Una nuova apartheid: Pax Christi contro il piano israeliano di annessione della Cisgiordania

4 luglio 2020

“Adista”
n. 26, 4 luglio 2020

Luca Kocci

Pax Christi International si oppone al piano israeliano di annessione di nuove aree della Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano. Un’operazione benedetta dal presidente Usa Donald Trump che, con il progetto Deal of the Century, di fatto ha dato il via libera alle nuove occupazioni.

«L’annessione, cioè l’attuazione del Deal of the Century dell’amministrazione Trump, formalizzerà gli sforzi strategici e persistenti di Israele per creare “dati di fatto” e sarà la campana a morte per la possibilità di creare uno Stato palestinese», si legge nella nota di Pax Christi International. «Per decenni – prosegue il movimento pacifista cristiano –, una soluzione a due Stati che riconosce i diritti e la sicurezza di palestinesi e israeliani come vicini uguali è stata sostenuta dal Vaticano, dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. Se Israele continua con i suoi piani, come dichiarato, la realizzazione di una soluzione a due Stati sarà impossibile. Ciò causerà un danno irreversibile al compimento del diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione, come garantito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, e ostacolerà i loro sforzi per creare un fiorente stato palestinese».

Come movimento cattolico per la pace e la nonviolenza, Pax Christi International è «profondamente preoccupato che le azioni per annettere qualsiasi parte della Cisgiordania spegneranno gli ultimi barlumi di speranza per una pace giusta e duratura nella terra che chiamiamo santa e che ha il potenziale per scatenare la giusta rabbia e conseguenti disordini in tutta la regione. Per 75 anni, Pax Christi International ha promosso la nonviolenza come strumento per rispondere alle ingiustizie, ha incoraggiato il dialogo per favorire la riconciliazione e ha negoziato accordi di pace. Riteniamo che tutte le parti coinvolte in una controversia debbano garantire il rispetto e il riconoscimento reciproco. L’annessione mina questi principi ponendo i diritti e la stessa umanità di un gruppo come irrilevanti per le aspettative di un altro. Crediamo che ci sia un altro modo per garantire i diritti e la sicurezza di israeliani e palestinesi. Questa azione unilaterale è controproducente per creare realmente sicurezza, giustizia e pace».

La dead line è il prossimo primo luglio, quando il governo israeliano dovrebbe presentare i suoi piani per l’annessione unilaterale dei territori palestinesi occupati. «Se passa questa decisione, per la Palestina sarà un nuovo apartheid», ha sentenziato l’Onu. «Avrà un impatto devastante sulla vita di centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini palestinesi », già duramente colpiti perché, nel corso del tempo, «hanno progressivamente perso la proprietà e l’accesso alla loro terra e alle risorse naturali attraverso la confisca dei terreni, le demolizioni delle case, le leggi sulla pianificazione discriminatoria e l’espansione sfrenata degli insediamenti», aggiunge Pax Christi International, che denuncia una «annessione de facto strisciante», verso la quale «la comunità internazionale è rimasta a osservare e non è intervenuta per fermare queste azioni illegali».

La voce di Pax Christi si associa alla dichiarazione del Consiglio dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Terra Santa, che ha espresso grave preoccupazione per qualsiasi azione unilaterale di occupazione da parte di Israele, e si aggiunge alle altre denunce di violazione del diritto internazionale, della Convenzione di Ginevra e delle risoluzioni concordate dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Pax Christi si rivolge a tutte le sezioni nazionali del movimento e ai singoli gruppi territoriali perché esprimano «la loro solidarietà ai palestinesi e agli israeliani che si oppongono all’annessione, all’occupazione e al blocco di Gaza» ed esortino le diocesi a «esprimere la propria opposizione ai piani illegali e unilaterali di annessione di Israele». E soprattutto chiedano ai propri governi di opporsi ai piani di annessione di Israele, mettendo in atto azioni concrete, come per esempio «porre fine al commercio di armi e alla cooperazione in materia di sicurezza militare con Israele»; di «sospendere gli aiuti militari e altri aiuti finanziari a Israele fintanto che continua a violare la legge internazionale e umanitaria»; attuare sanzioni «incluso il boicottaggio di prodotti» provenienti da insediamenti illegali e da società che beneficiano dell’attività degli insediamenti; «dichiarare che non riconosceranno alcuna modifica unilaterale ai confini stabiliti nel 1967»; «ritenere Israele responsabile delle violazioni del diritto internazionale e umanitario»; infine di «riconoscere lo Stato della Palestina».

«Sono giorni importanti, fondamentali per il popolo palestinese! Pax Christi ha un legame forte, da tempo, con la campagna “Ponti e non muri”, con i nostri viaggi…», spiegano dalla sezione italiana di Pax Christi, «non possiamo tacere, o stare solo a guardare». È per questo che il movimento pacifista invita i propri militanti a partecipare alle manifestazioni promosse in tutta Italia per il pomeriggio del 27 giugno dalle comunità palestinesi (a Roma, Milano, Venezia, Vicenza, Genova, Torino, Bologna, Napoli, Bari, Palermo e Messina). È del 29 giugno la visita di una delegazione del movimento a Milano, al Consolato di Israele, per la consegna al console israeliano del documento di Pax Christi International contro l’attuazione del Deal of the Century.

“La Civiltà Cattolica”: una teologia per decostruire il nazionalismo religioso

4 luglio 2020

“Adista”
n. 26, 4 luglio 2020

Luca Kocci

Il buon samaritano per contrastare il nazionalismo religioso. Ovvero l’amore per il prossimo che sfata il mito dell’autogiustificazione nazionalista «prima noi», «prima i nostri».

Il saggio del gesuita p. Joseph Lobo pubblicato su fascicolo appena uscito della Civiltà Cattolica (n. 4080, 20 giugno-4 luglio) è chiaro fin dal titolo: «Contro il nazionalismo religioso». E disarticola in maniera puntuale il sempre più diffuso uso politico della religione per legittimare un nazionalismo escludente e profondamente antievangelico, benché rivestito di (false) motivazioni religiose.

«In questi giorni sembra tornare in auge, in alcuni Paesi, una forma di nazionalismo religioso-culturale», scrive p. Lobo. «La religione viene usata sia per fini di consenso personale sia per lanciare un messaggio politico che si identifica con la fedeltà e la devozione delle persone a uno Stato. Si dà per scontato che in esso le persone abbiano in comune l’identità, l’origine, la storia, e che esse sostengano un’omogeneità ideologica, culturale e religiosa, rinsaldata dai confini geopolitici». Ma, prosegue il gesuita, direttore del Centro ricerche del St. Joseph’s College a Bangalore (India), nel mondo attuale non esiste nessuna nazione «che abbia al suo interno una sola identità omogenea sotto il profilo linguistico o religioso, o da qualsiasi altro punto di vista. Quindi un nazionalismo radicale è possibile soltanto se esso elimina questa diversità».

Per questo è necessario «operare una liberante decostruzione del nazionalismo», a partire dalle mitologie e narrazioni che trasfigurano la storia nazionale come una sorta di «storia della salvezza di Dio con il suo popolo eletto». L’Antico Testamento presenta una serie di racconti ambigui («Da una parte, sostengono l’esclusivismo religioso-culturale di Israele e il suo correlato sentimento di essere favorito da Dio; dall’altra, raffigurano la visione dell’amore universale di Dio che si prende cura di tutti i popoli»); ma se esso viene letto «all’interno di un quadro complessivo della giustizia e dell’amore di Dio come vengono rivelati dall’evento Cristo», ogni ambiguità scompare ed emerge «la denuncia inequivocabile di ogni oppressione e sfruttamento di qualsiasi essere umano in qualsiasi circostanza».

La parabola evangelica del buon samaritano, secondo p. Lobo, è esemplare da questo punto di vista, perché «sfata il mito di un nazionalismo che si proponga di costruire una nazione sulle macerie di alcuni dei suoi cittadini e dei suoi vicini». La parabola avrebbe potuto esaltare «un ebreo qualsiasi», invece esalta un samaritano, per cui «il prossimo non coincide con il correligionario e il connazionale», come appunto nelle narrazioni nazionaliste. C’è l’appello «a farsi prossimo di chiunque» e, «davanti a un prossimo vero e vivo, il nazionalismo e il patriottismo ipocrita finiscono nel dimenticatoio ed emerge la verità concreta di ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio».

Allora si tratta, secondo il gesuita, di compiere un’operazione di purificazione teologica, perché il cristianesimo non è stato esente da derive nazionaliste e talvolta si è lasciato «strumentalizzare da interessi che poco o nulla avevano a che fare con la genuinità del messaggio evangelico», come ad esempio con il colonialismo.

«Il nazionalismo religioso-culturale di tutti i tempi esige una risposta teologica», conclude La Civiltà Cattolica. «Gli ideologi del nazionalismo religioso culturale hanno sempre compreso molto bene che il livello fondamentale dell’essere umano è quello religioso, per il fatto che la sua apertura verso l’infinito gli permette di trascendere il suo stesso sé, e quindi hanno prodotto molti martiri per la loro causa, mentre torturavano e uccidevano altre persone. Questo può essere contrastato soltanto per mezzo di un impegno che nasca da aspirazioni religiose ancora più profonde e più autentiche. Qui si radica l’importanza del ruolo della religione e della teologia».

Appalti sospetti, il papa commissaria la Fabbrica di San Pietro

1 luglio 2020

“il manifesto”
1 luglio 2020

Luca Kocci

Appalti sospetti e buchi nei conti sotto il Cupolone. Stavolta non si tratta di un’immagine giornalistica, ma di quello che potrebbe essere realmente accaduto Oltretevere, dal momento che il 29 giugno – ma la notizia è stata resa nota solo ieri – papa Francesco ha commissariato la Fabbrica di San Pietro, l’ente che fin dal Cinquecento ha gestito prima la costruzione e ora si occupa dei lavori e dell’organizzazione della basilica vaticana.

La decisione è arrivata dopo una segnalazione degli uffici del revisore generale della Santa sede, ovvero la struttura anti-corruzione creata da Bergoglio che controlla i conti del Vaticano a caccia di anomalie nell’impiego delle risorse finanziarie e di irregolarità nella concessione di appalti, transazioni e cessioni. Si tratta dello stesso ufficio che recentemente – insieme anche allo Ior – ha portato alla luce lo scandalo del palazzo acquistato a Londra dalla Segreteria di Stato, attingendo anche ai fondi dell’Obolo di San Pietro (le offerte inviate al papa per i poveri), per una mega-speculazione immobiliare in combutta con un finanziere d’assalto ora agli arresti in Vaticano.

Per ordine dei «pubblici ministeri» vaticani – il promotore di giustizia Gian Piero Milano e l’aggiunto Alessandro Diddi – la gendarmeria ha sequestrato documenti e computer dagli uffici della Fabbrica, ora al vaglio dei magistrati che stanno passando al setaccio contratti di appalto e conti.

Contemporaneamente papa Francesco ha nominato come commissario straordinario della Fabbrica di San Pietro – presieduta dal cardinale Angelo Comastri, che è anche vicario generale del papa per la Città del Vaticano – l’ex nunzio apostolico in Slovacchia monsignor Mario Giordana, specialista in questo campo: un anno e mezzo fa fu incaricato di indagare sul coro della Cappella Sistina per una faccenda di riciclaggio e truffa.

La nomina del commissario straordinario, precisa la sala stampa vaticana, è maturata in seguito alla recente promulgazione del motu proprio del papa «Sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa sede e dello Stato della Città del Vaticano». Avrà il compito di «aggiornare gli statuti, fare chiarezza sull’amministrazione e riorganizzare gli uffici amministrativo e tecnico della Fabbrica». Che evidentemente non brilla per trasparenza.

Il delitto della discriminazione razziale: vescovi statunitensi “in ginocchio”

27 giugno 2020

“Adista”
n. 25, 27 giugno 2020

Luca Kocci

Se il presidente Usa Donald Trump brandisce la Bibbia per benedire la repressione delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti del movimento “Black live matters” (Blm), nato dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente della polizia di Minneapolis (che, il 25 maggio, lo ha soffocato tendendolo schiacciato a terra con un ginocchio), e incassa l’apprezzamento dell’ex nunzio mons. Carlo Maria Viganò («dietro gli atti vandalici e le violenze si nascondono ancora una volta coloro che, nella dissoluzione dell’ordine sociale, sperano di costruire un mondo senza libertà»), vescovi e cattolici statunitensi, pur condannando le violenze in cui sono degenerate alcune proteste, scendono in piazza con i manifestanti.

È stata «un’uccisione brutale e insensata, un peccato che grida giustizia al cielo», ha dichiarato mons. José H. Gomez, vescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale Usa, il quale ha aggiunto di comprendere «la frustrazione e la rabbia» degli afroamericani che «ancora oggi subiscono umiliazioni, trattamenti che degradano la loro dignità e discriminazioni a causa della loro razza e del colore della loro pelle». «Il razzismo è stato tollerato troppo a lungo», ha proseguito, «dobbiamo andare alla radice dell’ingiustizia razziale che ancora infetta tante aree della società americana», anche se la violenza a cui si è assistito in questi giorni non porta da nessuna parte ed è anzi «autodistruttiva». «Non dobbiamo permettere che sia detto che George Floyd è morto invano – ha concluso –. Dobbiamo onorare il suo sacrificio eliminando il razzismo e l’odio dai nostri cuori e rinnovare il nostro impegno per realizzare la sacrosanta promessa della nostra nazione di essere una comunità che garantisce la vita, la libertà e l’uguaglianza a tutti».

8 minuti e 46 secondi in ginocchio

Ma sono molti i vescovi statunitensi che hanno condannato la violenza delle forze dell’ordine contro gli afroamericani. In una dichiarazione firmata dai presidenti di sette commissioni della Conferenza episcopale Usa, i vescovi si sono dichiarati solidali con le comunità nere del Paese: il razzismo «non è una cosa del passato, ma un pericolo reale e attuale che deve essere affrontato con decisione».

Mons. Mark Joseph Seitz, vescovo di El Pa so (Texas), insieme a dodici preti, il primo giugno, si è inginocchiato in silenzio per 8 minuti e 46 secondi (il tempo in cui Floyd è rimasto bloccato a terra dal poliziotto), con una rosa bianca e il cartello con la scritta “Black lives matter”, per protestare contro la brutalità della polizia americana. «Raccogliermi in preghiera è solo un modo molto piccolo per partecipare a ciò che tanti stanno mettendo in atto nelle loro proteste pacifiche», ha spiegato Seitz, il quale due giorni dopo ha ricevuto una telefonata di sostegno da parte di papa Francesco (che a sua volta ha ricordato Floyd e condannato il razzismo durante l’udienza generale del 3 giugno: «Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che “la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”. Oggi mi unisco alla Chiesa di Saint Paul e Minneapolis, e di tutti gli Stati Uniti, nel pregare per il riposo dell’anima di George Floyd e di tutti gli altri che hanno perso la vita a causa del peccato di razzismo»). «Brutali uccisioni come quella di George Floyd non dovrebbero mai più accadere – ha proseguito Seitz –. Ovunque ci sia una mancanza di rispetto per gli esseri umani, dove c’è un giudizio basato sul colore della loro pelle, bisogna intervenire affinché questo non avvenga mai più. Che una discriminazione così grave avvenga nelle forze dell’ordine, negli affari, nel governo, in ogni aspetto della nostra società, questo deve cambiare».

Per tornare a respirare

Sulla violenza di alcune manifestazioni è intervenuto Bob Shine, presidente del Consiglio nazionale di Pax Christi Usa: «Non si dovrebbe giudicare ciò che sta accadendo in alcune delle proteste, ma ciò che è successo alle persone di colore in questo Paese più e più volte. Il nostro obiettivo, e qui parlo in modo particolare ai bianchi come me, è fare tutto il possibile per impedire che questi crimini si ripetano. L’attenzione dovrebbe essere rivolta alla giustizia per coloro che sono stati uccisi».

«Noi in America abbiamo una trave nell’occhio per quanto riguarda il razzismo. È una realtà difficile ma va affrontata. Non possiamo risolvere un problema finché non lo riconosciamo. Ciò interessa anche noi, membri della Chiesa cattolica», ha dichiarato il card. Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston (Texas), la città natale di George Floyd. «Non riesco a respirare – ha concluso DiNardo, citando le parole di Floyd soffocato dalla polizia –. Possiamo respirare di nuovo correttamente solo con l’aiuto dello Spirito Santo, solo quando il nostro costante lavoro sarà quello di eliminare il peccato del razzismo dalla nostra società».

Centinaia di religiosi e religiose, sacerdoti, laici e due vescovi ausiliari di Washington hanno manifestato al Lafayette Park, di fronte alla Casa Bianca, lo scorso 8 giugno: preghiere per la pace e la giustizia, letture bibliche, canti e la lettura dei nomi di tutti gli afro-americani morti a causa dell’ingiustizia razziale. «Quello che stiamo vedendo nelle ultime settimane, non è la nazione che vogliamo, l’America in cui crediamo», ha detto in un’intervista al Catholic News Service, p. Ejiogu, un religioso giuseppino che ha contribuito ad organizzare l’evento per ricordare che tutte le vite contano: «Le vite nere contano, le vite bianche contano, le vite spagnole contano, le vite asiatiche contano, tutte le vite, sì, ma ci sono alcune di quelle vite che sembrano ritenere che non contano».

Fallimento di una società

E nelle parrocchie di Boston è stata letta la lettera dell’arcivescovo, il card. Sean P. O’Malley, nella quale il razzismo viene definito una «malattia sociale e spirituale che uccide le persone». «Come nazione – si legge – abbiamo abolito legalmente la schiavitù, ma non abbiamo affrontato la sua eredità duratura cioè discriminazione, diseguaglianza e violenza», «la realtà del razzismo nella nostra società e l’imperativo morale dell’uguaglianza razziale e della giustizia devono essere incorporati nelle nostre scuole, nel nostro insegnamento e nelle nostre prediche», «dobbiamo impegnarci per la pari dignità e diritti umani in tutte le istituzioni della nostra società, in politica, nel diritto, nell’economia, nell’istruzione». «L’omicidio di George Floyd – conclude – è una prova dolorosa di ciò che è ed è stato in gioco per gli afroamericani, il fallimento di una società non in grado di proteggere la loro vita e quella dei loro figli. Le dimostrazioni e le proteste di questi giorni sono state richieste di giustizia e espressioni strazianti di profondo dolore emotivo da cui non possiamo allontanarci», «ci chiamano per affermare il valore inestimabile della vita di ogni persona. Ci chiamano per raddoppiare il nostro impegno a promuovere il rispetto e la giustizia per tutte le persone. Ci chiamano per sostenere e difendere la verità che black lives matter, le vite nere contano».

Marcia di protesta contro l’ingiustizia razziale di oltre quattrocento cattolici anche ad Atlanta (città natale di Martin Luther King), dove il 15 giugno è stato ucciso un altro afroamericano, Rayshard Brooks, colpito alle schiena da due colpi di pistola esplosi da un poliziotto durante un controllo. «La marcia è solo l’inizio», ha detto l’arcivescovo Gregory John Hartmayer.

“In ginocchio” i protestanti italiani per la giornata mondiale del rifugiato

27 giugno 2020

“Adista”
n. 25, 27 giugno 2020

Luca Kocci

Anche i protestanti italiani condannano il razzismo e manifestano la propria solidarietà agli afroamericani di Black live matters (Blm), il movimento nato dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, schiacciato a terra e soffocato da un agente della polizia di Minneapolis (v. qui): il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, si mettono in ginocchio per ricordare Floyd.

L’iniziativa è lanciata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), attraverso il suo programma migranti e rifugiati, Mediterranean Hope, che parte dall’analisi dei dati fornirti dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati: i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. In Italia, oggi sono circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila, il 50% in più che nel nostro Paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia.

«Come Federazione delle Chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri. La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione e infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove», spiega il pastore Luca Maria Negro, presidente della Fcei. «Speravamo tanto che il XXI secolo avrebbe abolito la parola razzismo, figlia di un drammatico passato fatto di schiavitù, suprematismo, linciaggi, segregazione, apartheid. Eppure la cronaca ci ripropone violente immagini degli anni ‘50 e ‘60, come quella di un poliziotto che per oltre otto minuti schiaccia un afroamericano disarmato e ammanettato, sino a ucciderlo».

È per questo che il 20 giugno, a mezzogiorno, nelle sedi dove la Fcei opera con il programma Mediterranean Hope (Lampedusa, Scicli, Libano, Rosarno, Roma), sono stati organizzati dei knee in (in ginocchio), come 55 anni fa fece Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il movimento per i diritti civili dei neri. Prosegue il presidente della Fcei: «Ci inginocchiamo per dire che “le vite dei neri contano” (Black lives matter, lo slogan che caratterizza il movimento antirazzista americano di questi giorni), che «”le vite dei migranti contano”, che “le vite di tutti contano”. Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata. Come cristiani confessiamo che queste persone sono il nostro prossimo e, nel prossimo che bussa alla nostra porta, riconosciamo il volto di Gesù, anche lui profugo e perseguitato. Le ragioni del diritto e quelle della nostra fede, insomma, ci chiamano ad aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia. Non è un merito, ma la conseguenza di una vocazione».

Fontana in udienza dal papa cerca l’assoluzione

21 giugno 2020

“il manifesto”
21 giugno 2020

Luca Kocci

«Non dimenticare» quello che è accaduto e lavorare per «costruire il domani», perché «passata l’emergenza» è facile fare finta di nulla e tornare a investire sull’«individualismo».

Papa Francesco riceve in Vaticano una rappresentanza di medici, infermieri e operatori sanitari lombardi (e dello Spallanzani di Roma) – la regione più colpita dal virus – e fa il punto sull’epidemia di Covid-19, con un invito: impegnarsi per edificare una società che si prenda cura dei più deboli.

A guidare la delegazione, oltre ad alcuni vescovi (Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Crema, Lodi e Padova, in rappresentanza di Vo’ Euganeo), c’è il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che con grande enfasi invita il papa in Lombardia, «affinché possa portare consolazione alle famiglie delle vittime e ai tanti malati che hanno sofferto in questi mesi», «la sua visita sarebbe per tutti noi luce contro le tenebre che ci hanno avvolto in questi mesi».

Francesco ascolta e ringrazia. È possibile che nei prossimi mesi accolga l’invito, ma più probabilmente si recherà in una diocesi lombarda piuttosto che al Pirellone.

Intanto ringrazia medici, infermieri e operatori sanitari, «in prima linea nello svolgimento di un servizio arduo e a volte eroico». Adesso però, ammonisce il papa, «è il momento di fare tesoro di questa energia positiva che è stata investita. È una ricchezza che in parte è andata “a fondo perduto”, nel dramma dell’emergenza; ma può e deve portare frutto per il presente e il futuro della società lombarda e italiana». Spingendo a cambiare direzione, perché «si è dimostrata illusoria la pretesa di puntare tutto su sé stessi, di fare dell’individualismo il principio-guida della società. Ma stiamo attenti perché, appena passata l’emergenza, è facile scivolare, è facile ricadere in questa illusione».

Giochi preziosi: l’ombra lunga del palazzo di Londra sulle finanze vaticane

20 giugno 2020

“Adista”
n. 24, 20 giugno 2020

Luca Kocci

In Segreteria di Stato qualcuno voleva fare un affare milionario usando i soldi dell’Obolo di San Pietro (le offerte al papa per i poveri) e affidandosi al finanziere specializzato in operazioni speculative al limite della legalità. Ma il finanziere li ha incastrati. Pare essere questa la morale della vicenda del palazzo londinese acquistato dalla Santa Sede con un investimento di oltre trecento milioni di dollari al centro di un’inchiesta della magistratura vaticana che sta mettendo sottosopra Oltretevere.

I protagonisti ci sono tutti: il broker (Gianluigi Torzi) che prima avrebbe aiutato la Segreteria di Stato vaticana a concludere un affare milionario e poi l’avrebbe ricattata, e per questo motivo lo scorso 5 giugno è stato arrestato per ordine del tribunale pontificio. C’è il monsignore di Curia (Alberto Perlasca) a cui sono stati sequestrati i conti in Svizzera. Ci sono funzionari vaticani (Fabrizio Tirabassi, Enrico Crasso, mons. Mauro Carlino) e faccendieri italiani (Raffaele Mincione). E ci sono le immancabili banche svizzere, dove sono depositati conti che devono restare riservati.

Genesi della vicenda

La storia comincia quando Mincione, finanziere d’assalto con buone entrature in Vaticano, propone alla Segreteria di Stato (allora guidata dal card. Tarcisio Bertone e dal sostituto per gli Affari generali Angelo Becciu) di acquistare il 45% di un palazzo di inizio ‘900 – che egli stesso aveva comprato due anni prima mediante il fondo lussemburghese Athena, di sua proprietà – situato in Sloane Avenue, una zona di lusso nel cuore di Londra, per realizzare una grande speculazione immobiliare: trasformare quello che era un immobile commerciale (un deposito di Harrods di 17mila metri quadri) in una cinquantina di appartamenti di lusso da vendere almeno al doppio del capitale investito.

Il Vaticano accetta e anzi raddoppia. Il vescovo venezuelano Edgar Peña Parra, che papa Francesco nell’estate 2018 ha nominato sostituto per gli Affari generali al posto di Becciu, decide di uscire dal fondo lussemburghese e di acquistare da Mincione il restante 55% del palazzo londinese, che quindi diventa interamente di proprietà vaticana. Non più però per realizzare appartamenti di lusso, ma uffici, in base ad una nuova licenza edilizia ottenuta dalle autorità cittadine.

Lo Ior non sgancia

Intanto, però, la Santa Sede avvia un’indagine interna. Infatti quando Peña Parra chiede allo Ior 150 milioni di euro per non meglio precisate ragioni istituzionali (in realtà per estinguere il mutuo sul palazzo londinese), il direttore generale della banca, Gian Franco Mammì, non sborsa un centesimo e invia una segnalazione al promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano, una sorta di pubblico ministero vaticano. Anche l’Ufficio del revisore generale allerta il Tribunale pontificio, che così avvia un’inchiesta penale.

La parte dell’Obolo

Viene alla luce che, per portare a termine l’affare, la Segreteria di Stato avrebbe attinto ai fondi dell’Obolo di San Pietro (i cui fondi, come Adista scrive da anni – senza però essere mai entrata in possesso delle carte riservate che lo provano, dal momento che non esistono bilanci pubblici dell’Obolo –, sarebbero stati utilizzati non solo per le opere di carità ma anche per operazioni immobiliari e finanziarie) e si sarebbe affidata ad un altro finanziere d’assalto con base a Londra, Gianluigi Torzi, il quale avrebbe convinto Mincione a cedere l’intero palazzo, gestito poi dallo stesso Torzi, per conto del Vaticano, con la sua società Gutt Sa (anche con base in Lussemburgo).

L’Aif, ovvero l’autorità di controllo finanziaria del Vaticano, pur al corrente dell’operazione, avrebbe chiuso un occhio e dato il via libera. È per questo che, all’inizio di ottobre, essendo indagati, vengono sospesi «cautelativamente » dal servizio – e successivamente rimossi o destinati ad altro incarico – il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza, mons. Mauro Carlino, neo-capo dell’ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato (e per anni segretario personale di Becciu), due minutanti degli uffici della Segreteria di Stato Vincenzo Mauriello (protocollo) e Fabrizio Tirabassi (amministrazione), e un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone. In seguito alla diffusione della notizia dei provvedimenti, pochi giorni dopo arrivano anche le dimissioni del comandante della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, una cui disposizione di servizio che doveva restare riservata, con tanto di foto segnaletiche degli indagati sospesi e allontanati dai sacri palazzi, viene pubblicata dall’Espresso. Una fuga di notizie che lo stesso papa Francesco bollò come «peccato mortale, lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza».

Nei giorni scorsi la svolta nelle indagini, che però presentano ancora molti lati oscuri da chiarire.

Sono indagati per peculato monsignor Perlasca (responsabile degli investimenti della Segreteria di Stato) e Mincione: avrebbero utilizzato illecitamente il denaro della Santa Sede, in particolare anche le offerte dell’Obolo di San Pietro.

L’arresto

Ma soprattutto Torzi – come informa una nota della sala stampa della Santa sede – viene arrestato per ordine della magistratura vaticana con le accuse di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione. Allo stato, è detenuto in appositi locali presso la caserma del corpo della Gendarmeria ». Avrebbe preteso dal Vaticano una cifra di 15 milioni di euro prima per completare l’acquisto del palazzo londinese di proprietà di Mincione e poi come sorta di buonuscita per liberare e lasciare l’intero edificio nella disponibilità della Santa Sede.

In realtà, i passaggi sono più complicati, e coinvolgono i funzionari della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, Crasso e Carlino, da chiarire se vittime o complici di Torzi. Viene dunque sottoscritto un accordo con il quale Gutt Sa (Torzi) acquista da Mincione il 55% del palazzo; la Segreteria di Stato, quindi, acquista trentamila azioni della Gutt Sa al valore simbolico di un euro; frattanto però Torzi modifica il capitale sociale di Gutt Sa, introducendo accanto alle trentamila azioni (senza diritto di voto) altre mille azioni (con diritto di voto) che detiene egli stesso e grazie alle quali continua ad avere il pieno controllo sull’immobile. E che poi avrebbe ceduto per 15 milioni di euro, appunto il prezzo dell’estorsione secondo i magistrati vaticani, ottenuti grazie alla mediazione – o alla complicità? – di Tirabassi, Crasso e Carlino.

Un “malinteso”?

«Riteniamo che questo provvedimento sia il frutto di un grosso malinteso determinato da dichiarazioni interessate che possono aver fuorviato una corretta interpretazione della vicenda da parte degli inquirenti», dichiarano gli avvocati di Torzi, Ambra Giovene e Marco Franco. «Non v’è dubbio infatti che Gianluigi Torzi ha consentito alla Segreteria di Stato vaticana di recuperare un prestigioso immobile londinese il cui ingente valore rischiava di essere disperso e successivamente ha evitato che lo stesso potesse prendere vie poco chiare. Torzi non ha mai avuto intenzione di agire contro gli interessi della Santa sede e sin dall’inizio di questa inchiesta, attraverso i suoi difensori, ha manifestato costante disponibilità verso gli inquirenti per la ricostruzione dei fatti producendo decine di documenti, memorie. Siamo sicuri che la posizione di Gianluigi Torzi verrà presto chiarita con riconoscimento della sua estraneità dagli addebiti contestati». Come si vede, una vicenda ancora molto intricata, di cui nelle prossime settimane, forse, si saprà di più. Quello che emerge con chiarezza, al di là della responsabilità da accertare dei singoli, è che, nonostante da qualche anno in Vaticano sia in corso un’operazione pulizia e trasparenza, alcuni angoli dei sacri palazzi, dove si gestiscono decine di milioni di euro, continuano ad essere centrali del malaffare.

Guerra alle “banche armate”: le riviste missionarie rilanciano la loro campagna

20 giugno 2020

“Adista”
n. 23, 13 giugno 2020

Luca Kocci

La data prescelta per la ripartenza ufficiale è il 9 luglio, trentesimo anniversario dell’approvazione della legge 185/90 che regola il commercio delle armi. Si tratta della campagna di pressione alle «banche armate», avviata oltre vent’anni fa dalle riviste missionarie Nigrizia e Missione oggi insieme a Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi (v. Adista Notizie n. 35/00), che negli ultimi anni aveva un po’ rallentato e che ora viene rilanciata dalle stesse tre riviste. Peraltro a poche settimane dalla pubblicazione della Relazione del governo sull’export italiano di armamenti nel 2019 (v. Adista Notizie n. 21/20) da cui emerge, come Adista ha documentato, che diversi enti ecclesiastici – dalla Cei alle università pontificie, alla sanità vaticana – sono clienti proprio delle «banche armate», cioè di quegli istituti di credito che spostano, anticipano e incassano soldi della vendita di armi, percependo interessi e commissioni (v. Adista Notizie n. 22/20). Nonostante papa Francesco, anche a Pasqua, abbia ripetuto: «Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite».

«Quest’anno la Campagna compie vent’anni: anni nei quali abbiamo ottenuto risultati importanti portando numerosi istituti di credito a definire delle direttive, rigorose e trasparenti, in materia di finanziamento alle aziende del settore militare e ai servizi che offrono alle esportazioni di armamenti», spiega il saveriano p. Mario Menin, direttore di Missione oggi, intervistato da Pierlugi Mele, giornalista di Rainews, sul suo blog Confini. Ma anche se la campagna deve ufficialmente ancora ripartire, Menin invita tutti, «fin da adesso, a verificare le banche in cui abbiamo depositalasciare to i risparmi evitando quei gruppi bancari che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare. E, soprattutto, invitiamo a promuovere incontri di approfondimento sul tema del commercio di armamenti, sui finanziamenti all’industria militare e sulla riconversione delle spese militari e delle aziende La nostra campagna è sempre stata, innanzitutto, una campagna di informazione e di sensibilizzazione con obiettivi ben chiari sia di tipo politico, come il controllo delle esportazioni di armamenti, sia di tipo culturale per quanto riguarda la responsabilità sociale delle aziende, delle banche, ma anche delle nostre comunità ecclesiali e delle nostre associazioni. È una campagna che impegna innanzitutto ciascuno di noi, come singoli e associazioni, a mettere in pratica ciò che chiediamo agli altri: solo in questo modo di produce vero cambiamento».

Ha scritto papa Francesco nell’esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia: «Non possiamo escludere che membri della Chiesa siano stati parte della rete di corruzione, a volte fino al punto di accettare di mantenere il silenzio in cambio di aiuti economici per le opere ecclesiali. Proprio per questo sono arrivate proposte al Sinodo che invitano a prestare particolare attenzione all’origine delle donazioni o di altri tipi di benefici, così come agli investimenti fatti dalle istituzioni ecclesiastiche o dai cristiani». È una «sfida che vogliamo raccogliere e rilanciare», si legge nell’appello firmato da p. Menin, p. Filippo Ivardi Ganapini (direttore di Nigrizia) e Rosa Siciliano (direttrice di Mosaico di pace). «Perché dentro questa emergenza in cui si inietta liquidità nel sistema economico e nella Chiesa per sostenerne le attività, sentiamo ancora più forte l’esigenza di prestare attenzione al denaro e ai suoi movimenti. Il denaro certo serve, per fare il bene, ma farsi suoi servi genera solo disgrazie sorde al grido dei poveri e di Sorella Madre Terra. Vogliamo impegnarci con voi per vigilare sull’origine delle donazioni per opere spirituali, caritative, educative, sociali e comunitarie e sul loro ingresso nei circuiti dei sistemi bancari e di investimento».

Il percorso che ripartirà il prossimo 9 luglio è già delineato: «Verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi bancari che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare. Verificare le fonti delle donazioni a parrocchie, comunità cristiane, comunità religiose e associazioni, anche rinunciando a provenienze dubbie. Sensibilizzarci e sensibilizzare la cittadinanza sul tema della riconversione delle spese, delle aziende militari e delle operazioni bancarie per promuovere le aziende e i fondi destinati a sostenere la vita. Richiedere al governo italiano, insieme a Rete italiana per il disarmo, Rete della pace e Sbilanciamoci, di attivare una moratoria sulla spesa militare e sistemi d’arma per almeno un anno, riconvertendo tale spesa nella sanità, nella scuola, nella cultura, nella difesa dell’ambiente, nelle comunità locali».

“Per non lasciare indietro nessuno”: alla Caritas l’elemosina della Porsche

20 giugno 2020

“Adista”
n. 23, 13 giugno 2020

Luca Kocci

L’elemosina dei straricchi – che straricchi resteranno – per i più poveri. È la nuova campagna a favore della Caritas da parte della filiale italiana di Porsche, la casa automobilistica tedesca leader mondiale delle autovetture sportive e di lusso, il cui modello più economico costa quasi 58mila euro, ovvero quanto riesce a guadagnare un operaio in due anni e mezzo di lavoro (ma le tipologie di fascia più alta – come la Porsche 911 GT3 RS – superano i duecentomila euro, l’equivalente di dieci anni di lavoro di un operaio).

 

Per ogni automobile venduta fra il 1 giugno e il 10 agosto, Porsche Italia e i suoi concessionari devolveranno alla Caritas diocesana del territorio di appartenenza del centro Porsche addirittura mille euro, erogati per metà dalla concessionarie e per metà da Porsche Italia, per aiutare quaranta famiglie o dieci ragazzi.

«Questa volta per vincere non dobbiamo depositalasciare indietro nessuno», lo slogan che compare sui principali quotidiani italiani, sotto l’immagine di una Porsche tricolore che sfreccia sulla strada di un circuito automobilistico sportivo. «Acquistando l’auto dei tuoi sogni, combatti insieme a Porsche la povertà alimentare ed educativa nel tuo territorio. Perché l’unico modo per superare i momenti critici è ripartire tutti insieme». Peccato che – ma questo il manifesto pubblicitario non lo dice – alcuni ripartiranno a bordo di una Porsche da duecentomila euro elargendone mille ai più poveri. Molti ripartiranno a piedi!

«In un momento di particolare emergenza socio-sanitaria ed economica, Porsche Italia dà il via a “Uniti per Ripartire”, una campagna a supporto delle fasce sociali più colpite dall’emergenza », spiega il lancio della campagna. «Per farlo, la filiale italiana di Porsche si avvale della collaborazione di Caritas, l’organismo che promuove la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale in coordinamento con le 218 Caritas diocesane sparse su tutto il territorio nazionale. Una organizzazione capillare che si integra con i 30 Centri Porsche che, oltre a costituire la rete di Porsche in Italia, saranno gli attivi protagonisti dell’iniziativa».

I fondi raccolti grazie all’elemosina dei ricconi che acquisteranno una Porsche «saranno destinati a contrastare la povertà alimentare attraverso la fornitura di generi di prima necessità, oppure la cosiddetta povertà educativa attraverso l’acquisto di strumenti digitali che favoriscano la scolarità a distanza (pc, tablet, stampanti) ma anche iniziative di socializzazione e insegnamento». «Questa volta per vincere non dobbiamo lasciare indietro nessuno – spiega Pietro Innocenti, amministratore delegato di Porsche Italia –. La ripartenza ha bisogno del contributo e del coinvolgimento di tutti. È necessario aiutare i più deboli a ritrovare dignità e voglia di ripartire».

Che Porsche finanzi una simile campagna per ragioni esclusivamente commerciali e pubblicitarie ci può stare. Ma che Caritas italiana – organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana che dovrebbe anche promuovere una cultura di solidarietà e giustizia illuminata dal Vangelo – si presti ad un’operazione di questo tipo appare decisamente discutibile.

 

I vescovi contro la legge sull’omofobia: «Limita la libertà di opinione»

11 giugno 2020

“il manifesto”
11 giugno 2020

Luca Kocci

Durissimo attacco dei vescovi contro i disegni di legge per il contrasto all’omotransfobia in discussione in Parlamento: non servono – dicono i vescovi – e possono limitare la libertà di opinione.

Sono cinque i ddl all’esame della Commissione giustizia di Montecitorio (presentati da Boldrini e Zan del Pd, da Scalfarotto di Italia Viva, da Perantoni del M5S e da Bartolozzi di Forza Italia). Tutti puntano a introdurre nel codice il reato di omotransfobia, visto anche il moltiplicarsi degli episodi di violenza e discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e transessuali.

Progetti di legge che però non piacciono alla Presidenza della Conferenza episcopale italiana, che ha emanato una dura nota dal titolo inequivocabile: «Omofobia, non serve una nuova legge».

«Le discriminazioni, comprese quelle basate sull’orientamento sessuale, costituiscono una violazione della dignità umana», scrive la Cei. Che subito dopo aggiunge: ma non ci sono «vuoti normativi» o «lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni», «nell’ordinamento giuridico del nostro Paese esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio».

La «preoccupazione» dei vescovi, quindi, non è tanto il contrasto all’omotransfobia, quanto il timore che «un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui, più che sanzionare la discriminazione, si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione». Qualche esempio? «Sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma, e non la duplicazione della stessa figura, significherebbe introdurre un reato di opinione», spiegano i vescovi. E questo limiterebbe «la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso».

Ad essere puniti, quindi, non sarebbero coloro che discriminano, insultano o aggrediscono le persone omosessuali, ma vescovi, preti, catechisti e genitori che affermano le proprie convinzioni sul valore dell’eterosessualità. Perlomeno questo è quello che pensano i vescovi. E insieme a loro le associazioni della galassia Family Day, che esultano per la presa di posizione della Cei, a cominciare dal presidente Massimo Gandolfini («siamo grati ai vescovi italiani per aver ribadito che non serve una nuova legge sull’omotransfobia»).

«Non si tratta di una legge contro la libertà di opinione, ma di una legge che protegge la dignità delle persone», rassicura Alessandro Zan, il deputato del Pd che sta lavorando all’unificazione dei testi in un unico ddl. «Lo ripeto per l’ennesima volta: non verrà esteso all’orientamento sessuale e all’identità di genere il reato di “propaganda di idee” come oggi è previsto dall’articolo 604 bis del codice penale per l’odio etnico e razziale. Dunque nessuna limitazione della libertà di espressione o censura o bavaglio come ho sentito dire a sproposito. Qui stiamo parlando di vittime vulnerabili e che proprio per questo necessitano di una tutela rafforzata. Stiamo parlando di storie di ragazzi che vengono picchiati per strada solo perché si tengono per mano o che vengono aggrediti, bullizzati e uccisi solo per il loro orientamento sessuale o la propria identità di genere».

Aggiunge Laura Boldrini: «La legge contro l’omotransfobia ha per obiettivo non le opinioni e la libertà di espressione, come afferma erroneamente la nota della Cei, ma gli atti discriminatori o violenti e l’istigazione a commettere questi reati. Si tratta di misure che puntano a tutelare i diritti delle persone seguendo il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione e le indicazioni del Parlamento europeo su questa materia, che risalgono al 2006 ma sono rimaste finora fuori dal nostro ordinamento». E Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana: «In questi anni difficili ho apprezzato pubblicamente, da non credente, posizioni coraggiose e controcorrente dei vescovi italiani, e spesso ci siamo trovati insieme nella lotta contro il razzismo, dalla parte dei più deboli. È per questo che oggi, con altrettanta franchezza, dico che  non condivido in nessun modo la loro posizione sulla legge contro l’omofobia. L’unica deriva liberticida che conosco è quella sempre più aggressiva nei confronti di persone che vengono ferite nella loro dignità».