Tutto come prima: i cappellani militari li paga lo Stato

11 febbraio 2018

“il manifesto”
11 febbraio 2018

Luca Kocci

Cappellani militari abili, arruolati e ben pagati. Ovviamente dallo Stato.

Il Consiglio dei ministri, nella riunione dell’8 febbraio, ha infatti approvato lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate». È il risultato dei lavori, iniziati nel 2015, della Commissione bilaterale Italia-Santa sede che avrebbe dovuto presentare una proposta di riforma dell’intero sistema dei preti-soldato. Si era addirittura ventilata l’ipotesi, dopo alcune dichiarazioni a mezzo stampa dei vertici dell’Ordinariato militare (l’arcivescovo castrense, mons. Marcianò, e il suo vicario, mons. Frigerio), di una possibile smilitarizzazione dei cappellani militari che, essendo inquadrati nella gerarchia delle Forze armate, hanno i gradi e un lauto stipendio statale, soprattutto gli ufficiali. Come invece ampiamente prevedibile – le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre affermato di non voler rinunciare né alle stellette né al denaro pubblico – tutto resta come prima. Quelle dei più alti in grado della gerarchia clerical-militare erano parole al vento, o fumo negli occhi. E il premier Gentiloni ha preferito genuflettersi – come del resto i suoi predecessori – di fronte all’ordinario militare-generale di corpo d’armata.

Risultato: non cambia nulla, o quasi. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiega Palazzo Chigi. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Unica buona notizia sembra la riduzione del numero dei cappellani: dagli attuali 204 a 162. Ma non è detto che nel lungo iter che l’Intesa dovrà percorrere (Santa sede, Chiesa italiana, Parlamento) non rientrino dalla finestra, come cappellani fuori ruolo.

In ogni caso per il 2018 e il 2019 vale quanto già stabilito dalla legge di bilancio per il triennio 2017-2019: lo Stato spenderà poco meno di dieci milioni di euro l’anno per il mantenimento dei preti sodato. I quali, in base alle tabelle ministeriali, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126mila euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di corpo d’armata); 104mila per il vicario generale (generale di divisione); 58mila per il primo cappellano capo (maggiore); 48mila per il cappellano (capitano); 43mila per il cappellano addetto (tenente).

«Per risparmiare sarebbe stato sufficiente equiparare i cappellani militari a quelli della Polizia di Stato, che percepiscono uno stipendio medio di 1.350 euro al mese», dice Luca Marco Comellini (segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e delle Forze di polizia, della “galassia” radicale). «Volevamo abolirlo, invece il sistema viene rilanciato e consolidato», commenta Vittorio Bellavite di Noi Siamo Chiesa.

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Le associazioni cattoliche ai partiti: «Basta con l’emergenza migranti»

10 febbraio 2018

“il manifesto”
10 febbraio 2018

Luca Kocci

Abrogazione del reato di clandestinità, semplificazione delle modalità di ingresso in Italia superando la divisione fra chi fugge dalla guerra o dalla povertà, cittadinanza, diritto di voto alle elezioni amministrative.

Sono alcune delle proposte sulla questione migrazioni rivolte ai partiti in vista delle politiche del prossimo 4 marzo da un cartello di associazioni, istituti missionari e movimenti cattolici, da quelli tradizionalmente più attivi nel sociale (Centro Astalli, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comunità di sant’Egidio, Pax Christi) ad altri decisamente più istituzionali (Acli, Azione cattolica, Fuci, Focolari), oltre alla Federazione delle Chiese evangeliche. Segno che il tema migranti sta diventando uno spartiacque sia per i vescovi (card. Bassetti, presidente Cei: «Bisogna reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia») che per l’associazionismo cattolico-democratico. Anche se resta un blocco numericamente significativo ed elettoralmente pesante di clerico-moderati – o meglio clerico-fascisti – che apprezza, in nome delle “radici cristiane” dell’Italia, le posizioni xenofobe e razziste della destra di Salvini e Meloni, quando non di Forza nuova e Casa Pound.

Le proposte «per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia» sono sette. Si comincia da una nuova «legge sulla cittadinanza», perché «troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento». Serve un «nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo», quindi includendo anche i «migranti economici»: riattivazione dei «canali ordinari di ingresso», ripristinando il vecchio «decreto flussi», introducendo il «permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione», la «attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri» e il «sistema dello sponsor». Occorre poi «regolarizzazione gli stranieri radicati», ovvero coloro che hanno un lavoro o legami familiari comprovati o che abbiano svolto «un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione». Bisogna «abrogare al più presto» il reato di immigrazione clandestina, «che è ingiusto, inefficace e controproducente». E consentire «l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo». Poi «riunificare nello Sprar l’intero sistema» di accoglienza, perché torni «sotto un effettivo controllo pubblico», aumentando «in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali». Infine le «buone pratiche»: siamo «sommersi da casi di cattiva accoglienza», denunciano le associazioni, ma «c’è anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva» che «va raccontata il più possibile» perché sia «replicata».

Si tratta di una questione di «giustizia sociale». I partiti devono dire come intendono affrontarla. E i cittadini decidere da che parte stare.

“Civiltà Cattolica” verso le elezioni: grande coalizione e Gentiloni premier

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

Dopo la Conferenza episcopale italiana con il suo presidente card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 4/18), anche i gesuiti di Civiltà Cattolica, ad un mese dalle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, spingono per le larghe intese, e magari per un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo.

La preferenza – esplicita quella per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita quella per Gentiloni premier – emerge dall’ampio focus di p. Francesco Occhetta (“Alla vigilia delle elezioni politiche in Italia. Tra radici e futuro”), pubblicato sul quaderno n. 23 (3-17 febbraio 2018) del quindicinale dei gesuiti diretto da p. Antonio Spadaro, le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Il punto di partenza è la Costituzione italiana, i cui principi «continuano a nutrire e a custodire la democrazia italiana», «un dono di cui a volte [il popolo italiano] fatica a percepire e a ricordare il costo», «il faro nelle notti della Repubblica». Ed è proprio sulla base dei valori costituzionali che p. Occhetta, notista politico di Civiltà Cattolica, richiama «alcuni criteri per esprimere un voto responsabile».

Prima di tutto «l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale». I programmi, scrive Occhetta, «non sono neutri rispetto ai valori», vanno privilegiati quelli che «rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi nell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società povera di figli».

Poi la scelta del candidato, basata non sullo «storytelling» ma l’«affidabilità» e l’«esperienza amministrativa», perché «per amministrare occorrono non solo onestà ma competenze specifiche». Il grido «onestà onestà» elevato in ogni piazza dai militanti del Movimento 5 cinque stelle è liquidato in due righe. Ma l’attacco più duro ai penta stellati arriva quando p. Occhetta suggerisce di valutare con attenzione la «cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader». Il riferimento è al fatto che il parlamentare eletto deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare». L’attacco al partito-movimento guidato da Luigi Di Maio è preciso. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – è qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria di Giorgia Meloni e Matteo Salvini –, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta».

L’invito è a «valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali», sgombrando il campo da «tre illusioni ottiche» della campagna elettorale. «La prima è credere che il centro-destra sia coalizzato e unito; la seconda è pensare che il M5S sia omogeneo e compatto; la terza è che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna e la re-introduzione del sistema proporzionale. Il M5S – prosegue Occhetta – potrebbe governare con chiunque lo appoggi, anche con Salvini o Grasso, che su questo punto ha preso le distanze dalla Boldrini. Il centro-destra potrebbe governare da solo, molto sbilanciato sulle forze politiche di destra coordinate dalla Meloni e Salvini, che ha preso le distanze da Maroni, la persona della Lega più titolata a governare». Quindi «l’ultima possibilità è quella di una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea».

Fatte le larghe intese, a chi la guida del governo? «I leader dei partiti come Renzi, Berlusconi e quelli delle forze centriste diventerebbero i garanti, ma non i protagonisti, di un’operazione politica più larga». Quindi un leader nuovo. O uno vecchio, come per esempio l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Civiltà Cattolica non lo propone esplicitamente, ma lo lascia intendere abbastanza chiaramente: «L’ultimo atto della legislatura – scrive Occhetta – è il governo guidato da Paolo Gentiloni, che chiude il suo mandato con 65.000 occupati in più a novembre 2017, un dato che uguaglia il record di occupati del 1977, e dopo aver realizzato il reddito d’inclusione, l’equilibrio dei conti pubblici (con la manovra di primavera), la difficile gestione dell’immigrazione e il G7 con il rilancio del progetto europeo. Ma ancora molto rimane da fare».

Regione Sicilia: anche i vescovi contro gli “stipendi d’oro”

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

I vescovi siciliani contro gli «stipendi d’oro» della Regione Sicilia.

La polemica contro la decadenza, dal primo gennaio 2018 (come del resto per il Senato della Repubblica, a cui sono agganciati gli stipendi siciliani), del tetto massimo di 240mila euro annui per i salari di assessori regionali, deputati dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) e grandi burocrati della Regione – rivendicata con forza dal presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché (Forza Italia) – era partita da don Cosimo Scordato e dalla Comunità di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo (v. Adista Notizie n. 1/18). Ora viene fatta propria dai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica dell’isola, ovvero la Conferenza episcopale siciliana che, al termine della propria sessione invernale – presieduta  da  mons.  Salvatore  Gristina, arcivescovo  di  Catania –, nel comunicato finale ufficiale, ha fatto esplicito riferimento alla questione stipendi. «I vescovi – si legge nella nota –,  attenti  ascoltatori  del  grido  dei  poveri, manifestano convinta condivisione alla denuncia di quanti, anche presbiteri, hanno evidenziato la distanza tra il sentire della nostra gente e le prospettive di chi è interessato a  salvaguardare i privilegi economici di pochi burocrati, a discapito di chi non ha un livello di vita dignitoso». Concetto rinforzato dal vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero: «La gente è stanca di sapere che ci sono fasce elitarie e privilegiate che guadagnano in un anno quanto fasce più povere non arrivano a guadagnare in una vita».

Poche righe, ma emanate da una voce autorevole – quella della Conferenza episcopale sicula – che rilanciano quanto già denunciato da don Scordato. «Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scriveva don Scordato nella sua lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi. Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale». «Cosa possiamo rispondere – chiedeva don  Scordato – a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

I conti che evidenziano la sperequazione li ha fatti Gian Antonio Stella insieme a Giacinto Pipitone (Corriere della Sera, 24/1). «Se un dipendente della White House (Casa bianca, la residenza ufficiale del presidente Usa, n.d.r.) guadagna mediamente 89.000 dollari l’anno (72.497 euro al cambio di oggi) cioè solo il 35% in più del reddito d’un americano medio, il suo collega all’Assemblea regionale siciliana di euro ne incassa in media 146.500. Che come dicevamo non soltanto è il doppio di quanto Donald Trump paghi mediamente i suoi collaboratori ma il decuplo del reddito pro capite (14.174) di un siciliano delle province più povere come Enna o Agrigento. Il decuplo!». E ancora: «Ridotto da decine di prepensionamenti e pensionamenti a 180 dipendenti di ruolo, il personale del Palazzo dei Normanni, pesa sul bilancio dell’Ars per 26.370.000 euro. Poco meno di quanto pesino su quello della Casa Bianca le 377 persone che mandano avanti quello che è considerato il palazzo del potere per eccellenza: 30.628.312 euro».

Il papa e il sultano: la guerra divide, Gerusalemme unisce

6 febbraio 2018

“il manifesto”
6 febbraio 2018

Luca Kocci

Uniti su Gerusalemme, divisi su tutto il resto.

Può essere sintetizzato così l’incontro che si è svolto ieri mattina in Vaticano fra papa Francesco e Recep Tayyip Erdoğan. Un’udienza fortemente voluta dal presidente turco (l’ultima visita di un capo di Stato risale a 59 anni fa, con papa Giovanni XXIII), che ha avviato i primi contatti con la Santa sede all’indomani della decisione del presidente Usa Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Erdogan sapeva di essere in sintonia con il pontefice sulla questione Gerusalemme e sul suo status internazionale, in netta opposizione a Trump, e su questo ha cercato una sponda Oltretevere. Anche per tentare di nascondere altri temi, sui quali, invece, la distanza fra Santa sede e Repubblica turca è ampia.

L’apice delle tensioni fra Francesco ed Ankara si toccò nell’aprile 2015, centenario del genocidio degli Armeni perpetrato dagli ottomani, quando il papa chiamò il «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), «il primo genocidio del XX secolo». Immediate le reazioni turche: Erdogan fece convocare il nunzio apostolico per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa. Ma Santa sede e Turchia sono lontani anche su altre questioni, in parte affrontate nel colloquio di ieri: la guerra, i migranti, i diritti umani.

La tensione era emersa già nei giorni precedenti l’arrivo di Erdogan. Domenica, a Torino, alcuni esponenti dei centri sociali hanno interrotto per pochi minuti la messa in una parrocchia, srotolando uno striscione davanti l’altare («Erdogan ha le mani sporche di sangue») e leggendo un breve testo: «Il papa e le più alte cariche dello Stato italiano incontreranno Erdogan, dittatore della Turchia, che da 15 giorni ha lanciato ad Afrin, nella Siria del nord, l’operazione “Ramoscello d’ulivo”: il simbolo di pace dei cristiani per coprire una grande operazione militare con bombardamenti e un importante dispiegamento di forze di terra». E a piazza San Pietro, poco prima dell’Angelus, le forze dell’ordine hanno bloccato cinque cittadini curdi che volevano entrare in piazza con bandiere e striscioni.

L’incontro di ieri è stato blindatissimo. E il comunicato della sala stampa della Santa sede più laconico e asettico del solito. Segno della volontà, da parte dell’entourage del papa, di tenere un profilo basso, per non enfatizzare un’udienza “scomoda” e per non alimentare nuove tensioni con la Turchia, in nome della realpolitik vaticana.

Alla vigilia dell’incontro, due appelli – uno di Articolo 21 ed altre associazioni e un altro di vari esponenti della sinistra (Nicola Fratoianni, Luca Casarini, Gianfranco Bettin e altri) – avevano chiesto al pontefice di «affrontare in modo franco la questione del rispetto dei diritti umani» e di «richiamare Erdogan affinché cessi la campagna militare intrapresa contro i curdi in Siria e interrompa la spirale repressiva e di terrore intrapresa nel suo Paese».

Francesco qualche appunto ad Erdogan l’ha fatto, sebbene per trovarlo bisogna leggere fra le righe del comunicato della Santa sede, cogliendo quello non c’è scritto: «Nel corso dei cordiali colloqui», si legge, «si è parlato della situazione del Paese, della condizione della comunità cattolica, dell’impegno di accoglienza dei numerosi profughi e delle sfide ad esso collegate. Ci si è poi soffermati sulla situazione in Medio Oriente, con particolare riferimento allo statuto di Gerusalemme, evidenziando la necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale». Più chiaro il messaggio contenuto nei doni di Francesco ad Erdogan: un medaglione che raffigura «un angelo della pace che strangola il demone della guerra, simbolo di un mondo basato sulla pace e la giustizia». Insieme all’enciclica Laudato si’ e al messaggio per la Giornata della pace, dedicato alla nonviolenza.

Traduzione: siamo d’accordo sul fatto che Gerusalemme mantenga uno status internazionale, ma non sul resto, ovvero sulla gestione della questione migranti, sul rispetto dei diritti umani e sulla guerra contro i curdi in Siria.

I gesuiti stroncano M5S, Lega e Fdi. E votano per le larghe intese

2 febbraio 2018

“il manifesto”
2 febbraio 2018

Luca Kocci

I gesuiti di Civiltà Cattolica votano per le larghe intese, magari con un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo.

La preferenza – esplicita per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita per Gentiloni premier – emerge da un articolo di padre Francesco Occhetta sul fascicolo, in uscita domani, del quindicinale dei gesuiti diretto da padre Antonio Spadaro (ascoltatissimo consigliere di papa Francesco), le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Se la scelta per le larghe intese è chiara, altrettanto chiaro è chi i gesuiti di Civiltà Cattolica invitano a non votare, alla luce dei principi e dei valori della Costituzione («il faro nelle notti della Repubblica»): Movimento 5 stelle e destre di Meloni e Salvini.

Il parlamentare eletto, scrive il notista politico di Civiltà Cattolica, deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare». L’attacco al partito-movimento guidato da Di Maio è durissimo. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – è qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria –, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta». Occhetta liquida in due righe anche un altro dogma pentastellato: «per amministrare occorrono non solo onestà ma competenze specifiche». E aggiunge che di un candidato non conta lo «storytelling» ma l’«affidabilità» e l’«esperienza amministrativa».

L’invito è a «valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali», sgombrando il campo da «tre illusioni ottiche» da campagna elettorale: «credere che il centro-destra sia coalizzato e unito» (in caso di vittoria sarebbe «molto sbilanciato sulle forze politiche di destra coordinate dalla Meloni e Salvini»); credere «che il M5S sia omogeneo e compatto»; pensare «che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna». Quindi, conclude Civiltà Cattolica, «l’ultima possibilità è quella di una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea».

Ma a chi la guida del governo? Non a Renzi e Berlusconi, che potrebbero essere i «garanti, ma non i protagonisti, di un’operazione politica più larga». E allora perché non di nuovo Gentiloni? «Chiude il suo mandato con 65.000 occupati in più», con «il reddito d’inclusione, l’equilibrio dei conti pubblici, la difficile gestione dell’immigrazione e il G7 con il rilancio del progetto europeo. Ma ancora molto rimane da fare». Non una dichiarazione di voto, ma quasi.

Elezioni: indicazioni bipartisan dal consiglio permanente della Cei

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Dalla prolusione del presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, al Consiglio episcopale permanente (22-24 gennaio), a poco più di un mese dalle elezioni politiche, una “indicazione di voto” sembra chiara: i cattolici non possono sostenere forze politiche che strizzano l’occhio alla xenofobia e al razzismo. «Quest’anno ci ricorda una pagina buia della storia del nostro Paese: le leggi razziali del 1938», ha detto Bassetti. «Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». Non la nomina, ma è evidente il riferimento alla Lega di Matteo Salvini, viste le recentissime esternazioni di Attilio Fontana (Lega), candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, che si è impegnato a difendere la «razza italiana».

Ma a parte questa chiara presa di posizione, la prolusione di Bassetti, per quanto riguarda la prossima scadenza elettorale, ha camminato a 360 gradi. Il cardinale ha cominciato con un appello generico e “alto” a «ricostruire», non solo le case distrutte dal terremoto («non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto») ma «il Paese»; ad «unire» e «ricucire la società italiana»; a «pacificare» un Paese «segnato da un clima di rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive». E con l’invito a «superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare» al voto.

Quindi è entrato nel merito. Politiche per il lavoro: «creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo», riassunte dallo slogan «lavorare meglio, lavorare tutti». E lotta alla povertà, considerando che – Bassetti illustra i dati – oltre un milione e mezzo vivono una «condizione di povertà assoluta delle famiglie, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa». E quando il presidente della Cei ha illustrato i temi più cari ai vescovi è diventato estremamente puntuale e circostanziato. Innanzitutto sostegno alla famiglia, traducendo in atti il «Patto per la natalità, presentato la scorsa settimana dal Forum delle associazioni familiari», ben accolto da «tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni». Cosa chiede il Patto? «Serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti  alla  natalità». Poi finanziamenti per le scuole paritarie cattoliche, «ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza». Infine «difesa della vita», anche con alcuni rilievi critici mossi alla recente legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat, il testamento biologico), che nel comunicato finale del Consiglio permanente viene definita «ideologica e controversa, specie nel suo definire come terapia sanitaria l’idratazione e la nutrizione artificiale o nel non prevedere la possibilità di obiezione di coscienza da parte del medico».

Sono punti che sembrano contrapporre sinistra e destra (lavoro, povertà e migranti da una parte, famiglia, scuola cattolica e difesa della vita dall’altra) ma che per Bassetti identificano il «bene comune» e devono camminare insieme: «Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difesi nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dalla schiavitù del commercio del corpo umano, dall’affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista». Ha concluso in cardinale: «È auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione». Una chiamata alle “larghe intese” e alla “grande coalizione”? «No», ha smentito il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, nella conferenza stampa di fine Consiglio, quando è stato presentato il comunicato finale. «Non è un auspicio di una “grande coalizione” – ha spiegato Galantino –, ma un invito a superare le ideologie, perché non la facciano da padrone».

Non di sola politica si è parlato al Consiglio permanente. È stato definito il tema dell’Assemblea generale dei vescovi del prossimo 21-24 maggio: “Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo”, in linea con la scansione degli Orientamenti pastorali del decennio. È stato stabilito di ridimensionare ulteriormente la prolusione del presidente – già questa è stata molto breve rispetto  quelle dei cardinali predecessori, Camillo Ruini e Angelo Bagnasco – valorizzando maggiormente il comunicato finale che conterrà la sintesi del pensiero di tutti i vescovi. Si è discusso del prossimo concorso per l’immissione in ruolo di cinquemila nuovi insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado che il ministero dell’Istruzione dovrebbe bandire entro il 2018 per rimpiazzare i docenti andati in pensione negli ultimi anni. Ed è stata decisa l’organizzazione, da parte della Cei – che insieme alla Comunità di sant’Egidio ha aperto un “corridoio umanitario” per i migranti, dopo quelli della Federazione delle Chiese evangeliche, sempre insieme a Sant’Egidio –, di un Incontro internazionale di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo, coinvolgendo i vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo. «L’incontro – si legge nel comunicato finale – intende collocarsi idealmente nel solco della visione profetica di Giorgio La Pira, che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di “grande lago di Tiberiade”, come il mare che accomuna la «triplice famiglia di Abramo».

Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

«Una Chiesa multietnica e delle genti». Presentato il Sinodo dell’arcidiocesi di Milano

28 gennaio 2018

“Adista”
n. 3, 27 gennaio 2018

Luca Kocci

Un Sinodo diocesano per costruire un vera Chiesa multietnica e «delle genti». Si è aperto il 14 gennaio a Milano, l’arcidiocesi più grande d’Europa (1.107 parrocchie), dallo scorso settembre guidata da mons. Mario Delpini, successore del card. Angelo Scola.

Si tratta di un Sinodo minore, perché non tratterà tutti gli aspetti della vita della Chiesa, come nei Sinodi ordinari, ma un solo tema. Ma un tema tutt’altro che “minore”: un percorso di studio, riflessione e decisione per definire le modalità attraverso le quali annunciare adeguatamente il Vangelo, celebrare i sacramenti, vivere l’esperienza della carità nelle parrocchie ambrosiane, tutte sempre più multietniche.

«La Chiesa ambrosiana è la prima in Italia e forse la prima al mondo ad aprire un Sinodo sull’esperienza di fede tra fratelli provenienti da contesti culturali diversi», ha spiegato, nella conferenza stampa di presentazione, Laura Zanfrini, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile Economia e Lavoro presso la fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multi-etnicità). «D’altra parte – ha proseguito – già da molti anni le parrocchie ambrosiane sono il luogo in cui Milano incontra il mondo, dove si incrociano stili di vita differenti. Non poteva che partire da qui una riflessione sulla dimensione multinazionale della città del prossimo futuro. Oggi quattro nati su dieci ha un genitore straniero e fra meno di una generazione il corpo elettorale sarà espressione di una società multiculturale, anche senza la legge sullo ius soli. Più di un immigrato su quattro ha ormai un’abitazione di proprietà (sebbene spesso gravata da un mutuo). Nelle scuole del territorio si possono stimare oltre 160mila alunni di nazionalità straniera, mentre sono circa 12mila gli studenti stranieri iscritti a uno degli atenei milanesi. Questi inequivocabili indicatori di stabilizzazione segnalano un chiaro orientamento alla sedentarietà o addirittura alla presenza permanente, ma non necessariamente il superamento di una condizione di svantaggio e, a volte, di vera e propria indigenza. Basta considerare che gli stranieri rappresentano il 13,4% dei residenti nei comuni diocesani, ma addirittura il 62,4% delle persone che, nel corso del 2016, si sono rivolte ai centri di ascolto della Caritas ambrosiana».

Si tratta quindi – questo dovrà fare il Sinodo – di evitare due rischi speculari: da un lato, che i cristiani migranti una volta giunti a Milano debbano pregare e celebrare solo tra di loro, per gruppi etnici o linguistici; dall’altro, che siano i cristiani “stranieri” a doversi adeguare al modo di essere Chiesa preesistente. «Il futuro che sta nascendo non lo conosciamo, ma la situazione che viviamo dà dei segnali macroscopici circa la composizione sempre più multietnica delle nostre comunità cristiane – ha detto mons. Delpini presentando il Sinodo in conferenza stampa –. Per questo, mi è sembrato urgente, tra i tanti temi, iniziare proprio ad affrontare questo, attraverso un Sinodo, il cui senso non è trovare ricette per risolvere dei problemi ma avviare una consultazione capillare che cerchi di rispondere alla domanda: come sarà il volto della Chiesa di domani? Quali cambiamenti saranno necessari per quando riguarda il modo di vivere la testimonianza cristiana, in un contesto demografico nuovo, all’interno anche di un modo diverso di vivere l’esperienza lavorativa?».

«Il Sinodo, che vogliamo celebrare in questa forma minore, non è un insieme di riunioni per concludere con un documento che accontenti un po’ tutti», ha spiegato mons. Delpini aprendo ufficialmente il Sinodo, nella basilica di Sant’Ambrogio, non a caso nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. «È invece un modo di vivere il nostro pellegrinaggio con la responsabilità di prendere la direzione suggerita dallo Spirito di Dio perché la nostra comunità cristiana possa convertirsi per essere la “tenda di Dio con gli uomini, la sposa adorna per il suo sposo”». E per i cristiani che arrivano da Paesi stranieri, Delpini immagina un ruolo da protagonisti, non solo da soggetti per così dire passivi: «Verso le genti che abitano nelle nostre terre i discepoli del Signore continuano ad essere in debito: devono annunciare il Vangelo! Devono mettersi a servizio dell’edificazione della comunità che sia attraente come la città posta sulla cima della montagna. Tutti i discepoli del Signore hanno il compito di essere pietre vive di questo edificio spirituale, tutti! Se parlano altre lingue in modo più sciolto dell’italiano, se celebrano feste e tradizioni più consuete in altri paesi che nelle nostre terre, se amano liturgie più animate e festose di quelle abituali nelle nostre chiese, non per questo possono sottrarsi alla responsabilità di offrire il loro contributo per dare volto alla Chiesa che nasce dalle genti per la potenza dello Spirito Santo».

Dopo l’apertura ufficiale da parte di mons. Delpini, partirà la seconda fase del Sinodo, fino al prossimo primo aprile: i presbiteri (nei decanati) e i fedeli (nei consigli pastorali decanali e parrocchiali) porteranno la propria riflessione. Dopodiché la Commissione raccoglierà i contribuiti nello strumento di lavoro, sulla base del quale i Consigli pastorale e presbiteriale delineeranno le proposizioni, vale a dire le norme giuridiche, che saranno poi promulgate dall’arcivescovo. Il Sinodo si concluderà il 3 novembre 2018, vigilia della festa liturgica in onore di San Carlo Borromeo, pastore della Chiesa ambrosiana che indisse i primi 11 sinodi diocesani.

«Non sappiamo a quale esito giungeremo – ha concluso Delpini –. Ma ci aspettiamo che questo percorso arricchisca la Chiesa ambrosiana della gioia delle fede, che nostri fratelli venuti da altri continenti sono forse più capaci di esprimere di certi milanesi antichi. E allo stesso tempo ci auguriamo che i milanesi non si facciamo paralizzare dalle novità portate dalla globalizzazione e si rammentino che i loro progenitori, nel primo secolo dell’anno mille, seppero fondare un comune autonomo capace di sfidare il grande impero».

«Una buona iniziativa, purché non resti confinata all’interno delle strutture ecclesiali», spiega Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa e impegnato nel territorio della Diocesi di Milano, che del Sinodo milanese ha un giudizio positivo ma anche qualche perplessità. «L’iniziativa del nuovo arcivescovo di Milano di convocare un Sinodo minore sul tema “La Chiesa delle genti” è stata ben accolta dal circuito “conciliare” della città – spiega ad Adista -. Potrebbe consentire di studiare situazioni e problemi  che esistono da tempo ma che al tempo del tanto predicato meticciato del card. Scola ricevevano solo risposte generiche  e con ben  scarso riferimento alla vita quotidiana di tutte le strutture  di una diocesi di cinque milioni di anime e di oltre mille parrocchie».

Una buona notizia quindi?

«Direi di sì, ma con qualche perplessità»

Quali?

«La proposta è quella di un coinvolgimento generale della base. Ma, come mi pare di capire dalle note organizzative del Sinodo, sembra che esso passerà solo dalle strutture ecclesiali: consigli pastorali, decanali. Mi chiedo: sono preparate a riflettere su questioni tanto importanti che, fino ad ora, hanno affrontato, in generale, solo con il tipico attivismo e buon senso ambrosiano? Inoltre l’aver designato mons. Luca Bressan, già uomo di fiducia del card. Scola, a guidare il Sinodo non è stata cosa ben vista da molti».

In ogni caso sia le intenzioni che gli obiettivi sembrano validi…

«Mons. Delpini ha indicato una strada positiva, quella dell’ascolto e del dialogo, che potrebbe suscitare energie in una realtà diocesana sonnolenta. Nel merito, a me pare che una delle questioni  importanti sia quella della permanenza  dei cattolici  di recente immigrazione – i molto devoti  peruviani, filippini, equadoregni ecc… – nelle  loro parrocchie  “etniche”, chiamate “cappellanie”, oppure quella di una maggiore integrazione nelle strutture tradizionali. Un’altra questione è quella del rapporto con i cristiani ortodossi che sono tanti, soprattutto romeni. Un’altra ancora quella del rapporto coi musulmani che, in genere, sono ben accolti, per esempio negli oratori, ma che non hanno luoghi decenti dove pregare».

Cosa ti aspetti dal Sinodo?

«Il Sinodo dovrebbe non concludersi con tante norme o decisioni concrete ma  essere momento per aprire le ricerca e per dare il via a una cultura più a tutto campo, in definitiva più universale, cioè più “cattolica”. Forse è questo  a cui punta il nuovo arcivescovo, che ha avuto il coraggio da subito  di aprire una nuova strada».

Cei contro Lega: «I discorsi sulla razza li credevamo sepolti»

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Sostegno alla natalità e alla famiglia, soldi alla scuola cattolica, difesa della vita. Lotta alla povertà, alla disoccupazione e al lavoro precario, accoglienza dei migranti. È il programma elettorale della Conferenza episcopale italiana presentato ieri dal cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nella prolusione di apertura al Consiglio episcopale permanente. Con la precisazione che «la Chiesa non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico», «dialoga» ma «non negozia». Si limita ad elencare le proprie priorità, saranno le forze politiche ad accoglierle o meno. Ben sapendo che, in un sistema in cui nessun partito può autoproclamarsi cattolico con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche, tenteranno un po’ tutti di adeguarsi in parte, per ricevere quanto meno un placet.

Ce n’è per tutti, a destra e a manca.

Si parte con un appello generico e alto a «ricostruire», non solo le case distrutte dal terremoto («non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto») ma «il Paese»; ad «unire» e «ricucire la società italiana»; a «pacificare» un Paese «segnato da un clima di rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive». E con l’invito a «superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare» al voto.

Si prosegue con un severo richiamo alla destra di Salvini, non nominata ma chiaramente identificata, grazie alle recenti esternazioni di Attilio Fontana (Lega), candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, sulla difesa della «razza italiana». «Quest’anno ci ricorda una pagina buia della storia del nostro Paese: le leggi razziali del 1938», dice Bassetti. «Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». La conseguenza pare chiara: fede cattolica e voto alla destra xenofoba di Salvini (e degli altri che in questi giorni hanno appoggiato Fontana) sono incompatibili.

Quindi si entra nel merito. Politiche per il lavoro: «creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo», riassunte dallo slogan – un po’ populista – «lavorare meglio, lavorare tutti». E lotta alla povertà, considerando che – Bassetti illustra i dati – oltre un milione e mezzo vivono una «condizione di povertà assoluta delle famiglie, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa».

Quando poi il presidente della Cei illustra i temi più cari ai vescovi (i vecchi e mai abbandonati “principi non negoziabili” di Ratzinger, Ruini, Bagnasco) diventa estremamente puntuale e circostanziato. Innanzitutto sostegno alla famiglia, traducendo in atti il «Patto per la natalità, presentato la scorsa settimana dal Forum delle associazioni familiari», ben accolto da «tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni». Cosa chiede il Patto? «Serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti  alla  natalità». Poi finanziamenti per le scuole paritarie cattoliche, «ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza». Infine «difesa della vita», con la richiesta di alcune correzioni alla recente legge sulle Dat (testamento biologico), come la «salvaguardia dell’obiezione di coscienza».

Sono punti che sembrano contrapporre sinistra e destra (lavoro, povertà e migranti da una parte, famiglia, scuola cattolica e difesa della vita dall’altra) ma che per Bassetti identificano il «bene comune» e devono camminare insieme: «Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto». Quasi una chiamata alle “larghe intese”: «È auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione».