Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

24 febbraio 2017

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Bilanci diocesani in chiaro: finora è chiaro solo che non ci sono

17 febbraio 2017

“Adista”
n. 7, 18 febbraio 2017

Luca Kocci

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», sosteneva Sherlock Holmes, l’investigatore di Arthur Conan Doyle. E sulla questione dei bilanci delle diocesi italiane – che secondo il segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino, sarebbero tutti pubblici e presenti sui siti internet delle rispettive diocesi – abbiamo raggiunto quota tre indizi: ovvero tre diocesi (Torino, a cui si sono aggiunte anche Milano e Roma) hanno ammesso che i propri bilanci non sono pubblici, tantomeno online sui propri siti, smentendo quindi le affermazioni del segretario generale della Cei e confermando che in materia di trasparenza economico-finanziaria per la Chiesa italiana la strada è ancora lunga. Ricordiamo le tappe della vicenda e aggiungiamo le due nuove puntate.
Dopo che la diocesi di Padova, ad ottobre 2016, pubblica sul sito internet della Chiesa patavina e sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo – organizzando anche una conferenza di presentazione – il bilancio della Diocesi comprendente stato patrimoniale e conto economico (v. Adista Notizie n. 40/16), il movimento Noi Siamo Chiesa scrive ai vescovi riuniti a Roma per il Consiglio episcopale permanente (23-25 gennaio 2017) chiedendo che «l’esempio della diocesi di Padova» sia «seguito dalle altre diocesi senza tergiversazioni», poiché «la pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi ». Una tale decisione, secondo Noi Siamo Chiesa, «darebbe credibilità alla Chiesa verso l’esterno ma anche nei confronti del popolo cristiano molto sensibile su queste questioni, disposto a discutere e a dare e a fare la sua parte» (v. Adista Notizie n. 5/17).
Alla conferenza stampa di chiusura del Consiglio episcopale permanente, interpellato da Adista sulla proposta di Noi Siamo Chiesa, mons. Galantino afferma con sicurezza che «i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani. Padova ha fatto quello che fanno anche le altre diocesi» (v. Adista Notizie n. 6/17).
Ma questi bilanci, sui siti internet di dieci diocesi “campione” (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari), non si trovano. E non si trovano perché non esistono. Come ci conferma l’ufficio amministrativo della Diocesi di Torino, unico – la scorsa settimana – a rispondere ad una nostra domanda sulla presenza del bilancio diocesano sul sito internet: «Come ha già potuto notare – ci scrivono dalla Curia torinese –, i bilanci non sono sul sito, né quello dell’Arcidiocesi né quello delle parrocchie. Resto a disposizione e porgo cordiali saluti».
«Un indizio è un indizio» e nulla di più, direbbe Sherlock Holmes. Ma nella giornata del 3 febbraio – mentre Adista era già in stampa – arriva una seconda risposta, da parte dell’Ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Milano: «Gentilissimo, i dati che lei chiede non sono disponibili. Grazie e buon lavoro». Due indizi, quindi una semplice coincidenza, se nel tardo pomeriggio dello stesso venerdì 3 febbraio non arrivasse una terza risposta, da parte dell’Ufficio stampa Vicariato di Roma, la diocesi del papa: «Effettivamente i dati da lei richiesti non sono presenti sul sito internet della diocesi di Roma», con l’invito, per saperne di più, a metterci in contatto con l’Ufficio problemi giuridici della Conferenza episcopale italiana. Tre indizi: ovvero una prova.

Contrasto alla pedofilia e bilanci trasparenti. Cattolici brindisini scrivono al vescovo Caliandro

17 febbraio 2017

“Adista”
n. 7, 18 febbraio 2017

Luca Kocci

Il gruppo di cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre” riprende le proposte che il movimento Noi Siamo Chiesa aveva indirizzato ai vescovi italiani su trasparenza dei bilanci economici delle diocesi e questione pedofilia del clero (v. Adista Notizie n. 5/17) e le rilancia al proprio vescovo, mons. Domenico Caliandro, della diocesi di Brindisi-Ostuni: bilancio pubblico e trasparente, giornata di penitenza e misure di contrasto alla pedofilia clericale.

«Noi Siamo Chiesa ha fatto riferimento al fatto che la diocesi di Padova, dopo un percorso di tre anni, ha reso noto il 29 ottobre scorso in un incontro pubblico con il vescovo mons. Guido Cipolla, il bilancio della diocesi dopo aver coinvolto le strutture diocesane e le parrocchie», scrivono i cattolici brindisini (v. Adista n. 40/16). «Ella ricorderà – si rivolgono direttamente al vescovo Caliandro – che nel 2014 in una nostra lettera aperta alla Chiesa locale (v. Adista Notizie n. 41/14), in coerenza con una Chiesa povera e solidale, così chiedevamo: “Con l’aiuto di tutto il Popolo di Dio speriamo che si possa superare il sistema tariffario sostituendolo con altre forme di cooperazione economica che siano svincolate dalla liturgia e dall’amministrazione dei sacramenti. L’amministrazione dei beni diocesani o parrocchiali sia composta solo da laici competenti e diretta a miglior uso per il bene della comunità tutta” (Celam, Medellin, 1968). I bilanci preventivi e consuntivi della diocesi e delle parrocchie siano resi pubblici almeno sui siti web. Ci conforta trovare consonanze anche in altre realtà ecclesiali nazionali le quali ritengono che l’esempio della diocesi di Padova possa essere seguìto dalle altre chiese locali. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come una vera “proprietà” (e responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e impiegate d’intesa con il vescovo in coerenza col Vangelo. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno sulla trasparenza e l’impiego delle risorse sono tali da far temere che il messaggio di papa Francesco venga largamente disatteso fatte salve alcune meritorie esperienze locali».

Quello della pedofilia del clero è l’altro tema su cui si soffermano i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che già in passato si erano più volte rivolti al vescovo e alla Chiesa locale a partire da alcune inchieste penali – e anche condanne – che hanno coinvolto preti della diocesi (v. Adista Notizie nn. 21 e 26/15, 24/16). «Sul problema della pedofilia – scrivono oggi a mons. Caliandro – Noi Siamo Chiesa ha richiamato l’esperienza dei vescovi svizzeri i quali il 5 dicembre scorso hanno organizzato nella basilica di Valère (Sion) una giornata di penitenza in espiazione “degli abusi sessuali, del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime” per i casi di delitti di pedofilia compiuti dal clero», istituendo anche un fondo di 500mila franchi (poco più di mezzo milione di euro) per gli indennizzi alle vittime, e dei vescovi francesi che il 7 novembre hanno promosso un giorno di preghiera e di digiuno a Lourdes e, fra le altre misure, «hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi del problema, composta da magistrati, psicologi, familiari delle vittime». «Anche su questo tema – proseguono – il nostro gruppo aveva avanzato alcune proposte le cui finalità largamente coincidono con quelle, che facciamo nostre, del movimento Noi Siamo Chiesa»: «è il momento di riconoscere che le “Linee guida” della Cei del maggio 2012 e poi quelle del 2014 sono insufficienti (v. Adista Notizie nn. 21/12 e 14/14), è il momento di obbligare i vescovi a denunciare alla magistratura i fatti sicuri (anche se non c’è un obbligo di legge deve essere deciso un obbligo canonico), è il momento di istituire, anche in Italia e in ogni diocesi, strutture del tutto indipendenti, che ascoltino le vittime e che facciano da tramite col vescovo e con le istituzioni. Il modello francese può servire molto, nella sua concretezza, così come quelli di molti altri episcopati e della diocesi di Bolzano». Infine «è giunto il momento per la Chiesa italiana di organizzare una “Giornata nazionale di penitenza e di preghiera” che sfoci in decisioni concrete sul tipo di quelle indicate, che sarebbero coerenti con quanto chiesto esplicitamente da papa Francesco sulla linea della “tolleranza zero”».

Un salasso Concordato

11 febbraio 2017

“il manifesto”
11 febbraio 2017

Luca Kocci

Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».

Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti  (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.

Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Una conciliazione pagata cara

Per mons. Galantino i bilanci delle diocesi sono tutti pubblici. Ma è davvero così?

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Le istituzioni ecclesiastiche comunicano con chiarezza e trasparenza in che modo amministrano il proprio patrimonio? Oppure tutto ciò che riguarda soldi e beni immobili della Chiesa è avvolto dalla nebbia, più o meno fitta? A fidarsi ciecamente delle parole di mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale, il dubbio non sussiste: «I bilanci delle diocesi sono tutti pubblici». Ma andando a verificare, si scopre che non è proprio così.

Partiamo dall’inizio. Alla fine di ottobre 2016, la diocesi di Padova pubblica sul sito internet della Chiesa patavina e sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi (v. Adista Notizie n. 40/16). Negli anni, spiegavano dalla diocesi, è maturata la convinzione che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto», «perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche». Il bilancio che rendiamo pubblico, aggiungeva don Gabriele Pipinato, vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale». E il vescovo, mons. Claudio Cipolla: «Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», «se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

Sulla base di questa notizia, a metà gennaio il movimento Noi Siamo Chiesa scrive una lettera che viene inviata a tutti i vescovi riuniti a Roma dal 23 al 25 gennaio per il Consiglio episcopale permanente (v. Adista Notizie n. 5/17) in cui avanza anche questa proposta: «L’esempio della diocesi di Padova pensiamo debba essere seguito dalle altre diocesi senza tergiversazioni. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come vera e propria  “proprietà”  (e  responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e valutate in ogni loro aspetto buono o meno buono. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno ora sulla gestione delle risorse sono così scarse (o inesistenti) che impediscono di fatto che il messaggio di papa Francesco possa farsi fatto concreto e comunitario, salvo iniziative meritorie ma specifiche e locali di qualche realtà di buona volontà. Una decisione nella direzione che auspichiamo, proposta e imposta a ogni diocesi, darebbe credibilità alla Chiesa  verso l’esterno ma anche nei confronti del  popolo cristiano molto sensibile su queste questioni, disposto a discutere e a dare e a fare la sua parte».

Alla conferenza stampa conclusiva del Consiglio episcopale permanente, Adista rivolge una domanda a mons. Galantino, chiedendogli se i vescovi hanno discusso della proposta di Noi Siamo Chiesa e in ogni caso cosa ne pensa il segretario generale della Cei. «Io non ho ricevuto nessuna lettera», esordisce mons. Galantino, che poi aggiunge «Non ne abbiamo parlato perché i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani. Ciascuno di voi, anche in questo momento, può controllare con il proprio tablet o con il proprio smartphone. Padova ha fatto quello che fanno anche le altre diocesi».

Nei giorni successivi facciamo una serie di verifiche su dieci grandi diocesi italiane (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari), e in nessun sito internet diocesano troviamo i bilanci delle diocesi. Per essere sicuri di non aver cercato male, rivolgiamo la domanda agli economati e agli uffici comunicazioni delle curie: «Sul sito internet della diocesi sono pubblicati i bilanci della diocesi?». Riceviamo una sola risposta (su dieci), da parte dell’ufficio amministrativo della Diocesi di Torino: «Come ha già potuto notare, i bilanci non sono sul sito, né quello dell’Arcidiocesi né quello delle parrocchie. Resto a disposizione e porgo cordiali saluti».

«In ogni caso se poi non li trovate, me li chiedete e ve li mando io», aveva detto alla fine della conferenza stampa mons. Galantino. I cattolici che vorranno saperne di più sanno a chi rivolgersi

Locri: edificio della ‘ndrangheta diventa ostello. Un progetto di turismo responsabile del Goel

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) diventa un ostello inserito nei percorsi di turismo responsabile. A gestirlo sarà una cooperativa del Goel, consorzio nato oltre dieci anni fa – anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri – che da tempo lavora e promuove l’imprenditoria sociale per contrastare il fenomeno mafioso e contribuire alla rinascita economico-sociale della Calabria.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata il 9 aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan. Al secondo avviso pubblico, del 27 ottobre 2016, che ripropone agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si presentano in due, e l’immobile viene assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale che restituisca valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

È il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel. «Non avevamo partecipato alla prima gara – spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel –, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini».

Nelle prossime settimane verranno completati gli atti amministrativi, per riuscire a far partire l’attività in primavera. L’ostello, che si chiamerà “Locride” – «in onore a questa terra dignitosa e martoriata di cui aspira a diventare un simbolo di riscatto», spiega Linarello – e si trova nel centro di Locri, è una struttura ricettiva nuova e moderna di cinque piani, in grado di ospitare fino a 45 persone, ideata per una green experience, orientata alla responsabilità ecologica del soggiorno. Una scommessa, come spiega Linarello: «Il progetto è definito, ora si tratterà di convincere le persone a venire a visitare la Locride»

Papa Francesco: «Cambiare sistema», non basta il «buon samaritano»

5 febbraio 2017

“il manifesto”
5 febbraio 2017

Luca Kocci

Occorre «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», non limitarsi ad «imitare il buon samaritano».

Papa Francesco ha incontrato ieri in Vaticano un migliaio di partecipanti all’incontro “Economia di comunione” (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari di Chiara Lubich, fondato in Brasile nel 1991) in corso fino ad oggi a Castel Gandolfo e ha colto l’occasione per parlare di nuovo dei mali del capitalismo. Senza suggerirne un suo superamento – del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa si muove in un’ottica interna al sistema capitalistico –, ma denunciandone le disfunzioni e proponendo un riformismo radicale, perché «quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto». «Non a caso – ha ricordato il papa – la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio».

I «mercanti» di oggi sono più astuti e cinici. «Il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare, il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere», ha detto Francesco. «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!».

Non è uno scenario futuribile quello delineato dal papa, ma già in atto da tempo. Fino a pochi anni, per esempio, Finmeccanica, la principale industria armiera italiana, finanziava il progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio, un programma contro la fame e per la prevenzione e cura dell’Aids in Africa, dove finisce una discreta quota di armi italiane. E non c’è nemmeno bisogno di allontanarsi dal colonnato di San Pietro dal momento che Deutsche Bank, al primo posto nella classifica delle “banche armate” che fanno affari con le industrie armiere italiane, è una delle banche di appoggio del Vaticano.

Non si tratta, secondo Francesco, di «curare le vittime», ma di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Come? Puntando a «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente». Certo, ha aggiunto il papa, «quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione», ma «occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime».

Il sistema è riformabile? Qualche dubbio pare averlo lo stesso Francesco: «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”», ha detto alla fine del suo discorso, indirizzato più ai singoli credenti che alle istituzioni economiche e politiche: «Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica», ha detto rivolgendosi agli aderenti ad Economia di comunione. Una cosa però si può fare subito, questa anche a livello politico: combattere l’evasione fiscale. La solidarietà, ha affermato il papa, «viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso».

Poche ore prima dell’udienza, nel centro di Roma erano comparsi decine di manifesti di contestazione a papa Francesco. Un primo piano di Bergoglio particolarmente accigliato, sotto una scritta in romanesco: «A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?». Anonimi come la pasquinate di antica memoria, ma la firma sembra evidente: settori ecclesiali conservatori e gruppi integralisti critici nei confronti della linea pastorale del papa.

Libri per pensare criticamente. una nuova collana di storia del cristianesimo

4 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Libri per «pensare», per «costruire ponti», per «sopravvivere nel deserto delle città», per «guadare la solitudine e il dolore», per «attraversare frontiere». È l’obiettivo che si propone la nuova collana promossa dall’editore trapanese Il pozzo di Giacobbe, “Il pellicano. Fonti e testi di Storia del cristianesimo”.

Una collana che, spiegano Anna Carfora e Sergio Tanzarella (docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli), che la dirigono, «nasce sotto l’esergo “Pie Pelicane, Jesu Domine” tratto dall’Adoro te devote di Tommaso d’Aquino. Egli invoca così Gesù, riferendosi alla diffusa tradizione iconografica che vuole che il pellicano per alimentare i suoi piccoli si strappasse pezzi della propria carne dal petto. In un tempo nel quale la storia del cristianesimo sembra conoscere nelle accademie una progressiva marginalizzazione, nel movimentismo integralismi e banalizzazioni, nelle chiese nuovi clericalismi, l’impegno de “Il Pellicano” vuole essere coraggiosamente contro corrente. Invitare il lettore alla scoperta o riscoperta di libri e autori che hanno segnato la cristianità, alimentandolo con nuove o prime traduzioni di testi che aiutano a pensare, a costruire ponti, ad attraversare frontiere, seguendo l’esempio e il volo del Pellicano».

Il primo titolo, uscito a dicembre 2016, è una raccolta di testi cosiddetti “minori” – ma solo perché poco conosciuti – di Lev Tolstoj (Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire, a cura degli Amici di Tolstoj, pp. 70, euro 9.90), scritti subito dopo la sua profonda crisi spirituale e la conversione al cristianesimo, alla soglia dei cinquanta anni. «Ho vissuto al mondo 55 anni e, ove si escludano i 14 o 15 anni, dell’infanzia, ne ho vissuti 35 da nichilista, nel significato autentico del termine, mancante di ogni fede», scrive il grande romanziere russo. «Cinque anni fa credetti nella dottrina del Cristo e all’improvviso la mia vita mutò: cessai di volere quello che volevo prima e incominciai a volere quello che non volevo. Quello che prima mi sembrava buono mi apparve cattivo e quello che prima mi sembrava cattivo mi apparve buono». Una conversione che influisce profondamente anche sulla sia produzione letteraria: inizia a scrivere lettere, appelli, piccoli libri polemici su questioni concrete del suo tempo, prende posizione contro la tortura e la pena di morte. «Una produzione di scritti immensa e complessivamente scarsamente conosciuta, quando non volontariamente ignorata e rinchiusa nel comodo recinto della produzione minore – spiega Tanzarella nella postfazione –. Ma sono proprio quegli scritti che ne mostrano la grandezza morale e intellettuale di profeta anarchico e cristiano, che mette sono esame la società e ne critica la struttura, accusando i governi, attaccando i sentimenti patriottici e le Chiese nazionali». «È tempo, per noi, di capire che la nostra salvezza non sta nel proseguire lungo la strada che abbiamo percorso finora – scrive Tolstoj nella Legge della violenza e la legge dell’amore, uno dei testi presenti nel volume –, bensì nel riconoscere che abbiamo percorso una strada sbagliata e siamo finiti in un pantano». E qual è la nuova strada da percorrere? Semplicemente quella dell’amore, confessa Tolstpj: «Credete solo al bene dell’amore, che si apre davanti a voi e vi chiama».

Il secondo volume della collana, sebbene anch’esso considerato un’opera minore, è un classico dell’antimilitarismo cristiano: Militia Christi. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli, del teologo e storico del cristianesimo tedesco Adolf Harnack (pp. 170, euro 14.90), il “maestro” di Dietrich Bonhoeffer. Benché pubblicato per la prima volta nel 1905, il saggio di Harnack resta un riferimento insostituibile per capire come i primi cristiani hanno affrontato il tema della guerra e del servizio militare. Perché è proprio nei primi secoli che il cristianesimo passa progressivamente da religione di pace ad un forma di militanza che prevederà, in nome di Cristo l’uso delle armi e della violenza sotto le insegne del papa, dell’imperatore o del potere politico cristianamente devoto. «Nella cristianità occidentale infiammata da sempre nove guerre – scrive Tanzarella nell’ampia introduzione – il sogno di Costantino non sarebbe stato interrotto, i soldati di Cristo si sarebbero sempre e di nuovo concretamente riarmati e il giuramento militare avrebbe assunto un particolare valore religioso, mentre messe da campo, benedizioni della bandiera, battesimo dei gagliardetti militari e preghiere del fante, del marinaio e dell’aviatore avrebbero confermato l’inverosimile possibilità di una fedeltà cristiana armata e disposta ad uccidere o a morire da buon soldato cristiano, producendo la trasformazione del soldato morto in guerra in caduto da eroe, e da eroe a martire».

Consiglio permanente Cei: in fine mandato prolusione in tono minore del card. Bagnasco

1 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Forse perché quella con cui ha aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale del 23-25 gennaio era la sua penultima prolusione prima di lasciare, dopo dieci anni, la guida dei vescovi italiani – a maggio, nell’Assemblea generale, voteranno la terna all’interno della quale papa Francesco sceglierà il nuovo presidente della Cei – che il discorso con cui il card. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del “consiglio dei ministri” dei vescovi è stato particolarmente breve.

Pochissimi i temi affrontati. Inevitabile un pensiero alle vittime dei terremoti e del maltempo di queste settimane – ma anche ai «parroci che non hanno lasciato la terra» e a tutti coloro che sono impegnati «per salvare le vite altrui», «il volto migliore del nostro Paese» –, prima di cominciare con la povertà, in grande crescita. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei – le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila mentre oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali, come l’introduzione del «Reddito d’inclusione» – una proposta su cui da anni si sta spendendo un cartello di associazioni che comprende, fra le altre, Acli, Azione Cattolica, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei Focolari –, la «predisposizione del Piano nazionale contro la povertà» (v. Adista Notizie nn. 41/13, 28/14, 36/15 e 7/16) e tutti quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire». E che invece fanno «fatica a essere realmente presi in carico e portati a effettivo compimento».

Nonostante questa urgenza, la politica si occupa di altro, «ad esempio il fine vita». Che il dibattito politico di queste settimane sia incentrato su questo tema se ne è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni civili omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha accompagnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche in questo suo penultimo discorso non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato Bagnasco – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con le implicazioni, assai delicate e controverse, in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo»; «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte. Crediamo che la risposta alle domande di senso che avvolgono la sofferenza e la morte non possa essere trovata con soluzioni semplicistiche o procedurali; la tutela costituzionale della salute e della vita deve restare non solo quale riferimento ideale, bensì quale impegno concreto di sostegno e accompagnamento».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati ed esposti ad ogni sorta di abuso». Su questo tema, dalla Cei arriva una proposta importante, che farà infuriare Salvini, ammesso che il segretario della Lega si dedichi alla lettura delle Prolusione del presidente della Cei: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

All’ordine del giorno dei vescovi la preparazione due documenti: un sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente e una comunicazione in vista del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (v. Adista Notizie n. 4/17). E poi l’Assemblea generale di maggio, quando, ricorda Bagnasco, «saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava papa Francesco – ovvero l’elezione diretta del presidente, come del resto avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo –, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi tre il papa sceglierà il nuovo presidente. Il “totonomi” è già partito: Galantino (segretario generale della Cei), Bassetti (arcivescovo di Perugia), Zuppi (arcivescovo di Bologna), Semeraro (vescovo di Albano) oppure un outsider “francescano” – nel senso di Bergoglio – come Menichelli (arcivescovo di Ancona). Sembra però un esercizio piuttosto velleitario: in questi quasi quattro anni di pontificato, Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, e la terna la eleggeranno loro. Quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”: il Documento preparatorio del Sinodo dei vescovi 2018

27 gennaio 2017

“Adista”
n. 4, 28 gennaio 2017

Luca Kocci

Sarà dedicato ai «giovani, la fede e il discernimento vocazionale» il Sinodo ordinario dei vescovi che si terrà in Vaticano nell’ottobre 2018. La modalità è quella già sperimentata nel precedente Sinodo – Documento preparatorio, Questionario (sia per i vescovi che per i giovani), redazione dell’Instrumentum laboris, Assemblea sinodale nel 2018 – ma l’evento si preannuncia meno “avvincente” e potenzialmente dirompente rispetto al Sinodo sulla famiglia che si svolse in due tappe nel 2014 e 2015: all’ordine del giorno non vi sono temi scottanti e particolarmente divisivi (come la questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, dei conviventi, delle coppie omosessuali, della contraccezione) ma un confronto generale sui giovani, la loro fede e le loro scelte vocazionali, ridotte sostanzialmente e due: matrimonio o vita consacrata.

Il documento preparatorio, indirizzato «ai Sinodi dei vescovi e ai Consigli dei gerarchi delle Chiese orientali cattoliche, alle Conferenze episcopali, ai dicasteri della Curia romana e all’Unione dei superiori generali», presentato in Vaticano lo scorso 13 gennaio, è stato sintetizzato dal card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, e si divide in tre parti: «La prima invita a mettersi in ascolto della realtà; la seconda evidenzia l’importanza del discernimento alla luce della fede per arrivare a compiere scelte di vita che corrispondano realmente al volere di Dio e al bene della persona; la terza concentra la sua attenzione sull’azione pastorale della comunità ecclesiale».

Giovani «senza Dio» e «senza Chiesa»

La prima parte del documento («I giovani del mondo di oggi»), pur tentando di operare delle «differenze fra le diverse aree del pianeta», brilla per ovvietà. Si descrive un «contesto di fluidità e incertezza mai sperimentate» che provoca «vulnerabilità» («cioè la combinazione di malessere sociale e difficoltà economica») e «insicurezza», causata da «disoccupazione», «flessibilità», «sfruttamento» e migrazioni. Inoltre «l’intreccio tra paradigma tecnocratico e ricerca spasmodica del profitto a breve termine sono all’origine di quella cultura dello scarto che esclude milioni di persone, tra cui molti giovani, e che conduce allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e al degrado dell’ambiente, minacciando il futuro delle prossime generazioni».

In molte parti del mondo, inoltre, i giovani sperimentano «condizioni di particolare durezza»: «Povertà ed esclusione», impossibilità di andare a scuola, ci sono poi «bambini e ragazzi di strada», «sfollati e migranti», «vittime di sfruttamento, tratta e schiavitù», «bambini soldato» e «spose bambine». Invece in altri Paesi del Nord del mondo è sempre più diffuso il fenomeno dei Neet (not in education, employment or training, cioè «giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale») e della «iperconnessione» nel «mondo virtuale», che presenta «opportunità» e «rischi».

In questo contesto i giovani «nutrono spesso sfiducia, indifferenza o indignazione verso le istituzioni» (quelle politiche, ma anche «la Chiesa, nel suo aspetto istituzionale»). «L’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria». Tutto ciò produce, soprattutto nella «cultura occidentale», «una concezione di libertà intesa come possibilità di accedere ad opportunità sempre nuove», che però, sia «nelle relazioni affettive», sia «nel mondo del lavoro», si traduce in «opzioni sempre reversibili più che in scelte definitive» («Oggi scelgo questo, domani si vedrà»).

«Discernimento alla luce della fede»

Quindi, e veniamo alla seconda parte del documento («Fede, discernimento, vocazione»), «la Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane», affinché «la loro vita sia esperienza buona», «non si perdano su strade di violenza o di morte», «la delusione non li imprigioni nell’alienazione».

L’accompagnamento dei giovani non può che «partire della fede», «con il chiaro obiettivo di sostenerli nel loro discernimento vocazionale e nell’assunzione delle scelte fondamentali della vita, a partire dalla consapevolezza del carattere irreversibile di alcune di esse», sia quelle che riguardano lo «stato di vita» («matrimonio, ministero ordinato o vita consacrata?»), sia quelle che riguardano «i propri talenti» («vita professionale, volontariato, servizio agli ultimi, impegno in politica»).

Il discernimento è un «processo lungo», che si articola in tre tappe: «Riconoscere» («gli effetti che gli avvenimenti della mia vita, le persone che incontro, le parole che ascolto o che leggo producono sulla mia interiorità»); «interpretare», cioè «comprendere a che cosa lo Spirito sta chiamando»; «scegliere», ovvero «l’atto di decidere», sottratto «alla forza delle pulsioni a cui un certo relativismo contemporaneo finisce per assegnare il ruolo di criterio ultimo». In particolare, «nei luoghi dove la cultura è più profondamente segnata dall’individualismo, occorre verificare quanto le scelte siano dettate dalla ricerca della propria autorealizzazione narcisistica e quanto invece includano la disponibilità a vivere la propria esistenza nella logica del generoso dono di sé».

«Educare le nuove generazioni»

Nella terza parte del documento si delineano alcune strategie di «azione pastorale» su cui il Sinodo dovrà interrogarsi: «Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l’annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico»; «vedere», ovvero «la disponibilità a passare del tempo» con i giovani, «ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle»; infine «chiamare», che significa «ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano», «porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate».

Un compito – quello di «educare le nuove generazioni» – che riguarda «tutta la comunità cristiana» (anche inserendo «negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali»), ed in particolare «genitori», «pastori» (da formare, soprattutto «coloro a cui è affidato il compito di accompagnatori del discernimento vocazionale in vista del ministero ordinato e della vita consacrata») e «insegnanti e altre figure educative».