Quella «santa chiesa» di nome Cosa nostra

24 gennaio 2020

“il manifesto”
24 gennaio 2020

Luca Kocci

Nel Giorno della civetta, Leonardo Sciascia inventa un dialogo fra due mafiosi, «il vecchio» e «il giovane», che parlano di Calogero Dibella, confidente dei carabinieri, detto Parrinieddu («il soprannome, che voleva dire piccolo prete, gli veniva dall’eloquio facile e dall’ipocrisia che trasudava», scrive Sciascia). «Io dico – spiega il vecchio –: ti ho lasciato fare la spia perché, lo so, devi tirare a campare; ma devi farlo con giudizio, non è che devi gettarti contro la santa chiesa. E santa chiesa voleva dire di se stesso intoccabile, e del sacro nodo di amicizie che rappresentava e custodiva».

La metafora della «santa chiesa» per alludere a Cosa nostra – ma anche il soprannome di Parrinieddu – richiama l’intreccio di relazioni che, in oltre 150 anni di storia d’Italia, si è sviluppato fra mafie e Chiesa cattolica, fatto di contaminazioni, coabitazioni, distanziamenti e qualche denuncia. All’indagine di questo reticolo è dedicato Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie, appena uscito per l’editore trapanese Di Girolamo (pp. 236, euro 20) e curato da Augusto Cavadi, teologo critico e cofondatore della scuola di formazione etico-politica «Giovanni Falcone», che già 25 anni fa curò un analogo libro per le Dehoniane di Bologna, in due tomi mai più ristampati. Il volume verrà presentato per la prima volta il 24 gennaio a Palermo, presso la Casa dell’equità e della bellezza (ore 17.30, via Garzilli 43/A, zona Politeama), dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, e dall’autore, che il manifesto ha intervistato.

 Cavadi, il Vangelo e la lupara dovrebbero essere incompatibili, l’uno la negazione dell’altro. Eppure scrivi che «la stragrande maggioranza dei mafiosi si professa cattolica, tiene molto a sposarsi secondo il rito cattolico, a battezzare e cresimare i figli, a lasciare il mondo con un solenne funerale in chiesa…». Quali sono le ragioni di questo volersi dire, e soprattutto volere apparire, cattolici?

La religione, qualsiasi religione, offre molteplici vantaggi. Dal punto di vista soggettivo attenua l’angoscia ancestrale della morte, dal punto di vista sociale conferma l’appartenenza identitaria a una comunità. Nonostante la secolarizzazione galoppante, non è facile per nessuno rinunziare a questi vantaggi psicologici e sociologici.

Alcuni mafiosi non si limitano ad ostentare la loro adesione al cattolicesimo – cosa che potrebbe essere dettata da opportunità o interesse –, ma appaiono cattolici anche nel privato, come dimostrano per esempio le Bibbie trovate nelle loro case o le messe fatte celebrare nei loro “covi”. Si tratta di fede autentica?

La teologia contemporanea ci invita a distinguere la religione, come struttura storico-culturale, dalla fede, come apertura del soggetto al mistero della vita, all’alterità, alla novità. Gesù di Nazareth è stato assai poco ossequioso della religione, ma ha testimoniato la sua fede sino alla croce. Come molti cattolici praticanti, ma l’osservazione vale per tutte le altre confessioni, anche i mafiosi scambiano l’esercizio manifesto della religione con l’autenticità interiore della fede

Forse allora c’è un problema ecclesiologico: il Vangelo è radicalmente antitetico alla mafia, ma l’istituzione ecclesiastica, o i singoli pastori, lo hanno reso compatibile, realizzando un po’ quello che scriveva don Lorenzo Milani: «Il galateo, legge mondana, è stato eretto a legge morale nella Chiesa di Cristo». Insomma si presta attenzione alla forma, al ritualismo, al devozionismo, e non alla sostanza…

Esattamente. In questi anni stiamo assistendo al dramma di un papa che vorrebbe disseppellire i semi della fede dai sepolcri della religione e, dunque, si scontra con frange consistenti e autorevoli della sua Chiesa. I molti cattolici che, secondo le indagini sociologiche più recenti, votano Lega o Fratelli d’Italia, e prima per Berlusconi, aborriscono dal cristianesimo come messaggio impegnativo e destabilizzante e si abbarbicano al cristianesimo come fattore di identità nazionalistica, al massimo occidentale, e di salvaguardia dei privilegi secolari conquistati in secoli di colonialismo sanguinario.

La periodizzazione classica dei rapporti fra Chiesa e mafie distingue una prima fase di «compromissione» (dalle origini alla seconda guerra mondiale), una seconda di «coabitazione» (dal secondo dopoguerra al crollo della Prima Repubblica) e una terza (quella attuale) di «presa di distanza». Lei sostiene che questa scansione è più consolatoria che realistica e che invece collusione, convivenza e rottura non si susseguono nel tempo ma si intrecciano continuamente. Questo è vero, ma non le sembra che dal cardinal Ruffini – che negli anni ‘50 e ’60 diceva che la mafia era un’invenzione dei comunisti – a papa Francesco sia cambiato qualcosa a livello strutturale?

I documenti che riporto nel testo in versione integrale confermano questa evoluzione. Ritengo, però, che come nel passato non c’è stata solo complicità fra le «due Cupole», ovvero vertici cattolici e vertici mafiosi, così oggi non c’è solo opposizione. Purtroppo, nonostante i mutamenti, resta un elemento di continuità: l’illusione di troppi, fra preti e fedeli, che si possa mantenere un’equidistanza, una neutralità, fra mafia e lotta alla mafia. È sempre la stessa storia: cristiani che si illudono di non essere né con Hitler né con gli ebrei, né con i razzisti del Ku Klux Klan né con i neri mobilitati da Martin Luther King e Malcom X. Giovanni Falcone non si stancava di ripeterlo: scendete dagli spalti dove assistete alla corrida tifando ora per il toro ora per il torero. I cattolici non sono né migliori né peggiori della media statistica della popolazione: solo che Gesù ha testimoniato che il regno di Dio entra nella storia solo nella misura in cui tra prevaricatori e vittime, tra ricchi e impoveriti, si prende posizione netta. Senza odio né violenza superflua, ma con determinazione. Trasformare l’adesione al cristianesimo in opzione per il moderatismo, per il tradizionalismo conservatore è un’operazione perversa e tecnicamente diabolica.

La «scomunica» ai mafiosi di papa Francesco è stato un atto importante?

Una cosa è condannare i mafiosi in generale, un’altra cosa per il parroco di provincia negare al boss del quartiere il diritto di fare da padrino alla cresima di un nipote. Le scomuniche mi lasciano tiepido. Se apro un bar, e lo vedo frequentato da brutta gente, prima di preoccuparmi su come estrometterla farei bene a chiedermi che cosa la attrae. Per esempio potrei scoprire che è meglio togliere le slot machine o che il mio cassiere vende droga sottobanco. Fuor di metafora, le comunità cristiane farebbero bene a chiedersi che cosa in esse attira tanto i mafiosi: potrebbero scoprire che sono ancora centri di potere, di scambi di favore, di clientele elettorali, di occasioni di profitto.

Diventare «Chiesa povera e dei poveri», come sognava Giovanni XXIII?

Sì. La Chiesa per liberarsi definitivamente dall’abbraccio con i mafiosi dovrebbe essere «povera e dei poveri», senza potere e con il minimo di denaro necessario a sopravvivere. La mafia chiede alle Chiese soprattutto coperture simbolico-ideologiche e legittimazione sociale: solo tornando alla radicalità rivoluzionaria del Vangelo esse potranno negargliele.

 

Breve bibliografia sull’argomento

La bibliografia sul tema Chiese e mafie è ampia. Fra i titoli più recenti, di taglio storico: Isaia Sales, I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafie e Chiesa cattolica (Baldini Castoldi Dalai, 2010) e Vincenzo Ceruso, Le sagrestie di Cosa nostra. Inchiesta su preti e mafiosi (Newton Compton, 2007). Di taglio storico-sociologico: Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra (Laterza, 2008) e L’immaginario devoto tra mafie e antimafia. Riti, culti e santi, a cura di Tommaso Caliò e Lucia Ceci (Viella, 2017). Sul versante teologico ed ecclesiologico: Augusto Cavadi, Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2009) e Rosario Giuè, Vescovi e potere mafioso (Cittadella, 2015)

Al Macrico un parco pubblico. La richiesta di mons. Nogaro e dei casertani al comune e alla Chiesa

18 gennaio 2020

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2020

Luca Kocci

L’area ex Macrico di Caserta diventi un «polmone verde» per tutta la città, non una «letale metastasi edilizia». I cittadini e le associazioni casertane – animati dal comitato Macrico Verde – rilanciano la battaglia per destinare a parco pubblico l’area di 33 ettari nel cuore di Caserta (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come piazza d’armi e poi alle Forze armate italiane che la trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, attiva fino al 1994 quando rientrò nella disponibilità dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc), che in questi decenni ha a più riprese tentato di venderlo al miglior offerente per fare cassa.

In prima fila per la difesa e la restituzione ai cittadini del Macrico, come vent’anni fa – quando fece il suo primo intervento pubblico durante la celebrazione del Te Deum del 31 dicembre 2000 («Meno beni ha la Chiesa, più bene sta, non permetterò nessun tipo di speculazione», v. Adista Notizie n. 9/01) –, c’è ancora l’ex vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che lo scorso 3 gennaio ha ospitato nella propria abitazione la conferenza stampa durante la quale è stata presentata la petizione popolare per chiedere al Comune di Caserta di attribuire al Macrico la classificazione di «zona omogenea F2 – Verde pubblico», ovvero la totale e completa inedificabilità. Accanto a Nogaro, una serie di associazioni locali: la fondazione Don Giuseppe Diana, Pax Christi, l’Agesci, Casa Rut delle suore orsoline (che lavorano con le donne vittime di tratta e schiavitù a scopo sessuale), Casa Zaccheo dei padri sacramentini, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani e poi l’Arci, Italia Nostra, Legambiente, il Wwf e altre ancora. Tutti a chiedere la destinazione F2, l’unica che, si legge nella petizione, «qualificherebbe l’area come “territorio inedificabile destinato alla realizzazione di giardini pubblici coi relativi arredi fissi richiesti per la loro più completa fruizione da parte dei bambini, degli adulti e delle persone anziane”, vietando inoltre “la edificazione di nuove costruzioni anche di carattere provvisorio che eccedono in volume i 18 metri cubi” ed infine garantendo un “indice di piantumazione minimo di 300 alberi per ettaro”». Insomma un vero e proprio bosco urbano, per una città assetata di verde (inadempiente rispetto ai minimi stabiliti dalla legge) e assediata da cave, cementifici e rifiuti tossici della «terra dei fuochi». «Abbiamo intenzione di dare finalmente voce ai casertani», spiega Maria Carmela Caiola, portavoce del comitato Macrico Verde. «Il nostro obiettivo è quello di presentare questa petizione con almeno diecimila firme per convincere questa amministrazione che il Macrico non è terra di conquista per gli speculatori e che l’unica soluzione giusta, oltretutto a costo zero, è quella di destinare l’area a parco pubblico».

Dalla parte del comitato sembra esserci anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il quale, tramite un messaggio letto durante la conferenza stampa dalla senatrice cinquestelle Vilma Moronese, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, ha auspicato una rapida soluzione della questione con l’assegnazione della destinazione urbanistica F2.

Meno convinto pare invece il sindaco di Caserta, Carlo Marino (ora del Partito democratico, qualche anno fa di Forza Italia), che ha dichiarato di «non essere un sostenitore del Macrico interamente verde» e che nell’area vorrebbe costruire un scuola. Per il comitato, un «cavallo di Troia» con il quale avviare la cementificazione invece di realizzare il parco.

Comunque ora con la petizione, che sicuramente raggiungerà l’obiettivo delle diecimila firme visto il grande consenso di cui da sempre gode la proposta di un Macrico verde a disposizione dei casertani, il Comune dovrà prendere una posizione netta e dire o sì o no al progetto. Così come dovrà farlo l’Idsc, proprietario dell’area, che anni fa l’aveva messa in vendita a quaranta milioni di euro (con il placet della Conferenza episcopale italiana, che ha l’ultima parola per importi così elevati) e che ha più volte presentato ricorsi amministrativi contro i vincoli della Sovrintendenza che hanno reso parzialmente inedificabile e che da sempre si è schierata contro le proposte di destinazione urbanistica F2, che inevitabilmente farebbe perdere valore all’area, non rendendola più appetibile per eventuali acquirenti privati.

Lo scontro intorno all’ex-Macrico, verde di prati e alberi o grigio di cemento e asfalto, comincia nel 1994, quando appunto l’Idsc di Caserta vince una causa e rientra in possesso dell’area di 324.533 metri quadrati – tre quarti dei quali coperti da alberi e prati – situata nel centro di Caserta, quindi appetibile a molti. Ma il vescovo Nogaro si mette di traverso e ne blocca la vendita (gli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, articolazione periferica dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, hanno personalità giuridica autonoma, sono pertanto indipendenti dal vescovo, a cui però devono chiedere l’autorizzazione alla vendita per cifre superiori ai 250mila euro, e alla Cei per cifre oltre il milione). È sulla scia di quel Te Deum che si costituisce il comitato Area ex Macrico (poi comitato Macrico Verde) che, negli anni, si batte per salvare il terreno dai numerosi tentativi di vendita ai costruttori e per farne uno spazio pubblico verde a disposizione di tutta la città (v. Adista Notizie nn. 9, 11, 13, 15, 43, 51, 63, 73 e 87/07; 65/08). Fino a quando, nel 2008, riesce ad ottenere il vincolo parziale da parte della Soprintendenza, contro cui – andato frattanto in pensione Nogaro – l’Idsc fa ricorso, prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, che alla fine conferma il vincolo (v. Adista Notizie nn. 8/12 e 45/18).

«La Chiesa restituisca alla città» il Macrico «come bene comune indivisibile», per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra», scriveva il comitato Macrico Verde, sei anni fa, a papa Francesco, in visita a Caserta (v. Adista Notizie n. 29/14). «Non chiediamo che la Chiesa doni nulla ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti». Sarà la volta buona?

Sergio Tanzarella: «La proprietà deve avere una funzione sociale. La Cei ne è al corrente?»

18 gennaio 2020

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2020

Luca Kocci

Insieme all’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, Sergio Tanzarella (professore di Storia del cristianesimo alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma) è una delle “memorie storiche” della vicenda dell’ex Macrico, l’area di 33 ettari di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc) di Caserta che i cittadini vorrebbero diventasse un parco pubblico e, per questo, hanno appena lanciato una petizione popolare rivolta al sindaco della città (v. qui). Adista lo ha intervistato.

Quest’anno 2020 si celebreranno i venti anni dal famoso Te Deum in cui il vescovo Nogaro prese la parola per denunciare i rischi di speculazione edilizia sull’ex Macrico. La cementificazione pare scongiurata, grazie alle lotte dei cittadini, ma il Macrico è ancora lì, inaccessibile ai casertani. Cosa è accaduto in questi venti anni?

Tutti i sindaci che si sono succeduti (Forza Italia, Popolo della Libertà, Ds, Pd) hanno tentato l’assalto all’area con inverosimili progetti (case per artisti, teatri, auditorium, parco dell’aereospazio, nuova cattedrale, cine- ma, case per studenti) con relative opere di urbanizzazione, strade larghe 20 metri, parcheggi, uffici e lottizzazioni con alcuni milioni di metri cubi di cemento residenziale. Anche grazie al nostro movimento Macrico Verde non ci sono riusciti. Nel caso delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità Nazionale, a progetto già pronto e approvato da un sindaco sostenuto dal Pd, hanno arrestato il famoso Angelo Balducci, a capo dell’Unità di missione dei Grandi eventi, e tutti i progetti, compreso quello sul Macrico, sono stati cancellati. Da parte nostra siamo riusciti a far porre su parte dell’area dei vicoli storici e ambientali che oggi creano problemi ai palazzinari e ai politicanti loro soci. Da 19 anni il nostro gruppo di associazioni e cittadini tiene sotto scacco speculatori e affaristi: non è poco.

Chi sono stati i principali responsabili di questa inerzia?

Le varie maggioranze che nel Consiglio comunale hanno rifiutato di dare qualifica urbanistica all’area che è ex militare, quindi priva di destinazione d’uso. Qualificarla F2, cioè parco urbano, senza possibilità edificatoria, significa farla scendere di valore e renderla inservibile agli speculatori e di scarso profitto per l’Idsc, il quale continua a tenere una proprietà senza pretendere, come suo diritto, che venga qualificata e pagando ogni anno trecentomila euro di Imu. La Regione, da parte sua, sin dai tempi di Bassolino, ha promesso sostegni per la realizzazione del Parco e inserimento in progetti europei: solo promesse.

E il ruolo della Chiesa?

In venti anni ho sempre chiesto colloqui a presidenti e segretari della Conferenza episcopale italiana per affrontare il caso che rappresenta un vero scandalo per la Chiesa italiana. Tranne un breve e improduttivo incontro con l’allora segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, al quale lasciai tutte le carte senza essere mai più richiamato, nessuno ha mai risposto alle mie lettere nemmeno come forma di pura cortesia. Se è legittimo avere una proprietà, mi chiedo come è moralmente giustificabile tenerla inutilizzata per vent’anni. Come è noto, per la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa la proprietà privata deve avere sempre una funzione sociale.

Con la petizione si rilancia la battaglia per il Macrico verde. Perché proprio ora questa nuova iniziativa? Qual è l’obiettivo che si intende raggiungere?

La giunta comunale ha da poco deliberato la costruzione nel Macrico di una scuola su una porzione dell’area. Si tratta di un evidente “cavallo di Troia” per spezzettare l’area e asservirla agli intenti speculativi. Una scuola inutile, al costo di cinque milioni di euro, mentre con molto, molto meno si potrebbero ristrutturare quelle esistenti considerato anche l’inesorabile calo demografico della città. La petizione costringerà il Consiglio comunale a discutere della destinazione d’uso dell’area, cosa fino ad oggi prudentemente sempre evitata, e dimostrerà che la maggioranza dei cittadini vuole un vero parco, che tra l’altro già in parte esiste nell’area.

Dal Macrico verde alla “terra dei fuochi”. È cambiata la situazione in questi anni o l’urgenza ambientale prosegue?

Nulla di mutato. L’emergenza ambientale è ormai un dato strutturale dell’area e ci vorranno decenni per ridurre i danni di una impronta ambientale distruttiva e mortale, ammesso che si arrivi ad una inversione di tendenza. Non sono ipotesi. I dati di incidenze tumorali e mortalità sono in crescita da anni. Molte falde acquifere sono compromesse per sempre, fiumi come il Sarno e il Volturno sono morti e portatori di morte, molte decine di chilometri di costa non sono balneabili, cave nei centri abitati, polveri sottili, discariche di ogni genere. I reparti oncologici sono da anni sotto assedio. Una parte della Campania è condannata e i partiti si trastullano con la propaganda e la mistificazione: qui i mandolini non suonano più. Siamo alla catastrofe e molti pretendono anche di negarla. Il sindaco di Caserta, Carlo Marino, l’affronta nel modo migliore: abbatte alberi o li fa potare tanto da farli morire e volendo collocare un biodigestore di fronte alla Reggia.

I vescovi delle diocesi campane della “terra dei fuochi” hanno pronunciato una sorta di mea culpa per la disattenzione della Chiesa su questo tema, in vista di una prossima iniziativa sull’enciclica Laudato si’ di papa Francesco («Siamo preoccupati dell’“affievolimento” della dimensione profetica del nostro ministero, non solo per quanto riguarda la questione ambientale, ma in genere, per tutto ciò che riguarda la dimensione sociale della fede. Non ne parliamo, non educhiamo abbastanza alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia del creato»). Cosa ne pensi?

Mi appare una importante attenzione e una assunzione di responsabilità in un’ora tanto grave nella quale i partiti latitano. Un’azione di supplenza necessaria e lodevole. Tuttavia non vorrei che ci si riducesse ad organizzare un convegno con qualche esperto. Qui occorre un lavoro capillare di formazione e trasformazione di mentalità che raggiunga tutti e che riorienti il progetto di società. Occorre quindi molto studio, analisi profonde e scelte dirimenti oltre i miti della industrializzazione e della aziendalizzazione di scuola e sanità e compromissione di un territorio già devastato, rompendo tutti i legami e i collateralismi con il mondo del dominio e degli affari.

Dal tuo osservatorio di professore in una Università pontificia e in una Facoltà teologica, ti sembra che nel clero e nella Chiesa sia cresciuta la sensibilità ambientale, anche alla luce della Laudato si’?

L’enciclica non mi pare sia penetrata nel tessuto profondo delle comunità. Si avverte anzi una complessiva ignoranza del documento. E in ogni caso l’applicazione delle indicazioni della Laudato si’ è lontana da realizzarsi. L’enciclica dovrebbe diventare il riferimento di tutta la catechesi e per tutte le età di tutte le comunità. E dovrebbe ispirare i processi di rinnovamento di mentalità e azioni all’interno delle diocesi campane. La Facoltà teologica dovrebbe essere invitata a dare il proprio contributo per la formazione di una sensibilità sociale diffusa contro lo spreco e l’indifferenza. A me sembra che dalle diocesi questa richiesta non sia mai arrivata. Ci sono certo singole iniziative esemplari ma non un progetto comunitario e condiviso.

 

È caos in Vaticano, Ratzinger alla fine ritira la firma dal libro

15 gennaio 2020

“il manifesto”
15 gennaio 2020

Luca Kocci

Firmo. Anzi no: non firmo più.

È il caos in Vaticano dopo le anticipazioni di Des profondeurs de nos coeurs, il libro a due mani, la cui uscita è prevista oggi in Francia dall’editore Fayard, firmato dal papa emerito Benedetto XVI (al secolo Joseph Ratzinger) – che però ieri ha «ritirato» la propria firma – e dal cardinale ultraconservatore Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

«Silere non possum, non posso tacere», scrive Ratzinger: il celibato dei preti è «indispensabile». E Sarah: l’indebolimento dell’obbligo del celibato «metterebbe in discussione il magistero del Concilio e dei papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Supplico papa Francesco di proteggerci definitivamente da tale eventualità ponendo il veto a qualsiasi indebolimento della legge del celibato sacerdotale, anche se limitato all’una o all’altra regione».

L’obiettivo è chiaro. Alla fine di ottobre il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, con la maggioranza dei due terzi, ha invitato papa Francesco a consentire che in alcune regioni amazzoniche, dove i sacerdoti mancano, siano ordinati preti anche gli uomini sposati e con figli. A breve Bergoglio dovrà esprimersi, con l’emanazione dell’Esortazione postsinodale, e prendere una decisione definitiva.

Il libro è un macigno lanciato davanti a piedi del papa. Francesco può anche scegliere di allentare l’obbligo del celibato – dicono Ratzinger e Sarah –, ma sappia che, se lo farà, sarà responsabile di aver azzerato il magistero dei suoi predecessori sulla cattedra di Pietro. Con conseguenze che potranno essere imprevedibili. Non è una minaccia, ma un avvertimento sì.

Forse stupito dal clamore mondiale suscitato dal libro, universalmente interpretato come un attacco del papa emerito al papa regnante, ieri Ratzinger ha fatto un passo indietro e ritirato la propria firma. «Posso confermare che questa mattina su indicazione del papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall’introduzione e dalle conclusioni», ha dichiarato il suo fedele segretario personale, monsignor Gorge Gaenswein. E ancora: «il papa emerito sapeva che il cardinale stava preparando un libro e aveva inviato un suo testo sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva», ma «non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso».

Sembra però né più né meno l’atto di colui che prima lancia il sasso e poi ritira la mano. Tanto più che Sarah non ci sta a fare la parte di quello che ha ingannato Ratzinger (che, fra l’altro, lo creò cardinale nel 2010) e tira fuori le carte che confermano il pensiero di Benedetto XVI sul celibato e il via libera allo stesso Sarah: «Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista», gli avrebbe scritto Ratzinger in una lettera datata 25 novembre 2019.

Oggi si scoprirà se Fayard inizierà a vendere il libro a doppia firma, oppure se lo bloccherà in attesa di ristamparlo senza il nome di Benedetto XVI. «Sono sopraffatto dalla tempesta che si è abbattuta sul cardinale Sarah», ha scritto su Twitter Nicolas Diat, direttore di Fayard. Intanto ieri sera il volume era già acquistabile online (a 18 euro), con la foto di Ratzinger e la firma Benoit XVI in copertina.

Lo scenario sembra quasi tardo medievale: un papa riformatore (Francesco) e un «antipapa» conservatore (Benedetto XVI), che si fronteggiano, sostenuti da pezzi di Curia a sua volta spaccata in due, su un nodo particolarmente sensibile e divisivo per la Chiesa cattolica romana: la possibilità di ordinare preti uomini sposati (come per altro avviene nella Chiesa cattolica di rito orientale e in altre Chiese cristiane, che hanno lo stesso Vangelo che si legge a Roma!).

La realtà è quella di un’inedita e scomoda coabitazione fra due papi, di cui quello emerito non si è ritirato a vita privata in Baviera, ma risiede in Vaticano e non rinuncia a dire la sua su temi scottanti, come quando la scorsa primavera, un mese dopo il vertice internazionale antipedofilia in Vaticano voluto da papa Francesco, pubblicò un testo in cui spiegava che la pedofilia era nata con il ‘68 e la liberazione sessuale. E di una battaglia che si sta combattendo nei sacri palazzi in attesa del documento post sinodale di papa Francesco che, se accogliesse le proposte dei vescovi e consentisse l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, determinerebbe una svolta profonda nella Chiesa romana.

A Vicofaro un sit-in a sostegno della parrocchia di don Biancalani e dei migranti

11 gennaio 2020

“Adista”
n. 1, 11 gennaio 2020

Luca Kocci

Sit-in a Vicofaro (Pt) l’11 gennaio, per difendere e sostenere l’esperienza di accoglienza di don Massimo Biancalani, che ospita, nei locali della parrocchia del piccolo centro alle porte di Pistoia e nella stessa chiesa, decine di giovani migranti africani.

«La diffusione di manifestazioni di razzismo e di intolleranza in tutto il Paese, e in particolare nella nostra città, e l’assuefazione al silenzio e all’indifferenza di fronte all’odio razziale e alla discriminazione del “diverso” per lingua, etnia, genere e religione, crea in tutti noi una viva preoccupazione», spiegano dall’Assemblea permanente antirazzista antifascista di Vicofaro, che ha convocato il sit-in regionale «contro l’odio e l’indifferenza» (l’11 gennaio alle 16, davanti alla parrocchia di Vicofaro, in via Santa Maria Maggiore 71; per adesioni: assembleaantirazzista.vicofaro@gmail.com).

«Ci sentiamo offesi, perciò, dai continui e violenti attacchi dei movimenti fascisti e razzisti, che si spingono fino a chiedere la rimozione da parroco di don Massimo Biancalani e l’allontanamento dei giovani africani accolti nelle strutture delle chiese di Vicofaro e di Ramini, con la collaborazione generosa di tanti volontari che in mezzo a enormi difficoltà fanno ogni sforzo per dare a queste persone un tetto, un pasto, un letto, insieme a una speranza di vita e di futuro».

L’attività di don Biancalani e delle volontarie e dei volontari della parrocchia di Vicofaro è sotto attacco da anni. Iniziò il leader della Lega, Matteo Salvini, con un post su Facebook, nell’estate del 2017, in cui commentava con toni beceri una foto in cui si vedevano alcuni dei ragazzi ospitati a Vicofaro seduti sul bordo di una piscina («Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e antiitaliano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto»). E poi fu la volta dell’amministrazione comunale di Pistoia (guidata da Fratelli d’Italia) e dei fascisti di Forza Nuova e CasaPound (v. Adista Notizie nn. 30 e 41/17; 13, 16, 25, 30, 32 e 38/18; 6/19; Adista Documenti n. 22/19).

«Da più parti si tenta di porre fine a questa esperienza di umanità aperta e solidale e di avvelenare i giovani diffondendo, con l’odio e la paura, ideologie contrarie al rispetto della dignità umana, all’armonia e alla fraternità tra i popoli ed è gravissimo che questa volontà disumana si sviluppi con la connivenza dell’amministrazione comunale e nel silenzio di chi dovrebbe opporsi – si legge nel comunicato-appello dell’Assemblea permanente antirazzista antifascista che convoca il sit-in –. È importante difendere l’esperienza di Vicofaro perché rappresenta un esempio di resistenza rispetto alle politiche neoliberiste che hanno prodotto impoverimento delle popolazioni a livello globale, guerre, sfruttamento dell’uomo e della natura, privatizzazioni, attacco ai diritti sociali e del lavoro, aprendo ampi spazi a chi ha costruito il proprio consenso con politiche xenofobe e razziste che indicano i migranti come capro espiatorio della crisi capitalistica».

Esortiamo quindi tutti i cittadini, conclude quindi l’Assemblea, «a mandare un messaggio chiaro e inequivocabile perché la nostra città continui a scegliere i valori della solidarietà, dell’attenzione e del rispetto per l’altro per riaffermare il fondamentale valore dell’accoglienza e dell’incontro come aspetti costitutivi di un’umanità evoluta che “abbatte i muri” per “costruire ponti tra noi e gli altri”. Siamo dalla parte di tutti coloro che difendono l’universalità dei diritti sociali e civili. Siamo solidali con coloro che sono messi in fuga da guerre, oppressione, miseria e catastrofi naturali. Siamo per l’abolizione dei Decreti Sicurezza, che producono solo repressione, marginalità e precarietà. Siamo con don Massimo Biancalani e con i rifugiati e le rifugiate di Vicofaro e di Ramini, affinché questi Centri di accoglienza possano continuare a offrire un appoggio vitale e una speranza di futuro e a costituire un presidio concreto contro l’emarginazione e la disumanizzazione. Vicofaro non è un problema per Pistoia, è invece un importante servizio per tutta la città, un laboratorio vivo per la costruzione della società futura basata sull’incontro e sul dialogo tra diversi».

Parte il testamento biologico. La Toscana capofila nella raccolta delle Dat

11 gennaio 2020

“Adista”
n. 1, 11 gennaio 2020

Luca Kocci

Sarà la Toscana la prima regione italiana a raccogliere le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ovvero il testamento biologico: le volontà di ogni persona sulle cure che si desiderano evitare alla fine della vita.

Lo annuncia l’assessora alla Salute della Regione Toscana, Stefania Saccardi: entro fine gennaio sarà operativa la banca dati regionale per raccogliere le Dat, che poi verranno riversate in quella nazionale, il cui iter è stato finalmente sbloccato dal Ministero. Era l’atto che ancora mancava per rendere pienamente operativa la legge 219 del 22 dicembre 2017 (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”), quella appunto sul testamento biologico.

«Ci sono state delle lacune normative – spiegava qualche settimana fa all’edizione fiorentina di Repubblica (15/12) Andrea Belardinelli, direttore del settore Sanità digitale e innovazione della Regione –. Le Dat dovevano andare nel fascicolo sanitario elettronico nazionale, ma la normativa approvata nel 2015 non lo prevedeva e questo è stato un primo intoppo». Poi è intervenuto il Garante della privacy e il Consiglio di Stato. Ma adesso gli ultimi ostacoli sembrano superati e il registro regionale potrà partire.

Le Dat potranno essere raccolte dai Comuni, dagli studi dei notai o dalle Asl. «Abbiamo già fatto corsi di formazione al personale – spiega l’assessora Saccardi –, le Asl si sono organizzate anche per allestire gli sportelli che oltre ai normali servizi si occuperanno di raccogliere le Dat». E così entro la fine di gennaio si potranno raccogliere le prime e archiviare nella banca dati quelle già consegnate ma che giacevano nei cassetti. Verranno comunicate ai medici ospedalieri che così indirizzeranno le cure secondo la volontà dei pazienti. Ma saranno accessibili anche ai cittadini, tramite identificazione con il Sistema pubblico di identità digitale (Spid) che garantisce la sicurezza dell’accesso, cosicché potranno modificarle in qualsiasi momento. Perché nella vita si può sempre cambiare idea.

Contro la legge sulla Dat si è sempre schierata la Conferenza episcopale italiana. L’ultima volta lo scorso 11 settembre, con un duro intervento del suo presidente, il card. Gualtiero Bassetti, durante un incontro promosso dal tavolo Famiglia e Vita (che riunisce l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, l’Associazione medici cattolici italiani, il Forum delle famiglie, il Forum sociosanitario, il Movimento per la vita e l’Associazione scienza e vita).

In quell’occasione Bassetti, che aveva esordito con un perentorio «vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente», aveva chiesto al Parlamento di modificare le norme sul testamento biologico, che «rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia».

La legge, aveva aggiunto Bassetti, andrebbe modificata «laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato».

Ma se questo non dovesse essere fatto e se addirittura venissero consentite eutanasia e suicidio assistito, si aprirebbe «un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Ci si avvierebbe lungo un pericoloso «piano inclinato » per cui «diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita, e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato», e «indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto»

Bergoglio “contromano” con la fedele invadente

2 gennaio 2020

“il manifesto”
2 gennaio 2020

Luca Kocci

L’anno di papa Francesco finisce e comincia nel nome delle donne, sebbene con gesti e parole di segno opposto.

La sera del 31 dicembre, in piazza San Pietro, schiaffeggia sulle mani una fedele che lo aveva strattonato con troppo entusiasmo. La mattina del primo gennaio, nell’omelia durante la messa in basilica, condanna la violenza sulle donne.

Il primo episodio accade dopo la celebrazione del Te Deum di fine anno. Il papa esce sulla piazza per salutare i fedeli, e una donna, dietro le transenne, evidentemente per trattenerlo durante il passaggio, lo arpiona e lo tira verso di sé. Francesco tenta di liberarsi dalla presa ma, non riuscendoci, colpisce la donna sulle mani, le grida qualcosa e se ne va contrariato. La notte porta consiglio, i sensi di colpa lavorano (anche perché sui social le battute impazzano: «Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma signo’, oggi è stata fero», citando Mario Brega in un celebre film con Carlo Verdone) e così, all’Angelus del primo dell’anno, arrivano le pubbliche scuse: «Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri», dice Francesco dalla finestra del Palazzo apostolico rivolgendosi ai fedeli in piazza.

Poco prima, la messa in basilica, nel calendario liturgico cattolico dedicata alla solennità di Maria madre di Dio, con l’omelia sulle donne, che «sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo», dice il pontefice. «Da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità», prosegue Bergoglio. «Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato». Facendo poi un implicito riferimento alla questione delle migrazioni, aggiunge: «Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

Il primo gennaio è anche la Giornata mondiale della pace, voluta da papa Paolo VI nel 1968. In piazza San Pietro, infatti, ad ascoltare l’Angelus, ci sono anche i partecipanti alla tradizionale marcia della pace promossa dalla Comunità di Sant’Egidio sul tema «Pace su tutte le terre» (e nella nottata del 31 dicembre Pax Christi ha marciato a Cagliari, poco distante dalla Rwm di Domusnovas, dove si producono le bombe che da anni l’Arabia Saudita utilizza per la guerra in Yemen).

È immediato il collegamento fra donne e pace. «Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna», dice Francesco. «E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna», la quale è «donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace».

Certo, quello delle donne resta un argomento scivoloso per la Chiesa cattolica. E quella partecipazione «ai processi decisionali» è quasi del tutto assente in una Chiesa romana che continua a restare fortemente maschile e maschilista.

Una Chiesa-fortezza che nemmeno l’ultimo Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia dello scorso mese di ottobre, che pure ha mostrato importanti aperture nei confronti della possibilità di ammettere al sacerdozio uomini sposati, è riuscito ad intaccare.

Sardine, ipotesi di futuro. Intervista a Franco Monaco

28 dicembre 2019

“Adista”
n. 45, 28 dicembre 2019

Luca Kocci

Gli oltre centomila di piazza San Giovanni lo scorso 14 dicembre hanno definitivamente consacrato le Sardine come la novità politica dell’ultimo anno.

Nato a Bologna, il 14 novembre, quando oltre seimila persone affollarono piazza Maggiore, mentre il segretario della Lega, Matteo Salvini, al Paladozza, lanciava la candidata leghista Lucia Borgonzoni alla presidenza della Regione Emilia Romagna, il movimento delle Sardine ha poi replicato il successo di Bologna in piazza Grande a Modena (19 novembre) e, successivamente, in decine di piazze italiane, da nord a sud, fino alla grande manifestazione di Roma.

Se si tratti di un effimero fuoco di paglia o di un movimento che potrà durare nel tempo e magari contribuire alla sconfitta elettorale della destra alle prossime elezioni regionali sarà il tempo a dirlo. Per approfondire la questione, Adista ha intervistato Franco Monaco, presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana ai tempi del card. Carlo Maria Martini e presidente dell’associazione “Città dell’uomo”, fondata da Giuseppe Lazzati, ex parlamentare del Partito democratico e “ulivista” della prima ora.

Franco Monaco, che valutazione complessiva dà del “movimento delle Sardine”?

«Non è necessario abbandonarsi all’enfasi celebrativa. Tuttavia, chi coltiva una concezione partecipativa della democrazia ed è preoccupato per l’imbarbarimento del conla fronto pubblico-politico non può che guardare con simpatia alla Sardine. Un apprezzabile segnale di cittadinanza attiva, la smentita dell’idea che la destra abbia il monopolio delle piazze e che la generalità dei giovani sia priva di coscienza civica».

Non sembra un po’ un film già visto? I Girotondi, il Popolo viola, per certi versi anche il Movimento 5 stelle… Esperienze che, tranne per i 5 Stelle, si sono rivelate effimere e inconcludenti. Le Sardine non corrono lo stesso rischio?

«I movimenti allo stato nascente, di loro natura, sono informali e magmatici. Difficile se non impossibile pronosticarne gli sviluppi e la tenuta nel tempo. Spesso la loro molla originaria è “contro”. Così anche in questo caso. Rispetto ai 5 Stelle, essi tuttavia si segnalano per l’immunità dal virus dell’antipolitica, da un programmatico pregiudizio verso la politica, i politici, le istituzioni».

In alcune dichiarazioni, più che altro quelle iniziali, i leader delle Sardine, in particolare Mattia Sartori, respingevano l’attribuzione di “fare politica”. Non è, anche questo loro, un atteggiamento “antipolitico”?

«Non direi antipolitico. Comprendo la cura di resistere alla tentazione di farsi partito e di diffidare delle lusinghe di chi vorrebbe annettersi il movimento. Ma penso che le Sardine non possano neppure contentarsi di una ragione sociale declinata in negativo, contro la destra illiberale e nazionalista guidata da Salvini. Nella ricerca di una missione in positivo – non di partito e tuttavia politica in senso lato – esse inesorabilmente dovrebbero approdare a una mission che faccia della Costituzione vigente e della Costituzione disapplicata o tradita la propria stella polare».

l consenso raggiunto fino a questo momento sembra ampio e trasversale: giovani e adulti, cattolici e laici… Come spiega questo successo, questa capacità di riempire le piazze che la sinistra sembra aver perso?

«L’exploit partecipativo si spiega in due modi: sia come rigetto e come reazione al mood dominante, impregnato di demagogia, di rancore, di aggressività, di protervia; sia come surrogato dell’afonia e del governismo di una sinistra troppo a lungo schiacciata sull’establishment, arroccata nei palazzi piuttosto che presente e attiva nell’agorà».

Quale pensa possa essere il futuro delle Sardine? Se avranno un futuro…

«Mi sovviene un ricordo. Tra il 1994 e il 1995, il vecchio Giuseppe Dossetti, dopo trent’anni di riserbo monastico, per opporsi a un progetto di riforma costituzionale che mixava bonapartismo berlusconiano e secessione bossiana, propose di dare vita a Comitati per la Costituzione. Comitati di cittadini diffusi sul territorio, nelle città e nei paesi. Forse le Sardine, come gruppo di pressione e di proposta, potrebbero riprendere quella idea lungo tre direzioni pratiche: vigilare contro gli scostamenti delle politiche dal dettato costituzionale; isolare questioni di rilievo costituzionale neglette dalla politica di ogni colore per miopia o pavidità (es. la cittadinanza dei nuovi italiani); dedicarsi a un’opera di educazione e promozione della “coscienza costituzionale” (espressione cara a Dossetti) su base popolare».

Cosa pensa della polemica scatenata da alcuni settori del mondo “laico” contro Nibras Asfa, la studentessa musulmana con il velo chiamata dagli organizzatori a leggere l’articolo tre della Costituzione italiana sul palco delle Sardine di piazza San Giovanni? «Le sardine – ha scritto Paolo Flores d’Arcais su MicroMega – non possono enunciare come programma l’attuazione della Costituzione e poi affidare questo messaggio a una donna che indossi il velo islamico, “per la contraddizion che nol consente” direbbe padre Dante (Inferno, XXVII, 120)».

«Non ho seguito la polemica. Mi sorprenderebbe se l’obiezione si appuntasse sul velo quale simbolo religioso portato in piazza. La nostra tradizione italiana e la stessa giurisprudenza costituzionale, discostandosi da quelle di rito francese, si sono ispirate a quel concetto di laicità positiva o dell’incontro che, anziché escludere, piuttosto include e dunque non mal sopporta i simboli religiosi nello spazio pubblico. Naturalmente a condizione che non siano frutto di imposizione o discriminazione e che non contrastino con strette esigenze di sicurezza e di ordine pubblico (come la riconoscibilità della persona)».

Pedofilia nella Chiesa: la mezza svolta. Intervista a Zanardi, della Rete l’Abuso

28 dicembre 2019

“Adista”
n. 45, 28 dicembre 2019

Luca Kocci

Sulla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia, Adista ha chiesto un’opinione a Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole dal tribunale, anche se diversi reati sono caduti in prescrizione grazie alle complici omissioni del suo vescovo che lo ha protetto per anni.

Francesco Zanardi, qual è la sua opinione sul provvedimento del papa che abolisce il segreto pontificio sui casi di violenza e abuso sessuale sui minori?

«Accogliamo positivamente questa decisione, fra l’altro chiesta a gran voce durante l’incontro avvenuto lo scorso febbraio in Vaticano, quando le associazioni delle vittime dei preti pedofili, come L’Abuso, Eca Global e Snap, si incontrarono per più di due ore con i rappresentanti vaticani, tra cui padre Hans Zollner, Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Nello scorso mese di maggio avevamo pesantemente criticato il motu proprio Vos Estis Lux Mundi (l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, ndr), perché era blindato dalle varie clausole che si appellavano al segreto pontificio, rendendo il documento, a nostro avviso, peggiore dei precedenti. Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

Sarà efficace?

«Lo verificheremo presto, a proposito di un caso che stiamo seguendo con la Rete l’Abuso. La Procura di Roma ha inviato in Vaticano una rogatoria per acquisire gli atti del fascicolo di don Gabriele Martinelli sugli abusi nel preseminario San Pio X, il collegio dei chierichetti del papa. Vedremo subito se la norma funziona…».

Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

«È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa Sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. Nel nostro Paese, come lamenta a gran voce anche il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, non solo non esiste questo obbligo, ma le lacune sono gravissime, a partire dal fatto che in tutti questi anni i governi non abbiano mai avviato, come invece è accaduto in molti altri Stati, una commissione di inchiesta che almeno quantificasse l’entità del fenomeno».

Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

«Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alle autorità civili del Paese dove i crimini sono stati commessi: un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, deve essere obbligato a denunciarlo immediatamente alla magistratura. Il processo canonico si basa sul sesto comandamento, “non commettere atti impuri”, quindi giudica il peccato, l’offesa a Dio. Ma non considera il crimine subìto dalla vittima. Di questo, del reato, si deve occupare la magistratura, che condanna il colpevole e risarcisce la vittima».

E poi?

«E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

Cosa significa prendersi cura delle vittime?

«Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psicosomatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

Tuttavia si tratta di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

«È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, ma non deve occuparsi dei reati».

Papa Francesco: «L’ingiustizia spinge a migrare»

27 dicembre 2019

“il manifesto”
27 dicembre 2019

Luca Kocci

È «l’ingiustizia» del sistema economico che spinge uomini e donne a lasciare i propri Paesi per cercare di raggiungere con ogni mezzo l’Europa. È «l’indifferenza» dei ricchi che li respinge e li lascia morire in mezzo al deserto del Sahara o in fondo al mar Mediterraneo.

Papa Francesco nel giorno di Natale – per i cristiani la solennità più importante dell’anno liturgico dopo la Pasqua – è tornato a parlare delle tragedie delle migrazioni e dei crimini dei respingimenti, i temi che più di tutti hanno caratterizzato il suo pontificato, che infatti volle iniziare compiendo il suo primo viaggio fuori le mura vaticane a Lampedusa, porta d’Europa nel mezzo del Mediterraneo, nel luglio del 2013. Lo ha fatto pochissimi giorni dopo aver ricevuto in Vaticano, il 19 dicembre, 33 profughi afghani, camerunensi e togolesi richiedenti asilo, portati a Roma ad inizio dicembre dal campo di Moria nell’isola di Lesbo grazie ad un «corridoio umanitario» speciale, negoziato dalla Santa sede (e dalla Comunità di Sant’Egidio) direttamente con Italia e Grecia. Una «ridondanza» – due discorsi forti sulla stessa questione in meno di una settimana – che interpella i cattolici, talvolta tentati dalle sirene delle «radici cristiane» esaltate in chiave identitaria ed escludente e sordi al messaggio evangelico di fraternità e accoglienza. E che si rivolge indirettamente ai leader politici nazionali ed europei, disinteressati a trovare soluzioni condivise per i migranti che bussano alle porte della «fortezza Europa».

Ora è stata la volta del tradizione messaggio Urbi et Orbi (a Roma e al mondo), pronunciato il giorno di Natale dalla loggia centrale della basilica di San Pietro, davanti a circa 50mila persone in piazza e trasmesso in mondovisione. Accanto al pontefice – e in Vaticano i segni non sono mai scelti a caso – due cardinali: Renato Raffaele Martino, presidente emerito del Pontificio consiglio giustizia e pace e del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, e Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico, quello che nello scorso mese di maggio riallacciò la corrente elettrica allo Spin Time di Roma, lo stabile di via Santa Croce in Gerusalemme occupato da quattrocento persone che Acea aveva lasciato al buio.

In Africa «perdurano situazioni sociali e politiche che spesso costringono le persone ad emigrare nella speranza di una vita sicura, privandole di una casa e di una famiglia», ha detto papa Francesco nel messaggio natalizio dalla loggia di San Pietro. «È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e mari, trasformati in cimiteri – ha aggiunto –. È l’ingiustizia che li costringe a subire abusi indicibili, schiavitù di ogni tipo e torture in campi di detenzione disumani. È l’ingiustizia che li respinge da luoghi dove potrebbero avere la speranza di una vita degna e fa loro trovare muri di indifferenza».

Parole fotocopia di quelle pronunciate in Vaticano davanti ai 33 profughi arrivati da Lesbo («È l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. Che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. Che li respinge e li fa morire in mare»), quando aveva anche detto che «non è bloccando le imbarcazioni che si risolve il problema», bensì impegnandosi «a svuotare i campi di detenzione in Libia», denunciando e perseguendo «i trafficanti che sfruttano e maltrattano i migranti, senza timore di rivelare connivenze e complicità con le istituzioni».

Dalla Città del Vaticano a Palermo, dove, da parte dell’arcivescovo della città, monsignor Corrado Lorefice, è arrivato un altro segno esplicito in direzione dell’accoglienza. Durante la tradizionale messa di mezzanotte in cattedrale, è stato portato in processione un Gesù bambino nero: una scultura proveniente dalla Tanzania che vescovo e parroco hanno deciso di utilizzare al posto del tradizionale Gesù bambino bianco «per aiutare le coscienze di tutti ad accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che arrivano sulle coste siciliane». E fra i presepi allestiti in cattedrale, ce n’è uno dell’artigiano lampedusano Franco Tuccio, realizzato con il legno dei barconi dei migranti approdati a Lampedusa e i personaggi rivestiti con i teli termici con i quali vengono soccorsi e ricoperti i migranti al loro sbarco. Chissà se a Salvini, che a Natale mette nel cassetto il rosario per brandire presepi, sarebbe piaciuto.