Concluso il Sinodo valdese a trazione femminile

31 agosto 2019

“il manifesto”
31 agosto 2019

Luca Kocci

Una Chiesa a trazione femminile. È quella che emerge dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, concluso ieri a Torre Pellice (To) con l’elezione della nuova moderatora della Tavola valdese, la cinquantunenne palermitana Alessandra Trotta, avvocata civilista, diacona e metodista.

È la prima volta che una metodista guiderà l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi, unite da un patto di integrazione dal 1975. Ed è la seconda volta di una donna moderatora (finora c’è stata solo Maria Bonafede, dal 2005 al 2012). Ma è l’intera Tavola valdese ad essere “rosa”, con cinque donne su sette, fra cui anche la vice-moderatora, la pastora valdese Erika Tomassone, eletta alla seconda votazione, dopo aver fallito il quorum alla prima. Una notizia che colpisce, se messa a confronto con la gerarchia della Chiesa cattolica, maschile per statuto. Ma non una sorpresa per le Chiese metodiste e valdesi, dove le donne da tempo ricoprono ruoli e responsabilità anche decisionali.

In conferenza stampa, la neo-moderatora è tornata sull’ordine del giorno votato mercoledì, nel quale il Sinodo ha invitato le chiese locali «a chiedere che i sindaci autorizzino il rilascio della residenza» ai migranti richiedenti asilo, come già avvenuto in alcuni Comuni (Palermo e Napoli, con Orlando e De Magistris) o a seguito di sentenze della magistratura (Bologna). Un appello indiretto a disobbedire al primo decreto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Salvini (che appunto vieta la procedura), che Trotta ha spiegato così: «Non si tratta di disobbedienza, ma di corretta applicazione della legge, ovvero della nostra Costituzione e del diritto internazionale, perché l’iscrizione anagrafica è fondamentale per l’inclusione nella società».

Quello dei migranti è stato uno dei temi centrali dei sei giorni di Sinodo («c’è solo un noi universale, non contrapposto a un voi escludente che individua i nemici da cui difendersi», ha detto ancora Trotta). Del resto si tratta di uno degli impegni prioritari per la Federazione delle Chiese evangeliche italiane e la Tavola valdese che dal 2015 portano avanti, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, i corridoi umanitari, che finora hanno consentito a circa duemila profughi siriani di arrivare in Italia in sicurezza.

Ampio spazio anche alla questione della violenza di genere. Il Sinodo ha fatto propria la Dichiarazione del Consiglio ecumenico delle chiese del novembre 2018 contro la violenza sessuale e di genere. E ha chiesto alle chiese di sostenere il movimento globale contro la cultura dello stupro e dell’ingiustizia di genere e di aderire alla campagna mondiale “Giovedì in Nero” (#ThursdaysinBlack), ispirata dagli esempi dalle Madri di Plaza de Mayo argentine, dalle Donne in nero di Israele e Palestina, dalle donne ruandesi e bosniache, per rendere visibili le storie sullo stupro come arma di guerra, sull’abuso e sull’ingiustizia di genere. «Ci sono donne vittime di una visione così patriarcale da essere sempre invisibili, magari per dare luce e potenza ai loro figli maschi. Le chiese cristiane sono state promotrici di questo peccato di genere, occorre fare autocritica», ha spiegato la pastora Daniela Di Carlo.

Al Sinodo si è fatto anche il punto sull’otto per mille che, dopo tre anni di calo, ha fatto segnare un forte aumento, passando dai 32 milioni del 2018 ai 43 di quest’anno (la Chiesa cattolica ottiene circa 1 miliardo l’anno), che verranno utilizzati per finanziare 489 progetti all’estero e 946 progetti in Italia in ambito educativo, sanitario e culturale. Niente, come sempre, sarà destinato al culto e al sostentamento dei pastori.

Infine i diritti civili. Una denuncia: il Sinodo ha lamentato «il ritardo e l’inerzia di molti Comuni nell’aprire gli sportelli per ricevere le Dichiarazioni anticipate di trattamento» e ha chiesto alle chiese di attivarsi presso «le amministrazioni comunali affinché l’esercizio del diritto al testamento biologico sia garantito». E una richiesta: il 17 febbraio, giorno dell’esecuzione capitale sul rogo di Giordano Bruno (17 febbraio 1600), diventi la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

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Appello dei valdesi ai sindaci contro il decreto sicurezza

29 agosto 2019

“il manifesto”
29 agosto 2019

Luca Kocci

Disubbidite al decreto sicurezza del ministro dell’Interno Salvini e iscrivete all’anagrafe i richiedenti asilo perché possano avvalersi dei servizi socio-sanitari essenziali. È l’appello che arriva ai sindaci dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, in corso a Torre Pellice (To) fino a venerdì.

La parola disubbidienza non viene utilizzata, ma la sostanza è quella. Il Sinodo infatti ha approvato un ordine del giorno in cui, fra l’altro, invita tutte le chiese locali «a chiedere che nei Comuni dei propri territori i sindaci autorizzino il rilascio della residenza, come già avvenuto in alcuni Comuni o a seguito di talune ordinanze giudiziali».

Ovvero che incoraggino i primi cittadini a fare come il sindaco di Palermo Orlando – seguito a ruota dal napoletano De Magistris – che, nonostante il divieto imposto dal primo dei due decreti sicurezza, ha iscritto ugualmente all’anagrafe i migranti perché potessero beneficiare dei servizi comunali, assumendosene responsabilità e conseguenze (che peraltro non vi sono state). Oppure come il sindaco di Bologna Merola che, con una scelta più soft, lo ha fatto dopo la sentenza del tribunale, accolta «con soddisfazione» e ovviamente senza opporsi.

I valdesi: «Una comunità di frontiera, con le porte aperte al dialogo e al cambiamento»

25 agosto 2019

“il manifesto”
25 agosto 2019

Luca Kocci

Comincia oggi a Torre Pellice (To) il  Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, minoranza cristiana che in Italia conta quasi trentamila fedeli. Nella “capitale” delle valli valdesi del Piemonte, 180 deputati eletti democraticamente dalle Chiese locali – 90 pastori e 90 laici, molte donne – si ritroveranno fino a venerdì per discutere su temi ecclesiali e sociali: migrazioni, libertà religiosa, ecumenismo. Il Sinodo eleggerà anche il nuovo moderatore della Tavola valdese: alla guida dell’organo esecutivo delle Chiese, potrebbe essere scelta una donna. Sarebbe la seconda volta (Maria Bonafede, dal 2005 al 2012) nella cinquantennale storia della Tavola. Eugenio Bernardini è il moderatore uscente.

Pastore Bernardini cosa ricorda di questi sette anni alla guida della Tavola valdese?

Due eventi, uno più interno alla nostra Chiesa ed uno invece esterno.

Cominciamo da quello interno…

Nel giugno 2015 papa Francesco è venuto ospite della nostra chiesa a Torino. Un segno ecumenico importante e un evento storico: la prima volta di un pontefice cattolico in una chiesa valdese. È stato un gesto di grande fraternità, anche perché Francesco ha avuto la franchezza e il coraggio di chiedere perdono ai valdesi per le sofferenze inflitte nel passato non da alcuni cattolici ma dalla stessa Chiesa cattolica romana. Dopo questo evento la fiducia e la collaborazione con i cattolici sono cresciute, anche se restano differenze su alcuni punti della dottrina e della pratica religiosa.

E quello esterno?

Un tema che ci è stato imposto dagli eventi: la questione delle migrazioni. Ce ne occupiamo da sempre, ma l’aumento degli arrivi, causato dal conflitto in Siria, ci ha portato ad avviare degli interventi più incisivi, come il programma dei corridoi umanitari, insieme peraltro, a proposito di collaborazioni ecumeniche, alla Comunità di Sant’Egidio. Il progetto è cominciato nel 2015, ad oggi ha fatto sì che circa duemila profughi siriani siano arrivati in sicurezza in Italia.

Un programma che vi ha catapultato sulla scena politica: avete preso delle posizioni molto critiche nei confronti delle politiche contro i migranti del governo Lega-Cinquestelle, e in particolare del ministro Salvini, che hanno contribuito ad incattivire il Paese. 

L’imbarbarimento del clima nel Paese è una delle nostre grandi preoccupazioni. Con la polemica, con l’irrisione, con il mancato riconoscimento della diversità di vedute da parte degli altri, non solo non si risolvono i problemi, ma la situazione degenera, a vantaggio di chi è interessato non al bene comune ma al successo personale.

In questi anni il Sinodo, dopo un confronto non sempre semplice, ha approvato due documenti: uno sulle “famiglie plurali”, che prevede, fra l’altro, la benedizione liturgica delle coppie omosessuali; e uno sul fine-vita, che ammette la possibilità, in casi particolari, dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Ci piace stare sulla frontiera, ci disturbano i confini e i muri sia interni che esterni, abbiamo una cultura che valorizza lo spirito critico e l’ascolto e che cerca di mantenere saldi i principi ma incarnandoli nel cambiamento sociale, culturale e antropologico. Sono temi che interrogano direttamente la comunità dei credenti e che vanno maneggiati con cura, senza arroganza, perché ci sono sensibilità diverse e sofferenze profonde.

Parliamo delle famiglie plurali

Potranno non piacere a qualche parte politica, ma è evidente che i modelli di famiglia effettivamente vissuti in Italia sono diversi. Le famiglie plurali sono un dato di fatto, abbiamo riconosciuto una realtà che esiste, purché all’interno ci siano i principi di amore, reciprocità e responsabilità.

E sul fine-vita?

Un altro tema delicato, che non può essere usato per fare propaganda. Abbiamo sostenuto che, fatti salvi alcuni elementi come la capacità di autodeterminarsi e la piena consapevolezza della decisione,  la responsabilità personale non può essere soffocata. Una comunità religiosa deve accompagnare la persona che compie una scelta simile, nessuno può essere sequestrato da un corpo politico o sociale.

Qual è il ruolo di metodisti e valdesi nella società italiana di questo tempo?

Siamo una piccola comunità religiosa che si pensa sempre al servizio del Paese, sia con la testimonianza del Vangelo come messaggio liberante, sia nella solidarietà con i più deboli. Vorremmo essere così, restando sulla frontiera, con le porte e le finestre aperte al dialogo.

Don Ciotti e il presidente di Pax Christi: gli ultimi usati per giochi di potere

18 agosto 2019

“il manifesto”
18 agosto 2019

Luca Kocci

«Quello che sta avvenendo sulla Open Arms, è una provocazione impietosa e disumana». Lo scrivono, in una nota congiunta, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, e mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi.

«Non vogliamo intrometterci nelle valutazioni della Procura né nelle questioni partitiche, vogliamo però ribadire che le persone si soccorrono e si accolgono. È questo il dovere della politica, ma è anche il compito di un popolo che ha dimostrato tante volte la sua vocazione all’ospitalità», scrivono i due preti che la pensano in maniera opposta al parroco salviniano di Sora («ma quali migranti in fuga, quelli arrivano con catenine d’oro e cellulari»!).

«Le inadempienze della politica – concludono Ciotti e Ricchiuti – non possono ricadere sulle spalle degli ultimi e degli indifesi, usati oggi come strumenti di ricatto per bassi giochi di potere».

“The Economy of Francesco”: il papa punta sui giovani economisti per un mondo più equo

3 agosto 2019

“Adista”
n. 29, 3 agosto 2019

Luca Kocci

Si chiama “The Economy of Francesco. I giovani, un patto, il futuro” l’iniziativa che si svolgerà ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020 a cui sono invitati giovani economisti ed imprenditori «per fare un patto – si legge nel lancio della kermesse –, nello spirito di san Francesco, perché l’economia di oggi e di domani sia più giusta, fraterna, sostenibile e con un nuovo protagonismo di chi oggi è escluso».

Dal 20 luglio e fino al 30 settembre i giovani under 35 – di qualsiasi nazionalità e fede religiosa – potranno iscriversi all’evento compilando l’apposito form sul sito web www.francescoeconomy.org L’incontro è rivolto ai giovani impegnati negli ambiti della ricerca (studenti di master, di scuole di dottorato di ricerca, ricercatori di economia o discipline affini) dell’impresa (imprenditori e dirigenti). Ma potranno partecipare anche i change-makers, promotori di attività al servizio del bene comune e di una economia giusta, sostenibile e inclusiva. Fra tutti i candidati, poi, verranno scelti 500 giovani per partecipare ad una due-giorni di approfondimento previsto per il 24 e 25, prima dell’evento vero e proprio, aperto a tutti.

“The Economy of Francesco” si articolerà in laboratori, manifestazioni artistiche e plenarie con i più noti economisti, esperti dello sviluppo sostenibile, imprenditori e imprenditrici che oggi sono impegnati per una economia diversa e che rifletteranno e lavoreranno insieme ai giovani. Hanno già confermato la loro presenza i premi Nobel Muhammad Yunus (economista e banchiere bengalese, inventore della “banca dei poveri”) e Amarthya Sen (economista e filosofo indiano). E poi ci saranno, fra gli altri, Carlo Petrini (sociologo, scrittore e attivista italiano, fondatore dell’associazione Slow Food), Jeffrey Sachs (economista e saggista Usa, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University), Vandana Shiva (attivista e ambientalista indiana, tra i principali leader dell’International Forum on Globalization) e Stefano Zamagni (docente di Economia all’Università di Bologna, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali).

«Non si tratta – spiegano dall’organizzazione – di un convegno tradizionale, ma di un’esperienza dove la teoria e la prassi si incrociano per costruire nuove idee e collaborazioni. Un programma dove i tempi rallentano per lasciare spazio anche alla riflessione e al silenzio, alle storie e agli incontri, all’arte e alla spiritualità, perché siano il pensiero e l’agire economico dei giovani ad emergere».

Così, lo scorso primo maggio, papa Francesco presentò l’iniziativa, in una lettera aperta ai giovani economisti e imprenditori. «Cari amici – si legge nella lettera –, vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani. Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria, anzi, per le sorti di tutto il pianeta, la nostra casa comune, “sora nostra Madre Terra”, come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole».

«Nella Lettera Enciclica Laudato si’ – prosegue il papa – ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità. Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune. Ma ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente».

Sit in contro il decreto sicurezza bis, “legge aberrante e demoniaca

3 agosto 2019

“Adista”
n. 29, 3 agosto 2019

Luca Kocci

Mentre alla Camera dei deputati, nel pomeriggio del 24 luglio, iniziava la discussione sul Decreto sicurezza bis voluto dal vicepremier ministro dell’Interno Matteo Salvini, in piazza Montecitorio, ancora una volta si sono radunati per protestare e manifestare il proprio dissenso gli attivisti dell’associazionismo antirazzista (la rete Restiamo umani, l’ong Mediterranea, la campagna “Mani rosse antirazziste” che da oltre un anno, tutti i giovedì, manifesta davanti al Viminale con le mani tinte di rosso), del Movimento di lotta per la casa (che a Roma, in particolare, sta subendo un’offensiva durissima, con una serie di sgomberi già effettuati ed altri programmati), della campagna Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti (lanciata un anno fa da mons. Raffaele Nogaro, p. Alex Zanotelli, suor Rita Giaretta, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge e p. Giorgio Ghezzi; v. Adista Notizie nn. 27- 28, 35 e 39/18; 15 e 26/19; e Adista online del 6, 10, 25 e 30 settembre, 2 e 29 novembre 2018; 8 gennaio, 5 febbraio, 6 marzo, 8 aprile, 7 maggio, 3 e 8 giugno, 2 luglio 2019), della Cgil e i missionari comboniani (e, “a distanza”, è arrivata l’adesione di Pax Christi tramite il suo presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina- Acquaviva delle Fonti).

«Questo è un decreto che ci porta fuori dalla civiltà umana, perché fa diventare i buoni cattivi e i cattivi buoni», ha detto dal megafono in una affollata assemblea di piazza Mauro Zanella, di “Mani rosse antirazziste”, riferendosi alla parte del decreto che punisce chi salva i migranti naufraghi in mare, stabilendo multe salatissime alle navi delle ong (fino ad un milione di euro), l’arresto del capitano e la confisca della nave stessa.

P. Zanotelli ha parlato di una «legge aberrante» e di una «politica demoniaca» che «criminalizza chi aiuta chi rischia di morire in mare». «Salvare vite umane diventa un reato», ha proseguito Zanotelli, che poi si è rivolto direttamente ai parlamentari chiamati ad approvare il Decreto, in particolare quelli del Movimento 5 Stelle, che hanno perso ogni autonomia e sono completamente succubi della Lega di Salvini: «Chi voterà sì (e questo è proprio successo, il decreto è passato, ndr) si macchierà le mani di sangue. Perché chi arriva dalla Libia non è un migrante ma un profugo che fugge dalla guerra, e respingerli è un crimine contro l’umanità. Ma una politica che non parte dagli ultimi non è più politica».

Quando arriva la notizia, dall’interno di Montecitorio, che, come peraltro previsto, il governo metterà la fiducia sul Decreto perché sia approvato velocemente e senza sorprese, si ha la consapevolezza che alla Camera la battaglia è irrimediabilmente persa. E che, esorta Zanella, «ora va portata al Senato. E se anche il Senato approverà, dobbiamo andare al Quirinale per fare pressione sul presidente della Repubblica Mattarella affinché, da garante della Costituzione, non firmi e rimandi indietro al Parlamento una legge anticostituzionale e antiumana».

«Occorre resistere e non demordere», l’appello finale di Zanotelli.

Appello di Pax Christi ai senatori: «Non votate il decreto sicurezza bis»

30 luglio 2019

“il manifesto”
30 luglio 2019

Luca Kocci

La disumanità sta diventando legge, non resta che sperare «in un sussulto di umanità» da parte di chi, nei prossimi giorni al Senato, sarà chiamato a votare sì o no al decreto sicurezza bis, che condanna, anzi «inasprisce le pene per chi salva vite in mare», ovvero sceglie di «restare umano».

Monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi, mette in fila le tre notizie di questi ultimi giorni – l’assassinio del carabiniere a Roma da parte di due giovani statunitensi inizialmente spacciati per nordafricani, i 150 morti nel naufragio a largo della Libia, il divieto di sbarco a terra per i 135 migranti a bordo della nave “Gregoretti” ancorata ad Augusta –, legate da un unico filo nero: «razzismo e indifferenza di fronte alla morte» dei migranti.

«L’assassinio del giovane carabiniere Mario Cerciello Rega è diventato motivo di strumentalizzazione e di polemica disumana», nota Ricchiuti, ricordando quello che molti organi di informazione hanno rimosso: «Alcuni autorevoli esponenti politici (Salvini e Meloni, n.d.r.) hanno contribuito a creare ancora una volta, con dichiarazioni irresponsabili, un clima di odio. Quasi che fosse più importante la nazionalità dell’assassino rispetto al dolore per la vittima». Poi i sommersi, le 150 persone morte in mare giovedì scorso al largo delle coste di Al Khoms (Libia), ridotte ad «una fredda contabilità» a cui «rischiamo di abituarci» (le ha ricordate anche papa Francesco nell’Angelus di domenica, chiedendo alla comunità internazione di agire «per evitare il ripetersi di simili tragedie e garantire la sicurezza e la dignità di tutti»). Infine i salvati, «i 135 migranti che sulla nave “Gregoretti” della nostra Guardia costiera attendono, da giorni, di conoscere quando e dove saranno sbarcati, assistiti e accolti. Siamo alla follia».

Allora «mi chiedo – continua il vescovo di Altamura – se esista ancora, a sentire le ormai trite e ritrite dichiarazioni dell’imperturbabile ministro dell’Interno, il rispetto per le regole fondamentali del mare? E, ancora più grave, dov’è il rispetto per la vita?». Tanto più che in questi giorni si discute il decreto sicurezza bis, che appunto prevede «l’inasprimento delle pene per chi salva vite in mare». «Pax Christi – aggiunge Ricchiuti – dice no, senza se e senza ma. E personalmente mi appello alla coscienza dei senatori perché non lo  approvino. Voglio ancora sperare, semplicemente, in un sussulto di umanità».

Dal mondo cattolico di base, quella del presidente di Pax Christi non è l’unica voce a levarsi. Da diversi giorni circola una lettera aperta al presidente della Repubblica Mattarella e al presidente del Consiglio Conte sottoscritta dalle religiose di 62 conventi di suore clarisse e carmelitane scalze di tutta Italia (a cui hanno aderito anche le scalabriniane) preoccupate «per il diffondersi di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione». Alla politica, concludono le suore, manca «una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi».

E contro il decreto sicurezza bis, la scorsa settimana diversi missionari erano in piazza a Montecitorio insieme alla rete Restiamo umani e a Mediterranea, e intendono tornare anche al Senato. Padre Zanotelli: è «un decreto che viola i principi fondamentali della nostra Costituzione e colpisce a morte l’etica perché dichiara reato salvare vite umane in mare».

 

Religiose e religiosi di tutta Italia uniti contro il razzismo e il decreto sicurezza bis

29 luglio 2019

“Adista”
n. 28, 27 luglio 2019

Luca Kocci

Clarisse e carmelitane scalze di tutta Italia unite contro l’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei migranti dilaganti nella società e nella politica. Lo hanno messo per iscritto le religiose di 62 conventi e monasteri in una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte (altre comunità religiose, sia maschili che femminili, possono aderire inviando una e-mail a: segreteria.sottoscrizione@gmail.com).

Clarisse e carmelitane: i migranti, nostre sorelle e nostri fratelli

«Siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, accomunate dall’unico desiderio di esprimere preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione », scrivono le religiose che intendono «dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie, affrontano viaggi interminabili e disumani, subiscono umiliazioni e violenze di ogni genere che ormai più nessuno può smentire».

Le clarisse e le carmelitane rilanciano l’appello contenuto nel Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb (v. Adista Notizie n. 6/19) in cui si chiede ai leader mondiali «di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace», «in nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro Paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna». «Anche noi, quindi, osiamo supplicarvi: tutelate la vita dei migranti!», gridano le religiose e chiedono che «le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale».

Le suore dei 62 monasteri rovesciano completamente la retorica salviniana della sicurezza e del «prima gli italiani» e scrivono: «Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, “apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti”. Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi».

Conclude la lettera aperta: «Desideriamo metterci accanto a tutti i poveri del nostro Paese e, ora più che mai, a quanti giungono in Italia e si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità. Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta a ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. Ringraziamo quanti, a motivo di ciò, vengono derisi, ostacolati e accusati. Vale ancora l’articolo 21 della nostra Costituzione che sancisce per tutti “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio».

Scalabriniane: pace significa fratellanza

Fra le altre comunità religiose, hanno aderito alla lettera aperta anche le congregazioni dei missionari comboniani e delle missionarie di San Carlo Borromeo.

Sosteniamo l’appello delle clarisse e delle carmelitane perché «in questo modo diventiamo tutti costruttori di una nuova umanità che mettono al centro l’umano e l’umanità», spiega la superiora provinciale per l’Italia delle scalabriniane, suor Milva Caro, aggiungendo che «le suore scalabriniane in coscienza verso la vocazione ricevuta non possono fare diversamente e continueranno nelle loro possibilità ad essere un semplice strumento di mediazione e di accoglienza verso chi cerca una nuova dignità nel nostro Paese». E la superiora generale, suor Neusa de Fatima Mariano: «Un impegno intercongregazionale è sempre più necessario, per dare l’ennesimo segnale di come la vita religiosa femminile sia contraddistinta da una sola voce. Anche una lettera come questa può pesare nelle coscienze civili. La preoccupazione della crescita dei sentimenti di intolleranza in Italia è la stessa di molti Paesi d’Europa e del resto del mondo. Far passare la migrazione come problema vuol dire mettere in discussione gli stessi valori di fratellanza e umanità che contraddistinguono una politica di pace».

Padre Zanotelli: il Decreto sicurezza distrugge l’etica

Molte religiose e religiosi erano in piazza davanti a Montecitorio, insieme alle organizzazione laiche, lo scorso 15 luglio, per protestare, ancora una volta, contro il Decreto sicurezza bis, che presto verrà discusso in Parlamento. «Come missionario, denuncio il cinismo con cui il governo giallo-verde respinge i “naufraghi dello sviluppo”», ha detto, a nome di tutte e tutti, il missionario comboniano p. Alex Zanotelli. Si tratta di «un Decreto le cui clausole violano i principi fondamentali della nostra Costituzione, del diritto e dell’etica. È la stessa etica ad essere colpita a morte, perché questo Decreto dichiara reato salvare vite umane in mare». Allora, ha concluso Zanotelli, «mi appello ai missionari italiani, che hanno toccato con mano la sofferenza di quest’Africa crocifissa, perché alzino la voce e scendano in piazza contro leggi razziste e disumane. Chiedo soprattutto ai nostri vescovi perché prendano posizione contro questo Decreto che nega radicalmente l’etica della compassione e della misericordia e propongano alle parrocchie giornate di digiuno e di preghiera. Uniamoci, credenti e laici, per difendere quei valori fondamentali negati da questo Decreto che, criminalizzando la solidarietà, disumanizza i migranti e tutti noi».

Il Meic e le «voci profetiche» delle suore

Un’adesione “laica” arriva anche dal Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic), i laureati di Azione cattolica. «In questi giorni padre Alex Zanotelli ha lanciato un appello accorato per contrastare le nuove norme che intendono rafforzare le iniziative per impedire ai migranti di arrivare sulle nostre coste», si legge nella nota della presidenza del Meic. «Quasi contemporaneamente numerose comunità di suore clarisse e carmelitane hanno reso pubblico un loro messaggio per “dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie”, per invitare le istituzioni governative a tutelarne la vita e la dignità, e contribuire a percorsi di integrazione, impegnando loro stesse ad offrire spazi e aiuti per l’accoglienza e per essere “in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure”. Sono voci profetiche in cui ci riconosciamo».

«Non c’è futuro senza fratellanza e solidarietà». La XVIII giornata del dialogo cristiano-islamico

27 luglio 2019

“Adista”
n. 28, 27 luglio 2019

Luca Kocci

«Non c’è futuro senza fratellanza e solidarietà» è il tema scelto per la diciottesima Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, programmata per il prossimo 27 ottobre 2019. Una giornata di dialogo interreligioso dal basso, in cui il comitato promotore – che fa riferimento al periodico ecumenico di Monteforte Irpino (Av) Il Dialogo diretto da Giovanni Sarubbi – propone a «tutti gli amici e le amiche della pace e del dialogo», a «tutte le comunità cristiane e musulmane» e a «tutte le istituzioni democratiche che hanno a cuore la difesa della nostra Costituzione» di realizzare attività ed iniziative di dialogo fra cristiani ed islamici, ispirate da due passi delle scritture sacre per i musulmani e per i cristiani: «Ecco, siete invitati ad essere generosi per la causa di Allah, ma qualcuno di voi è avaro. Chi si mostrerà avaro lo sarà nei confronti di se stesso» (Corano 47:38); «Fratelli, siete stati chiamati alla libertà. Solo che questa libertà non è per l’egoismo! Ma, per l’amore, mettetevi al servizio gli uni degli altri. Perché tutta la legge trova il suo compimento in quest’unico comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Galati 5,13-14). «L’umanità sembra avvitata in una spirale di guerra senza fine», si legge nell’appello per la giornata. «Vengono accantonati e disprezzati gli appelli alla pace e alla fratellanza umana che pure sono venuti da importanti consessi religiosi internazionali e da singoli leader spirituali delle principali religioni mondiali», come per esempio il documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb (v. Adista Notizie n. 6/19 e Adista Segni Nuovi 10/19) e la lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dello scorso 8 luglio in cui trenta professori della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli hanno espresso solidarietà alla comandante della Sea Watch 3 Carola Rackete, che ha forzato il blocco navale imposto dalla Guardia di finanza per sbarcare a Lampedusa i migranti salvati nel Mediterraneo e si sono autodenunciati: «Signor presidente – vi si legge –, se la solidarietà sta divenendo un reato, allora le comunichiamo che vogliamo compiere ogni reato di umana solidarietà, desideriamo essere processati per apologia di reato e ci offriamo di ricevere la pena prevista» (v. Adista Notizie n. 26/19). «In Italia siamo oramai alla criminalizzazione della solidarietà», afferma ancora l’appello per la Giornata del dialogo cristiano-islamico. «Si chiudono le esperienze di integrazione positiva con i migranti come quella di Riace – prosegue il testo –; si arresta chi salva le vite in mare montando contro di essi assurde accuse. Si inventa letteralmente un atto di guerra compiuto da una minuscola unità navale totalmente disarmata e con a bordo dei naufraghi per poter giustificare, questa sì, la guerra ai profughi, più volte dichiarata da leader politici nazionali. La guerra cioè verso chi fugge dalle guerre che le industrie belliche e le multinazionali occidentali hanno scatenato e sostengono in Africa per l’accaparramento delle fonti energetiche e per le materie prime indispensabili per le nuove tecnologie. E il razzismo è diventato sempre più violento, aggressivo e fomentato da organizzazioni nazifasciste libere di operare impunemente sul nostro territorio».

Conclude l’appello: «La nostra Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti umani sono sempre più spesso calpestate dalle esigenze della propaganda e del consenso elettorale in un clima di campagna elettorale perenne. Si fomenta fra la gente la paura dello straniero e di una inesistente invasione. Viviamo una fase cruciale». Proprio per questo è necessario, «superando contrapposizioni sterili, non cadere nell’esasperazione e nell’ansia promuovendo con continuità e coerenza azioni anche minime ma condivisibili, che rafforzino il dialogo fra le religioni e l’unità degli uomini e delle donne di volontà buona». Perché «non c’è futuro senza fratellanza e solidarietà».

Rapimento della cooperante Silvia Romano: l’ombra di un prete anglicano pedofilo

20 luglio 2019

“Adista”
n. 27, 20 luglio 2019

Luca Kocci

Si affaccia una ipotesi inquietante sul rapimento di Silvia Romano, la giovane cooperante italiana scomparsa dal 20 novembre 2018 nel villaggio di Chakama, a 80 chilometri da Malindi in Kenya, dove era impegnata in un progetto di cooperazione internazionale della ong Africa Milele: sarebbe stata rapita per aver scoperto e denunciato un prete anglicano pedofilo.

A sostenere questa possibilità sono due inchieste giornalistiche, una del Fatto Quotidiano e soprattutto un’altra, in più puntate, della trasmissione di Mediaset Le Iene, pubblicata sul sito internet del programma, che cita due testimonianze: quella di un volontario che avrebbe accompagnato Silvia Romano e sporgere denuncia; e quella di Tiziana Beltrami, che a Malindi gestisce insieme al marito un ristorante e locale da ballo, il “Karen Blixen”, che collabora con Africa Milele.

Così ha raccontato Tiziana Beltrami alle Iene: «Silvia quando è arrivata (in Kenya, dopo che era rientrata in Italia, ndr) è andata direttamente ad Africa Milele. È tornata a Malindi l’11 novembre per fare una denuncia di pedofilia », insieme ad un altro volontario. Anche lui interpellato dalle Iene: «C’era questa struttura affittata da Africa Milele, erano alcune stanze, e noi dormivano lì. La stanza di questo prete era a tre metri dalla nostra, nello stesso nostro complesso, la Guest House». È lì che i volontari, fra cui Silvia, avrebbero assistito agli episodi di pedofilia da parte del prete. Continua il giovane volontario: «Palpeggiamenti, strusciamenti, cose assolutamente non consone per nessuno, soprattutto per un prete. All’inizio me ne sono accorto solo io, e poi l’ho detto a Silvia e all’altra volontaria, e siamo stati tutti più attenti. Abbiamo visto le ragazzine che entravano nella stanza di quest’uomo e ci stavano pochissimo, due, tre, cinque minuti. Non so fino a che punto arrivasse, però atti pedofili c’erano eccome. Vedere certe cose e rimanere fermo… Io sono arrivato al punto di dire: facciamo qualcosa in fretta o io da qui me ne vado!».

Così decidono di andare a denunciare alla polizia di Malindi. «La denuncia – prosegue il racconto del volontario – è stata fatta a nome di Silvia, firmata e presentata. Avevamo fatto il nome di quel prete e c’era anche un mandato d’arresto per lui… L’11 novembre, nove giorni prima che Silvia venisse rapita, facciamo questa denuncia e subito dopo torniamo a Chakama. Il prete però non c’era più, tutto era finito in una bolla di sapone».

Un prete è sacro

Una mezza conferma arriva anche da Lilian Sora, presidentessa di Africa Milele, anch’essa interpellata dalle Iene: «A Chakama sono arrivati Silvia e gli altri due volontari. Nella casa dove ci siamo noi, ci sono altre camere. Di solito insieme a noi ci sono gli insegnanti della scuola secondaria che affittano altre due stanze. Quando i ragazzi sono arrivati, nella stanza numero 1 c’era un altro signore, che noi non conoscevamo, quello che chiamavano father (il prete anglicano, ndr). I ragazzi si sono accorti di alcuni atteggiamenti di questa persona, e cioè hanno raccontato che faceva entrare nella sua camera, con la porta aperta, delle bambine attorno ai 10 anni. Ho chiesto subito a Silvia di confrontarsi con Joseph, il mio compagno di etnia Masai che è sul luogo, perché è il referente africano di Africa Milele. Joseph si è preoccupato e ha parlato subito con il padrone della guest house, un uomo che noi chiamiamo il boss. Lui ci ha spiegato che questo prete era un pastore anglicano. Lì in Kenya il fatto che sia un prete mette fine ad ogni discussione, soprattutto se si parla di pedofilia, una cosa che dunque è da escludere a priori. Il boss ci ha detto che il father sarebbe andato via nel giro di un paio di giorni, e che era lì come commissario d’esame per la scuola primaria, perché era un prete ma anche un insegnante. Il boss ci ha detto che le bambine andavano in stanza da lui a fare catechismo, a pregare. Il giorno dopo i miei ragazzi hanno ripreso a dirmi che il prete aveva atteggiamenti non adeguati, e che loro avevano fatto in modo che le bimbe non entrassero. Il father però usciva dalla stanza e stava con loro, sfiorandole. Era però difficile capire quanto i miei volontari si fossero lasciati prendere e quanto invece fosse vero. Non è facile andare a dire che c’è un pedofilo! Io ero nel mezzo, tra i volontari italiani e le persone africane del villaggio. Per il mio compagno Joseph e per il padrone di casa, il boss, la situazione era chiarita: questa persona era un prete, una persona conosciuta, che aveva referenze e le bambine entravano da lui per pregare. Non c’era nella loro testa la malizia di dire che queste bambine potessero essere abusate: sono modi molto diversi di ragionare. Ho parlato subito di questa cosa con Tiziana Beltrami, che mi ha detto di conoscere una poliziotta del Children Department, una certa Mariam. Tiziana l’ha sentita e Mariam le ha detto di fare venire subito i miei tre volontari . Ho mandato un messaggio a Silvia e le ho detto se se la sentivano di andare in polizia a Malindi. Loro con grande entusiasmo mi hanno detto: “certo che sì”. Anche Tiziana è andata con loro dalla polizia di Malindi». Nove giorni dopo, poi, Silvia Romano viene rapita.

Un’interrogazione per il ministro Moavero

Sulla vicenda, che presenta dei punti e dei contorni piuttosto oscuri, lo scorso 9 luglio è intervenuto nell’aula di Palazzo Madama il senatore del MoVimento 5 Stelle Gianluca Ferrara, che ha illustrato un’interrogazione parlamentare presentata al ministro degli Esteri – ancora senza risposta – il 27 giugno. «Considerato che – si legge nell’interrogazione di Ferrara e altri senatori del M5S – son passati più di sei mesi dal rapimento di Silvia Romano, senza che le autorità del Kenya siano riuscite a risalire ai rapitori; a mesi di distanza crescono le preoccupazioni sulla sorte della cooperante italiana; aumentano le possibilità che la donna possa essere affidata ad un gruppo estremista per la richiesta di un riscatto, o peggio, per ritorsioni contro il nostro Paese, si chiede di sapere: se il ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti; se ritenga di approfondire, per quanto di sua competenza, le dichiarazioni dei testimoni ascoltati dalla trasmissione televisiva Le Iene; quali siano le misure attualmente adottate per ottenere la liberazione di Silvia Romano».