«Partecipare al voto, pericolo sovranisti»

22 maggio 2019

“il manifesto”
22 maggio 2019

Luca Kocci

La Conferenza episcopale italiana non vota Salvini. È emerso chiaramente dall’intervento introduttivo del presidente dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti, che ieri ha avviato la seconda giornata dei lavori dell’Assemblea generale della Cei, aperta lunedì da papa Francesco, il quale però ha evitato qualsiasi riferimento alla politica italiana.

Nonostante il consueto tono ovattato dei suoi discorsi, Bassetti è stato piuttosto esplicito: ha invitato gli italiani a «partecipare al voto» per le europee di domenica prossima, superando «riserve e sfiducie»; ha ammonito sul pericolo di «sovranismi e polulismi» che lacerano la «famiglia comunitaria» europea; e ha bacchettato, senza fare nomi – ma in fondo non era necessario, visto il comizio del «cuore immacolato di Maria» di Salvini a Milano sabato scorso –, chi si appropria strumentalmente di «tradizioni e simboli religiosi», vedi la corona del rosario brandita come una frusta dal leader leghista in piazza Duomo.

«È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale», ha detto il presidente della Cei nel passaggio più politico del suo intervento. «Lasciatemi però dire, forse un po’ provocatoriamente, che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia», ha aggiunto. «Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori!».

Leggendo fra le righe del discorso di Bassetti, spuntano altri richiami, a cominciare dalla «affettuosa solidarietà» espressa a papa Francesco, che nei giorni scorsi è stato oggetto di dure contestazioni: prima da parte dei militanti di Forza Nuova, che due domeniche fa, dopo il Regina Coeli in piazza San Pietro, hanno srotolato un mega striscione in via della Conciliazione («Bergoglio come Badoglio. Stop immigrazione»), passato inosservato alle forze dell’ordine, solitamente attente ad ogni stormir di foglia dalla parti del Vaticano quando parla il papa; e poi in piazza Duomo, quando Francesco è stato rumorosamente fischiato dai sostenitori di Salvini.

Quindi il Vangelo, che per il presidente della Cei non è un vessillo da ostentare, ma «un Vangelo creduto e vissuto, che rimane scandalo e follia rispetto a ogni logica mondana» e che «parla nell’umiltà di chi, non cercando la propria gloria, sa ascoltare e comprendere i bisogni della gente».

Infine la questione migranti, tema principe della campagna elettorale del leader leghista. Bisogna innanzitutto sforzarsi di capire «le cause che hanno costretto la persona migrante a lasciare la sua terra», ha invitato Bassetti. «Dobbiamo essere fino in fondo italiani», ma non secondo lo slogan «prima gli italiani» coniato dal vicepremier ministro degli Interno. «Come italiani – ha detto il presidente dei vescovi – dovremmo essere il volto migliore dell’Europa per dare più fierezza ai nostri giovani, ai nostri emigrati e a quanti sbarcano sulle nostre coste, perché siamo il loro primo approdo». È «con questa prospettiva» che va valorizzata l’opportunità che ci è offerta dalle elezioni di domenica prossima: chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare».

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Dai vescovi ai parroci: nessun perdono per il rosario di Salvini

21 maggio 2019

“il manifesto”
21 maggio 2019

Luca Kocci

«Chi è con Salvini non può dirsi cristiano, perché ha rinnegato il comandamento dell’amore».

La “scomunica” al vicepremier dopo il comizio da crociato armato di rosario a piazza Duomo a Milano («affido la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria, che sicuramente ci porterà alla vittoria») arriva dal vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, monsignore di frontiera che parla chiaro: «Non possiamo più permettere – ha aggiunto – che ci si appropri dei segni della fede per smerciare le proprie vedute disumane, antistoriche e diametralmente opposte al messaggio evangelico».

Quella di Mogavero non è restata una voce isolata, come invece accaduto altre volte: quando Salvini chiuse il comizio per le elezioni politiche del 2018 brandendo Vangelo e rosario, il silenzio dei vertici ecclesiastici fu assordante.

Non in questa occasione, segno evidentemente che l’asticella è stata alzata un po’ troppo, tanto che persino i media integralisti, sostenitori delle posizioni di Salvini su radici cristiane e famiglia, tacciono.

«La politica partitica divide, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso», ha detto domenica il cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, la “voce” di papa Francesco. E un altro affidabile interprete del pensiero bergogliano, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica: «Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio».

Il vicepremier però sembra imperturbabile: «C’è un’opposizione della gerarchia cattolica nei nostri confronti? Preti e suore votano con la loro testa, voteranno Salvini per quello che fa, non perché tira fuori un rosario», ha detto ieri sera a Quarta Repubblica, su Retequattro. Affermazione però non infondata, perché è vero che parte del voto dei “cattolici della domenica” si riversa su Salvini.

Il mondo cattolico impegnato nel sociale, spesso con i migranti, però non ha dubbi. «Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, chiedendo voti alla Madonna», mentre «i migranti ancora muoiono nel Mediterraneo, nel silenzio dell’indifferenza dei caìni del mondo», scrivono i missionari comboniani d’Italia.

E i docenti di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica Italia meridionale di Napoli parlano di Salvini come di «un predicatore incallito che ricorre a tutti gli stratagemmi della retorica religiosa, senza curarsi della blasfemia delle sue parole pronunciate dinanzi a spettatori che intende convertire alla nuova religione dell’odio e dell’intolleranza», ad una «pericolosa religione civile che afferma la solidarietà come reato, l’accoglienza come alto tradimento e che agita la croce come strumento di offesa per colpire tutti i crocifissi della storia. Anche negli anni del peggiore collateralismo democristiano, e perfino in quelli terribili della dittatura fascista, anch’essa ad arte mascherata come promotrice di valori cristiani, non si era arrivati mai ad una strumentalizzazione tanto volgare». Poi sull’affidamento al Cuore immacolato di Maria, «Salvini è in buona compagnia», concludono gli storici cattolici: prima di lui ci sono state le Madonna pellegrine «usate come talismano elettorale negli anni ‘50» e soprattutto «il sanguinario e cattolicissimo generalissimo Franco in Spagna» che «mentre condannava a morte sindacalisti, studenti e oppositori politici dedicava la Spagna al sacro Cuore di Gesù».

La mossa antifascista di Francesco: incontra 500 rom e la famiglia di Casal Bruciato

20 maggio 2019

“Adista”
n. 18, 18 maggio 2019

Luca Kocci

Mentre le cronache nazionali raccontavano di una famiglia rom, quella di Imer e Semada Homerovic, aggredita e insultata da un manipolo di fascisti di Casa Pound che infestano alcuni pezzi della periferia romana perché colpevole di essersi vista regolarmente assegnata un appartamento popolare nel quartiere di Casal Bruciato, papa Francesco, lo scorso 9 maggio, presiedeva in Vaticano un incontro di preghiera promosso dalla Fondazione Migrantes al quale hanno partecipato oltre cinquecento rom e sinti. Un evento programmato da tempo, che però le coincidenze hanno fatto incrociare con l’attualità.

«Vi sono vicino», ha detto il papa ai cinquecento zingari assiepati nella sala regia del palazzo apostolico. «E quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi – ha aggiunto, riferendosi ai fatti di Casal Bruciato – ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà». Quindi l’invito a non coltivare «la vendetta» e «il rancore»: «Quando viene il rancore lascia perdere, poi la storia ci farà giustizia». Tanto più, ha proseguito, che «in Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta. Voi mi capite bene, no? Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere nell’omertà: questo è un gruppo di gente delinquente».

È la seconda volta che rom e sinti entrano in Vaticano, ricevuti da un pontefice. La prima era stata l’11 giugno 2011, con Benedetto XVI, che incontrò duemila rom, sinti, manuches, kale, yenish e travellers di tutta Europa, in occasione del 150.mo della nascita e del 75.mo anniversario del martirio dell’unico santo zingaro, il beato Zefirino Giménez Malla, gitano di origine spagnola ucciso durante la guerra civile franchista. Prima solo Paolo VI, nel 1965, aveva incontrato un gruppo di rom a Pomezia poco prima della chiusura del Concilio Vaticano II.

Durante l’incontro in Vaticano sono intervenute anche tre donne rom, Dzemila, Miriana e Negiba, che vivono nelle periferie di Roma. «Alcune di noi abitano in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati campi nomadi che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali», hanno spiegato le tre donne, raccontando le difficoltà quotidiane dell’accesso ai servizi sanitari, scolastici e amministrativi, decisamente peggiorate da «politiche discriminatorie» e dalle «recenti norme, varate da chi è chiamato a governare», che rendono più difficile la regolarizzazione di molte nostre famiglie, facendo cadere nell’invisibilità nuclei familiari che, anche se di origine straniera, vivono da decenni nel nostro Paese». Eppure, hanno concluso, «sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità. Un’Italia che abbracci le differenze, che si consideri fortunata per tutte le differenze e le culture che la compongono».

«Una cosa che a me fa arrabbiare è che ci siamo abituati a parlare della gente con gli aggettivi», ha proseguito papa Francesco. «Non diciamo: “Questa è una persona, questa è una mamma, questo è un giovane prete”, ma: “Questo è così, questo è così…”. Mettiamo l’aggettivo. E questo distrugge, perché non lascia che emerga la persona». Secondo il papa, «è questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, un problema sociale, che è un problema culturale, un problema di lingua: sono cose secondarie. Il problema è un problema di distanza tra la mente e il cuore. Questo: è un problema di distanza. “Sì, sì, tu sei una persona, ma lontano da me, lontano dal mio cuore”. I diritti sociali, i servizi sanitari: “Sì, sì, ma faccia la coda… No, prima questo, poi questo”. È vero, ci sono cittadini di seconda classe, è vero. Ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare. Sempre con l’aggettivo buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri, o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza».

Nel pomeriggio dello stesso giorno, la famiglia Homerovic è stata invitata a San Giovanni in Laterano, in occasione dell’incontro con i vescovi, i preti, i religiosi, le religiose e i laici impegnati nelle parrocchie e nelle associazioni della diocesi di Roma, dedicato all’ascolto del «grido della città». È stato un gesto semplice ma dal forte contenuto politico quello di papa Francesco, ispirato dal vicario di Roma, il card. Angelo De Donatis, che tramite il vescovo del settore est, mons. Gianpiero Palmieri, e il direttore della Caritas di Roma, don Benoni Ambarus – che due giorni prima erano andati a Casal Bruciato –, ha in- vitato nella cattedrale di Roma «la famiglia rom, vittima, nei giorni scorsi, di minacce e insulti razzisti», come ha spiegato il comunicato della sala stampa della Santa sede.

Così subito prima dell’assemblea in basilica, Francesco ha incontrato Imer e Semada e ha parlato con loro. «Resistete», li ha esortati. Poi ha denunciato «la xenofobia e il razzismo in aumento in alcune zone della città. Il populismo cresce – ha detto poi Bergoglio durante l’incontro in basilica – e semina la paura». «Con tale gesto – ha precisato la sala stampa vaticana – il papa ha voluto esprimere vicinanza e solidarietà a questa famiglia e la più netta condanna di ogni forma di odio e violenza».

Il giorno prima la Caritas di Roma aveva emesso un duro comunicato contro i fascisti di Casa Pound, senza nominarli. «Da tre giorni una famiglia rom con dieci bambini è in ostaggio di un gruppo di estremisti che sfruttano la sofferenza per seminare odio. Una situazione che non è tollerabile». E aveva invitato «le autorità a intervenire nei modi più opportuni per sostenere il percorso di integrazione di questa e di molte altre famiglie ed evitare che si ripetano ancora una volta episodi del genere». E don Ambarus ha aggiunto ad Adista: «Non dobbiamo perdere di vista la bussola dell’umanità».

La CdB di San Paolo denuncia degrado e ingiustizia

Sulla questione è intervenuta anche la Comunità cristiana di Base di san Paolo di Roma, che «denuncia con forza che la situazione sociale della Città è ormai contrassegnata dalla violenza cresciuta sul degrado e l’ingiustizia che i romani vivono ormai da anni». Prosegue la nota della Comunità: «Già in passato, più volte, sulle tracce della lettera pastorale dell’abate di san Paolo fuori le mura Giovanni Franzoni, abbiamo indicato la violenza classista che si manifesta nelle grandi diseguaglianze abitative presenti in Roma: dai campi rom agli esclusivi quartieri presenti nelle zone di pregio della città. Una serie di amministrazioni assenti o conniventi coi gruppi di potere che hanno gestito il Comune hanno avuto come esito il prevalere del razzismo egoista, un’illegalità diffusa alimentata dal clientelismo, un intollerabile clima di violenza creato da bande criminali che, sotto le insegne di forze politiche, godono di connivenze ingiustificate persino fra le forze del governo del Paese. Le famiglie rom, come tutti i soggetti più deboli, pagano il prezzo più alto di questo clima. Non basta certo il gesto di un giorno di solidarietà della sindaca, pur apprezzabile per il coraggio dimostrato in questa occasione, per cancellare la realtà di una Amministrazione che si era proposta come elemento di rottura coi poteri che avevano governato i destini della città, e che invece, proprio sulla politica edilizia e urbanistica, ha stabilito i più forti legami col passato: dall’attenzione verso i grandi costruttori agli interventi sugli sgomberi delle sistemazioni più precarie dovute all’emergenza abitativa».

La comunità cristiana di base di san Paolo, conclude la nota, «ribadisce ancora una volta che la lotta contro la marginalità urbana è parte integrante e necessaria del nostro impegno per la giustizia; tutti gli uomini e le donne di questa città che credono nel dovere di ridare umanità al volto della città si uniscano nella denuncia e nella lotta contro la deriva dell’emarginazione di tutte le diversità».

Spin Time Labs, il Vaticano rivendica il gesto dell’elemosiniere

15 maggio 2019

“il manifesto”
15 maggio 2019

Luca Kocci

A chiarire che il gesto dell’elemosiniere del papa di riallacciare, sabato notte, l’elettricità che Acea aveva staccato agli oltre quattrocento occupanti dello stabile ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme non è stata la trovata estemporanea di un cardinale eccentrico con manie di protagonismo ma un atto che gode del pieno appoggio delle più alte sfere della Santa sede ci ha pensato il numero due del Vaticano, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, parlando ieri, a margine di un convegno, con l’agenzia Ansa: «il senso di questo gesto – ha spiegato Parolin – è attirare l’attenzione di tutti su un problema reale, che coinvolge persone, bambini, anziani».

Altrettanto chiaro è stato un altro cardinale, Peter Appiah Turkson, prefetto del dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, che sulle accuse all’elemosiniere apostolico Konrad Krajewski di aver violato la legge ha detto al portale di informazione Vatican Insider: «Era la stessa critica che facevano a Gesù ai suoi tempi: è illegale fare le cose il sabato. Ma è la legalità che prevale o fare del bene a qualcuno? Qual è la scelta?».

È questa, insomma, la linea adottata per motivare e proteggere l’azione di Krajewski, il quale comunque – la contraddizione indubbiamente esiste –, godendo di protezione in quanto cittadino vaticano, difficilmente sarà sottoposto a giudizio dalle autorità italiane, a meno che esse non intendano avviare un complesso iter giuridico internazionale. Come fa notare anche un corsivo del blog il sismografo, indipendente ma sempre ben informato e attento agli umori vaticani, che si limita a ricordare l’articolo 54 del Codice penale: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona». Ovvero il caso degli occupanti, fra cui molti bambini e malati, da sei giorni al buio, prima dell’intervento di Krajewski.

Certo il Vaticano non è diventato improvvisamente barricadero, e parecchi in curia e nella Chiesa non apprezzano il gesto del cardinale polacco, che appare rivolto a due destinatari diversi.

Parla al governo e alle sue politiche antisociali. Infatti Salvini, dallo studio di Porta a Porta replica: «Io combatto l’illegalità, i palazzi occupati illegalmente li sgombero», tranne però quello romano di CasaPound, che ormai è anche il suo editore. E ripete il solito ritornello: «Se c’è un cardinale che vuole pagare la luce…, se magari riesce a dare una mano agli italiani che rispettano la legge, visto che ci sono italiani che pagano le bollette regolarmente».

Ma parla anche al mondo ecclesiastico e ai cattolici “legge e ordine” che a Salvini guardano con simpatia e si esprimono mediante i loro tradizionali megafoni. «L’okkupazione del cardinal Krajevski è ingiustificabile sotto tutti i principi della Dottrina sociale della Chiesa», scrive La nuova bussola quotidiana, «Eminenza così è anarchia».

Stavolta però non solo dalla chiesa di base – da sempre bollata di cattocomunismo – ma anche da quella istituzionale emerge il consenso per quello che Rocco D’Ambrosio, docente di Etica politica alla Pontificia università Gregoriana di Roma, definisce un sacrosanto atto di «disobbedienza civile: per motivi umanitari gravi andare contro una legge, ma non contro l’autorità, assumendosi le relative responsabilità».

«L’incolumità delle persone viene prima di qualsiasi regolamento o norma, davanti a situazioni di pericolo per una persona non c’è legge che tenga», dice monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma sud appena promosso alla diocesi di Siena. «Se è illegale quello che ha fatto Krajewski,  compiendo un gesto di umanità dettato dal cuore e da quanto dice il Vangelo, allora arrestateci tutti», aggiunge padre Enzo Fortunato, portavoce dei francescani di Assisi. E il settimanale cattolico Famiglia Cristiana: «L’elemosiniere del papa ha agito direttamente perché a livello istituzionale non sono arrivate risposte. Prima vengono le persone, poi a livello normativo le cose si possono aggiustare».

Non è l’inversione a 180 gradi della Chiesa cattolica, che sugli aspetti dottrinali continua a tenere la barra dritta e ferma. Ma la conferma di una maggiore attenzione al sociale.

Il liturgista «perlustratore» portato nella capitale da Wojtyla

14 maggio 2019

“il manifesto”
14 maggio 2019

Luca Kocci

Il «cardinale elettricista». Così è stato ribattezzato Konrad Krajewski, cardinale di Santa romana chiesa, che sabato notte si è calato nel tombino davanti a Spin Time, ha rotto i sigilli posti da Acea alla centrale elettrica e riallacciato la corrente al palazzo occupato da più di quattrocento persone che da una settimana erano al buio, lasciando vicino al contatore il suo biglietto da visita con scritto a penna «per ogni evenienza».

In realtà Krajewski, come ha chiarito egli stesso per smentire la mitologia che subito gli è stata cucita addosso, elettricista non è mai stato. È un liturgista, è stato uno dei cerimonieri di papa Wojtyla – che nel 1998 da Lodz lo ha portato a Roma – e poi di papa Ratzinger. La sera, però, il 55enne monsignore polacco, andava a trovare i senza casa che dormivano attorno a San Pietro. E così, quando è stato eletto pontefice, nel 2013, Bergoglio lo ha nominato alla guida della Elemosineria apostolica, un’istituzione pontificia medievale che si occupa delle opere di carità del papa, anche grazie ai soldi incassati dalla vendita delle pergamene con la benedizione papale per matrimoni, battesimi ed altre ricorrenze (tuttavia l’azione di centralizzazione della produzione e vendita delle pergamene voluta da Krajewski ha creato decine di esuberi fra i lavoratori delle pergamene nei negozi attorno al Vaticano).

Oltre a perlustrare la città a bordo di un pulmino insieme a quattro guardie svizzere per distribuire cibo, abiti e coperte ai senza dimora, Krajewski ha aperto alcuni servizi per i poveri attorno al colonnato di San Pietro: docce, barberia, presidio medico, bagni pubblici. E gode dell’assoluta fiducia di Francesco, che prima l’ha consacrato vescovo – partecipando egli stesso alla celebrazione di ordinazione – e poi, l’anno scorso, l’ha creato cardinale, affidandogli più di una volta importanti incarichi sul versante della solidarietà. Pochi giorni prima del riallaccio dell’elettricità allo Spin Time, l’elemosiniere era stato inviato dal papa a Lesbo, a visitare i «campi di concentramento» – parole di Krajewski – dove vengono rinchiusi i migranti.

È per questo che il gesto «eversivo» dell’elemosiniere del papa non è stata un’azione solitaria ed improvvisata, ma un atto che ha potuto avere la sicura copertura da parte del pontefice. E che, al di là del folclore, ha due destinatari, uno interno ed uno esterno.

Un bersaglio sono i settori conservatori delle curie e del mondo cattolico di destra, ostili alla pastorale sociale di Francesco e della Chiesa maggiormente impegnata sul terreno della giustizia. Lo dimostra il commenta della Nuova Bussola Quotidiana, uno dei siti web della galassia integralista: «E dopo aver visto l’“esproprio clericale”, qual è il prossimo passo che ci dobbiamo aspettare? La costituzione del Collettivo del Cortile di San Damaso? Le manifestazioni di Avanguardia Vaticana? I blitz a sorpresa degli Indiani metrovaticani? Perché è certo che, nella logica di aprire i processi, qualche altro passaggio seguirà».

L’altro bersaglio, nonostante lo stesso Krajewski si preoccupi di negare questo intento all’operazione riallaccio, sono le politiche anti-immigrati e anti-sociali dell’Europa, del governo e delle amministrazioni locali, più volte bacchettate da Francesco. Anche se la modalità d’assalto scelta dall’elemosiniere del papa potrebbe mettere in difficoltà quelle organizzazioni ecclesiali fortemente attive per i diritti dei migranti, dei rom e dei poveri che cercano di costruire un dialogo con le amministrazioni, soprattutto a livello locale.

In ogni caso il gesto del cardinale polacco non è stato isolato, ma un nuovo tassello di un’azione del Vaticano e della Chiesa che, perlomeno a livello sociale – non si può dire lo stesso sul piano della riforma dell’istituzione ecclesiastica, come evidenziano per esempio le recenti chiusure di Francesco sul diaconato alle donne –, si è fatta più spinta, soprattutto nell’ultimo periodo: le severe condanne delle politiche contro i migranti, l’udienza in Vaticano con cinquecento rom e sinti, la solidarietà e l’incontro a San Giovanni (durante l’assemblea diocesana romana) fra il papa e la famiglia rom assegnataria della casa popolare a Casal Bruciato aggredita e insultata dai fascisti di CasaPound.

I populismi destabilizzano le democrazie. Monsignor Hollerich su “La Civiltà Cattolica”

11 maggio 2019

“Adista”
n. 17, 11 maggio 2019

Luca Kocci

Le paure alimentano i populismi, i populismi prosperano sulle paure. È uno dei nodi, forse quello più intricato ed ingombrante, che accompagnano il cammino «verso le elezioni europee», dal titolo del saggio di mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità Europea (Comece), pubblicato sul fascicolo n. 4.052 de La Civiltà Cattolica (20 aprile-4 maggio).

«Le paure nell’Europa dei nostri giorni sono molteplici e, ben mescolate, conducono, con l’ascesa dei populismi, a una destabilizzazione delle nostre democrazie e a un indebolimento dell’Unione Europea», scrive l’arcivescovo gesuita di Lussemburgo. «Oggi – prosegue – il senso di benessere sembra scomparso e pare abbia dato vita a molteplici paure, che reclamano un’identità europea “cristiana”, pur declinandosi in desideri politici che si rivelano in netta contrapposizione con una prospettiva fondata sul Vangelo». Infatti, scrive Hollerich, «per rimuovere le nostre paure ci vengono presentati nemici: i migranti, l’islam, gli ebrei ecc. Che gioco infame con le nostre angosce! Le politiche devono prendere in considerazione le paure. Queste spesso glorificano il passato e frenano le dinamiche orientate verso l’avvenire. Se politiche sensate non terranno conto delle paure dei cittadini europei, questi cadranno in preda a populismi che enfatizzano tali paure per presentarsi come salvatori».

I migranti sembrano essere il concentrato di tutte le paure su cui fanno leva i populisti. «Oggi in Europa le migrazioni fanno paura, sembrano disturbare l’ordine interno dei Paesi europei», scrive il presidente della Comece. «L’immigrato, che al tempo del miracolo economico era il benvenuto perché garantiva benessere economico, è diventato uno straniero: uno straniero che, per la sua differenza religiosa e culturale, appare come una minaccia per il nostro piccolo mondo. Le emozioni negative esplodono: l’altro non è più considerato come un’occasione di incontro, ma come colui che ci fa perdere la nostra identità. In effetti, in molte città europee ci sono esempi negativi: quartieri turchi o arabi dove la popolazione autoctona non si sente più a casa. Ma questo è colpa dei migranti, o non è piuttosto una mancanza d’integrazione? Non è forse una politica puramente materialistica, centrata sull’economia, che è all’origine di tali divisioni?».

Ma, prosegue Hollerich, «non dobbiamo giudicare con leggerezza: c’è sempre un incontro. Nelle miniere di carbone, nelle industrie pesanti in Europa lo straniero era sempre visto come un compagno, un collaboratore. Molte amicizie e molti matrimoni mostrano che la differenza culturale e religiosa non conduce necessariamente all’esclusione. Il mondo operaio era aperto alla condivisione e rifletteva così un atteggiamento profondamente cristiano. Il sindacalismo era quindi spesso più universale delle nostre Chiese, che dopo il Vaticano II sono diventate Chiese nazionali. La maggior parte delle Chiese in Europa hanno Conferenze episcopali nazionali. Certo, questa organizzazione permette ai vescovi di affrontare i problemi reali della loro Chiesa, ma aiuta anche a cementare nell’immaginario cattolico lo Stato-nazione e ci fa perdere una parte della nostra vocazione universale».

Allora «per uscire da questa impasse dobbiamo disfarci di ogni autoreferenzialità ecclesiale. Per questo papa Francesco ci invita a vivere il Vangelo nell’incontro con l’altro, con l’immigrato. La politica non consente di accettare un’immigrazione selvaggia, incontrollata. La nostra umanità e la nostra coscienza cristiana ci chiedono il rispetto, anzi l’amore verso questo prossimo. L’Europa rimarrà cattolica se sapremo vivere questo incontro con i migranti in maniera adeguata al Vangelo. Il dramma dei rifugiati e dei migranti nel Mediterraneo è una vergogna per l’Europa. Il Mediterraneo, che per la sua posizione geografica è come un mare interno che collega l’Europa, l’Asia e l’Africa, è diventato un muro di separazione fatto di acqua. Esso diventa un immenso cimitero».

Ed è qui che intervengono i populismi. «L’Europa, che sta perdendo la propria identità – scrive l’arcivescovo di Lussemburgo –, si costruisce identitarismi, populismi, in cui la nazione non è più vissuta come comunità politica, ma diventa un fantasma del passato, uno spettro che trascina dietro di sé le vittime delle guerre dovute ai nazionalismi della storia. I populismi vogliono allontanare i problemi reali, organizzando danze intorno a un vitello d’oro. Essi costruiscono una falsa identità, denunciando nemici che sono accusati di tutti i mali della società: ad esempio, i migranti o l’Unione Europea. I populismi legano gli individui non in comunità dove l’altro è una persona vicina, un partner nel dialogo e nell’azione, ma in gruppi che ripetono gli stessi slogan, che creano nuove uniformità, che sono l’anticamera dei totalitarismi. Un cristianesimo autoreferenziale rischia di veder emergere punti comuni con questa negazione della realtà e rischia di creare dinamiche che alla fine divoreranno il cristianesimo stesso. Steve Bannon e Aleksandr Dugin sono i sacerdoti di tali populismi che evocano una falsa realtà pseudo-religiosa e pseudo-mistica, che nega il centro della teologia occidentale, che è l’amore di Dio e l’amore del prossimo».

Le elezioni europee, conclude Hollerich, sono una buona occasione per tentare di invertire questa tendenza.

Università “disarmata”: alla Cattolica di Piacenza via l’aereo militare dedicato a p. Gemelli

11 maggio 2019

“Adista”
n. 17, 11 maggio 2019

Luca Kocci

Verrà tolto dal giardino dell’Università Cattolica di Piacenza l’aereo da guerra posto lì otto anni fa in onore di p. Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nonché ex pilota di aereo e soprattutto “ideologo” della prima guerra mondiale al fianco del capo di Stato maggiore Luigi Cadorna, di cui fu consulente.

Lo ha stabilito una recente delibera dell’ateneo piacentino, secondo la quale il caccia intercettore F-104 parcheggiato nel cortile dell’università «richiama la guerra», quindi va tolto. Lo aveva posto lo stesso ateneo, in accordo con l’Aeronautica militare, quando il rettore era Lorenzo Ornaghi.

«È una decisione presa dai colleghi del Consiglio di facoltà perché hanno ritenuto che non si cogliesse più il valore rappresentativo del monumento per l’università, visto che non siamo un ateneo tecnologico», spiega il rettore Franco Anelli. Inoltre «è una tipologia di aereo che non c’entra con quello che pilotava padre Gemelli né con i suoi studi e richiama vicende legate alla guerra», aggiunge Mauro Balordi, direttore amministrativo della sede piacentina della Cattolica. «Era stato collocato con un in tendimento sicuramente nobile, cioè ricordare la passione di padre Gemelli per il volo e i suoi studi sulle reazioni del corpo umano in volo, ma ha suscitato reazioni non sempre positive», perché «chi arriva qui si chiede sempre cosa ci faccia un aereo del genere in un campus cattolico. Il rischio che venisse mal interpretato è stato costante in tutti questi anni».

Contrari alla decisione della Cattolica sono la destra e i militari. Il deputato piacentino di Fratelli d’Italia Tommaso Foti si è infatti rivolto direttamente al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai ministri Elisabetta Trenta (Difesa) e Marco Bussetti (Università e Ricerca), portando la spinosa questione all’attenzione del Parlamento per tentare di costringere l’ateneo a fare dietrofront. «L’intercettore F-104 – si legge in una nota di Foti – non è stato collocato casualmente, nel 2010, davanti alla facoltà di Scienze della Formazione. Si celebrava, in quella occasione, il cinquantesimo anniversario del dies natalis di padre Agostino Gemelli, fondatore e primo rettore dell’ateneo piacentino, aviatore oltre che noto per i propri meriti scientifici nel campo della medicina aeronautica. Rimuovere il monumento perché ritenuto simbolo di guerra è una decisione sconcertante e dettata da cieco pregiudizio». Per questo il deputato di Fratelli d’Italia chiede al governo di intervenire e di «assumere tutte le iniziative, nell’ambito delle rispettive competenze, per evitare uno schiaffo alla memoria del fondatore Agostino Gemelli, da un lato, ed una offesa all’Aeronautica miliare dall’altro».

Il generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, invece definisce «propaganda becera» la preoccupazione che l’intercettatore F-104 venga visto come un inno alla guerra. «È una polemica stantia – aggiunge – ammuffita, senza senso, frutto della cultura della Difesa che c’è oggi in Italia». Prosegue Tricarico: «Queste cose le sentivo dire 30 anni fa dalle organizzazioni pacifiste – argomenta il generale –. L’F-104 nasce come un sistema di difesa aerea e molti di questi aeroplani sono stati destinati a proteggere i cieli d’Italia da qualsiasi pericolo», come quando nel 1999, in piena guerra del Kosovo, «vennero messi a orbitare sulle coste pugliesi per evitare che ci fossero penetrazioni nel nostro spazio aereo», ricorda Tricarico, che allora comandava le forze operative italiane.

Ma nonostante le distinzioni “gesuitiche” del generale – è un aereo da difesa non da attacco –, la Cattolica ha deciso: il caccia verrà rimosso e riconsegnato all’Aeronautica militare, che lo aveva ceduto in comodato d’uso.

In Vaticano l’udienza antirazzista del papa a 500 tra rom e sinti

10 maggio 2019

“il manifesto”
10 maggio 2019

Luca Kocci

Aggrediti e insultati dai fascisti di Casa Pound che infestano alcuni pezzi della periferia romana. Invitati dal papa a San Giovanni in Laterano, in occasione dell’incontro con i vescovi, i preti, i religiosi, le religiose e i laici impegnati nelle parrocchie e nelle associazioni della diocesi di Roma, dedicato all’ascolto del «grido della città».

È stato un gesto semplice ma dal forte contenuto politico quello di papa Francesco, ispirato dal vicario di Roma, il cardinal Angelo De Donatis, che tramite il vescovo del settore est, monsignor Gianpiero Palmieri, e il direttore della Caritas di Roma, don Benoni Ambarus – che mercoledì erano andati a Casal Bruciato –, ha invitato nella cattedrale di Roma «la famiglia rom, vittima, nei giorni scorsi, di minacce e insulti razzisti», come ha spiegato il comunicato della sala stampa della Santa sede.

Così ieri sera, subito prima dell’assemblea in basilica, Francesco ha incontrato Imer e Semada Homerovic e ha parlato con loro. «Resistete», li ha esortati. Poi ha denunciato «la xenofobia e il razzismo in aumento in alcune zone della città. Il populismo cresce – ha detto poi Bergoglio durante l’incontro in basilica – e semina la paura». «Con tale gesto – ha precisato la sala stampa vaticana – il papa ha voluto esprimere vicinanza e solidarietà a questa famiglia e la più netta condanna di ogni forma di odio e violenza».

Il giorno prima la Caritas di Roma aveva emesso un duro comunicato contro i fascisti di Casa Pound, senza nominarli. «Da tre giorni una famiglia rom con dieci bambini è in ostaggio di un gruppo di estremisti che sfruttano la sofferenza per seminare odio. Una situazione che non è tollerabile». E aveva invitato «le autorità a intervenire nei modi più opportuni per sostenere il percorso di integrazione di questa e di molte altre famiglie ed evitare che si ripetano ancora una volta episodi del genere».

Alla vicenda di Casal Bruciato papa Francesco ha fatto riferimento anche in mattinata, quando in Vaticano ha presieduto un incontro di preghiera promosso dalla Fondazione Migrantes al quale hanno partecipato oltre cinquecento rom e sinti. Un evento programmato da tempo, che le coincidenze hanno fatto incrociare con la cronaca.

«Vi sono vicino», ha detto Francesco. «E quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi – ha aggiunto, riferendosi ai fatti di Casal Bruciato – ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà». Quindi l’invito a non coltivare «la vendetta» e «il rancore»: «Quando viene il rancore lascia perdere, poi la storia ci farà giustizia». Tanto più, ha proseguito, che «in Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta. Voi mi capite bene, no? Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere nell’omertà: questo è un gruppo di gente delinquente».

È la seconda volta che rom e sinti entrano in Vaticano, ricevuti da un pontefice. La prima era stata l’11 giugno 2011, con Benedetto XVI, che incontrò duemila rom, sinti, manuches, kale, yenish e travellers di tutta Europa, in occasione del 150.mo della nascita e del 75.mo anniversario del martirio dell’unico santo zingaro, il beato Zefirino Giménez Malla, gitano di origine spagnola ucciso durante la guerra civile franchista. Prima solo Paolo VI, nel 1965, aveva incontrato un gruppo di rom a Pomezia poco prima della chiusura del Concilio Vaticano II.

Durante l’incontro in Vaticano sono intervenute anche tre donne rom, Dzemila, Miriana e Negiba, che vivono nelle periferie di Roma. «Alcune di noi abitano in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati campi nomadi che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali», hanno spiegato le tre donne, raccontando le difficoltà quotidiane dell’accesso ai servizi sanitari, scolastici e amministrativi, decisamente peggiorate da «politiche discriminatorie» e dalle «recenti norme, varate da chi è chiamato a governare», che rendono più difficile la regolarizzazione di molte nostre famiglie, facendo cadere nell’invisibilità nuclei familiari che, anche se di origine straniera, vivono da decenni nel nostro Paese». Eppure, hanno concluso, «sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità. Un’Italia che abbracci le differenze, che si consideri fortunata per tutte le differenze e le culture che la compongono».

«È vero, ci sono cittadini di seconda classe», ha aggiunto Francesco. «Ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare, buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri. Invece la vera strada è quella della fratellanza».

Affondo del papa: «I nazionalismi che alzano i muri anticamera dei fascismi»

3 maggio 2019

“il manifesto”
3 maggio 2019

Luca Kocci

Un manipolo di ecclesiastici e teologi accusa papa Francesco di «eresia» perché avrebbe ammorbidito la posizione della Chiesa cattolica sulla morale sessuale, aprendo a coppie conviventi ed omosessuali. Il vicepremier ministro degli Interni Matteo Salvini, in trasferta in Ungheria da Viktor Orban per ammirare il muro anti-immigrati alla frontiera con la Serbia, spiega che votare per i sovranisti significa difendere «l’identità cristiana dell’Europa». Papa Francesco riceve in udienza la Pontifica accademia delle scienze sociali e mette in guardia dai «nazionalismi», che «alzano muri», producono «razzismo» e sono l’anticamera di nuovi fascismi, come quelli degli anni ‘20-‘30.

Tre eventi diversi e non direttamente collegati fra loro, che tuttavia evidenziano l’alleanza delle destre conservatrici clericali e laiche, saldata da un cattolicesimo non evangelico ma identitario, che si oppone ad un pontefice pastoralmente riformatore.

È stata resa nota il primo maggio, in sei lingue sul solito network di siti web del tradizionalismo cattolico, una «lettera aperta» firmata da qualche decina di uomini di Chiesa, teologi e docenti universitari europei e statunitensi che accusa papa Francesco di «eresia».

Si tratta del terzo atto di un’offensiva teologica contro il pontefice, cominciata del 2016, all’indomani dell’esortazione apostolica Amoris laetitia che illustrava le conclusioni del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, fra cui una cauta apertura «caso per caso» all’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Proseguita nel 2017 con una «correzione filiale» al papa «in ragione della propagazione di eresie» anch’essa firmata da ecclesiastici e teologi. E che ora si arricchisce di questo nuovo documento.

«Prendiamo questa iniziativa come ultima risorsa per contrastare i danni causati ormai da diversi anni dalle parole e dalle azioni di papa Francesco che hanno generato una delle peggiori crisi nella storia della Chiesa cattolica», scrivono gli “inquisitori”, che in particolare accusano Bergoglio di «giustificare» l’inosservanza dei comandamenti; di aver di fatto abolito il «peccato mortale»; di consentire «i rapporti sessuali tra persone che hanno contratto un matrimonio civile», quindi non sposate con rito cattolico, e addirittura tra persone non sposate ed omosessuali; di valutare positivamente «il pluralismo e la diversità delle religioni», come dimostrerebbero i progressi nel dialogo ecumenico con le Chiese luterane e interreligioso con l’islam. Insomma un mix di accuse di sincretismo e libertinismo, che mostra qualche similitudine con il lungo articolo di qualche settimana fa di papa Ratzinger, secondo il quale l’origine dei mali della società e della Chiesa contemporanea è rintracciabile nel ‘68.

Ulteriori prove a carico di Francesco sarebbero poi la protezione di preti pedofili (automaticamente identificati come omosessuali) e dei vescovi che li avrebbero coperti; la promozione di ecclesiastici gay friendly, come il cardinale di Chicago Cupich; e l’apprezzamento per la radicale Emma Bonino, «l’attivista politica più accanitamente a favore dell’aborto e dell’eutanasia».

In generale, l’accusa al papa è di una «ripulsa globale dell’insegnamento cattolico sul matrimonio e i rapporti sessuali, sulla legge morale, sulla grazia e il perdono dei peccati». Per cui l’appello ai vescovi – a loro è indirizzata la lettera aperta – è di procedere ad una «correzione» del pontefice, oppure di «assumere le misure necessarie per affrontare la grave situazione che implica la presenza di un papa eretico». Ovvero separarsi da Roma.

Intanto ieri, mentre Salvini era con Orban, Francesco ha ricevuto in udienza in Vaticano i partecipanti all’Assemblea plenaria della Pontificia accademia delle scienze sociali, a cui ha rivolto un discorso molto severo contro nazionalismi e sovranismi.

«La Chiesa – ha spiegato il papa – ha sempre esortato all’amore del proprio popolo», ma nello stesso tempo «ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo. La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune», ha detto Francesco, che ha aggiunto: «Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni».

A Torre Maura otto ettari di verde tornano all’Apsa. Cosa ne farà il Vaticano?

27 aprile 2019

“Adista”
n. 16, 27 aprile 2019

Luca Kocci

Il Comune di Roma avrebbe dovuto farne un parco pubblico ma in oltre quaranta anni non è riuscito a combinare nulla. Così ora l’area verde di otto ettari nella periferia orientale della capitale torna al suo proprietario originario, il Capitolo della basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore, e all’ente gestore, l’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, una sorta di ministero del Tesoro del Vaticano), che ancora non sa bene cosa ne farà: sul piatto c’è la riqualificazione dell’area e la creazione di una serie di attività ecosostenibili, ma anche l’edificazione residenziale, ovvero il cemento. Ci troviamo a Torre Maura, quartiere a ridosso del Grande raccordo anulare, nella prima settimana di aprile teatro della “rivolta” da parte di qualche decina di residenti, spalleggiati dai neofascisti di CasaPound e Forza Nuova, contro il trasferimento di una settantina di rom in un centro di accoglienza del quartiere. Lì c’è il parco di Casa Calda, otto ettari di verde – parte di un’area ben più vasta di 33 ettari – di proprietà del Capitolo della Basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore. Nel 1975 la Regione espropria il terreno e lo affida al Comune di Roma perché lo trasformi in parco pubblico. Ma il Campidoglio non fa nulla e nel 2008 una sentenza, in base al diritto di «retrocessione» (un proprietario può chiedere la restituzione dell’area espropriata se entro dieci anni non viene realizzata l’opera di pubblica utilità per cui era stata espropriata), torna in mani vaticane.

L’iter si conclude poche settimane fa: l’Apsa, presieduta da mons. Nunzio Galantino, versa nella casse del Campidoglio 985.459,20 euro – previsti dalla sentenza del 2008 – e rientra formalmente in possesso dei terreni di Casa Calda. Dove, nel frattempo, è sorto un piccolo parco giochi per i bambini del quartiere, un Centro anziani comunale, e una cooperativa sociale integrata (“Assalto al cielo”) gestisce alcuni casali svolgendovi alcune attività sociali ed ambientali per conto del municipio. Tutte attività che ora sono a rischio. In realtà ancora non si sa cosa intenda fare l’Apsa che comunque, avendo investito quasi un milione di euro per rientrare in possesso dell’area, vorrà mettere a reddito l’area. In passato, ai tempi della giunta del sindaco Gianni Alemanno, grazie ad un bando – poi fermato dal suo successore Ignazio Marino – che consentiva di costruire nell’agro romano a condizione di riservare un terzo delle abitazioni a canone concordato, si affacciò l’ipotesi di una edificazione selvaggia: 200mila metri cubi di cemento per farne 900 appartamenti residenziali. Ora il progetto potrebbe rientrare in pista, anche se una parte dell’area è inedificabile perché sottoposta a vincolo. Ma l’Apsa – da informazioni raccolte da Adista – potrebbe anche decidere di avviare attività economiche di altro tipo, ecosostenibili e rispettose dell’ambiente e del territorio, capaci ovviamente di produrre reddito.

Il V municipio di Roma, lo scorso 4 aprile, ha approvato una mozione nella quale si chiede, fra l’altro, di sollecitare il Ministero dei Beni culturali e le Sovrintendenze affinché sia reintrodotto il vincolo archeologico e paesistico su tutta l’area del parco di Casa Calda e zone adiacenti; di organizzare un tavolo di interlocuzione tra Comune di Roma e Vaticano per scongiurare qualsiasi attività di speculazione edilizia e conseguente mortificazione del territorio; di salvaguardare i servizi sociali svolti dal centro anziani e dalla cooperativa sociale integrata; e di riattivare la procedura di esproprio per motivi di pubblica utilità di tutta l’area ritornata proprietà dell’Apsa e del Capitolo di Santa Maria Maggiore (una richiesta, quest’ultima, che tuttavia sfiora il ridicolo, essendo già stata espropriata l’area e poi restituita al proprietario per l’immobilità quarantennale delle amministrazioni comunali che si sono succedute dal 1975 in poi).

E il 6 aprile, mentre a poche centinaia di metri si svolgeva la manifestazione antirazzista di Anpi, Cgil e Libera in seguito alle proteste antirom di CasaPound e Forza Nuova, i cittadini e le associazioni hanno ripulito il parco di Casa Calda chiedendone la tutela: «Per noi il parco di Casa Calda è il territorio in cui viviamo ed è un bene comune».