«Dio benedica il fascismo!». Viceparroco romano commemora i morti della Repubblica sociale italiana

27 settembre 2016

“Adista”
n. 33, 1 ottobre 2016

Luca Kocci

«Dio benedica l’Italia e il fascismo». È la preghiera che don Marco Solimena, viceparroco di Santa Maria del Buon consiglio – popolosa parrocchia del Quadraro, il “nido di vespe”, come lo chiamavano i nazifascisti, quartiere medaglia d’oro al merito civile che nell’aprile del 1944 subì un durissimo rastrellamento con oltre 900 deportati in Germania, solo la metà tornarono a casa – ha elevato al cielo durante l’omelia della messa con cui domenica 18 settembre, al cimitero Verano di Roma, si è conclusa la commemorazione dei “martiri” di Rovetta, 43 soldati della Legione Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini uccisi dai partigiani il 28 aprile del 1945 a Rovetta, nel bergamasco, alla fine della seconda guerra mondiale.

È da 11 anni che gruppi di nostalgici del Ventennio e di neofascisti romani ricordano al Verano i “legionari” della Tagliamento morti a Rovetta. E ogni anno la commemorazione si conclude con una messa, all’interno del cimitero, celebrata da un prete della diocesi di Roma. Cinque anni fa c’era il parroco dei Santi sette fondatori, il servo di Maria p. Massimo Anghinoni (v. Adista Notizie n. 71/11), da qualche anno tocca a don Solimena, habituée dei raduni fascisti, nonché fra i primi firmatari – insieme anche a don Curzio Nitoglia, confessore e consigliere spirituale di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, morto a Roma nel 2013 – di una petizione internazionale in difesa della «libertà di espressione nella rete internet», contro gli attacchi della lobby ebraica, «che ha rappresentanti in quasi tutti i governi e in quasi tutte le Nazioni» e che «vuole il web imbavagliato e oscurato».

Sono le 9.30 del 18 settembre quando un centinaio di fascisti – dal vecchio reduce di Salò al giovane fascista del 2000, testa rasata, tatuaggi e bicipiti in mostra – si raduna davanti all’ingresso laterale del Verano. Si scambiano saluti romani, indossano foulard della Legione Tagliamento e della X Mas, magliette della Rsi e di Casa d’Italia (un centro sociale di destra dell’hinterland romano), si vede qualche fez e parecchie camicie nere, ma anche uomini di mezz’età in doppiopetto e signore ingioiellate. Alle 10 uno degli organizzatori, fascio littorio un po’ sbiadito tatuato sull’avambraccio, grida «Camerati! Attenti!» e, osservato a distanza da 5-6 poliziotti in borghese, parte un minicorteo, guidato dai labari della Tagliamento, della Rsi e della Associazione nazionale volontari di guerra – anche se più che una legione sembra l’Armata Brancaleone – che attraversa i vialetti del Verano fino alla tomba dei caduti di Rovetta.

Lì parlano i reduci di Salò: «Oggi siamo qui per ricordare ed onorare dei veri italiani uccisi per un ideale sempre presente in noi». Interviene Augusto Sinagra, docente di Diritto dell’Unione europea all’università “Sapienza” di Roma, già avvocato di Licio Gelli nonché iscritto alla P2: «Ci hanno sconfitto in battaglia ma non sono state sconfitte le nostre idee, solo il fascismo è stato in grado di realizzare la giustizia sociale in Italia». Parla anche il giovane presidente, in abiti militari,  dell’associazione intitolata alla 29.ma Divisione SS italiana – i volontari italiani che dopo l’8 settembre 1943 giurarono ad Hitler e furono inquadrati nelle SS – che conclude il suo intervento con il triplice grido nazista “Sieg Heil”.

Poi «l’appello ai caduti»: un reduce scandisce uno per uno i 43 nomi dei fascisti uccisi a Rovetta, tutti tendono il braccio destro e rispondono «Presente!», facendo risuonare il grido fra le tombe del Verano. E la preghiera del legionario: «Dio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore, rinnova ogni giorno la passione mia per l’Italia. Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinché loro stessi, i più forti, rispondano ai vivi: “Presente”. Nutrisci il mio libro della tua saggezza e il mio moschetto della tua volontà. (…). Signore, fa’ della tua croce l’insegna che precede il labaro della mia legione. E salva l’Italia nel duce sempre e nell’ora di nostra bella morte».

Arriva don Solimena, subito un anziano lo accoglie regalandogli un santino del carmelitano p. Antonio Intreccialagli, il «legionario di Dio», cappellano della la Legione Tagliamento negli anni della Rsi, morto nel 2000. «Camerati radunatevi all’altare, comincia la messa, i fascisti sono cattolici», esorta uno degli organizzatori. Ma attorno all’altare si ritrovano in pochi, e don Solimena esprime il suo disappunto: «È triste vedere che a tanti camerati non frega nulla!». La messa viene celebrata con rito rigorosamente preconciliare, tutta in latino, tranne l’omelia, in cui il viceparroco del Quadraro commenta il brano del Vangelo in cui Gesù guarisce un paralitico: «La nostra Nazione è paralitica, la nostra comunità ideale è paralitica. Eppure il fascismo è la migliore idea mai pensata dagli uomini per vivere bene su questa terra, trasmettiamo questa idea ai nostri figli. Prego ogni sera perché Dio benedica l’Italia e benedica il fascismo». Ite missa est.

Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo. Un libro di Pierluigi Di Piazza

26 settembre 2016

“Adista”
n. 32, 24 settembre 2016

Luca Kocci

«Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». Così scriveva don Lorenzo Milani nella lettera inviata ai giudici che, nel 1965, lo stavano processando per “apologia di reato” dopo la sua lettera ai cappellani militari. E I care, me ne importa, potrebbe essere la sintesi e la proposta che emerge dall’ultimo libro di don Pierluigi Di Piazza, fondatore, ormai quasi trent’anni fa del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo (Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 96, euro 12), dedicato soprattutto – ma non solo – al temi dell’immigrazione.

«Non ci si può dichiarare cristiani e prendere parte alle ingiustizie, alle discriminazioni, alla distruzione dell’ambiente», spiega ad Adista don Di Piazza. «Ma ho l’impressione che oggi prevalga drammaticamente l’atteggiamento di Caino che risponde a Dio che gli chiede dov’è Abele: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Indifferenza, paura, distacco, difesa da ogni possibile coinvolgimento. Allora l’I care sul cartello appeso alla parete della scuola di Barbiana assume una valenza di forza profetica ed insieme commovente. È il fondamento pedagogico di ogni storia personale che qualifica la maggior o minor umanità.Prendere a cuore, vibrare intimamente e profondamente, sentirsi interpellati, muoversi verso, agire, coinvolgersi, prendersi cura accompagnare. Contrario del motto fascista “me ne frego”: se ne frega perché si sente forte, superiore e pretende di decidere della vita dell’altro, della sua libertà, dei suoi diritti, dei suoi bisogni, specie se è diverso, fragile, debole, indifeso. Per questo me ne frego è un’espressione del fascismo mentre “I care” lo è di  umanità autentica, profonda, del Vangelo vissuto nell’incontro con gli altri».

Il tuo libro prende spunto dall’espressione “globalizzazione dell’indifferenza” utilizzata da papa Francesco a Lampedusa. Come si manifesta nel nostro tempo questa “indifferenza”?

«Dallo scostare lo sguardo per dirigerlo dall’altra parte, o dal guardare in modo frettoloso, superficiale, ad esempio anche scorrendo velocemente dei numeri ma senza pensare che dietro a  ciascuno c’è una storia umana. Nel non ascoltare il grido, il gemito e di non interpretare quei silenzi che coprono dolori immensi e  per i quali sono necessarie antenne particolarmente sensibili, ricettive; oppure nell’ascoltare in modo frettoloso, superficiale. Si può considerare come alle volte l’indifferenza sia, almeno in parte, motivata dalla difesa di se stessi, dal prendere le distanze per non essere coinvolti nella sofferenza. Può esserci questo vissuto che di fatto poi conduce ad una diminuzione della sensibilità, ad un ritrarsi in una posizione individualistica o di un piccolo gruppo. Le paure possono allontanare e portare a chiusura, per questo è importante esprimerle, condividerle, analizzare le cause e cercare e trovare insieme il modo per poter convivere con esse o per riuscire a liberarsene. Diametralmente opposti sono l’atteggiamento e le azioni di chi alimenta e diffonde le paure, perché su di esse si può agire in modo strumentale, sostenendo e incrementando avversione nei confronti di coloro che nella logica semplificatoria del capro espiatorio. Le paure sono contagiose e diffondono in modo esteso sfiducia e sospetto nei confronti degli altri; diventano insieme una grande occasione per politiche che si nutrono all’emotività irrazionale che alimentano e diffondono trovando così terreno fertile per linguaggi, atteggiamenti, decisioni disumane, antitetiche al messaggio del Vangelo di Gesù che questa stessa politica richiama per quella religione facile del consenso che non ha nulla a che vedere con la fede nel Dio di Gesù».

In alcuni casi si ha l’impressione di trovarci di fronte a problemi più grandi di noi, di fronti a quali gli sforzi e l’impegno delle persone posso fare poco-niente. Che fare?

«Certamente viviamo un tempo storico di densa complessità e di profonde tribolazioni. Le grandi questioni dell’umanità per il cui cambiamento ci si è impegnati nei decenni passati – ingiustizia, violenze e guerre, discriminazioni e razzismo, distruzione dell’ambiente vitale – si ripresentano in situazioni drammatiche; le istituzioni e la politica, per altro indispensabili, mancano di progettualità e di decisioni operative di immediato, medio e lungo termine; a mio avviso questo avviene per la grave lacuna di una profonda riflessione antropologica e una ridefinizione dei contenuti e dei fini di un’etica mondiale, laicamente intesa, arricchita della ispirazioni delle fedi religiose e dei diversi umanesimi. Se la politica non può o non cerca di alimentarsi a queste fonti dove mai troverà motivazioni, contenuti, fini? Sarà guidata da interessi particolari e dai calcoli che questi esigono. C’è papa Francesco che con parole e segni straordinari di fatto si pone come guida. Ma quanti oltre ad ascoltare e ad esprimere con le parole il suo nome lo seguono poi nelle scelte di vita? A me pare di percepire che le ricadute nelle diocesi e nelle parrocchie siano scarse, ancora meno nella politica. Allora, che fare? Continuare a riflettere, a incontrarsi, a dialogare, a scegliere e a vivere esperienze positive significative. E insieme scoprire i segni positivi presenti nella nostra società, sul Pianeta e nella Chiesa, nelle altre fedi religiose. Vivere costantemente la memoria storica delle donne, degli uomini, delle comunità profetiche e martiri, di coloro che hanno vissuto resistenze con forza interiore, con coraggio, con dedizione fino  a dare la vita stessa».

Nel libro metti il nodo su una contraddizione dell’Europa: da un lato la rivendicazione – in verità negli ultimi tempi un po’ meno aggressiva – delle “radici cristiane”, dall’altro lato le legislazioni e le azioni contro i migranti…

«In verità negli ultimi tempi si è diluita anche questa rivendicazione. L’evidenza dell’assenza dell’Europa dei popoli è mortificante e triste. Mancano classi dirigenti illuminate, capaci, decise, in continuità con il pensiero e l’azione dei fondatori. Rispetto alla questione dei migranti, un’evidente vergogna: non si è stati capaci di nessuna decisione se non di quella incredibile e disumana dell’accordo con la Turchia al costo di 3 miliardi e mezzo di euro. Si tratta di un vero e proprio “traffico istituzionale degli esseri umani”. In questi mesi abbiamo visto con dolore muri, fili spinati, bombe lacrimogene, pallottole di gomma sparate ad altezza di bambino; il campo di Idomeni, al confine fra Grecia e Macedonia, con 14mila persone e 4mila bambini, dovrebbe far parte della memoria storica delle azioni della disumanità».

Nel libro affronti soprattutto in tema delle migrazioni. Ma l’indifferenza dei cristiani si manifesta anche su altre questioni. Quali ti sembrano quelle più urgenti?

«Tutte quelle in cui le persone per motivi culturali, religiosi, sessuali, di malattia, di condizione esistenziale e sociale, si pensi ad esempio ai carcerati, non sono riconosciute nella loro dignità di esseri umani e subiscono indifferenza, discriminazione, umiliazione, abbandono».

Cosa ci insegnano gli ultimi, come s’intitola un capitolo del libro?

«Prima di tutto evidenziano i criteri del tutto arbitrari, spesso disumani, della classificazione  delle persone, senza conoscere le loro storie, ma solo per motivazioni sociali, culturali, moralistiche, economiche e anche religiose. L’essere primi, cioè considerati positivamente, dovrebbe derivare dalla sensibilità, dall’attenzione agli altri, dal bene espresso. Tante volte da persone considerate ultime nella società e nella Chiesa mi sono sentito profondamente istruito in umanità».

Un altro capitolo ha come titolo “Il Vangelo e la rivoluzione”. Anche la rivoluzione del Vangelo è stata soffocata da una sorta di “riformismo”?

«Il Vangelo è un’autentica rivoluzione. Non si può essere cristiani e capitalisti, cristiani e razzisti, cristiani e militari, cristiani e indifferenti, cristiani e complici della distruzione dell’ambiente. Una rivoluzione che continua a provocarci, ma nei confronti della quale si sono approntati antidoti che purtroppo hanno funzionato e continuano a funzionare. Spesso il messaggio del Vangelo è tradotto nel supporto a un quieto vivere, a una tranquillizzazione interiore, ad un anestetico dei cuori, delle coscienze, delle menti, a quella religione sociale che nulla muove e conferma l’esistente».

 

Carta di Fondi: 30 preti e religiose contro mafie, ingiustizie, degrado ambientale, razzismo

24 settembre 2016

“Adista”
n. 32, 24 settembre

Luca Kocci

Contro le mafie e la corruzione, per l’accoglienza dei migranti e la difesa dell’ambiente. Sono gli impegni contenuti nella Carta di Fondi, sottoscritta da oltre trenta parroci, vicari episcopali, direttori di Caritas, animatori di comunità di accoglienza, religiosi e religiose – molti dei quali collaboratori e amici di Adista – al termine di una tre giorni di approfondimento, riflessione e confronto promossa, fino allo scorso 8 settembre, nel monastero di San Magno di Fondi (Lt), da Libera, la rete di associazioni contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, primo firmatario del documento, insieme, fra gli altri, a don Marcello Cozzi, don Pierluigi Di Piazza, don Aldo Antonelli, don Pino Demasi, don Tonio Dell’Olio, don Tommaso Scicchitano e don Giorgio Pisano.

«Siamo sacerdoti, religiosi e religiose impegnati da anni con le nostre comunità e i nostri gruppi a far incontrare le fatiche degli uomini con la tenerezza di Dio – si legge nella Carta di Fondi –, ci sentiamo sollecitati dal Magistero e dall’azione di papa Francesco a favore degli ultimi e degli emarginati, ci poniamo sulla scia dell’impegno sottoscritto nel “Patto delle catacombe” da numerosi vescovi partecipanti al Concilio Vaticano II» (v. Adista Segni Nuovi n. 40/15).

Per tutto questo, scrivono i religiosi, «ci impegniamo a non tacere dinanzi alle ingiustizie e ad ogni tipo di illegalità; a camminare al fianco delle vittime innocenti delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni, condividendo il loro dolore e la loro richiesta di giustizia e di verità; a contrastare ogni forma di corruzione perché cancro della civiltà e della democrazia». È netta la presa di distanza dalle commistioni fra religiosità popolare e criminalità organizzata che spesso, anche in tempi recenti, si sono verificate soprattutto nelle regioni del Sud d’Italia, dagli “inchini” delle statue portate in processione sotto le abitazioni dei boss ai condizionamenti delle feste patronali: ci impegniamo «ad evitare qualunque forma di religiosità ritualistica e alienante che deturpa il volto paterno di Dio» e «a vivere ogni manifestazione di pietà popolare nella logica della semplicità e della radicalità evangelica, affinché non si trasformino in esaltazione di personaggi potenti e boss mafiosi, e in mortificazione di poveri ed ultimi».

Poi il capitolo ambiente. Ci impegniamo, scrivono, «a promuovere e ad affermare i principi di una cultura di ecologia integrale; a sentirci parte integrante dell’ambiente perché ogni aggressione ad esso venga vissuto come una ferita inferta a ciascuno di noi; a denunciare ogni tipo di connivenza anche istituzionale che favorisce il degrado ambientale agevolando gli affari delle ecomafie». E l’accoglienza: ci impegniamo «a realizzare luoghi nei quali trovino accoglienza uomini e donne senza nessun pregiudizio di tipo religioso, etnico e sociale; a vivere la misericordia come risposta ad ogni tipo di violenza e come accoglienza agli ultimi, ai poveri, agli emarginati e ai migranti».

L’ultima parte della Carta di Fondi è dedicata ai temi politico-economici. Ci impegniamo «a vivere nella libertà ogni tipo di rapporto con la politica per non cadere nelle maglie di facili strumentalizzazioni; a promuovere l’affermazione di un’informazione che cerchi sempre la verità e tuteli gli ultimi; a liberarci e a liberare da una concezione economicistica della terra, dell’ambiente, del lavoro e delle relazioni umane; a denunciare quella finanza che uccide i poveri e crea disuguaglianze sociali su scala planetaria; a lavorare nell’educazione ad una finanza etica e giusta e ad un’economia di pace; a vivere il rapporto con il denaro nella logica della trasparenza e della competenza perché non si alimentino favoritismi né si assicurino privilegi; ad orientare le risorse economiche sempre verso il bene comune e mai verso interessi di pochi individui o di singoli gruppi, anteponendo il primato della destinazione universale dei beni ai principi della proprietà privata».

Infine la Costituzione, alla vigilia del referendum confermativo della riforma Renzi-Boschi-Alfano-Verdini: ci impegniamo «a tutelare i principi costitutivi della nostra Carta costituzionale, a difendere la sacralità della laicità, a promuovere percorsi virtuosi e responsabili di cittadinanza attiva».

«Guerra peggio del terrorismo»

21 settembre 2016

“il manifesto”
21 settembre 2016

Luca Kocci

«Tutti, con la guerra, sono perdenti, anche i vincitori». Si è conclusa con una severa condanna della guerra, sottoscritta dai leader religiosi di tutto il mondo, la Giornata mondiale di preghiera per la pace che si è svolta ieri ad Assisi, a conclusione di un meeting di tre giorni promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e dai francescani.

Cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddhisti (ma non c’era il Dalai Lama, non invitato evidentemente per non turbare il percorso di riavvicinamento fra Santa Sede e Pechino), oltre 500 rappresentanti delle diverse religioni del mondo si sono ritrovati trent’anni dopo il primo incontro convocato sempre ad Assisi da Giovanni Paolo II nel 1986, quando il mondo era diviso in due blocchi, e papa Wojtyla voleva issare più in alto di tutti il vessillo della pace, anche in funzione anticomunista.

Oggi la guerra fredda non c’è più, ma c’è una «terza guerra mondiale a pezzi», come papa Francesco ha più volte chiamato l’insieme dei conflitti che devastano il mondo. E allora le religioni, sostiene il pontefice, possono collaborare per la pace, perché «mai il nome di Dio può giustificare la guerra, solo la pace è santa e non la guerra», condannando implicitamente secoli di «guerre sante» fatte pretendendo di avere Dio – anche e soprattutto il Dio dei cristiani – dalla propria parte («dobbiamo essere capaci fare autocritica», ha detto nel suo intervento finale il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo).

La guerra, più che il terrorismo. Non perché il terrorismo non vada condannato, ma perché la guerra è molto più grave. «Ci spaventiamo per qualche atto di terrorismo», ma «questo non ha niente a che fare con quello che succede in quei Paesi, in quelle terre dove giorno e notte le bombe cadono e cadono» e «uccidono bambini, anziani, uomini, donne», ai quasi «non può arrivare l’aiuto umanitario per mangiare, non possono arrivare le medicine, perché le bombe lo impediscono», ha detto Bergoglio durante la messa mattutina a Santa Marta, prima di lasciare il Vaticano per Assisi, dove è arrivato poco dopo le 11. Al convento della basilica di San Francesco ad attenderlo c’erano Bartolomeo, il primate anglicano Justin Welby, il patriarca siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni, il vicepresidente dell’università islamica di Al-Azhar Abbas Shuman e gli altri leader religiosi. Pranzo nel refettorio del convento, a cui hanno partecipato anche 12 rifugiati provenienti da zone di guerra. Nel pomeriggio i rappresentanti delle fedi si sono riuniti in preghiera in luoghi separati, anche per allontanare quelle accuse di «sincretismo» e di «relativismo» rivolte dai settori cattolici più conservatori a papa Francesco – e trent’anni fa a Wojtyla – ma anche agli altri leader religiosi, perché gli integralisti non sono un’esclusiva di nessuno.

I cristiani (cattolici, ortodossi, luterani e anglicani) si sono ritrovati nella basilica inferiore di San Francesco. «Le vittime delle guerre implorano pace», ha detto il papa, «implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti o sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto», ma «incontrano troppe volte il silenzio assordante dell’indifferenza, l’egoismo di chi è infastidito, la freddezza di chi spegne il loro grido di aiuto con la facilità con cui cambia un canale in televisione». Quindi una lunga preghiera per 27 territori dilaniati dai conflitti: dall’Afghanistan al Congo, dall’Iraq alla Libia, dal Sud Sudan allo Yemen, la Palestina, la Siria.

Tutti insieme poi – vescovi, patriarchi, pastori, rabbini, imam e tutti gli altri – in piazza San Francesco per i messaggi conclusivi. «Non ci può essere pace senza giustizia, una rinnovata economia mondiale attenta ai bisogni dei più poveri» e la «salvaguardia dell’ambiente», ha detto Bartolomeo. «La storia ci ha mostrato che la pace conseguita con la forza sarà rovesciata con la forza», ha ammonito Morikawa Tendaizasu, leader del buddhismo Tendai. «L’islam è una religione di pace, oggi ci sono gruppi che usano il nome dell’islam per perpetrare azioni violente, è responsabilità di noi musulmani mostrare il vero volto della nostra fede», ha esortato il presidente del Consiglio degli Ulema indonesiani Din Syamsuddin. La pace «non può scaturire dai deserti dell’orgoglio e degli interessi di parte, dalle terre aride del guadagno a ogni costo e del commercio delle armi», dalle «chiusure che non sono strategie di sicurezza ma ponti sul vuoto», ha detto papa Francesco.

Infine l’appello conclusivo, sottoscritto dai leader religiosi e inviato agli ambasciatori di tutto il mondo. «Imploriamo i responsabili delle Nazioni perché siano disinnescati i moventi delle guerre: l’avidità di potere e denaro, la cupidigia di chi commercia armi, gli interessi di parte, le vendette per il passato. Aumenti l’impegno concreto per rimuovere le cause soggiacenti ai conflitti: le situazioni di povertà, ingiustizia e disuguaglianza, lo sfruttamento e il disprezzo della vita umana».

Adunata fascista al Verano con il viceparroco del “rosso” Quadraro

20 settembre 2016

“il manifesto”
20 settembre 2016

Luca Kocci

«Dio benedica l’Italia e il fascismo». È la preghiera che don Marco Solimena ha elevato al cielo durante l’omelia della messa con cui domenica scorsa, 18 settembre, al cimitero Verano di Roma, si è conclusa l’annuale commemorazione dei “martiri” di Rovetta, 43 soldati della Legione Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, uccisi dai partigiani il 28 aprile del 1945 a Rovetta, nel bergamasco, alla fine della seconda guerra mondiale.

Sono le 9.30 quando un centinaio di fascisti – dal vecchio reduce di Salò al giovane fascista del 2000, cranio rasato, tatuaggi e bicipiti in mostra – si raduna davanti all’ingresso laterale del Verano. Saluti romani, foulard della Tagliamento e della X Mas, magliette della Rsi e di Casa d’Italia di Colleverde, qualche fez, parecchie camicie nere, ma anche uomini in doppiopetto e signore ingioiellate. Alle 10 uno degli organizzatori, fascio littorio un po’ sbiadito tatuato sull’avambraccio, grida «Camerati! Attenti!» e, osservato a distanza da 5-6 poliziotti in borghese, parte un minicorteo – ma più che una legione sembra l’Armata Brancaleone – che attraversa i vialetti del Verano fino alla tomba dei caduti di Rovetta.

Parlano i reduci di Salò: «Oggi ricordiamo dei veri italiani uccisi per un ideale sempre presente in noi». Interviene Augusto Sinagra, docente di Diritto dell’Unione europea all’università “Sapienza” di Roma, già avvocato di Licio Gelli nonché iscritto alla P2: «Ci hanno sconfitto in battaglia ma non sono state sconfitte le nostre idee, solo il fascismo è stato in grado di realizzare la giustizia sociale in Italia». Parla anche il giovane presidente, in abiti militari,  dell’associazione intitolata alla 29.ma Divisione SS italiana – i volontari italiani che dopo l’8 settembre 1943 giurarono ad Hitler e furono inquadrati nelle SS – che conclude il suo intervento con il triplice grido nazista “Sieg Heil”.

Poi «l’appello ai caduti». Un reduce scandisce uno per uno i 43 nomi dei fascisti uccisi a Rovetta, tutti tendono il braccio destro e rispondono «Presente», facendo risuonare il grido fra le tombe del Verano.

Arriva don Marco Solimena, viceparroco al Quadraro, il “nido di vespe”, come lo chiamavano i nazifascisti, quartiere medaglia d’oro al merito civile che nell’aprile del 1944 subì un durissimo rastrellamento con oltre 900 deportati in Germania, solo la metà tornarono a casa alla fine della guerra. «Camerati radunatevi all’altare, comincia la messa, i fascisti sono cattolici», esorta uno degli organizzatori. Ma attorno all’altare si ritrovano in pochi, e don Solimena esprime il suo disappunto: «È triste vedere che a tanti camerati non frega nulla!». Messa con rito preconciliare, tutta in latino, tranne l’omelia, in cui il viceparroco del Quadraro – assiduo frequentatore dei raduni fascisti – commenta il brano del Vangelo in cui Gesù guarisce un paralitico: «La nostra Nazione è paralitica, la nostra comunità ideale è paralitica. Eppure il fascismo è la migliore idea mai pensata dagli uomini per vivere bene su questa terra, trasmettiamo questa idea ai nostri figli. Prego ogni sera perché Dio benedica l’Italia e benedica il fascismo». Ite missa est.

Qualcuno, prima del pranzo, va a rendere omaggio alla vicina tomba di Claretta Petacci, l’amante di Mussolini, su cui si legge un avviso dell’Ama: «Manufatto in stato di abbandono». Pochi metri oltre comincia il Reparto israelitico del Verano, dove sono sepolti gli ebrei romani. Una delle prime lapidi ricorda: «Mario Volterra, deportato, 21 agosto 1916 – 22 marzo 1945».

La Lega Nord attacca i crocifissi di carne. Ma vuole appendere quelli di legno

16 settembre 2016

“Adista”
n. 31, 17 settembre 2016

Luca Kocci

Il crocefisso va esposto in tutte le aule scolastiche e in ogni ufficio pubblico. I deputati della Lega Nord rilanciano una loro tradizionale battaglia – anche se non ne parlavano da un po’, forse perché troppo impegnati a fare la guerra agli immigrati, i crocefissi in carne ed ossa del nostro tempo – e presentano alla Camera una proposta di legge per regolamentare in maniera definitiva la questione.

«Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata a fine luglio da 9 deputati e deputate leghisti e lo scorso 5 settembre assegnata per la discussione alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.

«Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso» che «rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo», spiega il deputato leghista Roberto Simonetti, primo firmatario del provvedimento. «Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i principi su cui si fonda la nostra società. Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese».

Se approvata dal Parlamento, la legge metterebbe il punto ad una questione che si trascina da quasi un secolo, ovvero dai Regii Decreti emanati durante il ventennio fascista che però, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale (v. Adista Notizie n. 1/05), sarebbero stati superati dalla revisione del Concordato del 1984. Nel 2006 il Consiglio di Stato – all’interno di un procedimento avviato da una coppia italo-finlandese perché fossero rimossi i crocefissi presenti nella scuola media frequentata dai figli –, pur non facendo alcun riferimento a leggi dello Stato bensì solo a valori etici, stabilì che il crocefisso non doveva essere tolto dalle aule scolastiche, perché «è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» sebbene provengano da una religione (v. Adista Notizie n. 15/06). Parere confermato nel 2011 anche dalla Corte di Strasburgo, che diede torto alla coppia, stabilendo che non c’erano ragioni per rimuovere il crocefisso, in quanto simbolo culturale di valore universale. Tuttavia, nell’ordinamento italiano, ad oggi resta l’assenza di una legge che prevede l’obbligo di esporre il crocefisso. Una lacuna che i leghisti vorrebbero ora colmare.

 

Una Chiesa aperta in una società complessa. Intervista al moderatore valdese

3 settembre 2016

“Adista”
n. 29, 3 settembre 2016

Luca Kocci

«Purtroppo il Sinodo si è svolto nei drammatici giorni del terremoto in centro Italia, che ci ha inevitabilmente coinvolto. Oltre al cordoglio e alla preghiera, è nostra intenzione dare il nostro piccolo contributo, per come potremo, nelle fasi successive (a questo proposito la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ha subito aperto una raccolta fondi a favore delle popolazioni colpite per interventi di urgenza, ndr). Ci auguriamo che sia rafforzata la prevenzione e soprattutto che vengano combattuti ed eliminati quegli appetiti che, nel nostro Paese, sempre si scatenano dopo questi eventi catastrofici». Con il pastore Eugenio Bernardini, confermato dall’assemblea sinodale moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, facciamo il punto sul Sinodo appena concluso (v. notizia precedente), a cominciare da uno dei temi forti del Sinodo e delle Chiese: le migrazioni. «Proseguiremo nel nostro impegno per l’accoglienza dei profughi – spiega ad Adista Bernardini – e continueremo a fare pressioni perché Italia ed Europa cambino le proprie politiche»

Quindi il programma Corridoi umanitari proseguirà. Si può fare un bilancio, benché parziale?

«L’iniziativa ha un valore prevalentemente simbolico (circa 300 persone sono state trasferite in sicurezza in Italia) ma è stata riconosciuta da parte di Mattarella e del ministro Gentiloni come una modalità che governi europei ed istituzioni internazionali dovrebbero replicare per andare incontro a chi non può continuare a vivere in zone devastate dalla guerra e dalla violenza. Quindi siamo contenti di aver fatto prima di tutto una cosa utile per delle persone e poi di aver dimostrato che è possibile affrontare la questione in modo umano e programmato e non solo emergenziale».

Dal punto di vista politico però l’iniziativa non sembra aver prodotto grandi risultati…

«Il governo italiano sta utilizzando la nostra esperienza per cercare di proporre nuove strade a livello europeo. Noi abbiamo presentato l’iniziativa a vari Paesi europei, alle Conferenze episcopali cattoliche, alle Chiese protestanti, ricevendo una buona udienza; inoltre Chiese protestanti e Conferenze episcopali di vari Paesi europei, talvolta in contrasto con la linea dei propri governi, sostengono, come noi sosteniamo, la necessità di una politica europea diversa da quella attuale: una politica che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti».

All’interno della Chiesa valdese qualcuno è perplesso e segnala il rischio di privilegiare l’attivismo all’annuncio evangelico…

«Da sempre, inizialmente anche a causa di una legislazione che in Italia ci ha ghettizzato almeno fino al 1848, abbiamo accompagnato la nostra azione di evangelizzazione con opere educative e sociali, mescolando “predicazione” e “diaconia”. Certamente in un tempo difficile come quello che stiamo vivendo, il nostro impegno sociale è superiore a quello di anni più tranquilli, per cui è un dibattito comprensibile. Si tratta di trovare un equilibrio, perché le nostre risorse sono limitate e perché non dimentichiamo che non siamo un’associazione di beneficenza ma una Chiesa con il mandato di svolgere la missione evangelica».

A giugno 2015 c’è stata la visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino, a marzo avete ricambiato la visita in Vaticano. È cambiato qualcosa nei rapporti con la Chiesa cattolica?

«Le diverse visioni teologiche tra protestanti e cattolici non si risolveranno in tempi brevi, ma c’è un nuovo clima di collaborazione, ben più di una semplice sensazione. L’apertura del papa ha incoraggiato la Cei, molti vescovi e diocesi a dare una maggiore attenzione ai rapporti ecumenici: abbiamo incontrato tutti i delegati regionali della Cei per l’ecumenismo, a novembre a Trento ci sarà un convegno sul Protestantesimo organizzato dalla Cei, per la prima volta l’arcivescovo di Palermo è andato in visita al tempio valdese della città partecipando al culto domenicale e condividendo la predicazione con il pastore. Stiamo riprendendo alcuni ragionamenti che riguardano la vita cristiana: il rito per la benedizione delle nozze delle coppie miste cattoliche, valdesi e metodiste, una liturgia ecumenica del battesimo per i figli delle coppie miste. Abbiamo aperto un po’ di finestre, c’è più fiducia, stiamo cercando di capire dove potrà portarci».

Da anni nelle comunità valdesi si benedicono le unioni omosessuali. Ora anche l’Italia ha una legge sulle unioni civili. Siete soddisfatti?

«Nel 2010 il Sinodo, dopo un dibattito che ha diviso e lacerato anche la nostra Chiesa, ha accolto la possibilità di benedire unioni di persone dello stesso sesso, con alcuni limiti, perché siamo una comunità di fede, non una “agenzia matrimoniale”: che siano di stato libero, che almeno uno della coppia sia un membro della nostra Chiesa e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. Ci sono ancora opinioni diverse, però delle decisioni sono state prese. E nel Sinodo del 2017 verrà votato il nostro documento, su cui discutiamo da anni, sulle “nuove famiglie”. Cerchiamo di trovare fra noi sempre il massimo consenso possibile, non ci basta la metà più uno, anche perché, se non c’è il pieno convincimento, le vittorie sono fragili e si rischiano dei contraccolpi negativi».

Torniamo alla legge sulle unioni civili e al nodo della stepchild adoption

«Abbiamo apprezzato la legge: tutto ciò che aiuta a consolidare i rapporti di solidarietà, di affetto, di sostegno reciproco non indebolisce ma rafforza la società. Per quanto riguarda le adozioni, quando un rapporto di genitorialità non biologica è già in atto, ci sembra nell’interesse dei minori riconoscere il ruolo del partner anche dello stesso sesso, come del resto già fanno molti giudici. Però capiamo che ci possa essere un dibattito, abbiamo bisogno di maturare».

Dopo anni di crescita, le firme per l’otto per mille ai valdesi sono in calo: dalle 604mila del 2012 (40 milioni di euro) alle 562mila del 2013 (37 milioni). Come mai?

«Difficile dirlo. Tutti hanno registrato un calo, tranne la Chiesa cattolica (cresciuta di 40mila firme, incasso di 1.018 milioni, ndr), forse anche grazie all’effetto papa Francesco. Ci sono stati nuovi ingressi, ortodossi e battisti, ce ne saranno anche il prossimo anno, buddisti e induisti, quindi potrebbe esserci una nuova flessione».

Nella Chiesa valdese qualcuno avanza delle perplessità sul “nemmeno un euro per il culto”, l’elemento che ha vi sempre caratterizzato, perché ridimensionerebbe il valore del religioso rispetto al sociale, un rilievo simile a quello avanzato sul programma “Corridoi umanitari”. Ci saranno dei ripensamenti su questo punto?

«No, abbiamo confermato la nostra scelta di fondo: continueremo ad usare l’otto per mille per attività sociali e culturali, associandoci anche ad altre realtà di varia natura».

Avete intensificato la pubblicità per l’otto per mille, che passa anche sulle reti televisive nazionali. Si tratta di un cambiamento rispetto al vostro tradizionale “basso profilo”…

«Destiniamo a pubblicità e comunicazione non più del 3%, essendo aumentate le entrate è cresciuta anche la cifra per la pubblicità, ma non abbiamo cambiato criterio. Resta il fatto che occorre aprire un dibattito su come si possano finanziare le organizzazioni religiose. Oggi, per esempio, con l’otto per mille non è possibile sostenere il mondo islamico, ma ci sono flussi di denaro che arrivano dall’estero, non si sa bene da chi, per i bisogni religiosi della popolazione musulmana in Italia. È questa la soluzione? Credo che occorra discuterne e capire se non ci sia un altro modo che consenta un accesso più trasparente alle risorse, sia pubbliche che private».

Sinodo valdese: corridoi umanitari, no alle leggi contro le moschee

27 agosto 2016

“il manifesto”
27 agosto 2016

Luca Kocci

Verità e giustizia per Giulio Regeni, rilancio del progetto “Corridoi umanitari” e della richiesta ad Italia ed Europa di una politica inclusiva sulle migrazioni, preoccupazione per le leggi “antimoschee” di Lombardia e Veneto, rifiuto della retorica della «guerra di religione». Con l’approvazione di una serie di ordini del giorno, che affrontano sia temi religiosi ed ecclesiali sia questioni sociali e politiche, si è chiuso ieri a Torre Pellice il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane.

L’ultimo atto dei sei giorni di confronto e deliberazioni democratiche fra i 180 “deputati” – che hanno rinnovato la fiducia al pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione di metodisti e valdesi – è stato un grido contro il terrorismo, l’islamofobia e la guerra: il Sinodo ha espresso «viva preoccupazione» per «l’escalation del terrorismo di matrice islamista che colpisce in vari Paesi a maggioranza islamica, in Europa e nel resto del mondo», ma anche denunciato «la crescita di un pregiudizio anti-islamico che pretende di associare un’intera comunità di fede al terrorismo e alla violenza jihadista». È «una bestemmia l’associazione del nome di Dio a strategie di terrore, violenza e omicidio», ma non è in corso nessuna «guerra di religione».

Oltre ad argomenti importanti per la vita delle Chiese valdesi e metodiste – a cominciare dall’otto per mille, in calo di poco più del 5% dopo anni di crescita, su cui è stata riconfermata la linea del «nemmeno un euro per il culto» ma tutto alla cultura e al sociale, pur ribadendo che «siamo una Chiesa» –, al Sinodo si è parlato anche di migrazioni, libertà religiosa e di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel febbraio scorso, per cui è stato approvato uno specifico ordine del giorno in cui si chiede a Italia ed Egitto «di proseguire nella ricerca della giustizia e della verità».

Sul tema della libertà religiosa in Italia, severa critica all’approvazione delle leggi sull’edilizia di culto di Lombardia e Veneto, che «limitano diritti costituzionalmente garantiti quali la libertà di coscienza e di religione»: leggi contro tutte le confessioni religiose che non hanno ancora firmato un’Intesa con lo Stato italiano, di fatto veri e propri provvedimenti anti-moschee approvate dalle due Regioni a trazione fascio-leghista. I valdesi rilanciano la necessità di una legge quadro sulla libertà religiosa che superi quella del 1929 sui «culti ammessi» e fanno una proposta: il 17 febbraio, data dell’emancipazione dei valdesi grazie alle lettere patenti del 1848 del re Carlo Alberto (ma anche il giorno in cui, nel 1600, Giordano Bruno fu messo al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione), sia la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

Confermato l’impegno sulla questione migrazioni, con i “Corridoi umanitari” («da progetto pilota potrebbe trasformarsi in un efficace strumento di gestione dei flussi migratori verso l’Europa», ha auspicato il responsabile, Paolo Naso) e l’appello per «una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti», ha ribadito Bernardini. Un pensiero e un atto concreto anche sul terremoto che ha colpito l’Italia centrale proprio durante il Sinodo: la Federazione delle Chiese evangeliche ha aperto una raccolta fondi a favore delle popolazioni per interventi di urgenza.

Valdesi gay friendly

21 agosto 2016

“il manifesto”
21 agosto 2016

Luca Kocci

Comincia oggi a Torre Pellice (To), “capitale” delle valli valdesi piemontesi, il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che contano in Italia circa 30mila fedeli. I 180 “deputati” eletti dalle comunità (90 laici e 90 pastori, più di un terzo donne) si riuniscono fino a venerdì per discutere e deliberare democraticamente su temi ecclesiali e sociali, dall’ecumenismo all’otto per mille, dalle “nuove famiglie” alle migrazioni, questione su cui sono in prima linea con i “Corridoi umanitari”, un programma di arrivo in sicurezza e accoglienza nel nostro Paese di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.

Ne parliamo con il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Corridoi umanitari: quale bilancio si può fare?

L’iniziativa ha un valore prevalentemente simbolico, soprattutto per i suoi numeri modesti: circa 300 persone sono state trasferite in sicurezza in Italia. Ma è stata riconosciuta da parte di Mattarella, del ministro Gentiloni, del papa, come una modalità che governi europei ed istituzioni internazionali dovrebbero replicare per andare incontro a chi non può continuare a vivere in zone devastate dalla guerra e dalla violenza. È la dimostrazione che è possibile affrontare la questione in modo umano e programmato e non solo emergenziale. Serve subito una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti.

Da anni nelle comunità valdesi si benedicono le unioni omosessuali. Ora anche l’Italia ha una legge sulle unioni civili. Siete soddisfatti?

Nel 2010 il Sinodo, dopo un dibattito che ha diviso e lacerato anche la nostra Chiesa, ha accolto la possibilità di benedire unioni di persone dello stesso sesso, con alcuni limiti, perché siamo una comunità di fede, non una “agenzia matrimoniale”: che almeno uno della coppia sia un membro della nostra Chiesa e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. Quindi apprezziamo la legge: tutto ciò che aiuta a consolidare i rapporti di solidarietà, di affetto, di sostegno reciproco non indebolisce ma rafforza la società.

E la stepchild adoption?

Quando un rapporto di genitorialità non biologica è già in atto, ci sembra nell’interesse dei minori riconoscere il ruolo del partner anche dello stesso sesso, come del resto già fanno molti giudici. Siamo una Chiesa “gay friendly”, ma in crescita, ci sono ancora opinioni diverse, però indubbiamente delle decisioni sono state prese.

Durante questo Sinodo verrà approvato il documento sulle “nuove famiglie”?

Probabilmente verrà votato nel Sinodo del 2017. Abbiamo voluto chiamarlo “nuove famiglie” perché siamo convinti che esistano vari modi di essere famiglia, ma siamo ancora discutendo. Cerchiamo di trovare fra noi sempre il massimo consenso possibile, non ci basta la metà più uno, anche perché, soprattutto nel campo dell’affettività, se non c’è il pieno convincimento, le vittorie sono fragili e si rischiano dei contraccolpi negativi.

Dopo anni di crescita, le firme per l’otto per mille ai valdesi sono in calo: dalle 604mila del 2012 (40 milioni di euro) alle 562mila del 2013 (37 milioni). Come mai?

Difficile dirlo. Tutti hanno registrato un calo, tranne la Chiesa cattolica (cresciuta di 40mila firme, incasso di 1.018 milioni, ndr), forse anche grazie all’effetto papa Francesco. Ci sono stati nuovi ingressi, ortodossi e battisti, ce ne saranno anche il prossimo anno, buddisti e induisti, quindi potrebbe esserci una nuova flessione. È la conferma che l’Italia è un Paese sempre più plurale.

Nella Chiesa valdese qualcuno avanza delle perplessità sul “nemmeno un euro per il culto”, l’elemento che ha vi sempre caratterizzato, perché ridimensionerebbe il valore del religioso rispetto al sociale. Ci saranno dei ripensamenti su questo punto?

Quando abbiamo aderito all’otto per mille abbiamo deciso di tenere fuori il culto, il mantenimento dei pastori, la manutenzione delle chiese perché pensiamo che ognuno sia libero di sostenere la propria organizzazione religiosa, ma il contribuente che non aderisce ad una fede non deve pagarne i costi. E abbiamo voluto inserire questo punto anche nell’accordo sottoscritto con lo Stato. Quindi per un ripensamento ci vorrebbe prima una votazione del Sinodo e poi una modifica della legge.

Avete intensificato la pubblicità per l’otto per mille, che passa anche sulle reti televisive nazionali. Si tratta di un cambiamento rispetto al vostro tradizionale “basso profilo”…

Destiniamo a pubblicità e comunicazione non più del 3%, essendo aumentate le entrate è cresciuta anche la cifra per la pubblicità, ma non abbiamo cambiato criterio. Abbiamo riflettuto se diminuire questa percentuale, d’altro canto c’è anche chi lamenta di non essere sufficientemente informato. Resta il fatto che occorre aprire un dibattito su come si possano finanziare le organizzazioni religiose. Oggi, per esempio, con l’otto per mille non è possibile sostenere il mondo islamico, ma ci sono flussi di denaro che arrivano dall’estero, non si sa bene da chi, per i bisogni religiosi della popolazione musulmana in Italia. È questa la soluzione? Credo che occorra discuterne e capire se non ci sia un altro modo che consenta un accesso più trasparente alle risorse, sia pubbliche che private.

Il 31 ottobre si aprirà il cinquecentenario della Riforma protestante. Qual è l’attualità di Lutero?

Lutero, come ancora prima i valdesi, ha compreso che la fede cristiana trova il suo massimo valore nell’essenzialità. Lo splendore, le aggiunte che ci sono state nel corso dei secoli hanno offuscato e nascosto la forza di rottura della fede cristiana. Bisogna recuperare l’essenzialità della fede.

Nuova nomina, vecchio stile? Dopo solo due anni il vescovo di Caserta è in odore di trasferimento

9 agosto 2016

“Adista”
9 agosto 2016

Luca Kocci

È arrivato a Caserta poco più di due anni fa, ma il vescovo del capoluogo campano, il focolarino mons. Giovanni D’Alise, sarebbe già sul punto di fare le valige. Da ambienti interni e comunque molto vicini alla curia casertana si dà infatti per certo l’imminente trasferimento di D’Alise alla guida della diocesi di Nola, dove il vescovo Beniamino Depalma ha da poco compiuto 75 anni, rassegnando le canoniche dimissioni per raggiunti limiti di età. Sponsor dell’operazione – a cui mancherebbe solo la firma finale di papa Francesco – sarebbe mons. Giovanni Angelo Becciu, focolarino come D’Alise ed influente monsignore di Curia (romana), sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana (una sorta di ministro degli Interni di Oltretevre) nominato da Benedetto XVI e confermato da Francesco.

Il trasferimento, se confermato, sarebbe quanto meno inusuale. D’Alise infatti, ha 68 anni, e almeno altri sette anni di episcopato davanti a sé, che non sono pochi ma nemmeno così tanti per giustificare l’avvio del ministero in una nuova diocesi. Tanto più che a Caserta è arrivato da pochissimo tempo: nominato da papa Francesco vescovo di Caserta nel marzo 2014 – successore di mons. Pietro Farina, prematuramente deceduto nel settembre 2013 –, è entrato in diocesi nel mese di maggio, poco più di due anni fa, un tempo eccezionalmente breve per l’esercizio di un ministero episcopale.

A meno che non siano intervenute circostanze particolari. E in effetti, pur nella sua brevità, l’episcopato di mons. D’Alise è stato caratterizzato da una serie di episodi che hanno avuto come protagonista – non sempre positivo – il vescovo, a cominciare dalla “blindatissima” e costosissima cerimonia di insediamento (v. Adista Notizie n. 20/14).

Nel luglio 2014, dopo che papa Francesco annunciò che sarebbe andato a Caserta a trovare il suo amico pastore pentecostale Giovanni Traettino, D’Alise mise in campo tutte le proprie amicizie vaticane (in primis il card. Angelo Comastri, oltre allo stesso Becciu)e fece in modo che, due giorni prima della visita alla Chiesa evangelica della riconciliazione del pastore Traettino, il papa andasse a Caserta, per una visita-lampo di poche ore su cui molti preti della diocesi espressero una serie di riserve, per l’improvvisazione con cui era stata preparata e per la rigida censura operata dallo stesso D’Alise sugli interventi dei preti – che ha voluto leggere e vagliare in anticipo – durante l’incontro con il clero casertano («Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione – dissero allora alcuni di loro –. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata»). A febbraio 2015, poi, un nuovo episodio, con l’allontanamento dall’episcopio di un centinaio di scout impegnati in un fine-settimana di formazione che, secondo il vescovo, stava durando troppo e non era stato autorizzato (v. Adista Notizie n. 13/15 e Adista Segni Nuovi n. 23/15). Nella scorsa primavera, l’organizzazione di un percorso sul Giubileo per gli studenti delle scuole casertane a cui venne chiesto un contributo di 4 euro a testa per l’organizzazione; ma alcune scuole – molto poche in realtà – si sfilarono, perché «il Giubileo della misericordia non si paga» (v. Adista Notizie n. 12/16). Infine la chiusura dell’Istituto di Scienze religiose, accorpato a quello di Capua

Insomma una serie di episodi che hanno aumentato i dissensi e i malumori dei confronti di D’Alise, il quale, resosi conto che a Caserta gli spazi stavano diventando per lui sempre più stretti, dopo aver tentato invano di essere spostato a Benevento, starebbe per ottenere, per intercessione di Becciu, il trasferimento a Nola, una diocesi con un territorio più ampio di quello di Caserta – nonché sede di importanti industrie, a cominciare dalla Fiat di Pomigliano d’Arco, dove il vescovo Depalma ha più volte manifestato insieme agli operai (v. Adista Notizie nn. 25, 34 e 52/09 e 27/13) –, ma sicuramente meno importante, per cui non si può parlare di una promozione, semmai di una via di uscita da un ambiente sempre più insofferente al proprio vescovo.

Se il trasferimento di D’Alise a Nola dovesse effettivamente arrivare, sarebbe anche il segnale di un freno al rinnovamento degli ultimi mesi operato dal papa nei confronti delle diocesi campane. Infatti dopo due nomine episcopali di rottura – ed esterne alle tradizionali cordate, rappresentate soprattutto dai cardinali Sepe e Vallini, che hanno di fatto gestito l’episcopato campano nell’ultimo decennio –, come quella di mons. Felice Accrocca a Benevento (prima parroco a Latina) e di mons. Domenico Battaglia a Cerreto Sannita (prima parroco a Catanzaro e presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche fondata da don Mario Picchi), si tornerebbe al passato dei giochi di potere e delle pedine mosse dall’alto. Papa Francesco ci metterà la sua firma?