Dimissioni respinte per il cardinale Marx, ma la «pedofilia è una catastrofe»

11 giugno 2021

“il manifesto”
11 giugno 2021

Luca Kocci

Dimissioni respinte. Ma diagnosi accolta in pieno: la Chiesa cattolica è in mezzo a una «crisi» – che ha un nome: pedofilia del clero –, molti però continuano a negarlo e ad andare avanti come se nulla fosse, trasformando la crisi in «catastrofe».

Papa Francesco non accoglie le dimissioni da arcivescovo di Monaco-Frisinga del cardinal Reinhard Marx, che lo scorso 21 maggio aveva rimesso il proprio incarico nelle mani del pontefice (ma la notizia è stata resa nota solo pochi giorni fa) autoaccusando se stesso e la Chiesa di «corresponsabilità per la catastrofe dell’abuso sessuale», e lo invita a restare al proprio posto. Ma contestualmente gli dà ragione su tutta la linea: la Chiesa, scrive Francesco in una lettera diffusa ieri dalla sala stampa vaticana, non può continuare a nascondere la testa sotto la sabbia («la politica dello struzzo non porta a niente»), deve accettare la «catastrofe» che essa stessa ha contribuito a produrre, rinunciare all’«ipocrisia» che spinge a «dissimulare» e a «seppellire» le proprie colpe, deve «vergognarsi» e cambiare radicalmente strada, con una riforma vera, sia personale che collettiva, e non con qualche ritocco cosmetico, come è stato fatto per troppo tempo.

Che papa Francesco respingesse le dimissioni di Marx era abbastanza scontato. Anche perché l’arcivescovo di Monaco, nonché componente del gruppo ristretto di cardinali che sta lavorando con il papa alla riforma della curia romana, non ha responsabilità personali, né dirette né indirette, anzi è stato un dei più lucidi accusatori dei silenzi e delle colpe della Chiesa sulla questione pedofilia (la Chiesa ha messo in atto un’azione sistematica di copertura degli abusi sessuali commessi dal clero, proteggendo i preti pedofili e calpestando le vittime, aveva denunciato due anni fa all’incontro mondiale in Vaticano sulla “Protezione dei minori nella Chiesa”, v. il manifesto 24 febbraio 2019). Che però accompagnasse l’invito a restare al suo posto («continua quanto ti proponi, ma come arcivescovo di Monaco») con una lettera dai toni e dai contenuti fortemente autocritici non era previsto.

«Tutta la Chiesa sta in crisi a causa della questione degli abusi», scrive Francesco, «la Chiesa oggi non può compiere un passo avanti senza accettare questa crisi». Prosegue il pontefice: «Sono d’accordo con te nel definire catastrofe la triste storia degli abusi sessuali e il modo di affrontarlo che ha adottato la Chiesa fino a poco tempo fa. Rendersi conto di questa ipocrisia nel modo di vivere la fede è una grazia, è un primo passo che dobbiamo compiere. Dobbiamo farci carico della storia, sia personalmente sia comunitariamente. Non si può rimanere indifferenti dinanzi a questo crimine».

I «mea culpa» non bastano più, si legge ancora nella lettera firmata da papa Francesco. Occorre «una riforma che non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà, qualunque sia la conseguenza», «altrimenti non saremo altro che “ideologi di riforme” che non mettono in gioco la propria carne». L’autocritica è severa: «Seppellire il passato non ci porta a nulla. I silenzi, le omissioni, il dare troppo peso al prestigio delle istituzioni conducono solo al fallimento personale e storico, e ci portano a vivere con il peso di “avere scheletri nell’armadio”». Invece «è urgente» ammettere che «abbiamo sbagliato» e «abbiamo peccato», perché «non ci salverà il prestigio della nostra Chiesa che tende a dissimulare i suoi peccati». Ci salverà la «vergogna guaritrice».

Vescovi italiani in assemblea: e Sinodo sia, ma controvoglia

5 giugno 2021

“Adista”
n. 21, 5 giugno 2021

Luca Kocci

Ci ha impiegato quasi 6 anni – quando al convegno ecclesiale di Firenze (2015), rivolse il primo appello per un Sinodo italiano – e ha dovuto sferrare almeno un paio di sonori ceffoni ai vescovi che facevano orecchie da mercante (v. Adista Notizie nn. 6 e 19/21), ma alla fine sembra che papa Francesco sia riuscito nell’intento di far celebrare alla Chiesa italiana il primo Sinodo della sua storia.

All’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (24-27 maggio) è stata infatti approvata una mozione secondo cui «i vescovi italiani danno avvio, con questa Assemblea, al cammino sinodale secondo quanto indicato da papa Francesco e proposto in una prima bozza della Carta d’intenti presentata al santo padre. Al tempo stesso, affidano al Consiglio permanente il compito di costituire un gruppo di lavoro per armonizzarne temi, tempi di sviluppo e forme, tenendo conto della Nota della Segreteria del Sinodo dei Vescovi del 21 maggio 2021, della bozza della Carta d’intenti e delle riflessioni di questa Assemblea». Temi, tempi, forme e modi sono quindi ancora da delineare, ma il dado sembra ormai tratto.

Vis-à-vis a porte chiuse

Non era partita benissimo l’Assemblea della Cei, con Francesco che ha aperto l’assise con due interventi a gamba tesa, sebbene diluiti nell’ironia, secondo lo stile bergogliano. Il primo quando, prendendo spunto dalla location scelta per l’incontro a causa delle norme anticovid – l’hotel Ergife di Roma – il papa ha detto che gli sembrava di trovarsi alla finale di un concorso di bellezza («quando sono entrato mi è venuto in mente un cattivo pensiero, scusatemi: ma siamo a un’assemblea dei vescovi o a un concorso per eleggere il vescovo più bello?»). E la seconda, ben più puntuta, quando ha rimproverato la Cei di soffrire di «amnesia», proprio per aver dimenticato quanto detto a Firenze nel lontano 2015. Tanto che il cardinale presidente, Gualtiero Bassetti, nella sua introduzione il secondo giorno di lavori, si è avventurato in una sorta di excusatio non petita: «la Chiesa che è in Italia – ha detto il presidente della Cei – non è mai stata e mai sarà in contrapposizione a Pietro, al suo magistero, alla sua parola».

Il discorso di papa Francesco, il cui testo non è stato fornito nemmeno successivamente, ha affrontato soprattutto tre temi. Appunto il Sinodo, che «deve cominciare dal basso in alto, nelle piccole comunità, nelle piccole parrocchie. Questo ci chiederà pazienza, ci chiederà lavoro, ci chiederà di far parlare la gente», da dove arriverà «la saggezza del popolo di Dio». Quindi il tema delicato della formazione del clero e in particolare dei seminari: «In questo momento c’è un pericolo molto grande – ha detto il pontefice –: sbagliare nella formazione e anche sbagliare nella prudenza nell’ammissione dei seminaristi. Abbiamo visto con frequenza seminaristi che sembravano buoni, ma rigidi. E poi ci siamo accorti che dietro quella rigidità c’erano dei grossi problemi. Seminaristi accolti senza chiedere informazioni, che sono stati mandati via da una congregazione religiosa o da una diocesi. Non possiamo scherzare con i ragazzi che vengono dai noi per entrare in seminario». Infine la questione dei tribunali ecclesiastici, dopo la riforma che ha abbreviato i processi di nullità matrimoniale (v. Adista Notizie nn. 31/15 e 42/17): Francesco si è detto soddisfatto dei passi fatti finora, ma nello stesso ha annunciato visite e ispezioni dei giudici rotali in ogni diocesi (indizio che forse tanto soddisfatto non è).

Nel secondo giorno dei lavori, dopo un dialogo a porte chiuse fra il papa e i vescovi, la lunghissima introduzione di Bassetti, che ha ripercorso il quasi sessantennale percorso della Cei (la prima Assemblea generale è dell’ottobre 1962), in una cammino che il presidente dei vescovi ha definito pienamente sinodale («la ricchezza di questa nostra storia conferma che la sinodalità, come stile, metodo e cammino, è perfettamente coerente con un percorso che abbraccia cinque decenni, tanto più per la consapevolezza di un “cambiamento d’epoca” in atto»). Una lettura piuttosto sorprendente, se non altro per il fatto che nel post Concilio non c’è mai stato un Sinodo della Chiesa italiana e che ci sono volute le bacchettate di papa Francesco per celebrarlo, forse fra qualche anno.

Mettersi in “cammino”. Sinodale

Comunque Bassetti ha pigiato il piede sull’acceleratore del Sinodo, che sarà «un “cammino”, non semplicemente di un evento, perché in gioco è la forma di Chiesa a cui lo Spirito ci chiama in particolare per questo tempo. Il “cammino sinodale” rappresenta così quel processo necessario che permetterà alle nostre Chiese che sono in Italia di fare proprio, sempre meglio, uno stile di presenza nella storia che sia credibile e affidabile, perché attento ai complessi cambiamenti in atto e desideroso di dire la verità del Vangelo nelle mutate condizioni di vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. Poiché siamo tutti chiamati ad acquisire questo  stile, occorre che assumiamo con responsabilità la decisione di coinvolgerci in questo “cammino” che, come comprendiamo bene, non può risolversi in adempimenti formali, né soltanto nell’organizzazione di eventi». Al contrario, ha aggiunto Bassetti, «la sfida che attende anzitutto noi vescovi è quella di mettere in campo percorsi sinodali capaci di dare voce ai vissuti e alle peculiarità delle nostre comunità ecclesiali, contribuendo a far maturare, pur nella multiformità degli scenari, volti di Chiesa nei quali sono rintracciabili i tratti di un noi ricco di storia e di storie, di esperienze e di competenze, di vissuti plurali dei credenti, di carismi e ministeri, di ricchezze e di povertà». «È uno stile che vuole riconoscere il primato della persona sulle strutture, come pure che intende mettere in dialogo le generazioni, che scommette sulla corresponsabilità di tutti i soggetti ecclesiali, che è capace di valorizzare e armonizzare le risorse delle comunità, che ha il coraggio di non farsi ancora condizionare dal “si è sempre fatto così”, che assume come orizzonte il servizio all’umanità nella sua integralità. È un cambio di rotta quello che ci viene chiesto: le possibili tappe del “cammino” ci permetteranno di familiarizzare con questo stile, perché esso possa arrivare a permeare il quotidiano dei nostri vissuti ecclesiali». In particolare, ha detto ancora Bassetti, «le ragioni che ci orientano nella direzione del cammino sinodale» devono essere due: la cura del «noi ecclesiale», perché le nostre comunità cristiane sono «popolate da donne e uomini che interpretano figure plurali di esperienza credente, tutte degne di essere riconosciute nell’appartenenza all’unica tessitura della rete ecclesiale, la cui bellezza è data anche da questa multiformità» per la costruzione di «un noi ecclesiale allargato, inclusivo, capace di favorire un reciproco riconoscimento tra i credenti, all’altezza di dare forma storica alla figura conciliare di una Chiesa “popolo di Dio”»; e un noi sociale che, «lungi dal favorire processi di arroccamento ecclesiale e clericale », al contrario muova «la vita delle comunità in una direzione di estroversione verso quelle periferie che, in prima battuta, non sono poi così lontane ed estranee ai nostri vissuti ecclesiali, ma che anzi vi appartengono in qualche modo».

Partire “dal basso”

Affermazioni poi riprese nel comunicato finale, quindi condiviso da tutti i vescovi. «Il percorso sinodale – si legge – si configura come un evento provvidenziale, in quanto risponde alla necessità odierna di dare vita ad una Chiesa più missionaria, capace di mettersi in ascolto delle domande e delle attese degli uomini e delle donne di oggi. Partire “dal basso”, così come ha sollecitato il papa, significa ascoltare la base per poi proseguire a livelli sempre più alti, raggiungendo anche le persone lontane, che si trovano oltre i confini degli “addetti ai lavori”, toccando pure l’ambito ecumenico e interreligioso. In questo modo, in sintonia con quanto sottolineato dal cardinale presidente, il “cammino sinodale” potrà davvero essere garanzia di un “Noi ecclesiale” inclusivo, espressione della Chiesa “popolo di Dio”».

A questo punto si attende che il Consiglio permanente articoli tempi, modalità e temi del Sinodo italiano. E vedere come questo si intersecherà con il processo sinodale della Chiesa cattolica mondiale lanciato da Francesco e che culminerà nell’ottobre 2023 con la XVI assemblea generale del Sinodo dei vescovi.

8 per mille Cei: calano i fondi destinati a interventi caritativi

5 giugno 2021

“Adista”
n. 21, 5 giugno 2021

Luca Kocci

Cala ancora il numero dei contribuenti che scelgono di destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica. Restano però stabili gli introiti, anzi fanno segnare un lieve incremento – grazie anche ad un sostanzioso conguaglio relativo al 2018 di 65 milioni di euro – confermandosi stabilmente sopra il miliardo di euro e raggiungendo il secondo risultato migliore di tutti i tempi: 1 miliardo e 136 milioni di euro (solo nel 2012, con 1 miliardo e 148 milioni di euro, la Chiesa cattolica ottenne di più). I dati sono stati presentati in occasione della 74.ma Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che si è svolta a Roma dal 24 al 27 maggio (v.qui, qui e qui).

Le firme di coloro che hanno optato per la Chiesa cattolica per la destinazione dell’otto per mille sono state pari al 78,5% (redditi del 2017), mentre lo scorso anno erano il 79,94% (redditi del 2016), con un calo, quindi, di quasi un punto e mezzo. Ricordando sempre che non si tratta di una percentuale assoluta, ma relativa solo a coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 40% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 60% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà non è stato il 78, 5%, ma il 32,78% dei contribuenti (pari a 13.508.714 firme) ad aver scelto di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica (l’anno precedente erano il 34,2%, con 13.774.382). E per il 2022 (redditi del 2018) il Mef già segnala un ulteriore calo: 77,78%, con un percentuale assoluta del 31,8%, pari a 13.156.156 firme.

Nella ripartizione delle somme approvata durante l’assemblea generale, complessivamente sono state confermate le scelte tradizionali, con qualche spostamento interno: il 32% dei fondi per esigenze di culto e pastorale (due anni fa il 38%; lo scorso anno, causa Covid, non si è tenuta l’Assemblea generale e non è stato reso noto il rendiconto), il 37% per il sostentamento del clero (invece del 34%) e il 23% per gli interventi caritativi (invece del 25% della volta precedente), da sempre al centro delle campagne pubblicitarie pro otto per mille, anche se a essi viene destinato meno di un quarto dell’incasso. In particolare a «culto e pastorale » sono stati destinati 363 milioni, di cui 158 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 82 per l’edilizia di culto, 70 per la catechesi e l’educazione cristiana, 13 per i tribunali ecclesiastici regionali e 40 per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Al sostentamento del clero sono stati riservati 420 milioni (36 in più dei 384 del 2019). Agli interventi caritativi sono stati destinati 253 milioni di euro, 32 in meno della scorsa volta, così suddivisi: 150 milioni alle diocesi, 50 per il «Terzo mondo» e 53 per «esigenze di rilievo nazionale ». In cassa restano cento milioni, accantonati «a futura destinazione».

Il papa inasprisce le pene, non solo per i pedofili

2 giugno 2021

“il manifesto”
2 giugno 2021

Luca Kocci

Cambia il Codice di diritto canonico della Chiesa cattolica e si stabiliscono pene più severe per preti pedofili, per corruttori, corrotti e intrallazzatori finanziari e per chi volesse ordinare prete una donna.

La revisione di quello che è, di fatto, il codice penale della Chiesa romana era iniziata nel 2007, quando papa Ratzinger diede mandato al Pontificio consiglio per i testi legislativi di studiare una revisione del Codice del 1983. Ora, dopo una serie di bozze, emendamenti e consultazioni, il lavoro è giunto al termine, e papa Francesco ha potuto annunciare, con la costituzione apostolica Pascite gregem Dei – datata 23 maggio, ma presentata solo ieri in Vaticano – la riforma del Codice di diritto canonico.

Ad essere modificato è il libro VI del Codice, dedicato alle «sanzioni penali nella Chiesa». Degli 89 articoli (canoni), ne sono stati modificati 63 e spostati 9, come per esempio il reato di abuso sui minori, finalmente inquadrato non più all’interno dei reati contro gli obblighi speciali dei chierici, bensì come reato contro la dignità della persona.

Si tratta quindi di una riforma corposa, che entrerà in vigore il prossimo 8 dicembre e che intende sottolineare il valore della giustizia (canonica) piuttosto che quello della misericordia. «In passato – scrive papa Francesco della Pascite gregem Dei ­–, ha causato molti danni la mancata percezione dell’intimo rapporto esistente nella Chiesa tra l’esercizio della carità e il ricorso, ove le circostanze e la giustizia lo richiedano, alla disciplina sanzionatoria. Tale modo di pensare, l’esperienza lo insegna, rischia di portare a vivere, con comportamenti contrari alla disciplina dei costumi, al cui rimedio non sono sufficienti le sole esortazioni o i suggerimenti». Invece, prosegue il pontefice, «la carità richiede che i pastori ricorrano al sistema penale tutte le volte che occorra, tenendo presenti i tre fini che lo rendono necessario nella comunità ecclesiale, cioè il ripristino delle esigenze della giustizia, l’emendamento del reo e la riparazione degli scandali».

«Negli ultimi anni – ha spiegato in conferenza stampa monsignor Iannone, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi – il rapporto di compenetrazione tra giustizia e misericordia, ha subito, talvolta, un’erronea interpretazione, che ha alimentato un clima di eccessiva rilassatezza nell’applicazione della legge penale».

Cioè si è chiuso un occhio – e spesso anche due – su crimini gravi, come quelli di pedofilia, o sui reati economico-finanziari, contro i quali infatti si appuntano molte delle nuove norme, che non sono altro che la traduzione legislativa di molti discorsi e iniziative di papa Francesco su questi fronti, anche in seguito al moltiplicarsi degli scandali negli ultimi anni.

Nel Codice sono introdotti nuovi reati, come adescamento di minori o di adulti vulnerabili per abuso sessuale e possesso di materiale pedopornografico; per i chierici che usano minacce o abusi della propria autorità per costringere qualcuno ad avere rapporti sessuali è prevista la pena massima della dimissione dallo stato clericale (anche se continua a non esserci l’obbligo di denuncia alle autorità civili da parte dei vescovi). In ambito finanziario entrano l’appropriazione indebita di beni della Chiesa e la grave negligenza nella loro amministrazione, inserendo fra le pene anche il risarcimento del danno e la privazione della remunerazione ecclesiastica. Non poteva mancare, però, una norma specifica contro le donne: il codice riformato prevede infatti la scomunica per chi ordina prete una donna e per la donna stessa.

Certosa di Trisulti: i “crociati del terzo millennio” non si arrendono

29 maggio 2021

“Adista”
n. 20, 29 maggio 2021

Luca Kocci

Non è finita la vicenda di Trisulti, duecentesca certosa della Ciociaria (Fr) dove i «crociati del terzo millennio » del teocon Steve Bannon, ex consigliere dell’ex presidente Usa Donald Trump, avrebbero voluto installare l’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano, un pensatoio dell’integralismo cattolico, «una scuola di gladiatori di destra, i soldati delle prossime guerre culturali che dovranno difendere l’Occidente», secondo la definizione dello stesso Bannon.

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato (15 marzo), che aveva ritenuto corretta la decisione del Ministero dei Beni culturali di annullare in autotutela la concessione della certosa all’associazione Dignitatis Humanae Institute (Dhi, v. Adista Notizie n. 12/21), il fondatore e leader, Benjamin Harnwell, si è appellato alla Cassazione, obiettando che il Consiglio di Stato è andato oltre le sue prerogative giurisdizionali. I giudici, infatti, avevano accolto il ricorso del Ministero e di alcune associazioni contro la decisione del Tar del Lazio che nel maggio scorso aveva detto no alla revoca. Per i giudici di Palazzo Spada, il provvedimento con cui era stato richiesto il rilascio dell’immobile era corretto. Invece, secondo il ricorso presentato da Harnwell in Cassazione il 14 maggio, il Consiglio di Stato avrebbe sconfinato dal proprio ambito di giurisdizione sia in campo penale che ordinario civilistico.

Insomma Bannon, Harnwell & co. non si arrendono e puntano il dito contro una fantomatica «sinistra», spiega Harnwell, «contraria con veemenza all’idea di una scuola gestita da Steve Bannon per difendere l’eredità giudaico-cristiana dell’Occidente che si svolga nella penisola italiana. E in Italia, la sinistra domina con i suoi uomini strategicamente posizionati in tutta la pubblica amministrazione, la stampa e, secondo molti, anche la magistratura».

Dal punto di vista giuridico, le argomentazioni di Dhi si fondano su una sorta di straripamento dalle proprie competenze da parte del Consiglio di Stato. «Lo strumento giuridico che il Ministero ha utilizzato per annullare la concessione (l’annullamento in autotutela, ndr) – sostiene Harnwell – afferma chiaramente che la pubblica amministrazione, quando desidera annullare, trascorsi 18 mesi dall’atto di aggiudicazione, un contratto sulla base di dichiarazioni false rese durante una gara d’appalto, può farlo solo dopo aver ottenuto una sentenza passata in giudicato dal tribunale penale, che affermi il reato delle dichiarazioni fraudolenti presunte». Questa sentenza secondo Harnwell non c’è mai stata, quindi la decisione del Ministero di annullare la concessione della certosa di Trisulti a Dhi dopo 28 mesi (quindi dieci in più dei 18 ammessi) non sarebbe valida. Ma in Italia «la legge si interpreta per gli amici e si applica per i nemici», aggiunge Harnwell. Il quale trasforma il ricorso in Cassazione in una battaglia in nome dell’intero popolo italiano, ostaggio di una sinistra tentacolare. «Contro queste forze onnipresenti e onnipotenti, la mia unica protezione è la legge. Da quando è stata emessa la sentenza del Consiglio di Stato a marzo, sono stato letteralmente sommerso da migliaia di messaggi di sostegno», conclude il leader di Dhi. «A nome di tutti i cittadini della Repubblica italiana», a nome «di tutte le imprese e organizzazioni che hanno vinto una gara pubblica o che hanno un’aspirazione di farlo», «a nome di qualsiasi impresa straniera che desideri venire in questo Paese bello ma profondamente travagliato», «continueremo a combattere, combatteremo per vincere. Sulla parete di ogni aula di tribunale in Italia, le parole “La legge è uguale per tutti” sono blasonate con orgoglio. Il mondo ora sta guardando per vedere quanto sia vero in pratica».

Intanto, visto che le sentenze del Consiglio di Stato sono immediatamente esecutive, il 15 maggio sono scaduti i termini per la permanenza di Dhi a Trisulti. E il Ministero dei Beni culturali, quindi, potrebbe anche chiedere l’intervento della forza pubblica per sfrattare i «crociati del terzo millennio». 

Stop armi a Israele: le richieste al governo di missionari e pacifisti cattolici

29 maggio 2021

“Adista”
n. 20, 29 maggio 2021

Luca Kocci

Il governo italiano sospenda immediatamente tutte le forniture di armi a Israele e chieda ai Paesi europei di fare altrettanto. È l’appello che le riviste Missione Oggi (dei saveriani), Nigrizia (dei comboniani) e Mosaico di pace e il movimento Pax Christi – promotori insieme della Campagna di pressione alle “banche armate” – rivolgono a Palazzo Chigi nei giorni in cui in Palestina la situazione degenera e le vittime aumentano a causa dei bombardamenti delle forze armate israeliane sulla Striscia di Gaza e del lancio dei razzi da parte di Hamas su Israele.

La ragione profonda della crisi è il mancato riconoscimento al popolo palestinese di un vero e proprio Stato e del diritto all’autodeterminazione, con l’elezione di propri rappresentanti politici. «Il governo israeliano – si legge nell’appello – continua, invece, ad utilizzare ogni mezzo, compreso l’intervento militare, per la repressione nei confronti del popolo palestinese di cui da anni lo Stato di Israele sta occupando i territori in violazione del diritto internazionale e nei cui confronti sta attuando politiche di apartheid che rasentano la “pulizia etnica”».

Ma la guerra si fa con le armi, e di conseguenza il taglio delle forniture di armamenti a Israele contribuirebbe a ridurre l’escalation bellica e, con essa, il numero delle vittime. Un dovere anche costituzionale per l’Italia che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» e una cui legge, la 185 del 1990, vieta esplicitamente l’esportazione di sistemi militari «verso i Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione» e «verso i Paesi in stato di conflitto armato».

Per questo, scrivono Missione Oggi, Nigrizia e Mosaico di pace e Pax Christi, «chiediamo al governo italiano di sospendere immediatamente tutte forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso. Di farsi, quindi, promotore di una simile istanza presso i governi dei Paesi dell’Unione Europea».

Come del resto è stato per molto tempo, perlomeno rispetto a Israele. Per vent’anni infatti, i governi italiani, pur mantenendo buoni rapporti diplomatici, economici e commerciali con Israele, hanno messo in pratica una politica rigorosa e restrittiva sulle forniture di armi e sistemi militari allo Stato di Israele: le autorizzazioni all’esportazione rilasciate tra il 1990 e il 2011 si attestano a poche decine di migliaia di euro all’anno. Fino al 2012, quando il governo guidato da Mario Monti, a seguito degli accordi presi in precedenza dal governo Berlusconi, definì il contratto per la vendita allo Stato d’Israele di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 della Alenia Aermacchi, azienda del gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo Spa), già predisposti nella versione da combattimento multi-ruolo “fighter attack”. Negli anni successivi le forniture di sistemi militari dall’Italia a Israele sono aumentate, ma non hanno segnato valori rilevanti fino al febbraio 2019 (governo Lega-Movimento cinque stelle presieduto da Giuseppe Conte), quando i Ministeri della Difesa italiano e israeliano hanno firmato un accordo per l’acquisto di sette di elicotteri AW119Kx d’addestramento avanzato per le forze aeree israeliane, del valore di 350 milioni di dollari, in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un valore equivalente di tecnologia militare israeliana; nel settembre 2020 (governo giallo-rosso, guidato sempre da Conte), poi, sono stati aggiunti altri cinque elicotteri AW119Kx, per un totale di dodici. Nell’ultimo quinquennio (2016-2020) l’Italia ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per un valore complessivo di oltre 90 milioni di euro che comprendono armi semiautomatiche, bombe e missili, strumenti per la direzione del tiro e apparecchi per l’addestramento militare.

Quindi contribuire alla fine dei bombardamenti israeliani a Gaza si può. Alle cittadine e ai cittadini, la Campagna di pressione alle banche armate chiede di «scrivere alla propria banca per chiedere informazioni riguardo all’eventuale coinvolgimento dell’istituto di credito nelle forniture di armi e sistemi militari a Israele» (si sa solo che l’operazione del 2012 per la vendita a Israele di 30 aerei addestratori M-346 venne gestita da UniCredit). Al governo italiano, Missione Oggi, Nigrizia, Mosaico di pace e Pax Christi chiedono di bloccare l’export di armi verso Israele. «Immediatamente».

Il «coraggio della libertà» di Rosario Livatino, martire antimafia

22 maggio 2021

“Adista”
n. 19, 22 maggio 2021

Luca Kocci

«Le nostre Chiese non sono ancora all’altezza» dell’eredità di Rosario Livatino, il primo magistrato laico martire di mafia, beatificato nella cattedrale di Agrigento lo scorso 9 maggio, in una celebrazione presieduta dal card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Lo affermano i vescovi di Sicilia, in un messaggio in occasione della beatificazione di Livatino, ucciso trent’anni fa, il 21 settembre 1990, dalla Stidda, la mafia agrigentina.

«Il Signore ha benedetto ancora questa nostra terra», scrivono i vescovi siciliani. «L’ha benedetta in uno di noi, cresciuto in una comunissima famiglia delle nostre e in una delle nostre città, dove ha respirato il profumo della dignità e dove ha appreso il senso del dovere, il valore dell’onestà e l’audacia della responsabilità. L’ha benedetta nella sua giovinezza, che la forza della fede e gli ideali del Vangelo hanno trasfigurato di una bellezza straordinaria, impregnandola di amore per il bene comune, di passione per la verità e di sete della giustizia. L’ha benedetta nella sua professione di magistrato, esercitata coraggiosamente come missione laicale al servizio del Regno e della Storia, tanto dentro le aule pubbliche dei tribunali quanto nei meandri più nascosti del cuore umano, che egli ha saputo attraversare con discrezione e fermezza per garantire la difesa della legalità e tentare finanche la redenzione di chi ha avuto l’ardire di infrangerla. L’ha benedetta nella testimonianza del suo martirio, con cui egli ha seguito fino in fondo le orme del Maestro». La beatificazione di Livatino ci offre «un modello nuovo e dirompente di santità», proseguono i vescovi: un «modello insolito, che aggiunge ai canoni tradizionali del concetto di santità i connotati dei “santi della porta accanto”, con la loro attualità e la loro concretezza, ma soprattutto con l’originalità della loro specifica missione, vissuta coerentemente per diventare più umani in se stessi e più fecondi per il mondo. Dal beato Rosario Livatino, consegnato oggi alla storia come il primo magistrato laico martire in odium fidei, impariamo che la santità ci appartiene in forza del battesimo e che siamo chiamati a declinarla in qualsiasi modalità, con qualsiasi mezzo a nostra disposizione, per arrivare dovunque ci sia un residuo di umanità che attende di essere raggiunto e riscattato».

A Livatino, i vescovi associano un altro martire di mafia, don Pino Puglisi (ucciso nel 1993 e beatificato a Palermo da papa Francesco nel 2013). Da entrambi, scrivono, «impariamo che la santità ha il sapore della speranza che non si arrende, della coerenza che non si piega e dell’impegno che non si tira indietro, perché ogni angolo buio del mondo, compreso il nostro, abbia l’opportunità di rialzarsi e guardare lontano». Quello che li ha accomunati è stato «il coraggio della libertà», che ha squarciato «il silenzio della connivenza». Hanno parlato con chiarezza «delle mafie e alle mafie», «non solo con parole tecniche mutuate dai linguaggi umani, ma soprattutto con la parola del Vangelo». Si tratta, proseguono i vescovi, di «due discorsi non si possono interrompere né si possono disgiungere. Non si possono interrompere, perché tacere è la prima strategia del male», come ci «insegna la storia della nostra Isola, troppo spesso macchiata di sangue innocente proprio a causa dei silenzi di chi avrebbe dovuto parlare e invece ha taciuto». E «non si possono disgiungere», perché «limitarsi a parlare di mafia senza tentare di raggiungere i mafiosi rischia di ridursi alla condanna e alla presa di distanza, che sono necessarie ma non bastano; d’altro canto, spingersi a parlare con i mafiosi senza una riflessione seria e comunitaria sulla mafia rischia di esporre al suo fascino ammaliante e al suo potere manipolatore».

«Purtroppo – ecco l’autocritica dei vescovi di Sicilia – dobbiamo riconoscere che, al di là di alcune lodevoli iniziative più o meno circoscritte, le nostre Chiese non sono ancora all’altezza di tale eredità». Ed è dalla «consapevolezza » di questo ritardo, concludono, che «dobbiamo ripartire, considerando che in questi trent’anni tante cose sono cambiate, ma non sono ancora cambiate abbastanza. Se sembra finito il tempo del grande clamore con cui la mafia agiva nelle strade e nelle piazze delle nostre città, è certo che essa ha trovato altre forme, meno appariscenti e per questo anche più pericolose, per infiltrarsi nei vari ambiti della convivenza umana, continuando a destabilizzare gli equilibri sociali e a confondere le coscienze. Di fronte a tutto questo non possiamo più tacere, ma dobbiamo alzare la voce e unire alle parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni sistematiche. Solo così il sangue dei martiri non sarà stato versato invano e potrà fecondare la nostra storia, rendendola, per tutti e per sempre, storia di salvezza».

Rosario Livatino: significato di un martirio. Intervista ad Augusto Cavadi

22 maggio 2021

“Adista”
n. 19, 22 maggio 2021

Luca Kocci

Lo scorso 9 maggio, nell’anniversario dell’anatema contro la mafia di Giovanni Paolo II (9 maggio 1993), Rosario Livatino, il magistrato ucciso trent’anni fa dalla Stidda, la mafia agrigentina, è stato beatificato. Dopo don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa nostra nel settembre 1993, Livatino è il secondo «martire» di mafia proclamato dalla Chiesa cattolica (v. notizia precedente). Ne parliamo con Augusto Cavadi, filosofo e teologo palermitano che da decenni si occupa delle relazioni fra Chiesa e mafie (Il Dio dei mafiosi, San Paolo, 2009, v. Adista Notizie n. 102/09; Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie, Di Girolamo, 2020, v. Adista Notizie n. 4/20); e che ha appena pubblicato con l’editore Di Girolamo il volume Rosario Livatino. Un laico a tutto tondo, pp. 112, euro 10; acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: http://www.adista.it).

Che tipo di magistrato e di uomo è stato Rosario Livatino?

Un magistrato molto professionale perché, in radice, un uomo molto serio. In ogni fase dell’esistenza è stata notata la serietà, talora perfino eccezionale rispetto all’età e al contesto – i compagni di scuola lo chiamavano scherzosamente “Centunanno” per rimarcare la sua maturità – con cui affrontava gli impegni: di studente liceale, di universitario, di funzionario della burocrazia statale, di pubblico ministero, di magistrato giudicante. Tale postura esistenziale è stata frutto del combinato disposto di fattori genetici, di modelli educativi interiorizzati in famiglia, di una fede religiosa un po’ convenzionale ma solida.

Livatino «magistrato cattolico», come vogliono gli slogan in questi giorni o i tanti libri pubblicati in questi anni, oppure «laico a tutto tondo », come il sottotitolo del tuo libro?

Prima di tutto direi che Livatino non si sarebbe mai auto-definito un magistrato cattolico, bensì un cattolico che esercita la funzione di magistrato. Nei suoi scritti lo spiega con chiarezza: il magistrato è tale senza aggettivi, il suo unico dovere è interpretare le leggi dello Stato e applicarle nella maniera più equa possibile. Perciò va osservato e valutato esclusivamente in base a questo criterio di fedeltà al dettato costituzionale e alle sue articolazioni legislative successive. Aggiungerei: esattamente come un chirurgo o un matematico va valutato in base alla perizia delle sue operazioni. Poi, in altra sede e in altro momento, ci si può chiedere se – come persona – quel magistrato, quel chirurgo o quel matematico attinge energia da fonti ideali, da tradizioni politiche o da esperienze religiose. Ma queste radici meritano attenzione e rispetto solo perché, anziché annebbiare la testimonianza civile di un soggetto, la illuminano più profondamente. Insomma: se l’eventuale appartenenza a una Chiesa o a un partito o a un sindacato rafforzano la dimensione laica della propria professionalità senza minimamente pregiudicarla. Esattamente come nel caso di Rosario Livatino.

La Chiesa cattolica ha beatificato Livatino come «martire in odio alla fede», come scritto nel decreto della Congregazione vaticana per le cause dei santi. Questa formula non rischia di esaltare un magistrato per la sua fede più che per la sua azione per la giustizia? Insomma perché Chinnici e Falcone no e Livatino sì?

Per la Chiesa cattolica, abituata da due millenni a cristiani uccisi da non-cristiani, non è stato facile, già nel caso di don Pino Puglisi, sciogliere il nodo di cristiani uccisi da criminali, come i mafiosi, che in genere si auto-proclamano cristiani, anzi ipercattolici. Giovanni Paolo II, con la frase «martire della giustizia e indirettamente della fede», ha suggerito una chiave interpretativa rivelatasi feconda: chi muore per la giustizia, implicitamente muore per il Vangelo, del quale la lotta per la giustizia è parte irrinunciabile. Questa prospettiva, a mio avviso davvero innovativa, solleva ovviamente almeno la domanda che poni tu: perché Livatino sì e Chinnici o Falcone no? Risponderei con tre considerazioni che si sovrappongono strettamente. La prima: le beatificazioni (religiose o civili) servono – se servono, quando servono, nella misura in cui servono – solo a noi, non ai nostri martiri per i quali non cambia assolutamente nulla. La seconda: tutti i caduti nella lotta contro il sistema di dominio mafioso sono accomunati dalla medesima, inflessibile, fedeltà al ruolo di interpreti e amministratori della legalità democratica (e proprio questo rigore di solito li distingue, o addirittura li isola, rispetto a colleghi più elastici). Dunque se dedichiamo una piazza a uno, una villa comunale a un altro, una scuola a un altro ancora… non dobbiamo illuderci di stare giocando a stilare graduatorie di merito. Nessuno di noi fa parte del tribunale della storia che stabilisce gerarchie fra eroi. Ciò chiarito, possiamo arrivare alla terza, decisiva, considerazione: ogni vittima di mafia appartiene all’intera società, ma ciò non esclude che alcuni settori (partiti, sindacati, movimenti, Chiese…) avvertano la propensione spontanea verso questo o quel personaggio più consonante dal punto di vista morale, simbolico, psico-sociologico. No: queste differenze non dividono, ma articolano e arricchiscono. Se un magistrato, in vita, è stato un credente in senso esplicitamente religioso (sia pur di una fede inquieta, tormentata, sofferta come Livatino), è legittimo che la sua Chiesa decida di onorarlo proclamandolo beato. Se un giorno così avvenisse con Paolo Borsellino – di cui ricordo la frequente presenza domenicale fra i banchi della chiesa di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo – sarebbe altrettanto significativo. Non altrettanto corretta sarebbe una decisione del genere per altri magistrati che ho avuto l’onore di incontrare in vita, come Gaetano Costa e Giovanni Falcone. Essi erano fieramente, consapevolmente, interni a un’ottica esclusivamente terrena, mondana. Farne oggetto di culto o di imitazione per ragioni religiose sarebbe davvero, nei loro confronti, un’offesa: al di là di ogni migliore intenzione laudativa, un gesto di prepotenza clericale. Sarebbe l’attuazione del timore che già Nietzsche, con amara ironia, esprimeva alla fine del XIX secolo: che i preti – non avendolo saputo convertire in vita – lo avessero potuto canonizzare da morto.

I vescovi siciliani, proprio in occasione della beatificazione di Livatino, hanno scritto un bel documento in cui affermano che per la Chiesa, e non solo quella di Sicilia, la strada per incarnare l’eredità e Livatino e di don Puglisi è ancora lunga. Cosa pensi di quest’ultimo documento?

Presenta molti passaggi apprezzabili, tra cui l’autocritica cui fai riferimento tu stesso. Tuttavia mi hanno colpito due lacune. La prima: martiri come Puglisi e Livatino sono, esclusivamente o prevalentemente, «benedizioni» divine o, almeno altrettanto, la conferma che le nostre comunità (civili e credenti) espongono i figli migliori come bersaglio per le cosche? La seconda lacuna riguarda il futuro. Nelle ultime righe del documento si auspica un’azione pedagogica sistemica, non episodica; ma non si fa nessuna esemplificazione concreta. Invece è proprio su questo piano delle ipotesi d’intervento che i vescovi dovrebbero sbilanciarsi, proponendo ad esempio di inserire qualche incontro di alfabetizzazione del fenomeno mafioso all’interno di tutti i percorsi di catechesi (dalla preparazione alla cresima alla preparazione al matrimonio). Per non parlare della formazione dei nuovi presbiteri, spesso – esattamente come i loro coetanei che decidono di darsi al giornalismo o all’assistenza sociale – di un’ingenuità disarmante su queste tematiche. Sanno ciò che rimbalza dagli schermi televisivi grazie a qualche sceneggiato televisivo o qualche talk show: un po’ troppo poco per leggere il territorio parrocchiale e per attivare strategie culturali ed etiche di contrasto al dominio mafioso…

«Serve più chiarezza». La mezza marcia indietro dei vescovi italiani

18 maggio 2021

“il manifesto”
18 maggio 2021

Luca Kocci

Non è una retromarcia quella dei vescovi italiani sul ddl Zan contro l’omotransfobia, ma un leggero cambio di rotta sì.

Se infatti fino ad ora la legge era stata definita «liberticida» e pericolosa per «le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso» e si chiamavano i cattolici – dentro e fuori le aule parlamentari – a fare le barricate contro l’approvazione, negli ultimi giorni il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiane, Gualtiero Bassetti, ha fatto dichiarazioni più concilianti.

Domenica, all’uscita dalla messa per gli operatori dell’informazione nella giornata per le comunicazioni sociali celebrata nella chiesa romana di Santa Maria in Montesanto, il capo dei vescovi italiani ha detto che la legge per contrastare l’omotransfobia «andrebbe più corretta che affossata». Il ddl, ha aggiunto Bassetti, «potrebbe essere scritto meglio perché la legge dovrebbe essere chiara in tutti i suoi aspetti, senza sottintesi, chiedo solo chiarezza».

Concetti ribaditi ieri, in un’intervista al Corriere della Sera. «Che ci si ponga il problema di difendere le persone omosessuali da insulti omofobi, aggressioni o violenze, per me non è né è mai stato un problema, ci mancherebbe. Però la legge deve essere chiara e non prestarsi a sottointesi». In particolare il presidente della Cei chiede che «che nella formulazione non si sconfini in altri campi, in terreni pericolosi come la cosiddetta identità di genere», una «confusione antropologica» che «mette in discussione la differenza uomo-donna» e che «per noi è inaccettabile». Questo non significa «che non si debbano accettare o accogliere le scelte diverse, le varie situazioni esistenziali, le fragilità». Ma, conclude Bassetti, «da cittadino noto che il testo è scritto male. Secondo me la tutela da queste situazioni era già contenuta nelle leggi esistenti ma se si vuole accentuare, si accentui: nel senso della protezione, però. Con chiarezza e senza ambiguità».

La sostanza, quindi, è la stessa: la legge è superflua, perché, sostiene Bassetti, esiste già «una legislazione sufficiente a tutelare le persone contro le discriminazioni e le violenze». Ma i toni sono diversi e più concilianti rispetto a qualche mese fa, quando la Cei sosteneva che il ddl Zan introducesse un «reato di opinione» e che intendesse «sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma».

Conciliazione che però potrebbe nascondere una strategia. Se infatti il ddl, già approvato alla Camera, dovesse essere modificato al Senato, lo stesso dovrebbe poi tornare a Montecitorio per una nuova lettura, allungando i tempi in maniera imprevedibile e mettendo a rischio l’intero provvedimento.

Ieri intanto nel mondo cattolico e cristiano di base (in Italia e all’estero, dalla Polonia alla Spagna, dall’Ungheria al Cile) si sono svolte, come ormai avviene dal 2007, veglie di preghiera e culti evangelici per fare memoria delle vittime della violenza dell’omofobia e della transfobia. E se quindici anni fa si celebravano in maniera quasi clandestina, perché le porte della maggior parte delle chiese cattoliche restavano chiuse – tranne poche eccezioni da parte di alcuni preti di frontiera che sfidavano anche i divieti dei propri vescovi –, ora la situazione è decisamente cambiata: ci sono state veglie «autorizzate» in decine di città italiane, da nord a sud; quella di Civitavecchia è stata presieduta dal vescovo, monsignor Giovanni Ruzza, a Milano vi ha partecipato anche il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan.

Natalità sottozero, Draghi e il papa: senza figli non c’è futuro

15 maggio 2021

“il manifesto”
15 maggio 2021

Luca Kocci

È un coro unanime che si lamenta per il calo delle nascite ed esorta a fare figli quello che si è levato ieri dall’auditorium della Conciliazione, dove si sono svolti gli Stati generali della natalità, kermesse politico-economica-ecclesiastica convocata dal Forum nazionale delle associazioni familiari, guidato da Gigi De Palo.

Governo (il presidente del consiglio Mario Draghi, la ministra per la famiglia Elena Bonetti e quello dell’istruzione Patrizio Bianchi), Chiesa cattolica (papa Francesco), mondo della finanza (Marco Sesana di Generali, Sara Doris di Mediolanum), delle imprese (Carlo Tamburi di Enel), dell’informazione (il presidente della Rai Marcello Foa, Chiara Bidoli di Rcs, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio) e dello sport (Ciro Immobile insieme alla moglie Jessica) tutti concordi a sottolineare la necessità di fermare il calo demografico e a rilanciare la «responsabilità» di fare figli per la «sostenibilità» e il «futuro» del Paese. Con la convinzione, risuonata in molti interventi – a cominciare da quelli di Draghi e papa Francesco, in forte sintonia fra loro –, che la soluzione sia già pronta: l’assegno unico universale varato dal governo. Che però – come spiega bene l’articolo in questa stessa pagina – presenta numerose ombre. E soprattutto non interviene sulle falle strutturali, come il diritto all’abitare, il lavoro, i servizi sociali, gli asili nido, la scuola.

«Il declino demografico è un’emergenza non solo italiana ma europea», ha detto aprendo i lavori De Palo, ex presidente delle Acli di Roma, ex assessore alla famiglia nella giunta capitolina guidata da Gianni Alemanno, da sei anni alla guida del Forum delle associazioni familiari, rete nazionale di area cattolica impegnata a stimolare i governi ad attuare politiche pro famiglia. «Le donne italiane – parola di De Palo – vorrebbero due figli e invece ne fanno in media solo 1,24», così come «l’80% dei giovani italiani ne vorrebbe due o e anche di più». È un tema, allora, «che ha che fare con i desideri e i sogni degli italiani», ma anche con la tenuta del Paese, che rischia di «crollare» perché – prosegue – «gli anziani vivono sempre più a lungo, ma se diminuiscono i giovani, cosa accadrà tra una decina di anni? Banalmente: chi pagherà le pensioni se si assottiglia il numero di chi paga le tasse? Potremo ancora permetterci una rete di servizi sociali per i più fragili adeguata se crolla il numero dei lavoratori? La sanità sarà ancora gratuita, se ogni mille lavoratori ci sono circa seicento pensionati? La natalità è la nuova questione sociale, se non interveniamo ora, crolla tutto».

Il problema quindi, secondo il presidente del Forum famiglie, è solo il calo della natalità: 404mila bambini nati nel 2020, il 30% in meno rispetto a dieci anni fa, e nel 2021 la stima dell’Istat dice che i nuovi nati saranno fra 384 e 393mila. Evasione fiscale, precarietà occupazionale, lavoro nero e sommerso non esistono.

Temi che Draghi introduce nel suo intervento. «Per decidere di avere figli, i giovani hanno bisogno di tre cose: di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia. In Italia, purtroppo, siamo indietro su tutti questi fronti». Poi però anche il presidente del consiglio batte il tasto della diminuzione della natalità: «Un’Italia senza figli è un’Italia che non ha posto per il futuro, è un Italia che lentamente finisce di esistere». E indica la risposta, già messa in campo dal governo, ovvero l’assegno unico universale, un provvedimento non una tantum ma strutturale. Anzi, assicura Draghi, «una di quelle trasformazioni epocali su cui non è che ci si ripensi l’anno dopo». Oltre a una serie di «misure a favore di giovani, donne e famiglie, presenti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza», di cui però non si conosce bene né la natura né l’entità.

Papa Francesco, che interviene subito dopo Draghi, è in grande sintonia con il premier. Concorda con la diagnosi: «Senza natalità non c’è futuro». E anche con la terapia: «Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce». Solleva alcuni problemi sul tema occupazione che riguardano «l’incertezza del lavoro» e la condizione femminile («penso alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia»). Ma torna con insistenza sulla questione delle politiche sociali («urge offrire ai giovani garanzie di un impiego sufficientemente stabile, sicurezze per la casa») e soprattutto familiari: «È necessario – conclude il pontefice – dare stabilità alle strutture di sostegno alle famiglie e di aiuto alle nascite. Sono indispensabili una politica, un’economia, un’informazione e una cultura che promuovano coraggiosamente la natalità».