«La chiesa cattolica paghi gli arretrati dell’Ici dal 2006 al 2011»

19 novembre 2019

“il manifesto”
19 novembre 2019

Luca Kocci

La Chiesa cattolica paghi gli arretrati dell’Ici 2006-2011 mai versati e l’Imu sugli immobili dove si svolgono attività non di culto ma commerciali. Lo prevede un emendamento alla legge di bilancio presentato in Senato dal pentastellato Lannutti, che rimodula un ddl già depositato a Palazzo Madama un mese fa dai senatori cinquestelle.

In realtà non c’è nulla di nuovo, o quasi. Indubbiamente però si rimette sul tavolo un nodo mai sciolto.

Che enti ecclesiastici e non profit debbano pagare gli arretrati dell’Ici lo avevano già stabilito alcune sentenze dell’Europa (dopo i ricorsi dei Radicali), l’ultima delle quali – della Corte di giustizia Ue nel novembre 2018 – rivolta espressamente all’ex governo giallo-verde. Ma fino ad ora nulla è accaduto. L’emendamento prevede che le istituzioni ecclesiastiche e «le associazioni o società legate alla religione cattolica» – una formulazione che si presenta decisamente generica – «autocertifichino» i propri bilanci e i Comuni, in base a tale autocertificazione, riscuotano le tasse non pagate.

E che l’Imu debba essere versato dagli enti ecclesiastici e non profit sulle porzioni di edificio nelle quali si svolgono attività commerciali lo dice la legge vigente. Su questo aspetto, l’emendamento Lannutti specifica quali sono queste attività: «ristorazione, caffetteria e hotelleria», «servizi sanitari a pagamento in percentuale pari o superiore al 30% rispetto al fatturato complessivo»). Ed aggiunge che – evidentemente supponendo che gli enti cattolici facciano i furbi – i bilanci superiori a centomila euro debbano essere certificati da un revisore esterno.

L’esenzione Ici sugli immobili della Chiesa fu introdotta immediatamente, nel 1992. Successivamente la Cassazione, in seguito ad una causa del Comune dell’Aquila contro un istituto di suore che non versava l’Ici su due edifici usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie entrambi a pagamento, stabilì che le suore – e tutti gli altri enti ecclesiasrici – dovevano pagare. Poi il premier Berlusconi, forse pensando alla zia suora, introdusse l’esenzione per tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica, anche se svolgevano attività commerciali. Subito dopo Prodi ridusse parzialmente l’esenzione, limitandola agli immobili che non avessero «esclusivamente» natura commerciale, ovvero non tutti ma quasi. Infine Monti – l’Ici era diventato Imu – decise di separare gli spazi in cui venivano svolte attività sociali e di culto da quelli destinati ad attività commerciali: esenti i primi, paganti i secondi.

Chissà se ora il governo Conte riuscirà nell’impresa di regolarizzare la situazione.

È un tema che «torna come una minestra riscaldata che non è più buona», commenta il vescovo di Campobasso mons. Bregantini, «la manovra si occupi piuttosto dell’emergenza denatalità». Detto fatto: un emendamento cinquestelle propone la riduzione dell’Iva al 10% su profilattici ed anticoncezionali.

4 novembre: le destre invocano sanzioni contro i docenti che rifiutano i militari a scuola

16 novembre 2019

“Adista”
n. 39, 16 novembre 2019

Luca Kocci

Un gruppo di insegnanti e studenti dell’Istituto di istruzione superiore “Marco Polo” di Venezia rifiuta di partecipare ad un incontro, in occasione del 4 novembre, con alcuni ufficiali della Marina militare e della Guardia di Finanza, che avrebbero parlato agli studenti della Prima guerra mondiale e della festa delle Forze armate, e scoppia il quarantotto. L’assessora regionale all’istruzione Elena Donazzan (ora vicina alla Lega di Matteo Salvini, dopo aver attraversato tutta la destra, dal Msi ad Alleanza nazionale, a Forza Italia) dichiara che «questi docenti non meritano di insegnare in una scuola italiana». E il senatore Andrea Cangini (Forza Italia) annuncia un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti per chiedere quali provvedimenti intenda prendere contro i professori disobbedienti.

La vicenda è piuttosto semplice, e nemmeno particolarmente nuova (vedi la sanzione disciplinare inflitta lo scorso anno, a Messina, ad un altro insegnante, Antonio Mazzeo, che aveva rifiutato di partecipare ad una parata musicale- militare della Brigata Meccanizzata “Aosta” all’interno del cortile della scuola, v. Adista Notizie n. 33/18). Il dirigente scolastico invita a scuola a parlare agli studenti delle classi quinte, per il 4 novembre, anniversario della fine della prima guerra mondiale, alcuni ufficiali della Marina militare e della Guardia di Finanza. Peraltro incoraggiato dallo stesso Ministero dell’Istruzione, che in una comunicazione inviata a tutte le «scuole di ogni ordine e grado» firmata dal direttore generale Giovanna Boda, invita gli istituti a «ricordare in special modo tutti coloro che, anche giovanissimi, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere», promuovendo, «d’intesa con le articolazioni periferiche del Ministero della Difesa», incontri e conferenze «sulle istanze storiche e le fasi salienti della grande guerra, in relazione anche alle odierne missioni delle Forze armate».

Alcuni insegnanti, insieme alle proprie classi, però rifiutano di partecipare all’evento, in nome dell’articolo 11 della Costituzione italiana («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»). E incassano la ramanzina dell’assessora regionale all’Istruzione Donazzan, che forse già ritiene di poter governare la scuola con piglio militaresco, anche se l’autonomia differenziata tanto cara alle Regioni leghiste del nord ancora non c’è: «Questi docenti non meritano di insegnare in una scuola italiana, perché nel loro ruolo di educatori si stanno dimostrando irrispettosi della Costituzione e delle leggi italiane. La scuola non è un’organizzazione politica privata, e non può essere utilizzata per dar voce a propagande ideologiche ben lontane dal compito educativo degli insegnanti». E l’interrogazione del senatore Cangini implicitamente invoca provvedimenti esemplari alla “punirne uno per educarne cento!”.

Solidarietà alle “scuole smilitarizzate”

Piena solidarietà, invece, dal punto pace di Pax Christi di Venezia-Mestre. «In prossimità del 4 novembre, anniversario della conclusione della guerra che fu “un’inutile strage” di uomini e donne di tante nazioni, ci richiamiamo all’art.11 della Costituzione per ripetere il nostro No alla guerra, ad ogni forma di violenza e di utilizzo di armi e ad ogni tentativo di promuovere e “normalizzare” la presenza delle Forze armate nelle strade come nelle scuole», si legge nella nota del gruppo veneziano di Pax Christi. «Vogliamo esprimere solidarietà e vicinanza ai docenti, agli studenti ed ai genitori dell’istituto “Marco Polo”. Aver assunto posizione critica nei confronti della presenza delle Forze armate a scuola è stato un gesto encomiabile: non si fa memoria storica di una delle più nefaste tragedie della storia costata 16 milioni di vite umane cedendo alla retorica della vittoria! E la presenza oggi di tante guerre nello scenario internazionale e di tante vittime civili (il 90% del totale dei morti) ci obbliga non a festeggiare ma a riflettere e soprattutto a proporre strumenti attraverso cui comprendere la realtà che viviamo e ad agire per il cambiamento nonviolento. Grazie a voi ragazze e ragazzi del “Marco Polo”, perché insegnate a noi adulti a fare di una memoria di guerre fratricide seme di grandi idealità e concreto impegno per un mondo libero dall’incubo della violenza e dell’odio. Grazie a voi docenti e genitori liberi e saggi nel non rinunciare al compito di educare alla Pace e alla giustizia. Grazie a quanti non si rassegnano alla disumanità e alla militarizzazione del vivere quotidiano rischiando in prima persona ogni volta che si difende la nostra Costituzione».

Interviene anche Pax Christi Italia, che da anni porta avanti la campagna “scuole smilitarizzate” (v. Adista Segni Nuovi n. 19/13). «In mezzo a tante notizie negative – si legge nel comunicato del movimento cattolico per la pace – tante guerre ancora in atto, alcune più note, altre quasi dimenticate; spese militari, solo in Italia, di circa 25 miliardi di euro l’anno; vendita di armi a Paesi in guerra, come la Turchia; presenza sul nostro territorio di bombe nucleari; spese folli per nuovi aerei da guerra, come gli F-35. In un clima di violenza che in nome della sicurezza porta ad una sempre maggiore diffusione di armi. Mentre si rischia che il memorandum con la Libia venga rinnovato invece che abolito, quando tutti sappiamo che in Libia si continua a sfruttare, stuprare e torturare… Ecco una buona notizia. Qualcuno che dice no» e si rifiuta «di celebrare il 4 novembre, festa delle Forze armate, all’interno di una scuola».

No eutanasia, sì obiezione per i medici. Cattolici, ebrei e islamici compatti sul fine-vita

16 novembre 2019

“Adista”
n. 39, 16 novembre 2019

Luca Kocci

«Ci opponiamo ad ogni forma di eutanasia, che è un atto diretto, deliberato e intenzionale di prendere la vita, cosi come al suicidio medicalmente assistito, che è un diretto, deliberato ed intenzionale supporto al suicidio, in quanto sono atti completamente in contraddizione con il valore della vita umana e di conseguenza sono azioni sbagliate dal punto di vista sia morale sia religioso e dovrebbero essere vietate senza eccezioni».

È questo il passaggio centrale della Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulle problematiche del fine-vita, sottoscritta in Vaticano lo scorso 28 ottobre dai rappresentanti di ebraismo, islamismo e cristianesimo. La Dichiarazione è stata proposta dal rabbino Steinberg a papa Francesco, il quale l’ha affidata alla Pontificia Accademia per la Vita (presieduta dal card. Vincenzo Paglia), che ha coordinato il gruppo interreligioso che l’ha poi redatta.

La matrice cattolica, più che cristiana, è evidente: alcune Chiese cristiane non cattoliche – come quella metodista e valdese – sulle questioni del fine-vita hanno posizioni molto distanti da quelle della Dichiarazione firmata in Vaticano, come dimostra per esempio il documento «È la fine, per me l’inizio della vita». Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante, adottato dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane nel 2018, che apre alla possibilità dell’eutanasia e del suicidio assistito, sebbene in casi particolari, senza nessuna generalizzazione e senza assecondare derive individualistiche (v. Adista Notizie, n. 31/18).

La Dichiarazione delle religioni monoteiste abramitiche prende le mosse dai «grandi progressi scientifico-tecnologici, che rendono possibile il prolungamento della vita in situazioni e modalità finora impensabili», e dalla definizione scientifica di «malato terminale» («una persona affetta da male incurabile e irreversibile, in una fase in cui la morte quale esito della malattia o delle complicazioni ad essa conseguenti, giungerà, con ogni probabilità, nell’arco di pochi mesi, malgrado il miglior sforzo diagnostico e terapeutico»). La constatazione, invero piuttosto evidente, è che, «pur plaudendo ai progressi della scienza medica nella prevenzione e nella cura della malattia, dobbiamo riconoscere che ogni vita dovrà alla fine sperimentare la morte».

È a questo punto che interviene la scienza. «Gli interventi sanitari tramite trattamenti medici e tecnologici – si legge – sono giustificati solo nei termini del possibile aiuto che essi possono apportare. Per questo il loro impiego richiede una responsabile valutazione per verificare se i trattamenti a sostegno o prolungamento della vita effettivamente raggiungono l’obiettivo e quando invece hanno raggiunto i loro limiti». E se da un lato, «quando la morte è imminente malgrado i mezzi usati, è giustificato prendere la decisione di rifiutare alcuni trattamenti medici che altro non farebbero se non prolungare una vita precaria, gravosa, sofferente». Dall’altro però, «anche quando il persistere nel cercare di scongiurare la morte sembra irragionevolmente difficile e oneroso, dobbiamo comunque fare quanto possibile per offrire sollievo, alleviare efficacemente il dolore, dare compagnia e assistenza emotiva e spirituale al paziente e alla sua famiglia in preparazione alla morte», prevedendo, oltre ad adeguate «cure palliative», «la continuazione del supporto respiratorio, nutrizione e idratazione artificiali, chemioterapia o radioterapia, somministrazione di antibiotici, farmaci per la pressione e altri rimedi. Tale volontà può essere espressa dallo stesso/a paziente in “tempo reale”; o, se impossibilitato al momento, tramite direttive anticipate o da una persona delegata oppure dalla dichiarazione di un parente prossimo».

In ogni caso, conclude la Dichiarazione, «l’eutanasia ed il suicidio assistito sono moralmente ed intrinsecamente sbagliati e dovrebbero essere vietati senza eccezioni». E «nessun operatore sanitario dovrebbe essere costretto o sottoposto a pressioni per assistere direttamente o indirettamente alla morte deliberata e intenzionale di un paziente attraverso il suicidio assistito o qualsiasi forma di eutanasia, specialmente quando tali prassi vanno contro le credenze religiose dell’operatore», consentendo quindi «l’obiezione di coscienza agli atti che contrastano i valori etici di una persona», anche «se tali atti sono stati dichiarati legali».

L’opzione per i poveri e per la Casa comune rinnova il patto delle catacombe

2 novembre 2019

“Adista”
n. 38, 2 novembre 2019

Luca Kocci

Non ha la dirompenza di quello sottoscritto oltre cinquanta anni fa, il 16 novembre 1965 alle catacombe di santa Domitilla, da quaranta vescovi che partecipavano al Concilio Vaticano II e si impegnavano per realizzare effettivamente una «Chiesa povera e dei poveri» (v. Adista Segni Nuovi n. 40/15). Tuttavia quello firmato lo scorso 20 ottobre, sempre alle catacombe di santa Domitilla, da quaranta vescovi latinoamericani partecipanti al Sinodo speciale per la regione pan amazzonica (in corso in Vaticano dal 6 al 27 ottobre), si configura come un nuovo Patto delle catacombe «per la Casa comune», ovvero per la difesa e la salvaguardia della Terra e dell’ambiente.

A guidare il gruppo stavolta non c’era mons. Hélder Câmara – fra i principali animatori dell’iniziativa di cinquant’anni fa –, ma il card. Claudio Hummes, relatore generale del Sinodo, che però di Câmara indossava la stola, per indicare anche con i segni esteriori la continuità con il 1965. I circa 200 partecipanti al Sinodo (di cui quaranta vescovi, oltre ad altri padri sinodali, uditori e periti) hanno poi firmato il patto, un elenco di quindici impegni «per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana».

«Ci impegniamo personalmente e comunitariamente ad assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e dell’esaurimento delle risorse naturali, l’impegno di difendere nei nostri territori e con i nostri atteggiamenti la foresta amazzonica. Da essa provengono i doni dell’acqua per gran parte del Sud America, il contributo al ciclo del carbonio e alla regolazione del clima globale, una biodiversità incalcolabile e una ricca diversità sociale per l’umanità e per l’intera terra», recita il primo.

E poi gli altri: «Riconoscere che non siamo i proprietari della madre Terra, ma i suoi figli e figlie» e che siamo «chiamati a essere sue e suoi zelanti custodi», per cui «ci impegniamo a un’ecologia integrale».

«Accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutta la creazione». «Rinnovare nelle nostre Chiese l’opzione preferenziale per i poveri, specialmente per i popoli originari, e insieme a loro garantire il diritto di essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Aiutarli a preservare le loro terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità».

«Abbandonare, di conseguenza, nelle nostre parrocchie, diocesi e gruppi ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale, accogliendo e valorizzando la diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le tradizioni spirituali».

«Denunciare ogni forma di violenza e aggressione all’autonomia e ai diritti dei popoli originari, alla loro identità, ai loro territori e ai loro modi di vita». «Annunciare la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere l’altro e il diverso».

«Camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato e liberatore del Vangelo, e con le altre religioni e persone di buona volontà, nella solidarietà con i popoli originari, con i poveri e i piccoli, nella difesa dei loro diritti e nella conservazione della Casa comune».

«Instaurare nelle nostre Chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui rappresentanti dei popoli originari, missionarie e missionari, laiche e laici, in virtù del loro battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, insomma in tutto ciò che li riguarda nel governo delle comunità».

«Impegnarci a riconoscere con urgenza i ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità, esercitati da agenti pastorali, catechisti indigeni, ministre e ministri della Parola, valorizzando in particolare la loro attenzione ai più vulnerabili ed esclusi».

«Rendere effettiva nelle comunità a noi affidate il passaggio da una pastorale della visita a una pastorale della presenza, assicurando che il diritto alla mensa della Parola e alla mensa dell’eucaristia diventi effettivo in tutte le comunità» (in questo punto, l’undicesimo, emerge una chiara opzione nel dibattito sinodale, a favore dell’ordinazione sacerdotale a «viri probati», uomini di provata fede, per i territori amazzonici dove, per scarsità di preti, le comunità celebrano l’eucaristia una-due volte l’anno).

«Riconoscere i servizi e la vera e propria diaconia del gran numero di donne che oggi guidano comunità in Amazzonia e cercare di consolidarli con un adeguato ministero di leader femminili di comunità».

«Cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui operiamo, con protagonismo dei laici e dei giovani».

«Assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio, semplice e solidale con chi ha poco o nulla; ridurre la produzione di rifiuti e l’uso della plastica, favorire la produzione e la commercializzazione di prodotti agro-ecologici, utilizzare il trasporto pubblico quando possibile». «Metterci al fianco di coloro che sono perseguitati a causa del loro servizio profetico di denunciare e riparare le ingiustizie, di difendere la terra e i diritti dei più piccoli, di accogliere e sostenere migranti e rifugiati».

Si tratta di impegni a 360 gradi, che vanno dalle questioni ambientali a quelle sociali, dalla sinodalità alla riforma della Chiesa, con un maggiore coinvolgimento attivo dei laici e delle donne, e che intendono dare una indicazione anche ai padri sinodali in vista della votazione del documento finale, il 26 ottobre.

«Ricordiamo con gratitudine quei vescovi che, nelle catacombe di santa Domitilla, al termine del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto per una Chiesa serva e povera», aggiungono i firmatari del nuovo Patto delle catacombe. «Ricordiamo con venerazione tutti i martiri membri delle comunità ecclesiali di base, degli organismi pastorali e dei movimenti popolari, i leader indigeni, le missionarie e i missionari, le laiche e i laici, i presbiteri e i vescovi, che hanno versato il loro sangue a motivo di questa opzione per i poveri, della difesa della vita e della lotta per proteggere la nostra Casa comune. Alla gratitudine per il loro eroismo uniamo la nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema economico predatorio e consumistico».

La cassa di san Pietro per giocare in finanza. Sotto indagine gli affaristi del cupolone

2 novembre 2019

“Adista”
n. 38, 2 novembre 2019

Luca Kocci

Una nuova inchiesta finanziaria investe il Vaticano. Fino ad ora risultano coinvolti, a vario titolo e con diverse responsabilità, la Segreteria di Stato, lo Ior (la banca vaticana), l’Aif (Autorità di informazione finanziaria, ovvero l’istituzione di controllo e vigilanza finanziaria vaticana) e la Gendarmeria. Ma soprattutto viene pesantemente tirato in ballo l’Obolo di San Pietro (le offerte al papa per le opere di carità in favore dei più bisognosi), i cui fondi, come Adista scrive da anni – senza però essere mai entrata in possesso delle carte riservate che lo provano, dal momento che non esistono bilanci pubblici dell’Obolo –, sarebbero stati utilizzati non per le opere di carità ma per spericolate operazioni immobiliari e finanziarie.

Ora il settimanale L’Espresso, con Emiliano Fittipaldi – non nuovo a scoop su quanto accade all’interno delle mura leonine – ha ottenuto quei documenti, alcuni provenienti direttamente dall’autorità giudiziaria vaticana, e pubblica un’inchiesta (“Peccati mortali”, in L’Espresso n. 43 del 20 ottobre 2019) che insinua forti dubbi sulla credibilità e l’efficacia delle riforme economico-finanziare dell’era Francesco. Così come risulta evidente che fra i sacri palazzi continua a consumarsi un feroce scontro di potere che si serve di oscure “manine” che fanno filtrare all’esterno carte riservate.

La vicenda, racconta Fittipaldi, inizia nell’ottobre 2012, quando il finanziere d’assalto con buone entrature in Vaticano Raffaele Mincione viene contattato da un funzionario del Credit Suisse. Il gruppo svizzero, che gestisce parte del patrimonio vaticano, propone a Mincione di fare l’advisor per un affare da 250 milioni di dollari che coinvolge Oltretevere, in particolare la Segreteria di Stato allora guidata dal card. Tarcisio Bertone e dal sostituto per gli Affari generali Angelo Becciu: l’acquisto del 5% di una società (di cui fanno già parte Eni, Falcon Oil e l’angolana Sonangol) che gestisce una piattaforma petrolifera a largo dell’Angola (dove Becciu è stato nunzio dal 2001 al 2009). Mincione studia le carte ma dopo un annetto rinuncia: ritiene la società finanziariamente debole e quindi l’investimento troppo rischioso. Accantonato l’affare angolano, Mincione propone al Vaticano un nuovo affare: investire la stessa cifra per acquistare il 45% di un palazzo di inizio ‘900 nel cuore di Londra (che egli stesso aveva comprato due anni prima mediante un fondo lussemburghese gestito dalla holding di sua proprietà, la Wrm) per realizzare una grande speculazione immobiliare, trasformando quello che era un immobile commerciale (un deposito di Harrods di 17mila metri quadri) in una cinquantina di appartamenti di lusso da vendere almeno al doppio del capitale investito. Il Vaticano accetta e anzi raddoppia. Quando infatti Oltretevere si accorgono che l’investimento rende meno di quanto previsto, il vescovo venezuelano Edgar Peña Parra, che Francesco nell’estate 2018 ha nominato sostituto per gli Affari generali al posto di Becciu, decide di uscire dal dispendioso fondo lussemburghese e di acquistare da Mincione il restante 55% del palazzo londinese.

Intanto, però, è già indagine interna. Infatti quando Peña Parra chiede allo Ior 150 milioni di euro per non meglio precisate ragioni istituzionali (in realtà per estinguere il mutuo sul palazzo londinese), il direttore generale della banca, Gian Franco Mammì, non caccia un centesimo e invia una segnalazione al promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano (una sorta di pubblico ministero vaticano), – così come una segnalazione parte dall’Ufficio del revisore generale – che avvia un’inchiesta penale. In questa circostanza viene alla luce che, per portare a termine l’affare, la Segreteria di Stato avrebbe attinto ai fondi dell’Obolo di San Pietro e si è affidata ad un altro finanziere d’assalto con base a Londra, Gianluigi Torzi, che ha rilevato il palazzo londinese e lo gestisce per conto del Vaticano con la sua società Gutt Sa (anche con base in Lussemburgo). L’Aif, ovvero l’autorità di controllo, avrebbe chiuso un occhio e dato il via libera all’operazione.

È per questo che, all’inizio di ottobre, essendo indagati, vengono sospesi «cautelativa- mente» dal servizio il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza, mons. Mauro Carlino, neo-capo dell’ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato (e per anni segretario personale di Becciu), due minutanti degli uffici della Segreteria di Stato Vincenzo Mauriello (protocollo) e Fabrizio Tirabassi (amministrazione), e un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone. La notizia viene data ancora dall’Espresso, che il 2 ottobre pubblica una disposizione di servizio riservata della Gendarmeria vaticana, con tanto di foto segnaletiche degli indagati sospesi e allontanati dai sacri palazzi, i quali, si legge nella nota firmata dall’allora comandate della Gendarmeria Domenico Giani – dimessosi, o invitato a dimettersi, pochi giorni dopo la pubblicazione, da parte dell’Espresso, della disposizione di servizio uscita proprio dalle stanze della Gendarmeria –, «potranno accedere nello Stato esclusivamente per recarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana».

L’Aif, con una nota diffusa nel pomeriggio del 23 ottobre, difende il proprio operato, sulla base dei risultati di una indagine interna condotta dal presidente, René Brülhart. «Il Consiglio direttivo – si legge nella nota – ha stabilito: in primo luogo, che l’attività svolta dall’Aif e dal suo Direttore era di natura strettamente istituzionale e condotta in conformità con lo Statuto dell’Aif. In secondo luogo, che nell’esercizio della sua funzione istituzionale, né il direttore né alcun altro dipendente dell’Aif hanno svolto in maniera inadeguata la propria funzione o tenuto qualsiasi altra condotta impropria. Di conseguenza, il Consiglio direttivo ribadisce la sua piena fiducia nella competenza professionale e onorabilità del suo direttore e, inoltre, lo elogia per l’attività istituzionale svolta nella gestione del caso in questione. Poiché l’Aif continua a svolgere le sue attività operazionali a livello nazionale e internazionale, rimane pienamente cooperativo con le autorità competenti. Il Consiglio direttivo è fiducioso che le potenziali incomprensioni saranno presto chiarite».

Da parte sua, papa Francesco bolla come «peccato mortale l’illecita diffusione di un documento ad uso interno delle forze di sicurezza della Santa Sede, poiché lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza», riferendosi alla nota della Gendarmeria pubblicata dall’Espresso. Tuttavia i veri peccati mortali sembrano essere gli affari decisamente poco evangelici che continuano a svolgersi all’ombra del Cupolone.

«Hai fatto bene!»

29 ottobre 2019

“il manifesto”
29 ottobre 2019

Luca Kocci

Quando il 19 ottobre 2018 Eugenio Melandri va a Roma ad incontrare il papa per la messa a Santa Marta e gli riassume brevemente la propria vita di missionario, pacifista e comunista, «Francesco – racconta lo stesso Melandri – mi prende una mano, me la stringe forte e mi sorride. Poi mi dice: hai fatto bene!».

Melandri è ancora sospeso a divinis e non può esercitare il ministero sacerdotale. Il provvedimento gli era stato comminato dal Vaticano trent’anni prima quando, dopo essere stato allontanato dalla direzione di Missione Oggi, il mensile dei saveriani che aveva trasformato in un periodico fortemente impegnato sui temi della pace e del disarmo, nel giugno 1989 era stato eletto europarlamentare con Democrazia proletaria, violando il Codice di diritto canonico («è fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile»; «non abbiano parte attiva nei partiti politici») e venendo punito con la sospensione a divinis.

Quell’«hai fatto bene» di Francesco, però, non poteva restare senza conseguenze. Così poche settimane fa – ma con un ritardo di almeno un paio di decenni –, la Congregazione vaticana per il clero  annulla la sospensione: Melandri viene riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale e incardinato nella diocesi di Bologna guidata dal cardinal Matteo Zuppi. Una «riabilitazione» che, durante il pontificato di Bergoglio, ha riguardato anche altri preti, in passato giudicati troppo di sinistra: sia viventi, come il nicaraguense sandinista Ernesto Cardenal, sia già morti, come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani.

La scorsa settimana, il 20 ottobre, Melandri torna a celebrare l’eucaristia, insieme ai confratelli amici e «compagni» di una vita («compagno è una bellissima parola, significa spezzare e condividere il pane», ha detto durante la messa), quella generazione «post-sessantottina» di preti impegnati per la giustizia e la pace dalla seconda metà degli anni ‘80: Albino Bizzotto (dei Beati i costruttori di pace, con cui nel 1992 ha partecipato alla marcia per la pace a Sarajevo assediata), Tonio Dell’Olio (già coordinatore nazionale di Pax Christi, poi responsabile internazionale di Libera, ora alla Pro Civitate Christiana di Assisi), Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi), il vescovo Giorgio Biguzzi, animatore della campagna contro i bambini soldato in Sierra Leone.

Giusto una settimana prima di morire, nella mattinata del 27 ottobre, a causa di un tumore, che ha affrontato con forza, condividendo senza reticenze sul suo profilo Facebook tutti i momenti di sofferenza, di speranza e di gioia – come appunto l’incontro con papa Francesco e la riabilitazione canonica – e senza mai rinunciare ad intervenire sull’attualità politica, dalle leggi contro i migranti volute dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, alla recente aggressione turca contro i curdi.

Nato a Brisighella (Ra) nel 1948, nel 1974 Melandri entra nei missionari saveriani. Dal 1980 al 1988 dirige Missione Oggi, dalle cui colonne conduce importanti battaglie contro lo scandalo della cooperazione internazionale e per il disarmo, attirando su di sé le ire del governo e della Dc che, con la complicità del Vaticano e dei vertici dei saveriani, riescono a farlo allontanare dalla rivista. Si impegna in politica (europarlamentare di Dp, poi con Rifondazione comunista), nel sociale (con Dino Frisullo fonda Senzaconfine), per la pace e il disarmo.

Questa mattina l’addio ad Eugenio Melandri: i funerali si svolgeranno alle ore 11, presso la casa dei saveriani di San Pietro in Vincoli (Ra), in via monsignor Bertaccini.

Sinodo per l’Amazzonia: sì ai preti sposati

27 ottobre 2019

“il manifesto”
27 ottobre 2019

Luca Kocci

Gli uomini sposati e con figli, già diaconi permanenti, potranno essere anche ordinati preti ed amministrare i sacramenti nelle comunità geograficamente più disagiate dell’Amazzonia.

Il Sinodo speciale dei vescovi per la regione panamazzonica si chiude con una decisione certamente non rivoluzionaria ma decisamente importante, che costituisce la prima incrinatura alla legge canonica del celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica romana. Infatti la proposizione che apre all’ordinazione presbiterale degli uomini, la numero 111 del documento finale reso noto nella tarda serata di ieri, è quella che ottiene in assoluto meno consensi e che raggiunge la maggioranza dei due terzi in maniera risicata: 128 favorevoli e 41 contrari (su 185 partecipanti all’assemblea ed un quorum fissato a 124).

Dopo aver ricordato il valore del celibato come «dono di Dio» ed aver però rilevato le difficoltà di molte comunità amazzoniche a poter celebrare l’eucaristia e gli altri sacramenti come la confessione e l’unzione degli infermi a causa della mancanza di preti, il paragrafo fondamentale che non mancherà di suscitare le ire – se non uno scisma – da parte dei settori più conservatori della Chiesa cattolica: «Considerando che la legittima diversità non danneggia la comunione e l’unità della Chiesa, ma anzi la  manifesta e la serve – si legge nel documento finale, in una nostra traduzione dallo spagnolo –, proponiamo che l’autorità competente (ovvero il vescovo del territorio, ndr), possa ordinare preti, dopo un’adeguata formazione, uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano già ricevuto il diaconato permanente e che abbiano una famiglia legittimamente costituita e stabile. Essi potranno così sostenere la vita spirituale della comunità cristiana con la predicazione della Parola (cosa che in realtà già avviene, ndr) e anche la celebrazione dei Sacramenti, nelle aree più remote della regione amazzonica».

Si aggiunge alla fine del paragrafo che, nel dibattito sinodale, «alcuni padri hanno parlato di un approccio universale all’argomento». Cioè hanno chiesto che la disposizione non sia limitata solo all’Amazzonia. Una formula non chiara, che dà conto di quanto è emerso, ma che non offre risposte definitive sulla questione.

Si tratta quindi di una misura esplicitamente limitata alle «aree più remote della regione amazzonica» e che non riguarda tutti gli uomini, ma solo coloro che già sono diaconi permanenti. Ma che di fatto apre le porte del sacerdozio ministeriale anche agli uomini sposati. Non è una norma universale per l’intera Chiesa cattolica romana, sicuramente però una prima frattura nel blocco monolitico del celibato sacerdotale. Ora la decisione finale spetterà al papa.

L’altra proposizione (n. 119) che è passata ma raccogliendo un basso numero di consensi (140 sì, 29 no) riguarda la creazione di uno specifico «rito amazzonico». Approvati invece con una maggioranza bulgara tutte le proposizioni sulla protezione e la salvaguardia dell’Amazzonia e dei popoli indigeni.

La Certosa liberata: Steve Bannon fuori da Trisulti

26 ottobre 2019

“Adista”
n. 37, 26 ottobre 2019

Luca Kocci

È ufficiale: lasciano la Certosa di Trisulti (Fr) e se ne tornano a casa i “crociati del terzo millennio” del teocon Steve Bannon, ex consigliere del presidente Usa Donald Trump, che nell’antica abbazia cistercense avrebbero voluto installare l’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano, un pensatoio dell’integralismo cattolico, «una scuola di gladiatori di destra, i soldati delle prossime guerre culturali che dovranno difendere l’Occidente», secondo la definizione dello stesso Bannon.

Come già anticipato da Adista circa quattro mesi fa, il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ha annullato il provvedimento di concessione della Certosa di Trisulti all’associazione Dignitatis Humanae Institute (Dhi), guidata da Benjamin Harnwell e appunto vicina a Bannon (v. Adista Notizie n. 22/19). «Il provvedimento – si legge nella nota del Ministero ora guidato nuovamente da Dario Franceschini – è giunto al termine del procedimento avviato nell’agosto 2019 dal quale è emerso che, contrariamente a quanto dichiarato al momento della candidatura, l’associazione non risultava in possesso dei requisiti richiesti dal bando per la concessione a privati di immobili del demanio culturale dello Stato».

In realtà ad avviare l’iter per la revoca della concessione non è stato Franceschini – che anzi durante il suo precedente mandato da ministro, il 14 febbraio 2018, assegnò l’abbazia a Dhi, in quanto vincitrice del bando, per 19 anni, ad un canone di affitto di centomila euro l’anno – ma l’ex ministro della Cultura, il grillino Alberto Bonisoli a causa delle molteplici irregolarità emerse: Dhi non aveva il riconoscimento della personalità giuridica; non aveva tra i suoi scopi statutari lo svolgimento di attività di tutela, di promozione, di valorizzazione o di conoscenza dei beni culturali e paesaggistici; non aveva una documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della collaborazione per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale; non aveva una documentata esperienza nella gestione, nel quinquennio antecedente la pubblicazione del bando, di almeno un immobile culturale, pubblico o privato, con attestazione della soprintendenza territorialmente competente di adeguata manutenzione e apertura alla pubblica fruizione. Senza contare che era risultata inadempiente all’obbligo del pagamento del canone di concessione, agli obblighi di manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché a quelli di custodia e vigilanza.

Resta da capire come sia stato possibile che, di fronte a lacune e a inadempienze così evidenti, a suo tempo il Mibact di Franceschini, che oggi revoca la concessione, abbia assegnato la Certosa di Trisulti a Dhi: superficialità, mancate verifiche, o accondiscendenza nei confronti di importanti sponsor ecclesiastici su cui l’associazione teocon poteva e può contare Oltretevere?

Il fondatore e leader del Dhi è Benjamin Harnwell, conservatore britannico e grande amico di Bannon, ma anche dei “nostri” Luca Volonté, direttore, e Rocco Buttiglione, che fino a qualche mese fa compariva nell’organigramma come “padre fondatore”. Nel comitato consultivo poi c’è un nutrito gruppo di cardinali conservatori: Francis Arinze, Walter Brandmüller, Dominque Mamberti, Francesco Monterisi, Edwin O’Brien, Malcom Ranjith, Robert Sarah, Angelo Scola e Joseph Zen Zekiun. E, fino a poco tempo fa, Raymond Burke era il presidente onorario.

Già nel 2015 Dhi aveva tentato di accaparrarsi la Certosa. Il suo presidente onorario di allora, il card. Raffaele Martino, dopo aver incassato l’appoggio dell’abate di Casamari (da cui dipendeva Trisulti) e del vescovo di Anagni-Alatri (la diocesi in cui si trova l’abbazia), aveva scritto a papa Francesco, chiedendogli di intercedere per Dhi presso il ministro Franceschini. Il pontefice, a quanto si sa, nemmeno rispose. Ma al secondo tentativo Dhi ha vinto il bando pubblico, che metteva sul mercato la Certosa di Trisulti, restituita al Mibac dai monaci cistercensi per problemi economici. Subito si è messo in moto il territorio, con due marce (dicembre 2018 e marzo 2019), promosse da Comunità solidali e dal Comune di Collepardo, per scongiurare l’arrivo dei teocon e lo snaturamento della certosa (v. Adista Notizie n. 1/19). E poi la sinistra, locale e nazionale, con un’interpellanza parlamentare di Nicola Fratoianni, che sollevava le irregolarità ora sanzionate dal Mibact. «L’avvio dell’iter di revoca è una bellissima notizia. È una vittoria della legalità, del buonsenso e delle popolazioni di quel territorio che si erano viste scippate un bene comune di così inestimabile importanza e bellezza», dichiara Fratoianni (v. Adista Notizie n. 5/19).

Ora il Ministero ha messo la parola fine alla vicenda e Trisulti può riprendere ad immaginare il proprio futuro, senza i «gladiatori di destra, difensori dell’Occidente giudaico-cristiano».

Mons. Sapienza: Lercaro fu cacciato non da Montini ma dai cardinali di curia conservatori

26 ottobre 2019

“Adista”
n. 37, 26 ottobre 2019

Luca Kocci

Non fu Paolo VI a volere, nel 1968, la rimozione del card. Giacomo Lercaro dall’arcidiocesi di Bologna, ma i settori più conservatori della Curia romana, che non sopportavano quel vescovo ritenuto troppo di sinistra.

Lo sostiene – ma la tesi non è del tutto nuova – mons. Leonardo Sapienza, religioso rogazionista e reggente della Casa pontificia, in un libro appena uscito per le edizioni San Paolo che contiene diversi inediti su quell’episodio (Paolo VI. Un uomo che tende le mani, pp. 304, euro 18) e che viene ampiamente ripreso sull’ultimo numero del settimanale Famiglia Cristiana (n. 41/19).

Lercaro si dimise il 18 febbraio 1968, un mese e mezzo dopo una durissima omelia, pronunciata in occasione della prima Giornata mondiale della pace – “inventata” proprio da Paolo VI –, nella cattedrale di San Pietro del capoluogo emiliano, l’1 gennaio 1968. Un’omelia dai toni pacati ma dai contenuti netti: contro la guerra, in particolare contro i bombardamenti statunitensi in Vietnam, e contro il neutralismo dell’istituzione ecclesiastica; per la pace e per la riscoperta del ruolo profetico della Chiesa cattolica, in obbedienza al Vangelo. Quindi un’omelia che, proprio per la sua radicalità, fu la «goccia che fece traboccare il vaso» e che ebbe un grande peso per la rimozione da Bologna – camuffata da rinuncia per motivi di salute – di Lercaro, già inviso ai settori più conservatori della Curia romana per le sue posizioni di aggiornamento radicale, lungo la strada indicata dal Concilio Vaticano II.

«La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia», disse Lercaro dal pulpito della cattedrale di San Pietro. «È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo, quando c’era ancora il tempo di farlo, contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della Parola di Dio». Quindi, dopo la condanna – che fa tornare alla mente don Lorenzo Milani nelle lettere ai cappellani militari e ai giudici – delle tre guerre italiane del ‘900, le due guerre mondiali e l’aggressione all’Etiopia del 1936 («guerre che nessuna esigenza vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva», «che il popolo nella sua maggioranza non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese dai governanti», disse Lercaro), l’appello agli Usa perché, «al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica, si determinino a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del nord».

Le ricerche storiche non hanno ancora fatto piena chiarezza. «Non è chiaro, sulla base dei documenti disponibili, in che misura sia stata proprio questa omelia a indurre il pontefice a forzare le sue dimissioni, inviandogli, già il 27 gennaio, mons. Ernesto Civardi per richiedergliele, sino a configurare una vera e propria disposizione», ha scritto lo storico Giovanni Turbanti in un libretto uscito lo scorso anno e dedicato proprio a quell’omelia (Giacomo Lercaro. Non la neutralità ma la profezia. Omelia del 1° gennaio 1968. Prima giornata mondiale della pace, prefazione di Matteo Maria Zuppi, commento di Fabrizio Mandreoli e Giovanni Turbanti, Zikkaron, Marzabotto 2018, pp. 72, euro 9,50; v. Adista Notizie n. 4/19). Certo è che lo stesso Lercaro era convinto che essa avesse inciso in modo significativo.

Ora il libro di Sapienza e il servizio di Famiglia Cristiana aggiungono qualche tassello in più, soprattutto per “scagionare” Paolo VI. Ad esempio, dalla minuta della lettera datata 8 aprile 1968 e fatta inviare a Lercaro da papa Montini (mediante il cardinale segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani), si legge: «Può mai supporre l’Eminenza Vostra che il Santo Padre, il quale Le ha dato tante prove della sua venerazione, della sua stima, della sua fiducia, della sua affezione abbia voluto recare offesa all’onore di un pastore e d’un maestro quale Vostra Eminenza o anche solo darle un amaro dispiacere?». Una prova sufficiente, secondo Sapienza, per allontanare qualsiasi responsabilità da Paolo VI. «Pur potendo contare su un rapporto personale con Paolo VI (che gli concesse oltre trenta udienze private), il cardinale Lercaro non godeva certamente delle simpatie di larga parte della Curia romana», spiega Sapienza. «La vicenda fu certamente sofferta da Paolo VI – aggiunge –. Più che soffermarmi sui dettagli di quella che, all’epoca, fu ritenuta una vera e propria “rimozione”, ho tenuto a sottolineare che l’amicizia fra i due non è mai venuta meno. Al cardinale Lercaro lo legavano, come disse una volta, “grandissima devozione, altissima stima e affettuosa amicizia” e gratitudine per quanto aveva operato durante il Concilio, lodandone la prudenza e la competenza. E deplorò gli ingiusti attacchi di cui fu oggetto».

Al Sinodo il dibattito è green, ma i nodi sono altrove

22 ottobre 2019

“il manifesto”
22 ottobre 2019

Luca Kocci

La definizione di un vero e proprio «peccato ecologico» contro l’ambiente, l’ammissione di uno specifico «rito amazzonico» per inculturare la fede cattolica nel mondo indigeno, la creazione di un Osservatorio ecclesiale internazionale per i diritti umani e l’Amazzonia.

Non si è ancora concluso il Sinodo speciale dei vescovi per la regione panamazzonica, cominciato lo scorso 6 ottobre e in corso in Vaticano fino a domenica 27, ma potrebbero essere questi alcuni dei punti forti (le «proposizioni») del documento finale, la cui bozza (riservata) è stata presentata ieri mattina in assemblea dal cardinale brasiliano Claudio Hummes, relatore generale del Sinodo e arcivescovo emerito di Sào Paulo.

Frutto del dibattito in dodici confronti assembleari («congregazioni generali») e in dodici circoli linguistici («circoli minori») durante il quale si sono confrontati 185 padri sinodali – tutti rigorosamente chierici maschi, le poche donne presenti sono «uditrici» senza diritto di voto –, da oggi la bozza potrà essere emendata. Venerdì il testo definitivo verrà letto in aula e sabato verrà votato, prima della conclusione solenne, domenica, a san Pietro, con la messa di papa Francesco.

Il Sinodo si è mosso lungo due binari, come evidenziato dal titolo dell’assise: «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale».

Decisamente più problematico e divisivo il tema dei «nuovi cammini», in cui si è affrontato, fra gli altri, il nodo dei cosiddetti «viri probati» (uomini di provata fede), ovvero la possibilità di consentire ad alcuni laici di amministrare i sacramenti, ad esempio nei territori amazzonici dove i preti scarseggiano o non ci sono proprio, e quindi le comunità celebrano l’eucaristia una-due volte l’anno. Su questo l’assemblea – e la Chiesa cattolica in generale – si è spaccata, fra i progressisti (forse in leggera maggioranza al Sinodo) favorevoli e i conservatori contrari, timorosi che l’approvazione di una tale proposizione potrebbe incrinare la legge canonica del celibato ecclesiastico e dare il via libera ad un maggiore protagonismo delle donne. Per capire chi avrà vinto, bisognerà attendere sabato.

Sulla questione della «ecologia integrale», invece, le posizioni dei padri sinodali sono unanimi – anche perché il magistero non verrebbe toccato –, ed è facile ipotizzare che il documento finale conterrà posizioni nette in difesa dell’ambiente, dei popoli indigeni e dei diritti umani. Gli unici contrari sembrano essere i cattolici integralisti che ieri hanno rubato tre statuette della Pachamama – una donna indigena incinta che rappresenta Madre Terra – esposte in una chiesa in Vaticano e le hanno gettate nel Tevere, filmando e caricando su Youtube il loro blitz.

Tutto il dibattito è andato in questa direzione. A cominciare dall’omelia con cui papa Francesco ha aperto il Sinodo, il 6 ottobre, nei giorni in cui la foresta amazzonica andava in fiamme, mettendo a confronto «il fuoco di Dio» che è «fuoco d’amore che illumina, riscalda e dà vita» con «il fuoco del mondo» che «divora popoli e culture». Più esplicitamente: «Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia – ha detto Francesco –, non è quello del Vangelo» ma quello che vuole «bruciare le diversità per omologare tutti e tutto».

«La vita in Amazzonia forse non è mai stata tanto minacciata come oggi, dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica», ha rimarcato Hummes durante i lavori. «La minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena», ha aggiunto il cardinale brasiliano, che ha denunciato «la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio», «l’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali come l’acqua», i «megaprogetti idroelettrici», «minerari e petroliferi» che inquinano e distruggono l’ambiente, il «narcotraffico», «la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani», la cancellazione delle culture dei popoli indigeni.

Parole e denunce che sono poi risuonate più volte sia nelle assemblee generali che nei circoli minori: l’attacco alle industrie estrattive, alle multinazionali e ai governi che le sostengono, la tutela della biodiversità e delle falde acquifere, la difesa dei popoli indigeni, il rispetto dei diritti umani.

Tutte premesse che porteranno all’approvazione di un documento finale decisamente green.