenza. Ma forse è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago.

Soldi alle scuole cattoliche. La Cei la spunta di nuovo

30 maggio 2020

“Adista”
n. 21, 30 maggio 2020

Luca Kocci

Il risultato finale e una media matematica quasi perfetta: il governo inizialmente aveva stanziato 65 milioni di euro a sostegno delle scuole paritarie (fra cui molte cattoliche) per il mancato pagamento delle rette da parte di molte famiglie a causa dell’emergenza Covid-19; le scuole paritarie ne chiedevano pero 230; alla fine il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha messo mano al portafoglio (non il suo, ma quello dello Stato) e, con l’ultima versione del «decreto Rilancio» – firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, ne ha tirati fuori altri 70, a cui vanno aggiunti 15 milioni del Fondo nazionale per il Sistema integrato di educazione e di istruzione, per un totale di 150 milioni di euro.

Per arrivare alla cifra complessiva, scuole cattoliche e Conferenza episcopale italiana hanno pero dovuto sbraitare non poco.

La Cei era partita per tempo. Gia il 16 aprile, in occasione della riunione del Consiglio episcopale permanente, aveva chiesto finanziamenti straordinari per le scuole cattoliche che, a causa della sospensione delle attività didattiche dal 5 marzo, non avevano più incassato le rette da parte di molte famiglie. E importante, si leggeva nel comunicato del parlamentino dei vescovi, «non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se gia ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi, con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria, rischiano di non aver più la forza di riaprire» (v. Adista Notizie n. 17/20). Qualche giorno fa, il 18 maggio – quando lo stanziamento governativo era ancora fermo a 65 milioni –, era stata la stessa Presidenza della Cei a intervenire, rilanciando «la forte preoccupazione espressa in queste settimane da genitori, alunni e docenti delle scuole paritarie, a fronte di una situazione economica che ne sta ponendo a rischio la stessa sopravvivenza. Le paritarie – proseguiva la nota della Cei – svolgono un servizio pubblico, caratterizzato da un progetto educativo e da un programma formativo perseguiti con dedizione e professionalità. Si tratta di un passo dal valore innanzitutto culturale, rispetto al quale si chiede al governo e al Parlamento di impegnarsi ulteriormente per assicurare a tutte le famiglie la possibilità di una libera scelta educativa, esigenza essenziale in un quadro democratico. Tra l’altro, le scuole paritarie permettono al bilancio dello Stato un risparmio annuale di circa 7.000 euro ad alunno: indebolirle significherebbe dover affrontare come collettività un aggravio di diversi miliardi di euro». Chiediamo quindi, concludevano i vescovi, «che non si continuino a fare sperequazioni di trattamento, riconoscendo il valore costituito dalla rete delle paritarie». Dove, per «sperequazioni di trattamento», si intendeva il miliardo e mezzo di euro previsto per le scuole statali!

Un comunicato subito rilanciato alla Conferenza  episcopale piemontese, presieduta dal vescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, che forse farebbe meglio a occuparsi di ben altre questioni (v. Adista Notizie nn. 17, 18 e 20/20). «Anche nelle nostre Diocesi piemontesi sono migliaia i bambini, i ragazzi e gli adolescenti che frequentano questi istituti, con alle spalle famiglie che hanno fatto una scelta educativa ben precisa, e che ora rischiano di non poter riprendere il prossimo anno scolastico per mancanza di adeguato sostegno da parte del decreto rilancio – spiegano i vescovi del Piemonte –. A livello nazionale vogliamo far sentire una voce autorevole, e a livello locale vorremmo vi raggiungesse la nostra voce di pastori, vicini al proprio gregge, in questo momento di difficoltà e di lotta, di una battaglia per la presenza e per la liberta educativa».

Ma non ci sono solo i vescovi. Sono state le stesse scuole cattoliche che il 19 e 20 maggio hanno scioperato, interrompendo per due giorni le attività di «didattica a distanza». Uno sciopero per dire che «per questo governo siamo invisibili» e «che senza aiuti si chiude». Ma forse, fra le righe, anche uno sciopero della didattica contro le famiglie morose che non pagano le rette

Tanto “rumore”… per vincere

Una protesta totalmente coperta e anzi rilanciata dalle presidenze nazionali dell’Usmi (Unione superiori maggiori d’Italia) e della Cism (Conferenza italiana superiori maggiori) che, in una nota congiunta, manifestano «tutto il disagio e la difficoltà che scuole pubbliche paritarie cattoliche fanno dinanzi alla fatica di tante famiglie a pagare le rette, all’indebitamento di tanti Istituti che non ce la fanno più a pagare gli stipendi dei docenti e del personale amministrativo. Ora tocca alla politica, ma noi vogliamo e possiamo sostenerla». Lo sciopero della didattica a distanza, scrivono Usmi e Cism, intende essere un «rumore educativo ed educato, che parta dalle nostre scuole ma che coinvolga i genitori dei 900mila allievi delle scuole paritarie, i sette milioni di allievi delle scuole statali, i docenti, il personale della scuola italiana, gli amici, i cittadini facendo nostro l’appello del presidente della Repubblica: ognuno di noi può e deve fare la propria parte per la liberazione dell’Italia oggi». E un «rumore costruttivo, che obblighi i nostri parlamentari, che saranno impegnati nella discussione degli emendamenti nell’aula parlamentare, a non lasciare indietro nessuno perché o l’Italia riparte dalla scuola, da questo grembo dove si entra bambini e si esce cittadini di uno Stato democratico, o non ripartirà. O sarà disposta a fare i conti che c’e qualcosa che viene prima dei programmi, degli esami, del distanziamento sociale, che e quel di più della relazione educativa che può rendere adulto un ragazzo, o non ripartirà. La scuola deve tornare a far rumore, perché e l’impresa più grande di un Paese democratico, l’investimento migliore sul futuro, la grammatica più efficace di ogni integrazione culturale». Messaggio recepito: fondi aumentati.

Pagate gente, pagate!

In ogni caso gli istituti scolastici cattolici non si sono astenuti dal ricordare alle famiglie morose la necessita di pagare. «La retta base e sempre dovuta indipendentemente dalla frequentazione della scuola da parte del bambino», si legge, per esempio, nella lettera di sollecito inviata ai genitori degli alunni della scuola dell’infanzia paritaria “Gesu Divin Maestro” di Roma, firmata dal gestore e legale rappresentante don Mario Laurenti. «E il fatto che ne sia consentito un pagamento rateale – puntualizza – minimamente incide sulla dovutezza (sic!) dell’intero importo annuale. E per tale motivo essa e dovuta anche in questo periodo di sospensione dell’attività didattica». Unica concessione, uno sconto per i mesi di aprile, maggio e giugno (non marzo pero, anche se le attività didattiche in presenza sono sospese dal 5 marzo): 350 euro invece di 460 al mese per i bambini del nido di un anno; 300 euro invece di 400 per i bambini del nido di due anni; 200 euro invece di 350 per i bambini della materna di 3-5 anni.

 

«Dio, Patria e Famiglia», un ritorno al futuro dentro la globalizzazione

29 maggio 2020

“il manifesto”
29 maggio 2020

Luca Kocci

C’è un sottile filo nero, simile alla corona di un rosario, che unisce Trump, Bolsonaro, Le Pen, Salvini, Orban e Putin: l’ossimoro di un cristianesimo integralista svuotato dal Vangelo e trasformato in una religione civile nazionalista, che non proclama la fraternità e la liberazione annunciate da Gesù di Nazareth, ma urla le parole d’ordine «Dio, Patria e Famiglia», come cemento identitario  in tempi di globalizzazione, migrazioni e multiculturalismo.

Un programma politico-culturale, con un armamentario di simboli (crocefissi, rosari, statue mariane), che accomuna i leader della destra populista, in un progetto di reconquista all’odore di incenso ma privo di fede. Una strategia transnazionale figlia dello spirito del tempo più che di un reale coordinamento, sebbene ci siano ideologi itineranti fra l’Atlantico l’Europa e gerarchi ecclesiastici che però devono fare i conti con un pontefice il cui magistero sociale e la cui prassi pastorale remano di direzione opposta.

È la tesi illustrata in Dio? In fondo a destra. Perche i populisti sfruttano in cristianesimo, di Iacopo Scaramuzzi, vaticanista di Askanews (Emi, pp. 144, euro 13). Un viaggio che comincia nel 1917, anno delle apparizioni di Fatima, negli anni trenta trasformata in Madonna anticomunista (la Russia sovietica «si convertirà»), vittoriosa grazie alla consacrazione al suo «Cuore immacolato». E in questa veste è utilizzata ancora oggi.

Da Salvini – ma il suggeritore è l’ultracattolico senatore Fontana, ex ministro della famiglia nel governo gialloverde di Conte –, che non si separa mai, perlomeno a favore di telecamere, dal proprio rosario tascabile e più volte ha affidato se stesso e l’Italia tutta al «Cuore immacolato di Maria».

Da Bolsonaro, che un anno fa ha consacrato, pure lui, il Brasile al «Cuore immacolato di Maria», ma non la Madonna nera di Aparecida (patrona nazionale) bensì quella di Fatima, bianca e soprattutto anticomunista. Anche se poi, lo stesso Bolsonaro, partecipa pure ai riti degli evangelicali, sempre più numerosi e influenti in Brasile, portatori di un programma rigidamente conservatore (no aborto, no nozze gay, no gender).

Da Orban, che insieme ad altri leader della destra internazionale e al cardinale Zen (acerrimo nemico degli accordi Cina-Vaticano), nel settembre 2019 si è recato proprio a Fatima per un pellegrinaggio organizzato dall’International catholic legislator network, una sorta di «Internazionale integralista».

Al di là dell’Atlantico, lato nord, c’è Trump e, perlomeno fino al suo allontanamento dalla Casa bianca, il suo ideologo teocon di fiducia, Steve Bannon, il «patrono» dell’operazione che punta a installare nella certosa di Trisulti l’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano, «una scuola di gladiatori di destra, i soldati delle prossime guerre culturali che dovranno difendere l’Occidente», secondo la definizione dello stesso Bannon, amico anche di Salvini, Orban e delle Le Pen. Trump intercetta le ansie della destra cristiana, che prima sosteneva il Tea party e ora lo vota in blocco, considerandolo l’ultima possibilità di invertire la tendenza del cambiamento culturale ed economico del Paese dopo gli anni di Obama. L’unico capace di ricostruire quella America bianca e cristiana, cara a parte dell’episcopato cattolico Usa ma anche a molti pastori protestanti, in una sorta di «ecumenismo dell’odio», come hanno ben sintetizzato sulla Civiltà Cattolica il gesuita Spadaro e il presbiteriano Figueroa.

L’amico-nemico Putin non è da meno. A Mosca l’ideologo di fiducia si chiama Alexander Dugin (due anni fa ospite romano dei fascisti di CasaPound per parlare dello scontro apocalittico fra globalismo e populismo), e la Chiesa non è quella cattolica, ma quella ortodossa del patriarca Kirill, informatore del Kgb ai tempi in cui Putin lo guidava, e oggi, insieme al presidente russo, difensore dei valori tradizionali contro i nuovi diritti civili, a cominciare da quelli rivendicati dai gay.

«Da Roma a Washington, da Mosca a Parigi, da Budapest a Brasilia… il modus operandi è lo stesso, la narrativa è la stessa, ricorrono gli stessi nemici, le stesse contrapposizioni», scrive Scaramuzzi. E i nuovi populisti di destra, insieme ai loro sacerdoti, «attingendo nel gran calderone della storia della chiesa, dove abbondano guerre di religione e crociate, condanne agli infedeli e scomuniche agli eretici, controllo sociale e conservatorismo, usano il sacro per marcare territori, distinguere nemici, sradicare le diversità».

E dal 18 maggio, via libera per tutti i culti religiosi

16 maggio 2020

“il manifesto”
16 maggio 2020

Luca Kocci

Anche le confessioni religiose non cattoliche potranno riprendere celebrazioni e culti con la partecipazione dei fedeli nelle moschee, nelle sinagoghe, nelle chiese evangeliche e nei templi dal 18 maggio.

I protocolli d’intesa che indicano le misure anti Covid da rispettare (obbligo di mascherina, distanziamento, igienizzazione dei locali) sono stati firmati ieri a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Conte, dalla ministra dell’Interno Lamorgese e dai rappresentanti delle varie religioni (i cattolici avevano firmato il 7 maggio). C’erano islamici, evangelici, ebrei, sikh, induisti, buddhisti, testimoni di Geova, Baha’i e mormoni, segno evidente di un’Italia plurale anche dal punto di vista religioso.

Regolarizzare i lavoratori migranti è giusto e conviene. Appelli dalla società civile

9 maggio 2020

“Adista”
n. 18, 9 maggio 2020

Luca Kocci

Regolarizzare i lavoratori immigrati irregolari, non solo per motivi umanitari, ma anche per ragioni economiche, sociali e sanitarie, in tempo di epidemia.  Si moltiplicano gli appelli per modificare la bozza di un disegno di legge parlamentare che prevede la regolarizzazione dei soli braccianti ed estenderla anche ad altri lavoratori e lavoratrici. E uno di questi, lanciato dalla Fai-Cisl – solo però per i lavoratori agricoli –, riceve anche il plauso e il sostegno di papa Francesco.

«È certamente condivisibile la necessità di venire incontro a quanti, privati di dignità, avvertono in modo più acuto le conseguenze di un’integrazione non realizzata, venendo ora maggiormente esposti ai pericoli della pandemia», si legge nella lettera inviata al segretario generale del sindacato dei lavoratori del settore agroalimentare iscritti alla Cis, Onofrio Rota, e firmata, a nome del pontefice, dal sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato mons. Edgar Peña Parra. «È dunque auspicabile – prosegue Bergoglio – che le loro situazioni escano dal sommerso e vengano regolarizzate, affinché siano riconosciuti ad ogni lavoratore diritti e doveri, sia contrastata l’illegalità e siano prevenute la piaga del caporalato e l’insorgere di conflitti tra persone disagiate».

«Il cibo sulle nostre tavole ha sempre continuato ad arrivare, e in parte è proprio per via del lavoro di queste persone», aveva scritto la Fai-Cisl. «Oggi questa contraddizione rischia di esplodere», «soprattutto davanti all’emergenza sanitaria, che rischia di creare nuove guerre tra poveri e rappresenta una minaccia reale per tutti, ancora di più per i braccianti stranieri», quindi «bisogna avere il coraggio di decidere sul tema della regolarizzazione», «per far emergere il lavoro nero, per riconoscere diritti e doveri ai tanti immigrati lasciati ai margini».

È «fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità», scrivono in una lettera-appello indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai ministri di Agricoltura, Lavoro, Interno, Salute e Sud, associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, sociali e civili (fra cui Caritas, Fondazione Migrantes, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia) ed esponenti del mondo cattolico (fra gli altri l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti e don Pierluigi di Piazza). «Sarebbe una misura di equità e di salvaguardia dell’interesse nazionale, in questa difficile fase in cui un eventuale pregiudizio all’agricoltura, nella sua funzione tutelare della sicurezza alimentare della comunità nazionale, sarebbe drammaticamente deleterio. Questo però non dev’essere uno strumento per rifornire il settore primario di lavoro a buon mercato in un momento di shock economico. È necessario, pertanto, rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i contratti collettivi agricoli. Servono soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere».  Ma non ci sono solo i lavoratori agricoli. Un altro appello, promosso dall’economista Stefano Boeri, sottoscritto da centinaia di studiosi (fra gli altri Maurizio Ambrosini, Leonardo Becchetti, Luigino Bruni, Gianpiero Dalla Zuanna, Mauro Magatti, Giorgio Marcello, Walter Ricciardi e Chiara Saraceno) e rilanciato dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, propone di estendere la regolarizzazione «agli irregolari che lavorano in tutti gli altri settori economici del Paese, in primis in quelli cruciali dei servizi alla persona, dell’artigianato, dell’industria e dei servizi ad essa collegati », per «evidenti motivazioni umanitarie», ma anche per ragioni «di carattere sanitario, di sicurezza, economico e sociale».

«È stato sottolineato di recente come la presenza di centinaia di migliaia di migranti irregolari e “invisibili” possa essere un problema serio in questo frangente», si legge nel documento. «È del tutto evidente che la presenza di un gran numero di irregolari nelle aree oggi più a rischio rende di fatto altamente aleatorie le probabilità di successo di attività di somministrazione di test sanitari, tracciamento e monitoraggio di massa». «In parallelo, con la graduale riapertura delle attività economiche gli irregolari rischiano di essere uno dei maggiori fattori di rischio nella nascita di nuovi focolai». Ma oltre a questo, «è ben noto che gli irregolari costituiscono un potenziale bacino di manovalanza per la criminalità, con rischi che aumentano quando, in momenti come questi, condizioni di vita decente sono ulteriormente precluse». Inoltre «è stato sottolineato più volte come lavoratori immigrati irregolari e poco qualificati sottrarrebbero opportunità occupazionali a lavoratori italiani e determinerebbero una concorrenza al ribasso sul costo del lavoro».

In questo periodo, prosegue l’appello, «l’improvvisa scarsità di stagionali stranieri a seguito della chiusura delle frontiere per la pan-  demia ha evidenziato come i mercati del lavoro non siano in realtà così flessibili da ipotizzare una facile sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri, lontani per mansioni e localizzazione. La regolarizzazione dei lavoratori stranieri avrebbe in questo caso un potenziale doppio beneficio. Rendere più facile lo spostamento tra diverse aree di chi già si trova nel nostro Paese e, attraverso la sanatoria e la regolarizzazione, ridurre quelle condizioni di scarsa dignità e precarietà che rendono purtroppo il lavoro degli immigrati irregolari più “competitivo”». Pertanto, conclude il documento, proponiamo «di estendere a tutti gli altri settori» «la regolarizzazione dei migranti irregolari». In che modo? Attraverso una «sanatoria », ovvero la «dichiarazione di un datore di lavoro che consente di ottenere un permesso di soggiorno e lavoro temporaneo che, finita la fase di emergenza, sarà sottoposto all’iter previsto per questi tipi di permesso. In questo modo, seppure in misura limitata, la regolarizzazione potrà contribuire con il versamento di contributi al finanziamento dell’ingente impegno di spesa pubblica necessario per superare questa crisi».

Conte e la Cei firmano l’intesa: a messa dal 18

8 maggio 2020

“il manifesto”
8 maggio 2020

Luca Kocci

Dopo due mesi di astinenza, il prossimo 18 maggio i cattolici torneranno nelle chiese per partecipare alla celebrazione della messa.

Il protocollo d’intesa fra governo e Conferenza episcopale italiana è stato firmato ieri mattina a Palazzo Chigi dal presidente del consiglio Conte, dalla ministra dell’Interno Lamorgese e dal presidente della Cei, cardinale Bassetti. La sera del 26 aprile, subito dopo l’annuncio da parte del premier dell’inizio della cosiddetta “fase 2” ancora senza messe, la Cei, con un duro comunicato, aveva accusato il governo di «compromettere l’esercizio della libertà di culto». Parole grosse, stemperate dallo stesso papa Francesco, che il giorno successivo aveva invitato tutti, soprattutto i vescovi, alla «prudenza e all’obbedienza alle disposizioni» delle autorità civili. Da lì è ripartita la trattativa fra Cei governo, che si è conclusa ieri.

La Conferenza episcopale, mettendo la firma sotto la data del 18 maggio – rinunciando quindi anche all’anticipo di un giorno, per ricominciare con la messa domenicale del 17 maggio –, ha sotterrato l’ascia di guerra e accettato il cronoprogramma stabilito da Palazzo Chigi, che prevede, a partire dal quel giorno, la riapertura di molte attività commerciali, biblioteche e musei.

Il via libera è sottoposto ad un rigido protocollo, che ora parrocchie e comunità religiose dovranno rispettare: messe a numero chiuso a causa della capienza ridotta delle chiese per mantenere il distanziamento di almeno un metro fra i fedeli (in caso di sovrafollamento si potranno organizzare messe all’aperto o moltiplicare il numero delle celebrazioni per diluire i partecipanti); obbligo di mascherina; no allo scambio della pace; ostie consacrate distribuite dal prete o dal ministro dell’eucaristia con i guanti monouso e senza contatto fisico con i fedeli; divieto di cori organizzati per i canti; igienizzazione dei locali prima e dopo ogni celebrazione.

Il 18 maggio dovrebbe essere il giorno in cui anche le altre confessioni religiose riprenderanno le celebrazioni. Il condizionale è d’obbligo, perché se l’accordo con la Cei ha avuto una sorta di imbarco prioritario, invece gli accordi con le altre confessioni devono ancora essere firmati.

Il 5 maggio si è svolta una videoconferenza fra il direttore del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale e i rappresentanti delle comunità religiose (c’erano ebrei, musulmani, evangelici, ortodossi, anglicani, mormoni, baha’i e sikh); e la ministra Lamorgese ha spiegato di essere «a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus».

Quindi per i non cattolici la data ancora non c’è, ma presumibilmente sarà il 18. In caso contrario si aprirà un evidente caso di libertà di culto asimmetrica.