La Chiesa di Bergoglio riabilita il vescovo che predicava la pace

21 aprile 2018

“il manifesto”
21 aprile 2018

Luca Kocci

Vescovo, pacifista, antimilitarista, in prima linea accanto ad operai e sfrattati in lotta per il lavoro e per la casa e ai migranti albanesi che sbarcavano sulle coste pugliesi. Tutto questo è stato don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi.

Ieri, a 25 anni dalla sua morte (20 aprile 1993, a 58 anni), papa Francesco gli ha reso omaggio, con una visita di mezza giornata ad Alessano (Le) – dove è nato e dove è sepolto – e Molfetta, dove oggi Pax Christi svolge la sua assemblea nazionale. Nuova tappa del percorso, avviato da Bergoglio, di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti scomodi e di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana dei loro tempi: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (Nomadelfia il 10 maggio), ieri don Tonino Bello. Il quale, se non subì l’ostracismo a cui vennero sottoposti gli altri tre, tuttavia fu considerato un vescovo che parlava e agiva un po’ troppo fuori dal coro dai gerarchi ecclesiastici, insofferenti alla sua «Chiesa del grembiule», «l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo», scriveva Bello, che rinunciò ad insegne e titoli («liberarsi dai segni del potere per dare spazio al potere dei segni») e volle essere chiamato, anche da vescovo, non «monsignore» ma solo don Tonino; e da alcuni settori del potere politico e militare, con i quali più volte si scontrò sulla guerra, sugli armamenti, sull’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari.

È stato «un pastore fattosi popolo», lo ha ricordato ieri papa Francesco, durante la messa al porto di Molfetta, davanti a 40mila persone. Un popolo non categoria sociologica, ma costituito di impoveriti, senza casa – che spesso il vescovo di Molfetta accoglieva nel palazzo episcopale –, disoccupati, migranti. «Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino», ha detto il papa ad Alessano: sia di monito alla Chiesa, «di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda».

Poi il suo impegno nel sociale e per la pace e la giustizia: «Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro», ha sottolineato Francesco. «Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe».

Un impegno che si manifesta già alla fine degli anni ’70, quando è parroco a Tricase: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà. Nel 1982 è vescovo di Molfetta, tre anni dopo presidente di Pax Christi, successore di monsignor Luigi Bettazzi. Interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo di Craxi (subendo le bacchettate del cardinal Poletti, presidente della Cei) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte”, che nel 1990 otterrà la legge 185 sul commercio di armi; in diocesi accompagna le lotte di cassintegrati, disoccupati e sfrattati.

Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad in diretta tv. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e ipotizza di «esortare direttamente i soldati a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi», come ripete anche davanti alle telecamere di Samarcanda di Michele Santoro. Arrivano i rimproveri di ecclesiastici militaristi e di politici patriottici. Ma tira dritto. A dicembre 1992 è a Sarajevo, sotto le bombe, insieme a cinquecento pacifisti organizzati dai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto.

Intanto in Puglia arrivano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari. Don Tonino è sui moli, ad organizzare l’accoglienza. E il saluto di papa Francesco – che è anche un monito all’Europa –, prima di rientrare in vaticano, è per la Puglia, «che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché si spalanca ai tanti Sud del mondo»: che « il Mediterraneo non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

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Uno sgarbo al Parlamento: i dati sull’export di armi arrivano prima alla stampa

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile».

L’ossessione leghista per i crocefissi. La crociata di un sindaco del padovano

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Nelle aule scolastiche manca il crocefisso. Ci pensa il sindaco: corre da un artigiano locale, li fa scolpire e si precipita nella scuola ad inchiodarli alle pareti.

Succede a Brugine, piccolo paese in provincia di Padova. Il sindaco leghista, Michele Giraldo, nei giorni immediatamente precedenti a Pasqua, si reca in visita nelle tre scuole elementari e medie del proprio comune per fare gli auguri ad alunni ed insegnanti e scopre che diciassette aule sono prive di crocefisso.

«Non accetto che nelle scuole del mio territorio vi siano aule senza crocefisso», sbotta. E passa immediatamente all’azione. Contatta un falegname del paese e gli commissiona i diciassette crocefissi mancanti, che il diligente artigiano realizza in brevissimo tempo. Dopodiché il primo cittadino di Brugine torna nelle scuole e affida i crocefissi ai dirigenti scolastici, che prontamente li inchiodano alle pareti delle aule orfane del simbolo religioso cattolico, che una legge fascista impone siano esposti nelle scuole (anche se, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale, sarebbe stata superata dalla revisione del Concordato del 1984, (v. Adista Notizie n. 1/05).

«Mi è sembrato un gesto doveroso», il commento soddisfatto del sindaco Giraldo. «I valori cristiani vanno a prescindere dal pensiero politico di ognuno di noi. Chi non rispetta determinati simboli deve adeguarsi se desidera essere un nostro concittadino», puntualizza il sindaco leghista che, con la difesa del crocefisso nelle scuole del proprio comune, rilancia una delle battaglie storiche della Lega, perlomeno da quando ha abiurato il dio Po e si è convertita ad un cattolicesimo religione civile e identitaria che le consente di teorizzare da una parte l’affondamento dei barconi degli immigrati in fuga da guerra, fame e povertà che attraversano il Mediterraneo e dall’altra la difesa del crocefisso e l’ostentazione della corona del Rosario al termine del comizio in piazza Duomo a Milano del proprio leader, Matteo Salvini, al termine della campagna elettorale.

Come del resto dimostra una proposta di legge presentata dalla Lega nella scorsa legislatura (v. Adista Notizie n. 31/16), che ribadisce l’obbligo di affissione della croce nelle aule scolastiche e prevede forti sanzioni pecuniarie per chi non ottempera a tale obbligo. «Il crocefisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata nel 2016 da nove deputati e deputate leghisti. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.

L’Osservatore Romano condanna: rappresaglia atlantica senza prove

15 aprile 2018

“il manifesto”
15 aprile 2018

Luca Kocci

Una «rappresaglia» contro Bashar Al Assad da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. È netto il giudizio del Vaticano sui bombardamenti in Siria della scorsa notte, affidato all’articolo di apertura dell’Osservatore Romano di oggi. «Il presidente degli Stati Uniti ha sciolto le riserve e, a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma, ha ordinato la rappresaglia in stretto coordinamento con Londra e Parigi», si legge nell’apertura del quotidiano della Santa sede che titola a tutta pagina «Missili sulla Siria».

Nessuna parola da parte di papa Francesco, ma molto probabilmente le dirà oggi, durante il Regina coeli da piazza San Pietro. Del resto in passato Bergoglio, oltre a denunciare le guerre in corso («una terza guerra mondiale a pezzi») e il proliferare delle armi, è spesso intervenuto sulla Siria, per condannare la repressione e la guerra ma anche per scongiurare un attacco militare contro Damasco.

L’ultima volta domenica scorsa, da piazza San Pietro, all’indomani della strage di Douma: «Giungono dalla Siria notizie terribili di bombardamenti con decine di vittime, di cui molte sono donne e bambini, di tante persone colpite dagli effetti di sostanze chimiche contenute nelle bombe. Non c’è una guerra buona e una cattiva, e niente, niente può giustificare l’uso di tali strumenti di sterminio contro persone e popolazioni inermi. Preghiamo perché i responsabili politici e militari scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non sia quella della morte e della distruzione».

La prima cinque anni fa, quando sembrava imminente un intervento armato occidentale contro la Siria: in estate scrisse ai leader del G20 riuniti a San Pietroburgo per chiedere ai “grandi” di «abbandonare ogni vana pretesa di una soluzione militare» in Siria; poi promosse una giornata di digiuno e una veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro (7 settembre 2013) in particolare per la Siria. Allora i bombardieri non decollarono. Questa notte invece i missili sono partiti.

Se il papa per ora tace, parlano invece i vescovi siriani. «È sorprendente che l’attacco sia avvenuto proprio mentre stava per iniziare la missione degli ispettori dell’Onu chiamati ad indagare sull’uso delle armi chimiche attribuito al regime di Damasco», ha detto ai microfoni di Radio Vaticana e Tv2000 monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. I Paesi occidentali, che alimentano «il commercio delle armi», «attaccano per dimostrare che la forza e il potere sono nelle loro mani». Secondo il vescovo di Aleppo, la Siria sta pagando «gli effetti del conflitto fra Stati Uniti e Russia» e, a livello regionale, «della guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran». Monsignor Audo nutre forti dubbi sul fatto che l’attacco chimico a Duma sia opera del regime siriano: «Come è possibile che Assad – si chiede – abbia usato armi chimiche mentre il suo esercito ha riconquistato la regione di Ghouta? Non è logico». Spera «che sia fatta luce su tutto ed emerga la verità, non come hanno fatto con l’Iraq in cui hanno distrutto il Paese dicendo che c’erano le armi chimiche». E si augura che Usa e Russia «raggiungano un accordo per una vera pace».

Durissimo il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen: «Con questi missili hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l’ottavo, che si combatte sul suolo siriano, e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto». Gli esperti dovranno indagare «sul presunto attacco chimico a Douma, ma dopo questi raid sarà tutto più difficile», constata monsignor Abou Khazen. «Intanto cresce la sofferenza della popolazione che chiede pace e in cambio ottiene bombe e missili. La gente si aspettava qualcosa di simile e purtroppo è avvenuto». L’auspicio del vicario apostolico di Aleppo è che «questi attacchi non si allarghino anche in altri luoghi della regione, perché sarebbe davvero pericoloso e tutto potrebbe sfuggire di mano. Serve una soluzione condivisa da raggiungere senza menzogne».

«Chiudere Forza Nuova, non Vicofaro». Assemblea antifascista in difesa di don Biancalani

14 aprile 2018

“Adista”
n. 13, 14 aprile 2018

Luca Kocci

Non è il centro accoglienza per i migranti africani della parrocchia di don Massimo Biancalani a Vicofaro, ma le sedi di Forza nuova che vanno chiuse. Risponde così l’Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro al nuovo attacco contro il parroco di Vicofaro da parte dei neofascisti di Forza nuova che la scorsa estate avevano duramente contestato don Biancalani (v. Adista Notizie n. 30/17) e che nella fra il mercoledì e il giovedì santo hanno appeso nei pressi della chiesa un grande striscione con la scritta: “Droga, nigeriani e Biancalani la rovina dei giovani italiani. Chiudere Vicofaro”.

La parrocchia sta diventando un «centro di reclutamento di delinquenti», ha poi dichiarato Leonardo Cabras, coordinatore di Fn per il centro Italia, probabilmente riferendosi al fatto che pochi giorni prima era stato arrestato per spaccio un nigeriano ospitato a Vicofaro trovato in possesso di due grammi di marjuana. Più che un centro di accoglienza, ha proseguito Cabras, è «una sorta di centro sociale anarchico» in cui si svolgono «attività illecite» e «don Biancalani altro non è che un provocatore fiancheggiatore del caos e dell’illegalità finanziato con i soldi pubblici destinati all’accoglienza e che più propriamente vorremmo vedere impiegati a favore dei nostri tanti connazionali in difficoltà». Per il prossimo 21 aprile i neofascisti del partito guidato da Roberto Fiore annunciano una manifestazione di protesta – e un’altra pare sarà organizzata da Casa Pound – quando a visitare il centro accoglienza di Vicofaro verrà Laura Boldrini, rieletta alla Camera nelle liste di Liberi e uguali.

Il vescovo di Pistoia tace, ma si è appreso che sta sostenendo economicamente le attività del centro che, contrariamente alla disinformazione spacciata da oppositori e parte della stampa, usufruisce dei finanziamenti pubblici per appena 13 immigrati (i famosi 35 euro al giorno) ma ne ospita circa 70 “invisibili”, oltre a 7 italiani senza casa. Immediata solidarietà a Biancalani è stata invece espressa dall’Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro, che ha indetto un’assemblea cittadina per il 13 aprile e ha diramato un comunicato di sostegno al parroco.

«Prendendo a pretesto, i comportamenti senz’altro sbagliati ma di entità quasi insignificante, di alcuni rifugiati, il gruppo fascista arriva a chiedere, come in una sorta di mondo alla rovescia, la chiusura dei Centri di accoglienza – si legge nella nota –. Noi sosteniamo con forza che sono i covi di questi cialtroni che devono essere chiusi in quanto rifugio e fucina di ideologie criminali, fuori legge, negatrici di ogni valore umano e civile e condannate per sempre dalla Storia. I recenti attacchi da parte di questa manovalanza ma anche dei nuovi amministratori locali (il sindaco di Pistoia di Fratelli d’Italia, n.d.r.) vorrebbero cancellare l’esperienza di Vicofaro perché non omologata, e non omologabile essendo una realtà che accoglie in numero consistente gli “scartati”, gli “invisibili”, i “rifiutati” (tra questi anche alcuni senzatetto italiani) che sarebbero stati costretti altrimenti a vivere nella strada in condizioni disperate. Ribadiamo che la situazione di emergenza legata all’immigrazione non è prodotta certo da chi cerca di sopperire generosamente, con le sue modeste risorse e con l’aiuto dei volontari e della comunità, alle mancanze e alle inefficienze delle istituzioni, ma da una legislazione inadeguata e inefficace e da provvedimenti disumani». Al contrario, prosegue il comunicato dell’ Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro, «le iniziative sviluppate negli ultimi due anni a Vicofaro e a Ramini – dai corsi di insegnamento dell’Italiano alla pizzeria “Al rifugiato”, al lavoro di informazione e di controinformazione, all’avviamento professionale nella pasticceria, nella panetteria, nella sartoria e nella lavorazione della pelle, alla coltivazione biologica – costituiscono un laboratorio di integrazione e un patrimonio per tutta la cittadinanza, perciò  non accetteremo mai che siano disperse  per il progetto criminale di alcuni gruppi».

L’Assemblea chiede a Prefettura e Questura di vietare le annunciate manifestazione dei neofascisti, «che suonerebbero a spregio dei principi di democrazia e solidarietà, e costituirebbero una provocazione di fronte alla quale ci troveremo costretti a indire un presidio antifascista». E invita «tutte le forze che credono nei valori fondanti della Costituzione antifascista e antirazzista» a schierarsi «a fianco di don Biancalani e delle persone da lui accolte, riaffermando, nello spirito della Resistenza, che la dignità, il rispetto per l’altro, l’uguaglianza sono valori irrinunciabili per la convivenza civile e umana nella nostra città».

 

Piccoli cacciatori crescono. ammaestrati a scuola

14 aprile 2018

“Adista”
n. 13, 14 aprile 2018

Luca Kocci

Cacciatori in classe per spiegare ai bambini quanto sia bello, giusto ed utile sparare ai cinghiali e agli altri animali del bosco. Succede nelle scuole elementari di Marcheno e Gardone Val Trompia (Bs) – sede della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, la principale produttrice italiana di armi leggere – dove da diverse settimane le maestre e i maestri lasciano il posto ai cacciatori che, accompagnati dai loro, salgono in cattedra e tengono lezioni di caccia ai bambini di 6-10 anni.

C’è anche un sussidio didattico ad hoc: un libro illustrato di favole, Il cacciatore in favola (a cura di Luca Gottardi e Patrizia Filippi, Greentime), che intende esaltare la figura del cacciatore. «Cappuccetto Rosso e Biancaneve – si legge nella prefazione – sono favole che milioni di bimbi, anche cresciuti, conoscono a memoria. Sono storie speciali tuttavia. Queste fiabe sono legate a doppio filo con questo lavoro. Cappuccetto Rosso e Biancaneve raccontano di un cacciatore nobile e buono che salva una bimba e la sua cara nonnina da un lupo cattivo e che sceglie di imbrogliare una matrigna cattiva rubando il cuore di un cerbiatto per salvare la vita ad una indifesa fanciulla tanto buona». Ma oltre alla visione favolistica del cacciatore-eroe senza macchia e senza paura, c’è anche il tentativo di trasformarlo in una sorta di custode e difensore della natura. «La natura è come un cerchio che gira senza sosta – si legge ancora –. Il cacciatore sta nel cerchio con il suo cane accanto e gira dietro alla preda sin da quando è nato il mondo e l’uomo. Perché il cerchio non diventi troppo pesante e si spezzi dal lato della preda, che è diventata troppo numerosa, l’uomo caccia, ma ricorda che tutto deve continuare a ruotare e questo l’uomo lo sa. Ci sono delle regole che devono sempre essere rispettate e un cacciatore le rispetta perché altrimenti il cerchio si spezzerà».

«L’obiettivo è fare conoscere ai bimbi la realtà – spiega Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, promotore dell’iniziativa –. Ovviamente non portiamo in classe le armi. Il cacciatore crea dei giardini in montagna, pulisce sentieri e fossi, tiene in ordine i boschi. È una figura positiva. I bimbi ci seguono con curiosità e le mamme ci ringraziano perché valorizziamo la tradizione. E ci hanno già chiamato dalle scuole di Sarezzo, Polaveno, Lodrino. Non siamo né vecchi, né imbecilli. Cacciamo, è vero, ma facciamo prelievi di fauna controllati. E ci occupiamo del contenimento dei cinghiali, la cui espansione è un problema. Gli animalisti siamo noi, non chi gira sotto i portici con il cane al guinzaglio e il cappottino».

Non la pensano così le associazioni in difesa degli animali (fra le altre Lac, Lipu, Lav) e l’Associazione vittime della caccia che hanno scritto all’Ufficio scolastico provinciale e alle scuole coinvolte per chiedere di interrompere l’iniziativa a causa dei «contenuti fortemente diseducativi» ricevendo però un «no» senza appello: le «attività didattiche» fanno parte «a pieno titolo del Piano triennale dell’offerta formativa», ha risposto Stefano Retali, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Gardone. E una petizione chiede al ministro della Pubblica istruzione e agli assessori regionali e provinciali alla caccia di «non autorizzare né promuovere incontri sul tema della caccia nelle scuole. Qualsiasi alone di “nobiltà” possa venire assegnato a questa pratica è solo un’iniziativa ipocrita. Perché gli interlocutori sono menti plasmabili e l’inganno è dietro l’angolo: bambini e ragazzi minorenni ai quali si raccontano “fiabe” dove i fucili non fanno male ma sono elementi culturali e consentono svago e divertimento!». La petizione, lanciata pochi giorni fa sul portale Change.org, ha raggiunto oltre 130mila firme.

Del resto quello fra scuola e armi è un matrimonio che dura ormai da diversi anni, soprattutto per iniziativa delle Forze armate che, oltre al tradizionale “orientamento” sulle opportunità professionali offerte da Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri – ovvero la propaganda a favore dell’arruolamento – organizza una serie di attività varie, da pseudo-lezioni di storia sulla prima guerra mondiale (soprattutto nel triennio del centenario della grande guerra 1915-1918) a training militari (v. Adista Notizie nn. 1/05, 79/08, 59 e 75/10, 19/11; Adista Segni Nuovi n. 11/16).

È per questo che già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare»; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. « Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».

Arrestato in Vaticano con l’accusa di pedopornografia monsignor Capella

8 aprile 2018

“il manifesto”
8 aprile 2018

Luca Kocci

È stato arrestato ieri in Vaticano dalla gendarmeria pontificia monsignor Carlo Alberto Capella, fino a pochi mesi fa secondo segretario della nunziatura apostolica a Washington. L’accusa è grave: pedopornografia. I reati sarebbero stati commessi in Usa e in Canada, in occasione di un viaggio in Ontario nel periodo in cui il prelato lavorava appunto all’ambasciata vaticana nella capitale degli Stati Uniti.

Ne ha dato notizia un comunicato della sala stampa della Santa sede in cui si informa che, «su proposta del promotore di giustizia» (una sorta di pubblico ministero), «il giudice istruttore del tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di mons. Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla gendarmeria vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria».

L’ordine di arresto è stato emanato dal promotore di giustizia vaticano sulla base dell’articolo 10 del codice penale pontificio, che punisce «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, trasmette, importa, esporta, offre, vende o detiene per tali fini materiale pedopornografico, o distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori». Ovvero pedopornografia

L’arresto di monsignor Capella non giunge come il proverbiale fulmine a ciel sereno. Il diplomatico vaticano, infatti, era sotto indagine della magistratura pontificia – ma anche di quella statunitense e canadese – già da diversi mesi.

La prima segnalazione era arrivata dal Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini della polizia canadese. Capella era indiziato di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, diffuso in rete durante un soggiorno che il prelato aveva effettuato in Canada tra il 24 e il 27 dicembre 2016, utilizzando il computer di una parrocchia di Windsor (Ontario), a cui si era risaliti mediante l’indirizzo Ip. Poi il 21 agosto 2017, per via diplomatica, il Dipartimento di Stato Usa – Paese nel quale Capella lavorava – aveva notificato al Vaticano la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte del diplomatico. E la Santa sede, poco prima che in Canada fosse emesso anche un ordine di arresto, aveva richiamato il prete in Vaticano, «secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani», come precisato in una nota della sala stampa datata 15 settembre 2017, aprendo contestualmente un’indagine, in collaborazione con le autorità canadesi e statunitensi.

L’inchiesta ora si è chiusa, e per Capella è scattato l’arresto. Se sarà rinviato a giudizio, come appare molto probabile, verrà processato in Vaticano. Rischia una pena da uno a cinque anni di reclusione e una multa da 2.500 a 50mila, che potrà essere aumentata perché il materiale pedopornografico detenuto e diffuso sembra di «ingente quantità». Resterà però da vedere come si comporterà la Santa sede se da Usa e Canada arriverà la richiesta di processare Capella: lo spedirà oltreoceano a rispondere ai magistrati oppure, essendo stato giudicato in Vaticano, considererà chiusa la questione? In tal caso, allora, invece di “tolleranza zero”, sarebbe più corretto parlare di processo entro le mura vaticane per sottrarre un proprio diplomatico alla giustizia canadese. Ma ora è presto per dirlo.

A breve per la Santa sede potrebbe aprirsi anche un altro fronte, stavolta nel Pacifico. Nei prossimi giorni, infatti, il tribunale australiano di Melbourne dovrà decidere se incriminare per pedofilia il cardinale George Pell. Formalmente Pell è ancora prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia), ma papa Francesco ha congelato il suo incarico e lo ha inviato in Australia per rispondere ai magistrati. Il cardinale nelle scorse settimane è stato interrogato in aula. Dopo il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e subito dopo i giudici decideranno se ritenere Pell estraneo alle accuse oppure andare avanti con il processo. In quest’ultimo caso per la Santa sede sarebbe un vero e proprio terremoto.

Speculazione edilizia su ex convento di suore. I cittadini scrivono al papa

7 aprile 2018

“Adista”
n. 12, 7 aprile 2018

Luca Kocci

No alla speculazione edilizia su Villa Paolina, ex casa generalizia delle suore della Carità cristiana, a largo XXI aprile, a Roma, a due passi da piazza Bologna e da Villa Torlonia. Lo chiede il Comitato “Salviamo Villa Paolina di Mallinckrodt”, che ha scritto una lettera a papa Francesco, con la richiesta di fermare gli appetiti e il cemento dei palazzinari.

«Santità – si legge all’indirizzo del pontefice –, il nostro appello non riguarda una questione tanto importante quanto altre emergenze che quotidianamente si verificano in tutto il mondo, ma lo è sicuramente per la città di Roma che ultimamente si trova sottoposta a una pressione edificatoria che rischia di trasformare la fisionomia storica e architettonica della città che è sede del cuore della cristianità».

Roma come la Palermo del “sacco” degli anni ’60, quando, con la benedizione di Salvo Lima e Vito Ciancimino – rispettivamente sindaco e assessore ai lavori pubblici –, furono abbattute le palazzine liberty di via della Libertà per fare spazio a palazzoni. A Roma il primo palazzo liberty a cadere sotto la furia delle ruspe è stato il villino Naselli, del 1930, nel quartiere Coppedè. Il prossimo potrebbe essere appunto Villa Paolina di Mallinckrodt. Le autorizzazioni a demolire nel solo II municipio di Roma – quello in cui ricade il quartiere Coppedè, ricco di tesori liberty – secondo Italia Nostra sono già nove, e una ventina quelle pronte ad essere approvate. Ma ad essere minacciati sono i villini di tutti i quartieri storici “fuori le mura”, da Città Giardino a Prati, da Garbatella al Pinciano fino a Parioli e Ostia. In tutto 561 le richieste in città, come ha calcolato la consigliera del I municipio Nathalie Naim.

Ad incentivare le demolizioni è il Piano casa regionale elaborato tra il 2009 e il 2011 dall’allora presidentessa della Regione Lazio Renata Polverini – poi prorogato e inserito all’interno del Piano per la rigenerazione urbana dalla giunta Zingaretti –, in applicazione della legge nazionale targata governo Berlusconi, che permette di demolire e ricostruire con tanto di ampiamenti di cubatura da 35 al 60 per cento.

«Al posto della villa su largo XXI Aprile – denuncia Cristina Rinaldi, del Comitato “Salviamo villa Paolina” – verrà costruito un palazzo di otto piani, con due interrati. Un mostro totalmente decontestualizzato rispetto alla storia del nostro quartiere». Per questo il Comitato si appella direttamente a papa Francesco.

«Abbiamo notato che gli interventi di demolizione e ricostruzione, proposti da alcuni costruttori romani, riguardano alcuni edifici storici ceduti da enti ecclesiastici – si legge nella lettera al pontefice –. Le citiamo come esempio tra i tanti: la demolizione già avvenuta di uno storico edificio ecclesiastico a via Ticino, nel quartiere Coppedè, per costruire un moderno condominio completamente decontestualizzato. E ancora, la prevista demolizione della villa Paolina di Mallinckrodt, ex istituto scolastico gestito dalle suore della Carità cristiana dal 1922 al 1997 e casa generalizia fino al 2017, da sempre fondamentale punto di riferimento per la comunità locale del quartiere Nomentano, per costruire un altro enorme condominio moderno, completamente avulso dal contesto locale e in grado di alterare irreversibilmente l’aspetto urbano circostante», obbedendo esclusivamente ad «interessi di mercato e non considerando i più importanti valori culturali, storici ed etnoantropologici. Riteniamo infatti che gli storici edifici, già sedi di enti ecclesiastici al servizio della comunità, debbano mantenere la loro struttura architettonica e una destinazione consona al significato e al valore rivestito da quegli edifici, nel corso degli anni, per il contesto cittadino. La preghiamo di intercedere per salvaguardare questi patrimoni culturali dando pubblico risalto al mantenimento di questi valori, ricordando quanto da lei già espresso con l’enciclica Laudato si’: “È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro ‘sentirci a casa’ all’interno della città che ci contiene e ci unisce…”. Confidiamo nel suo intervento, sperando che possa essere più efficace delle nostre numerose proteste presso gli Enti amministrativi locali italiani che finora non hanno ancora preso i necessari provvedimenti di tutela».

Forza nuova contro il parroco che ha aperto le porte della chiesa ai rifugiati

3 aprile 2018

“il manifesto”
3 aprile 2018

Luca Kocci

I neofascisti di Forza nuova attaccano di nuovo don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro a Pistoia che ospita i migranti africani in chiesa. Nella notte del giovedì di Pasqua hanno appeso nei pressi della parrocchia un grande striscione con la scritta: “Droga, nigeriani e Biancalani la rovina dei giovani italiani. Chiudere Vicofaro”.

La parrocchia sta diventando un «centro di reclutamento di delinquenti», ha poi dichiarato Leonardo Cabras, coordinatore di Fn per il centro Italia, probabilmente riferendosi al fatto che pochi giorni prima era stato arrestato per spaccio un nigeriano ospitato a Vicofaro trovato in possesso di due grammi di marjuana. Più che un centro di accoglienza, ha proseguito Cabras, è «una sorta di centro sociale anarchico» in cui si svolgono «attività illecite» e «don Biancalani altro non è che un provocatore fiancheggiatore del caos e dell’illegalità finanziato con i soldi pubblici destinati all’accoglienza e che più propriamente vorremmo vedere impiegati a favore dei nostri tanti connazionali in difficoltà». Per il prossimo 21 aprile i neofascisti del partito guidato da Roberto Fiore annunciano una manifestazione di protesta – e un’altra pare sarà organizzata da Casa Pound – quando a visitare il centro accoglienza di Vicofaro verrà Laura Boldrini, rieletta alla Camera nelle liste di Liberi e uguali.

Il vescovo di Pistoia tace, ma si è appreso che sta sostenendo economicamente le attività del centro che, contrariamente alla disinformazione spacciata da oppositori e parte della stampa, usufruisce dei finanziamenti pubblici per appena 13 immigrati (i famosi 35 euro al giorno) ma ne ospita circa 70 “invisibili”, oltre a 7 italiani senza casa. Immediata solidarietà a Biancalani è stata invece espressa dall’Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro, che nei prossimi giorni diffonderà un appello, rivolto alle forze politiche, per scongiurare la chiusura del centro accoglienza, come chiesto da Forza nuova e dai neofascisti in doppiopetto di Fratelli d’Italia.

Per un prete che accoglie e che ha preso sul serio l’appello di papa Francesco – perlopiù ignorato – ai religiosi ad ospitare i migranti nelle chiese, ce ne sono altri che non ne vogliono proprio sapere. Come quello che ha celebrato la messa giovedì santo nella parrocchia di San Michele arcangelo a Manduria (Ta). Appena scoperto che fra i 12 partecipanti alla lavanda dei piedi c’erano degli immigrati di un centro di accoglienza del territorio, ha annullato il rito. Nessun commento dalla Curia di Oria, se non che il prete non era della diocesi ma un frate dei Servi di Maria. Commenta un parrocchiano su Facebook: «Il razzismo è salito sull’altare».

La contestazione secondo don Milani

3 aprile 2018

“il manifesto”
3 aprile 2018

Luca Kocci e Alessandro Santagata

Un aneddoto raccontato da Tullio De Mauro a Matteo Mennini spiega bene il cortocircuito, a cavallo del ‘68, fra don Milani, la scuola di Barbiana e la contestazione studentesca: «Conservo la fotografia di una scritta su un muro dell’università di Napoli che diceva: “El niño que no estudia no es buen revolucionario”, firmato Fidel Castro», ricorda il linguista, fra i primi accademici italiani ad occuparsi di Milani. «Negli asterischi Laterza – prosegue – alcuni anni dopo il ‘68, una persona illustre e anche brava scriveva: “Come ci ordina il comandante Castro, el niño que no estudia…”. Sortita da Barbiana la frase di un bambino cubano era passata di bocca in bocca ed era diventata una frase di Fidel Castro».

Il nucleo profondo di un pensiero e di un’esperienza, più orecchiato che studiato, genera un mito in cui convivono verità e falsificazioni, tirato a destra e a manca a seconda del contesto e delle convenienze politiche, da cinquant’anni ad oggi. È questa una valutazione sostanzialmente condivisa negli ultimi studi a conclusione dell’“anno milaniano” appena trascorso.

Tra le pubblicazioni più interessanti, il libro di Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 2017, pp. 268 euro 16). Ricostruzione appassionata e davvero piacevole alla lettura, il volume investiga la storia culturale di Lettera una professoressa, che ha lasciato un segno indelebile nella società italiana, soprattutto nella pedagogia e nella scuola. L’istituzione scolastica di oggi, sottolinea l’autrice, è il risultato di alcune delle migliori intelligenze militanti del secondo Novecento, ma presenta ancora caratteri fortemente classisti. I dati Istat del 2016 rilevano che si continua a bocciare e allontanare le fasce sociali più deboli, in un meccanismo di dispersione-selezione che smentisce platealmente chi ha identificato in Milani, e in un presunto “donmilanismo”, le radici di una crisi.

Uno dei meriti principali del libro è di collocare Milani nel suo tempo, nel grande dibattito degli anni ‘60 sulla lingua e in quella galassia composta dai tanti che don Lorenzo incontrò sulla sua strada. Tra le figure principali emergono quelle di De Mauro, autore nel 1963 della Storia linguistica dell’Italia unita, e di Mario Lodi, come Milani promotore dell’uso didattico della scrittura collettiva ed esponente di spicco del Movimento di cooperazione educativa. Di notevole interesse è poi lo studio della ricezione della Lettera in Italia, ma anche all’estero, dove si tese (non senza forzature) ad associare l’esperienza di Barbiana a quella di Summerhil e poi ad altre esperienze scaturite dalla contestazione studentesca. «Il pensiero di Milani – precisa Roghi – non è il viatico del Sessantotto. Il suo è un progetto classista, pensato contro chi già studia, la sua è lotta di classe. Perché Lettera a una professoressa non è, non vuole essere, un libro scritto per i ragazzi che occupe­ranno le università, né per i loro genitori, ma per i genitori di chi, all’università, non ci arriverà mai».

Il volume ripercorre l’entusiasmo crescente attorno alla figura del priore di Barbiana, prima con la circolazione di L’obbedienza non è più virtù (i documenti del processo sull’obiezione di coscienza al militare), e poi la diffusione e la “sloganizzazione” della Lettera. Don Lorenzo muore nel giugno 1967, quindi prima dell’esplosione del ‘68, ma fa in tempo ad illustrare ad Alex Langer le ragioni della propria distanza dalla borghesia studentesca in corso di radicalizzazione. Anche se, negli ambienti della contestazione, il nome di Milani risuona forte sia nei gruppi spontanei post-conciliari, nelle letture dei “contro-quaresimalisti” di Trento e all’Isolotto di Firenze, sia nel più ampio movimento studentesco, come ricorda Guido Viale, all’epoca leader all’università di Torino.

Si occupa in maniera specifica di questo complessivo processo ricezione il volume collettivo Salire a Barbiana. Don Milani dal Sessantotto a oggi (a cura di Raimondo Michetti e Renato Moro, Viella, 2017, pp. 292 euro 28). Nel ‘68, si legge nel saggio di Giovanni Turbanti, Lettera a una professoressa diventa «uno dei più importanti testi di riferimento della contestazione», oggetto di seminari e gruppi di studio, citata nei volantini e nei documenti del movimento, insieme a Che Guevara, Mao, Lenin e Marcuse. Un successo conquistato per varie ragioni: la contestazione dell’autoritarismo degli insegnanti, la tendenza alla radicalizzazione e alla politicizzazione delle esperienze individuali («il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia»), la contrapposizione fra privilegiati (i «Pierini») e i diseredati (i «Gianni»), la critica alle istituzioni (a partire dalla scuola) che realizzano la selezione di classe e conservano la struttura iniqua della società.

Ma per i suoi allievi don Milani non è un «padre del ‘68». Tanto che decidono di denunciare il regista Franco Enriquez, che alla biennale di Venezia (settembre 1968) mette in scena Discorso per la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana e la rivolta degli studenti, spettacolo teatrale sul movimento studentesco “ispirato” da Milani. E il pretore – ricostruisce Federico Ruozzi nel suo saggio su don Milani fra cinema, teatro e televisione – dà loro ragione: impone ad Enriquez di modificare il copione e di togliere ogni riferimento a Barbiana, «perché – sentenzia – il lavoro teatrale tradisce sia nel titolo che nel testo lo spirito del libro».

Il nodo allora è la lettura selettiva sessantottina di Milani, diventata egemone. Anche se in realtà, rileva Turbanti, a sinistra alcuni evidenziano le contraddizioni con le istanze del movimento. Le critiche di Milani alla selezione riguardano la scuola media (dell’obbligo), mentre per i livelli superiori contempla «una selezione lontana da ogni discriminazione di censo» ma «severa»: il contrario del sei o del diciotto “politico” («quegli studenti universitari che protestavano contro la selezione di classe perché agli esami non gli davamo a tutti il 18, beh… don Milani li avrebbe bistrattati duramente», spiega De Mauro a Mennini, autore anche di un saggio sui “pellegrinaggi politici a Barbiana”). Punta il dito contro l’autoritarismo della scuola, ma «l’autorità del priore» e «dei genitori» non è in discussione. I richiami evangelici – Milani è un prete libero ma fedele alla dottrina e obbediente alla Chiesa – stanno stretti ad una parte del movimento, che imputa a Milani «limiti di populismo e volontarismo». E Franco Fortini rimprovera Milani di riformismo, «di non sapere o non voler dare l’unica riposta possibile all’ingiustizia, quella della rivoluzione».

Quindi Lettera a una professoressa ispiratrice del ‘68, ma entro certi limiti, anche per quanto riguarda la contestazione cattolica, in larga parte incentrata sulla polemica sulla ricezione-attuazione del Vaticano II a cui Milani è estraneo. Don Milani «rimarrà un prete scomodo per tutti – scrive Renato Moro – ma è significativo quanto di questo Paese, in quel profeta scomodo, abbia cercato di specchiarsi». Nell’analisi di Vanessa Roghi il giudizio si fa quasi rovente quando affronta da un lato la rapida retromarcia ideologica, alla fine degli anni ‘70, dei “sessantottini” diventati insegnanti – proprio nella fase in cui la scuola si sta democratizzando anche dal punto di vista legislativo –, e dall’altro gli attacchi al pensiero di Milani da parte di coloro che identificano in lui uno dei “cattivi maestri” di una scuola troppo permissiva e poco meritocratica. Una polemica che è stata in molti casi un segmento di un più ampio attacco alle culture degli anni ‘60 al quale non si sono sottratti numerosi “volontari” da sinistra. Una corrente ancora oggi molto forte, sovente da parte di chi, per “salvarlo”, contrappone strumentalmente Milani alla stagione dei movimenti, con il risultato di non comprenderlo e di isolarlo… ancora una volta.