Il papa: «La politica non strumentalizzi la paura»

21 settembre 2018

“il manifesto”
21 settembre 2018

Luca Kocci

Contro il «dilagare di nuove forme di xenofobia e razzismo». Ma anche contro i politici che «strumentalizzano le paure per interessi elettorali» e contro i padroni che «traggono giovamento economico» dallo «sfruttamento» di chi è costretto a vivere nella «irregolarità».

È un discorso severo quello scritto da papa Francesco e distribuito ai partecipanti, ricevuti ieri in Vaticano, al termine della World conference on xenophobia, racism, and populist nationalism in the context of global migration, promossa dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e dal Consiglio mondiale delle Chiese.

«Ho scritto un discorso da leggere ma è un po’ lunghetto», il consueto esordio del papa quando preferisce parlare a braccio oppure, come ieri, limitarsi a salutare personalmente e a scambiare qualche parola con ciascuno dei duecento intervenuti alla conferenza internazionale che si è svolta all’hotel Ergife di Roma dal 18 al 20 settembre.

«Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati», come «sospetto, timore, disprezzo e perfino odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società», dice Francesco. Da lì il passo è breve perché poi si verifichino «veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso il diritto alla vita e all’integrità fisica e morale».

Fra i vari responsabili, il dito è puntato in particolare verso politici e padroni. Accade, aggiunge il papa, «che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali». Oppure che altri «traggano giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento», fino a «vere e proprie forme di schiavitù». Costoro, avverte Francesco – un monito che richiama alla memoria il grido di papa Wojtyla ai mafiosi nella Valle dei templi di Agrigento 25 anni fa –, «dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato». Soprattutto i cristiani, per i quali queste «responsabilità morali assumono un significato ancora più profondo alla luce della fede». Messaggio indirizzato a chi fa politica brandendo Vangeli e rosari, in nome della difesa delle radici cristiane.

Fra gli invitati come relatore anche don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pistoia) che ospita diversi migranti direttamente in chiesa, dopo che Prefettura e sindaco di Fratelli d’Italia hanno chiuso il suo centro di accoglienza per alcune carenze strutturali, e che ha consegnato al papa un appello firmato dai suoi parrocchiani per la riapertura del centro e « restituire la speranza ai rifugiati di Vicofaro».

Il documento finale della Conferenza internazionale parla chiaro: «Razzismo, xenofobia e nazionalismi populisti sono incompatibili con il Vangelo e la fede cristiana».

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Chi è mafioso non è cristiano. Il papa ricorda Pino Puglisi

16 settembre 2018

“il manifesto”
16 settembre 2018

Luca Kocci

«Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore».

Papa Francesco scende a Palermo, per il venticinquesimo anniversario dell’omicidio di padre Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, e ripropone, come già aveva fatto tre anni fa a Cassano allo Ionio in Calabria («i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati»), l’assoluta incompatibilità fra Vangelo, fede e mafia.

La visita di ieri in Sicilia comincia a Piazza Armerina. Un rapido incontro con i fedeli nel campo sportivo in cui il papa sottolinea alcune «piaghe» che affliggono il territorio («sottosviluppo sociale e culturale, sfruttamento dei lavoratori e mancanza di dignitosa occupazione per i giovani, migrazione di interi nuclei familiari») e invita «ad andare alle cause dei disagi» e a «tentare di rimuoverle», senza cedere alla «tentazione mondana del quieto vivere, del passarsela bene, senza preoccuparsi dei bisogni altrui».

Poi in elicottero a Palermo, per la messa al Foro Italico (il pratone del lungomare di Palermo) in ricordo di Puglisi, che qui venne beatificato e dichiarato martire di mafia il 25 maggio 2013. L’omelia segue il filo rosso dell’alternativa fra egoismo e amore, il primo incarnato dal desiderio di soldi e potere («chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati», liberarsi di una «vita piccola che gira attorno ai piccioli»), il secondo dall’impegno «per contrastare l’ingiustizia».

In questo contesto, le parole antimafia di Francesco: «Non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi», «abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore, di servizio, non di sopraffazione». E poi l’appello che richiama quello di 25 anni fa (9 maggio 1993) di papa Wojtyla, nella Valle dei templi di Agrigento: «Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo. Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte».

Dopo il pranzo con i senza dimora ospitati da Biagio Conte e con alcuni detenuti e immigrati, la visita a Brancaccio (il quartiere dove Puglisi operava e fu ucciso). Quindi, in cattedrale, l’incontro con i preti e i religiosi, preceduto dal saluto di monsignor Lorefice, arcivescovo di Palermo, il quale ricorda che Puglisi fu «ucciso dalla mafia perché fedele al Vangelo» e invita i “suoi preti” a «superare la sacralità e la distinzione» e ad esercitare il ministero «senza pretese di dominio».

Parole poi riprese da Francesco, che afferma che quello del prete «non è un mestiere ma una missione», che «il prete non è uomo del potere ma del servizio», che «va bandita ogni forma di clericalismo». E sulla questione Chiesa-mafia, invita a vigilare sulle manifestazioni di «pietà popolare» (feste patronali e processioni, dove spesso i boss sono in prima fila per dimostrare il loro dominio sul territorio): la «religiosità popolare» è importante ma non deve essere «strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora diventa veicolo di corrotta ostentazione».

Infine l’incontro con i giovani, in piazza Politeama, prima di ripartire per Roma: «No al muro dell’omertà, un “ecomostro” che va demolito per edificare un avvenire abitabile. No alla mentalità mafiosa, all’illegalità e alla logica del malaffare, veleni corrosivi della dignità umana. No ad ogni violenza: chi usa violenza non è umano».

«È stata una visita importante», spiega al manifesto Augusto Cavadi, fondatore della scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” e autore del Dio dei mafiosi (edizioni San Paolo). «Purché non finisca come quella di Wojtyla alla Valle dei templi: venne presa sul serio dai mafiosi, che iniziarono a mettere le bombe nelle chiese e uccisero Puglisi, ma non dai cattolici. Nelle parrocchie, tranne poche eccezioni, c’è ancora poca consapevolezza e coscienza politica del sistema di potere mafioso, si pensa ancora che la mafia sia solo morti ammazzati, e che quindi senza morti non c’è mafia. Le dichiarazioni dei vertici servono a poco, se la Chiesa non fa analisi e testimonianza sul territorio. Questo ha fatto Puglisi e per questo è stato ucciso».

Pino Puglisi, il prete anomalo simbolo di una Chiesa non collusa

16 settembre 2018

“il manifesto”
16 settembre 2018

Luca Kocci

È la sera del 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno (56 anni), quando don Pino Puglisi, parroco di San Gaetano a Brancaccio, viene ucciso da Salvatore Grigoli (che gli spara un colpo di pistola alla nuca, da pochi centimetri), per ordine dei fratelli Graviano, boss del quartiere.

Ucciso per il suo impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era un “professionista dell’antimafia”, ma tutti i giorni lavorava per rendere vivibile un rione ostaggio della mafia, per educare le persone a non sottomettersi e a rivendicare i propri diritti. «Cercava di levare i ragazzini dalle mani dei criminali per non farli diventare mafiosi, faceva manifestazioni, tutto questo dentro quel quartiere che era un regno dei Graviano», dirà al processo il pentito Antonio Calvaruso. Era diverso padre Puglisi dagli altri “parrini”, espressione paradigmatica che fonde in un’unica parola prete e padrino, perché «un prete che si fa i fatti suoi campa cent’anni – aggiungerà un altro pentito, Salvatore Cancemi – Questo qua invece disturbava Cosa Nostra». Anomalo, quindi, rappresentante di una chiesa altra, non sottomessa né collusa, che andava ricondotto all’ordine, oppure tolto di mezzo.

Nato a Brancaccio, Puglisi segue il percorso tradizionale di un giovane che vuole diventare prete: i gruppi, il seminario, fino all’ordinazione presbiterale nel 1960, dal cardinal Ruffini, quello che sosteneva che la mafia era un’invenzione dei comunisti.

Dopo una serie di incarichi a Palermo e in provincia, nel 1990 il cardinale Pappalardo lo nomina parroco di San Gaetano, anche per normalizzare una parrocchia considerata troppo di sinistra. Puglisi si tuffa in una realtà sociale di povertà e sottomissione al dominio mafioso, dove, scrive egli stesso, «i bambini vivono in strada e dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza», «l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola media perché questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui».

Inizia dai bambini, li porta in parrocchia per farli giocare e studiare. Poi gli adulti: parte la collaborazione con il Comitato intercondominiale di via Hazon, dove in alcuni palazzoni il Comune ha stipato centinaia di sfrattati. Insieme conducono la battaglia per le fogne, per un presidio socio-sanitario, per la scuola media. Contemporaneamente rompe i legami fra la parrocchia e i mafiosi: vieta al Comitato feste di passare per la case a riscuotere i soldi – quasi un pizzo – e ridimensiona la festa del patrono, diventata una vetrina per i boss, di cui rifiuta le offerte, taglia i rapporti con i notabili della Dc.

Nasce il Centro “Padre Nostro”: spazio socio-culturale, centro di assistenza per i più poveri, luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti («non chiedete come favore ciò che è vostro diritto ottenere», ripete), spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio. Pappalardo manda tre suore e un viceparroco per aiutarlo, ma di fatto lo isola. «Se il cardinale avesse preso una chiara posizione per far comprendere che Puglisi non era solo ma anzi godeva del sostegno della Chiesa palermitana probabilmente sarebbe ancora con noi», ricorda Giuseppe Martinez, uno degli animatori del Comitato intercondominiale.

Il parroco dà troppo fastidio ai Graviano, iniziano intimidazioni e minacce, anche nei confronti di chi collabora con lui: vengono incendiate le porte delle abitazioni dei tre leader dell’Intercondominale, un giovane della parrocchia viene aggredito. Puglisi va avanti. Fino al 15 settembre 1993.

Il Sinodo valdese apre all’eutanasia: «non è sempre un rifiuto del dono della vita di Dio»

15 settembre 2018

“Adista”
n. 31, 15 settembre 2018

Luca Kocci

Metodisti e valdesi italiani aprono alla possibilità dell’eutanasia e del suicidio assistito, sebbene in casi particolari, senza nessuna generalizzazione e senza assecondare derive individualistiche.

La decisione è arrivata nella tarda serata della penultima giornata del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi (Torre Pellice 26-31 agosto, v. Adista Notizie n. 30/18), quando è stato approvato con una larga maggioranza (ma anche qualche contrario e un terzo di astenuti) il documento “‘È la fine, per me l’inizio della vita’. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante”. Elaborato dalla Commissione bioetica delle Chiese battiste, metodiste e valdesi in due anni di lavoro, presentato al Sinodo 2017, passato al vaglio delle Chiese locali che complessivamente lo hanno accolto positivamente, quest’anno è stato recepito in via definitiva dall’assemblea sinodale.

«Non esistono ragioni universali per giudicare moralmente illegittima la scelta di morire da parte di un individuo», si legge nel documento. «La morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana», ma «la misericordia ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e di cercare di ridurre le loro sofferenze».

«Siamo in contesto medico, in situazioni in cui coesistono la volontarietà della richiesta, il sintomo refrattario alle terapie e la prognosi negativa», spiega ad Adista la pastora Ilenya Goss, componente della Commissione bioetica valdese, che ha precisato che «il documento di studio non ha un valore dogmatico ma è un parere autorevole offerto dal Sinodo alle Chiese e ai singoli fedeli, un punto di riferimento ma chiaramente non vincola o limita la libertà di coscienza di ciascuno di dire no. Proponiamo di leggere la richiesta di aiuto a morire come caso-limite che non necessariamente contraddice un vissuto di fede. Per noi la Chiesa non deve entrare con un giudizio forte in una decisione di questo tipo, ma con misericordia accompagnando e curando la persona. L’aspetto forse più audace che il documento propone è la lettura della richiesta di abbreviare un’agonia come una “resa” alla fedeltà di Dio nella consapevolezza del proprio limite nel sopportare la sofferenza».

«Dal punto di vista etico e antropologico – si legge nel documento –, la morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana. La nostra posizione rappresenta un ideale antropologico ragionevole e intermedio: quello che ci guida non è l’esaltazione dell’autonomia indiscriminata, ma la misericordia che ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e al tempo stesso di cercare di ridurre le loro sofferenze». E tenendo ben presenti i rischi di una legalizzazione generalizzata della pratica: «Riconosciamo tuttavia – si legge nel documento – che esistono argomenti di prudenza che consigliano di essere attenti alle possibili dinamiche sociali negative di una legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito», perché «la società potrebbe incamminarsi su un pericoloso “pendio scivoloso”, al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati», tanto più in un contesto, come quello delle società occidentali, «segnato da pesanti tagli alle risorse economiche destinate alla sanità e dal costante e progressivo invecchiamento della popolazione, esisterebbe il rischio di vedere nell’eutanasia la “soluzione” al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili».

«Siamo d’accordo con la tesi secondo cui il compito principale delle Chiese consista nell’impegnarsi in una battaglia pubblica in favore di un sistema di cure palliative e di accompagnamento al morire che consentano di ridurre al minimo la richiesta di eutanasia e di suicidio assistito», prosegue il documento. «Al tempo stesso, tuttavia, ci chiediamo se la richiesta di anticipare la propria morte debba sempre essere considerata in contraddizione con un’esistenza moralmente responsabile vissuta nella fede. Se debba sempre essere considerata, cioè, come un rifiuto del dono divino, come un atto di appropriazione indebita di un diritto di cui l’essere umano non è portatore, e dunque condannata come una forma di ateismo pratico, o se, in specifiche situazioni, non possa addirittura venire intesa come una risposta responsabile al Comandamento, espressione dell’amore per Dio e per il prossimo». Si tratta, si legge, di «evitare i principi di un’etica legalistica» e di «tener conto dei contesti e delle situazioni contingenti entro cui avviene la scelta morale, rinunciando ai principi assoluti di carattere teologico o razionale, così come alla rigida applicazione di una norma biblica interpretata in modo letterale». Allora «l’assunzione che la richiesta di essere aiutati a morire possa essere sempre interpretata come un rifiuto del dono di Dio, e di conseguenza del legame con Dio stesso, ci sembra fondata su una ricostruzione unilaterale, e difficilmente giustificabile, della logica del dono. Quest’ultima, infatti, non implica necessariamente che ciò che viene donato sia indisponibile a colui che riceve; implica piuttosto l’idea di un uso grato e responsabile del bene ricevuto, che tenga conto della relazione che in tal modo si è instaurata. In questo senso, riteniamo che la richiesta di persone ammalate, che in situazioni di sofferenza estrema esprimano il desiderio di non trascorrere gli ultimi giorni nell’incoscienza indotta dai trattamenti antalgici necessari a lenire un dolore non altrimenti sopportabile, non debba necessariamente essere considerata come l’espressione del desiderio di assolutizzare la propria libertà finita di fronte alla morte, né un rinnegamento del rapporto con Dio. Può anche essere la conseguenza del desiderio di disporre in modo responsabile del dono della vita ricevuta e del la fiducia in una grazia che accoglie l’oppresso e lo sfinito, dell’affidamento a un Dio che non chiede un tributo di sofferenza, che non impone condizioni e obblighi e che non sottomette l’uomo a principi, ma invece lo libera gratuitamente, mettendo nelle sue mani anche la possibilità di rinunciare a continuare l’esistenza terrena. La scelta di morire, che in certi casi può effettivamente essere interpretata come rifiuto del dono, in altri casi può invece essere compresa come l’espressione della sua accettazione: può essere un atto di consapevolezza del limite dell’esistenza umana, un’assunzione della misura non infinita della propria capacità di tollerare la sofferenza e persino un’espressione di amore nei confronti del prossimo».

Accoglienza, eutanasia, 8 per mille: intervista al moderatore valdese Eugenio Bernardini

15 settembre 2018

“Adista”
n. 31, 15 settembre 2018

Luca Kocci

L’ultimo atto del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi del 26-31 agosto (v. Adista Notizie n. 30/18) è stata l’elezione dei propri organi amministrativi. Il pastore Eugenio Bernardini è stato riconfermato, per il settimo ed ultimo anno, come moderatore

Pastore Bernardini, tracciamo un bilancio di questo Sinodo appena concluso.

È stato purtroppo un Sinodo caratterizzato dalla cronaca di queste settimane. Nel culto iniziale abbiamo ricordato sia le vittime del crollo del ponte Morandi di Genova sia i migranti, che per noi restano prima di tutto persone e non materia di contesa ideologica. Non c’è qualcuno che viene prima e qualcuno che viene dopo, come certa propaganda vorrebbe avvalorare. I primi giorni del Sinodo sono stati decisamente influenzati da questi eventi. Poi i lavori sono andati avanti secondo programma, con un buon consenso fra tutti i deputati e le deputate.

Sulla questione migranti, gli evangelici italiani sono nettamente schierati contro le politiche di chiusura e dei respingimenti del governo italiano e dell’Europa. Come giudica la situazione di questi mesi? Ci sono rischi di una deriva culturale intollerante e razzista?

Devo dire che ci troviamo in grande consonanza ecumenica con quello che sta facendo in questo periodo la Chiesa cattolica in Italia e con le altre Chiese nei vari Paesi europei. Due esempi. Un mese fa la diaconia della Repubblica Ceca (che è uno dei Paesi del blocco di Visegrad) ha preso una posizione identica alla nostra di sostegno ai corridoi umanitari e di invito all’Europa perché gli Stati collaborino nell’accoglienza dei migranti. Inoltre in apertura di Sinodo, io e il presidente della Chiesa evangelica della regione dell’Assia e Nassau, Volker Jung, abbiamo firmato una dichiarazione molto forte («L’Europa perde la sua anima quando valori come il rispetto per la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo stato di diritto e la difesa dei diritti umani sono sempre più messi in discussione», tutti gli sforzi di solidarietà, anche quelli delle Chiese, «vengono ostacolati, impediti e messi profondamente in discussione dall’attuale politica sui rifugiati che è disumana e in parte illegale»), e bisogna tener conto che in Assia ad ottobre ci saranno le elezioni per il governo regionale. Questa consonanza ecumenica con la Chiesa cattolica e con le altre Chiese è la dimostrazione che, di fronte ad una Europa schierata su posizioni di chiusura, ci sono ancora delle forze, tra cui le Chiese cristiane, che continuano a tenere ferma una posizione di responsabile generosità, senza cedere al timore e alle paure.

Una sorta di alleanza delle Chiese cristiane contro il razzismo…

Ma senza metterci d’accordo! Si tratta davvero del portato di chi legge il Vangelo e cerca di metterlo in pratica, non soltanto usarlo nei comizi.

Sul tema del fine-vita il Sinodo ha recepito un documento importante che pone gli evangelici italiani su posizioni decisamente avanzate. Come è andato il dibattito?

Innanzitutto voglio ricordare che questo documento si situa nel percorso che ha portato all’approvazione, in Italia, della legge sulle Dat, di cui abbiamo dato un giudizio positivo. Nel documento recepito dal Sinodo c’è un grande sostegno all’impiego diffuso delle cure palliative, per cercare di alleviare la sofferenza e dare dignità anche nel morire. Purtroppo in Italia sono utilizzate in maniera disomogenea, le regioni meridionali, per esempio, sono molto penalizzate. Poi si dice che nelle aree di sofferenze acute, che non si riescono a risolvere nonostante i progressi della medicina, ci possono essere delle situazioni particolari in cui l’eutanasia attiva può essere accettata anche in una prospettiva di fede cristiana. Però siamo contrai ad una generalizzazione di questa pratica, perché per noi prima di tutto viene la persona, la sua cura, la sua dignità. E anche la sua responsabilità personale, fintanto che può essere espressa. Su questi punti nelle Chiese c’è stata una riflessione molto profonda, perché questo ci interessava, non raggiungere il 51% di consenso sul documento.

Ci sono state opposizioni o perplessità?

La riflessione ha dimostrato che c’è una grande maggioranza a favore di questa linea, c’è una piccola minoranza fortemente contraria e poi c’è una fascia – poco meno di un terzo – che ha ancora bisogno di riflettere, e infatti nella votazione finale c’è stato circa un terzo di astenuti. Allora abbiamo deciso di proporre l’approvazione di questo documento non come posizione ufficiale del Sinodo, ma come un documento rilevante di orientamento per le Chiese che consentirà così di continuare la riflessione, nella coscienza, senza essere costretti a dire di sì. Proprio perché l’approvazione, benché maggioritaria, con contemplava tutte le posizioni e le sensibilità presenti nella Chiesa.

È stato un tema meno “divisivo” rispetto alla benedizione delle coppie omosessuali, approvate nel Sinodo dello scorso anno?

Sicuramente sì. Anche perché l’esperienza del morire coinvolge tutti, quindi viene affrontata in maniera più pragmatica che ideologica. A differenza, appunto, del tema dell’omosessualità e delle coppie omosessuali, in cui i pregiudizi sono forti, anche nelle nostre Chiese, un po’ dappertutto.

Fino a non molti anni fa i metodisti e i valdesi italiani erano circa 30mila, ora sono quasi 23mila, infatti avete parlato, con grande franchezza, di una Chiesa in «stabile decrescita». Quale analisi avete fatto di questa situazione?

È un fenomeno che colpisce tutte le Chiese di antica tradizione, meno le nuove Chiese e le nuove religioni. È la prima volta che facciamo un’analisi di questo tipo, quindi la riflessione è in corso. E l’abbiamo voluta fare per passare dal lamento all’analisi e dall’analisi a delle scelte che possano portarci all’elaborazione di nuovi progetti pastorali, di presenza sul territorio, di annuncio, di servizio.

L’otto per mille è in calo per il terzo anno consecutivo, nonostante continua a scegliere di destinarlo a metodisti e valdesi un numero assai più alto dei fedeli: 469mila contribuenti a fronte di 23mila fedeli. Come spiegate questa diminuzione?

È vero, i dati ci dicono questo. Ma già sappiamo dai dati del ministero dell’Economia e Finanza che per il 2019 ci sarà una crescita e le firme supereranno quota 500mila (523mila, ndr). Quindi è un risultato che continua a stupirci positivamente. E che contemporaneamente ci assegna anche una grande responsabilità nella gestione dei soldi che le persone hanno deciso di affidarci.

Sinodalità e solidarieta, ricetta valdese contro il “naufragio” dei diritti

15 settembre 2018

“Adista”
n. 30, 8 settembre 2018

Luca Kocci

Le migrazioni e i migranti sono stati i temi principali discussi nei primi giorni dell’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, a Torre Pellice (To), “capitale” delle valli valdesi, dal 26 al 31 agosto, con la partecipazione di 180 “deputati” democraticamente eletti (90 pastori e 90 laici, quasi la metà donne).

Non poteva essere altrimenti. Perché il Sinodo si svolge nel bel mezzo di quella che sempre più, soprattutto dalla propaganda del vicepremier ministro degli Interni Matteo Salvini e dei suoi sodali giallo-verdi, viene fatta passare per un’emergenza. E perché da anni le Chiese evangeliche italiane sono impegnate sul fronte migranti, con il programma Mediterranean Hope, che include anche il progetto – portato avanti insieme alla Comunità di sant’Egidio – dei “Corridoi umanitari”. I numeri del bilancio sociale 2017 parlano chiaro: sono stati attivati 142 appartamenti e strutture residenziali che hanno dato alloggio a 795 migranti; sono stati operati 224 tirocini in borsa lavoro retribuita e, grazie al progetto Mediterranea Hope, sono giunte in Italia oltre mille persone.

«All’inizio c’è il peccato culturale: egoismo, menzogna e demonizzazione dell’avversario», che echeggiano in affermazioni come «la gente è stufa, se a te interessa degli altri, perché non te li prendi a casa tua?», ha spiegato, durante il culto di apertura del Sinodo, il pastore Emanuele Fiume. «Poi – ha proseguito, con evidente riferimento a Salvini – il peccato cultuale, con vangelini esibiti in campagna elettorale con ben altri intenti che la propria edificazione spirituale e, più in generale, con la religione degradata a simbolo identitario orgoglioso ed escludente. E infine il peccato sociale: la minaccia di chiusura dei porti agli immigrati da parte di settori del governo italiano al fine di esercitare una pressione internazionale ». Una minaccia che è già realtà.

«In Europa è in corso un processo politico che mira alla demolizione del patto tra popoli e Stati, rispetto al quale le Chiese non possono essere indifferenti, ma al contrario devono vigilare», ha detto Paolo Naso, coordinatore del programma Mediterranean Hope, durante l’incontro pubblico dedicato all’Europa (la sera del 27 agosto). È in atto, ha aggiunto Naso, «una liquidazione del patrimonio europeo in nome di un nazionalismo, che oggi si definisce sovranismo, che è sempre stato causa di sciagure. In realtà, non esiste una via italiana o tedesca ai diritti umani, alle politiche migratorie, alla salvaguardia dell’ambiente: tutti questi sono temi che vanno affrontati a livello europeo». E sull’attualità: «Il caso della nave Diciotti restituisce l’immagine di un’Europa gigante economico senz’anima. Ma questa è solo l’ultima parte di un film. L’idea dell’Europa, sin dalle sue origini, era e dovrebbe ridiventare il rispetto della dignità umana e dei diritti delle minoranze».

Concetti ribaditi da una dichiarazione congiunta del moderatore della Tavola valdese, il pastore Eugenio Bernardini, e del presidente della Chiesa evangelica della regione dell’Assia e Nassau, Volker Jung, che si sono mostrati scossi dall’attuale politica sui rifugiati in Germania e in Italia così come dalla  tendenza diffusa in Europa a pregiudicare il diritto d’asilo e al venir meno della solidarietà. «L’Europa perde la sua anima quando valori come il rispetto per la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo stato di diritto e la difesa dei diritti umani sono sempre più messi in discussione», hanno detto i due. Tutti gli sforzi di solidarietà, anche quelli delle Chiese, «vengono ostacolati, impediti e messi profondamente in discussione dall’attuale politica sui rifugiati che è disumana e in parte illegale».

Per questo Bernardini e Jung fanno appello alle istituzioni e ai governi europei per organizzare un sistema di salvataggio in mare realmente civile, per evitare la criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che stanno attualmente salvando le persone al posto di quelle competenti e di assicurare programmi per una via di fuga sicura e un’accoglienza umanitaria generosa per i rifugiati, come il progetto dei corridoi umanitari, che è stato realizzato ecumenicamente in Italia, Francia e Belgio. «Con queste e altre alternative, quali l’opportunità di un lavoro e di una formazione per gli immigrati, i trafficanti potrebbero essere fermati e la perdita di vite nel Mediterraneo arginata significativamente».

A conferma di un impegno “non negoziabile”, il Sinodo ha fatto proprio il Manifesto per l’accoglienza, già approvato lo scorso 8 agosto dal Consiglio della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). «È un manifesto per affermare il diritto degli ultimi e delle persone a rischio, perché riteniamo molto gravi l’odio e la xenofobia propri del discorso politico del governo italiano – ha spiegato la pastora Maria Bonafede –. È uno strumento prezioso che a partire dalle parole di Gesù ci ricorda non solo la nostra vocazione, ma anche il mandato biblico dell’amore per il nostro prossimo e per lo straniero. E poiché ciascuno di noi è straniero per qualcun altro, accogliendo lo straniero amiamo anche noi stessi».

La Bibbia, una guida per l’accoglienza

Il Manifesto, da affiggere sui portoni di tutte le chiese evangeliche in Italia, prende le mosse da sei passi biblici, attualizzati alla cronaca. «1) “In quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Dio si avvicina a noi come straniero: respingendo chi chiede il nostro aiuto chiudiamo la porta a Gesù che ci cerca e tende la sua mano. 2) “Fui straniero e mi accoglieste” (Mt 25,35). Annunciamo che la fede in Cristo ci impegna all’accoglienza nei confronti del prossimo che bussa alla nostra porta in cerca di aiuto, protezione e cure. 3) “Nel giorno che Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio” (Gen 5,1). Affermiamo che ogni uomo, ogni donna, ogni bambino e ogni bambina sono creature di Dio, a sua immagine e somiglianza, e che pertanto non si possa discriminare nessuno a causa della sua pelle, della sua religione, della sua identità di genere. Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica. 4) “Maledetto chi calpesta il diritto dello straniero” (Deut 27,19). Siamo chiamati a difendere la vita, la dignità e i diritti di migranti, richiedenti asilo, rom, minoranze etniche e religiose e di quanti sono perseguitati ed emarginati. 5) “Non c’è qui né giudeo né greco (…) perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). L’Evangelo di Cristo abbatte le differenze etniche e ci chiama a essere una Chiesa aperta all’incontro e allo scambio, in cui italiani e immigrati vivono insieme la fede cristiana. 6) “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto (…) un samaritano (…) vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui” (Lc 10,30.33-34). Apprezziamo e sosteniamo chi salva le vite dei migranti vittime dei traffici illegali e garantisce il soccorso umanitario nel Mediterraneo come sui passi alpini».

Quindi, si legge nel Manifesto, «respingiamo la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, perché un Paese tra i più ricchi al mondo ha le risorse per garantire l’una e gli altri e perché sappiamo che, col tempo, anche i nuovi immigrati costituiscono una risorsa per un paese come l’Italia ad alto declino demografico. Siamo impegnati a garantire corridoi umanitari a favore dei richiedenti asilo in modo che possano arrivare in Europa in sicurezza e legalmente; lo facciamo ecumenicamente (all’iniziativa partecipa anche la Comunità di Sant’Egidio, ndr) e nel rispetto delle normative europee. Crediamo nella necessità dell’integrazione degli immigrati in una società accogliente, capace di promuovere l’incontro e lo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione. Ci opponiamo alle politiche italiane ed europee di chiusura delle frontiere, di respingimento e di riduzione delle garanzie di protezione internazionale dei richiedenti asilo, tanto più quando fonti istituzionali delle Nazioni Unite attestano sistematiche violazioni dei diritti umani nei Paesi di partenza e di transito. A tutti, ma ancor di più a chi ha responsabilità istituzionali, chiediamo di adottare un linguaggio rispettoso della dignità dei migranti e di contrastare con gesti e azioni concrete atteggiamenti xenofobi e razzisti. Denunciamo e critichiamo la campagna politica contro gli immigrati e i richiedenti asilo che, a fronte di arrivi in diminuzione e perfettamente sostenibili in un quadro di solidarietà europea, esaspera e drammatizza il dibattito pubblico. Ci appelliamo alle Chiese sorelle dell’Europa – concludono gli evangelici italiani – perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise».

Calo nella Chiesa valdese: una «stabile decrescita»

15 settembre 2018

“Adista”
n. 30, 8 settembre 2018

Luca Kocci

Una Chiesa in «stabile decrescita». È l’efficace formula coniata da metodisti e valdesi per illustrare senza reticenze, sulla base della ricerca Ri.so.r.s.e. (Rilevazione sociologica sulle risorse e statistiche ecclesiastiche) presentata durante il Sinodo, lo stato di salute delle Chiese metodiste e valdesi in Italia.

Il dato generale complessivo dice che dal 1985 al 2016 le Chiese metodiste e valdesi hanno perso poco più di cinquemila membri, pari al 24% della popolazione evangelica del 1985. «La formula della “stabile decrescita” suggerisce tre tipi di reazione da parte delle nostre Chiese – ha detto Paolo Naso –: una forma di realismo che accetta il ridimensionamento; una resistenza, determinata dalla passione e della volontà conservativa; il movimentismo, che riconosce le difficoltà ma cerca di mettere in campo dinamiche e strategie nuove che trasformano la chiesa e che potrebbero anche rafforzarci».

La partecipazione al culto domenicale riguarda mediamente il 27% di valdesi e metodisti: circa cinquemila partecipanti in una domenica ideale, dei quali il 25% è rappresentato da persone che non sono membri della Chiesa; tra questi ultimi il 5% entra in una chiesa valdese o metodista per la prima volta. Altro fenomeno degno di nota registrato negli ultimi 5 anni è quello relativo alla percentuale di nuovi membri ammessi, che è pari al 7%. La pastora della Chiesa valdese di Milano, Daniela Di Carlo, ha raccontato l’esperienza della sua chiesa e i nuovi ingressi di «adulti che decidono di vivere la propria spiritualità non in solitudine, ma accanto a persone che vogliono lavorare con un orizzonte di trasformazione e di costruzione di un mondo più giusto. Questi nuovi ingressi provocano dei cambiamenti interessanti, e l’assunzione di maggiori responsabilità e maggiore attivismo delle nostre chiese».

La «stabile decrescita» è confermata anche dai nuovi dati dell’otto per mille. È vero che il numero dei contribuenti che sceglie di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa metodista e valdese (circa 500mila) è di gran lunga più alto dei 22mila fedeli presenti in Italia. Ma è anche vero che, per il terzo anno consecutivo, si registra una flessione: i contributi del 2018 (che si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2015) scendono a 32 milioni di euro (nel 2016 erano 37 milioni, lo scorso anno 34 milioni). Che, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia (60%) e all’estero (40%), in particolare 454 progetti all’estero e 673 progetti in Italia in ambito educativo, sanitario e culturale.

Mentre Adista va in stampa, si sta svolgendo l’ultima giornata dei lavori del Sinodo, con l’approvazione degli ordini del giorno e la scontata riconferma – per l’ultimo anno del settennato – di Eugenio Bernardini alla guida della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Accuse di Viganò. Il papa: «Preghiera e silenzio»

4 settembre 2018

“il manifesto”
4 settembre 2018

Luca Kocci

Non accenna a placarsi lo scontro fra l’ex nunzio negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, “grande accusatore” di papa Francesco («ha coperto l’ex cardinale pedofilo di Washington, McCarrick»), e il Vaticano.

La novità, in una polemica che sembra scadere a gossip ma rende evidente la guerra di potere nei sacri palazzi, è che questa volta il papa e il Vaticano reagiscono e replicano.

Francesco lo fa senza entrare nel merito, ma con una durezza poco consueta, commentando il Vangelo del giorno («Nessun profeta è bene accetto in patria»), ieri mattina, nella messa a Casa Santa Marta, dove risiede dall’inizio del pontificato. Gli abitanti di Nazaret cacciano dalla città Gesù, che in sinagoga ha predicato la «liberazione degli oppressi», minacciano di gettarlo da una rupe, lui non reagisce e si allontana. «Non erano persone, erano una muta di cani selvaggi che lo cacciarono», ma Gesù «con il suo silenzio vince quella muta selvaggia e se ne va», spiega Bergoglio. Il riferimento agli eventi degli ultimi giorni è chiaro. Anche perché subito dopo aggiunge: «La verità è silenziosa, non è rumorosa», c’è un’unica scelta da fare «con le persone che cercano soltanto lo scandalo, la divisione, la distruzione: silenzio».

La Santa sede invece interviene sulle nuove accuse di Viganò al pontefice. Domenica, in un’intervista a Lifesitenews, sito internet della galassia conservatrice statunitense, l’ex nunzio ha estratto dall’archivio dei propri ricordi un episodio del 2015. Durante il suo viaggio pastorale negli Usa, Francesco incontrò Kim Davis, un’impiegata pubblica ultracattolica del Kentucky che, per le proprie convinzioni religiose, rifiutava di rilasciare licenze matrimoniali a coppie omosessuali (scontando anche cinque giorni di carcere). L’incontro suscitò grandi polemiche, il Vaticano ne ridimensionò la portata («il papa ha incontrato presso la nunziatura decine di persone» fra cui la signora Davis, «l’incontro non è un appoggio alla sua posizione», spiegò padre Federico Lombardi, allora direttore della sala stampa vaticana) e poi convocò a Roma il nunzio Viganò per bacchettarlo. Anche se nella conferenza stampa durante il viaggio di ritorno in aereo, ad una domanda sul caso Davis, il papa sostenne l’obiezione di coscienza: «è un diritto umano, se non si permette di esercitarla, si nega un diritto».

«Il papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi collaboratori avevano approvato l’udienza privata», dice ora Viganò. Replicano con una nota Lombardi e padre Thomas Rosica, al tempo suo assistente di lingua inglese: fu Viganò a proporre l’incontro e il Vaticano lo approvò solo perché non informato, dal nunzio stesso, dell’impatto mediatico che avrebbe avuto.

Debole difesa ad un attacco altrettanto debole su una vicenda di cui si era già molto parlato e che sembra essere stato buttato nel circo mediatico solo per creare ulteriore confusione. Nella corte pontificia si annuncia un “autunno caldo” a colpi di dossier e rivelazioni.

Sinodo valdese: il razzismo come «eresia teologica». Contro chiusure e respingimenti

2 settembre 2018

“il manifesto”
2 settembre 2018

Luca Kocci

Razzismo come «eresia teologica», «ammissibilità» dell’eutanasia anche da un punto di vista cristiano.

Sono due posizioni assunte dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, massimo organo decisionale della storica minoranza cristiana italiana che dal 26 al 31 agosto ha visto riuniti a Torre Pellice (To) 180 “deputati” (90 pastori e 90 laici) per discutere e deliberare democraticamente su questioni ecclesiali e sociopolitiche.

Centrale il tema migranti, anche perché le Chiese evangeliche sono impegnate in prima linea nel programma Mediterranean Hope: nel 2017, 795 migranti hanno trovato alloggio in 142 strutture residenziali, sono stati attivati 224 tirocini retribuiti e con i “Corridoi umanitari” (insieme alla Comunità di sant’Egidio) sono giunte in Italia oltre mille persone.

Il Sinodo ha fatto proprio il Manifesto per l’accoglienza, che sarà affisso sui portoni di tutte le chiese evangeliche e che appunto definisce «ogni forma di razzismo un’eresia teologica». «Riteniamo molto gravi l’odio e la xenofobia propri del discorso politico del governo», ha spiegato la pastora valdese Maria Bonafede. «Respingiamo la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani», si legge nel Manifesto, «ci opponiamo alle politiche di chiusura delle frontiere e di respingimento», «denunciamo la campagna contro immigrati e richiedenti asilo che, a fronte di arrivi in diminuzione e sostenibili in un quadro di solidarietà europea, esaspera e drammatizza il dibattito».

Il Sinodo ha poi recepito un importante «documento di studio» sul tema del fine-vita (“È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante) che apre alla possibilità di «eutanasia» e «suicidio assistito» in casi particolari, senza assecondare derive di «autonomia indiscriminata». Elaborato dalla Commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi in due anni di lavoro, presentato al Sinodo 2017, passato al vaglio delle Chiese locali che lo hanno accolto a grande maggioranza, quest’anno è stato approvato in via definitiva.

«Non esistono ragioni universali per giudicare moralmente illegittima la scelta di morire da parte di un individuo», si legge. «La morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana», ma «la misericordia ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e di cercare di ridurre le loro sofferenze».

«Siamo in contesto medico, in situazioni in cui coesistono la volontarietà della richiesta, il sintomo refrattario alle terapie e la prognosi negativa», ha spiegato la pastora Ilenya Goss, componente della Commissione bioetica valdese, che ha precisato che «il documento non ha un valore dogmatico ma è un parere autorevole offerto alle Chiese e ai singoli fedeli». L’orientamento del Sinodo è chiaro, ma «chi dissente non verrà scomunicato!» (pratica inesistente nel mondo evangelico).

Sul fronte interno, metodisti e valdesi segnano il passo. Lo ammettono presentando i risultati di una ricerca che parla di una Chiesa in «stabile decrescita»: dal 1985 al 2016 hanno perso un quinto dei fedeli, passando da 30mila a meno di 25mila. I dati dell’otto per mille lo confermano. Coloro che decidono di destinare l’otto per mille a metodisti e valdesi (469mila) sono molti di più dei fedeli presenti in Italia. Ma per il terzo anno si registra una flessione: i contributi del 2018 (dichiarazioni dei redditi 2015) scendono a 32 milioni di euro (nel 2016 erano 37 milioni, lo scorso anno 34). Che, scelta ribadita dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari.

Confermato moderatore della Tavola valdese (organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi) il pastore Eugenio Bernardini, per il suo settimo ed ultimo anno.

Pedofilia, il papa: la Chiesa è colpevole

30 agosto 2018

“il manifesto”
30 agosto 2018

Luca Kocci

«Le autorità ecclesiastiche non sempre hanno saputo affrontare in maniera adeguata i crimini e gli abusi commessi da membri della Chiesa».

Papa Francesco, nell’udienza del mercoledì in piazza San Pietro, parla del suo viaggio a Dublino per l’Incontro mondiale delle famiglie appena concluso, ma torna anche sulla pedofilia, la questione che in questi giorni, con le rivelazioni di mons. Viganò, è sotto i riflettori.

«La mia visita in Irlanda, oltre alla grande gioia, doveva anche farsi carico del dolore e dell’amarezza per le sofferenze causate in quel Paese da membri della Chiesa», ha detto il papa. «Un segno profondo ha lasciato l’incontro con otto sopravvissuti, ho chiesto perdono al Signore per questi peccati», incoraggiando i vescovi a «rimediare ai fallimenti del passato con onestà e coraggio».

Non una parola, da parte del papa, sul dossier Viganò, che lo accusa di aver ignorato le informazioni sugli abusi sessuali su minori e seminaristi compiuti dall’ex arcivescovo di Washington, McCarrick, a cui lo scorso 27 luglio Francesco ha tolto la berretta cardinalizia. Rispondere nel merito significherebbe riconoscere un qualche coinvolgimento nella vicenda, che Bergoglio vuole evitare. Ma non è detto che questa sia la condotta più efficace per allontanare le ombre. Dal Vaticano trapela solo che il papa non pensa affatto alle dimissioni, come gli chiede Viganò.

Da parte sua Viganò, in un’intervista ad Aldo Maria Valli (istituzionale vaticanista del Tg1, che però nel suo blog non nasconde critiche alla linea riformista di Francesco), conferma il proprio racconto, spiega di aver parlato «perché ormai la corruzione è arrivata ai vertici della Chiesa», respinge le accuse di chi insinua che abbia parlato per rivalsa, dopo che la sua carriera in Vaticano – su cui indubbiamente puntava – è stata stroncata, soprattutto dal card. Bertone, in parte da Francesco («rancore e vendetta sono sentimenti che non mi appartengono»).

Frattanto la genesi, l’elaborazione e il lancio del dossier di Viganò assumono contorni più definiti. A cominciare dal fatto che si tratta di un documento redatto a quattro mani: i contenuti li ha forniti il prelato, la forma l’ha confezionata Marco Tosatti, vaticanista della Stampa in pensione e ora una delle punte dell’opposizione conservatrice a Francesco dal suo blog Stilum Curiae. «Abbiamo scritto l’articolo insieme», ha spiegato Tosatti al Corriere, e all’Associated Press ha detto di aver lavorato sul materiale di Viganò per renderlo «giornalisticamente utilizzabile».

Che sia stata un’operazione studiata a tavolino emerge dal racconto di Valli, il quale ha ricevuto il dossier direttamente da Viganò perché lo pubblicasse, insieme ad altri media conservatori statunitensi e spagnoli e al quotidiano di Maurizio Belpietro La Verità: «Concordiamo il giorno e l’ora della pubblicazione – racconta Valli –. Nello stesso giorno e alla stessa ora pubblicheranno anche gli altri. Domenica 26 agosto perché il papa, di ritorno da Dublino, avrà modo di replicare rispondendo alle domande dei giornalisti in aereo».

L’esistenza di una regia ovviamente non toglie valore alle affermazioni di Viganò, che tuttavia presentano qualche falla. Per esempio quando racconta che nel 2010 papa Ratzinger avrebbe disposto delle misure restrittive nei confronti di McCarrick (non risiedere più in seminario, divieto di celebrare e apparire in pubblico) che però rimasero riservate e inapplicate. E resta l’enorme ritardo con cui lo stesso Viganò – a conoscenza delle malefatte di McCarrick dal 2000 – ha denunciato il caso.

Al di là dei dettagli, due nodi evidenzia il rapporto Viganò, prendendo per autentiche le sue parole. Che la pedofilia è un macigno nella vita della Chiesa cattolica – sono coinvolti gli ultimi tre pontefici (Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio) e i rispettivi segretari di Stato (Sodano, Bertone, Parolin) – evidentemente figlio di un sistema malato, che riguarda seminari, formazione del clero, ruolo del prete. E che la Curia romana costituisce un centro di potere dove è in corso una perenne guerra per bande, a colpi di dossier, spesso tirando in ballo pedofilia ed inclinazioni sessuali, che sono chiaramente nervi scoperti. Insomma non problemi contingenti, ma di sistema.