Il Parlamento acceleri sul biotestamento. L’accorato appello di Michele Gesualdi, malato di Sla

18 novembre 2017

“Adista”
n. 39, 18 novembre 2017

Luca Kocci

«Mi chiamo Michele Gesualdi, vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto non potrebbe essere lontano».

Comincia così la lettera che Michele Gesualdi, il più noto degli allievi di don Lorenzo Milani a Barbiana (ma anche presidente della provincia di Firenze dal 1995 al 2004, prima di essere sostituito da Matteo Renzi), ha scritto ai presidenti di Senato a Camera – Piero Grasso e Laura Boldrini – e ai capi dei gruppi parlamentari di tutte le forze politiche per chiedere loro di approvare il più presto possibile il Disegno di legge sulla Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento), ovvero il cosiddetto testamento biologico, già votato a Montecitorio nello scorso aprile (326 sì, 37 no, 4 astenuti) ma fermo da mesi a Palazzo Madama, e a rischio di decadere a causa dell’ormai prossimo scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni politiche previste per la primavera 2018.

«La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile», scrive Gesualdi nella sua lettera terribile e appassionata. «Avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli, della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, e respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane uno scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo, insieme alle le sue finestrelle, cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda. Se accettassi i due interventi invasivi (la tracheotomia, per le crisi respiratorie, e la Peg, gastrotomia endoscopica percutanea, per le difficoltà a deglutire, n.d.r.), mi ritroverei uno scheletro di gesso con due tubi, uno infilato in gola con attaccato un compressore d’aria per muovere i polmoni e uno nello stomaco attraverso il quale iniettare pappine alimentari».

Sollecitato dai familiari, Gesualdi ha accettato la Peg («quando mia moglie e i miei figli mi hanno visto ridotto ad uno scheletro dovuto alla difficoltà di deglutire, mi hanno implorato di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente, perché sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti»), ma non vuole andare oltre: «ho scritto la mia decisione, chiedendo a mia moglie (anche lei una ex allieva di Barbiana, n.d.r.) di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà».

I motivi del suo rifiuto sono chiari. Non si tratta, spiega, di «interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno o qualche settimana l’irreparabile, che per il malato, significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza». Sostenuti anche da ragioni di fede, anche se in molti, nel mondo cattolico, si oppongono fermamente al testamento biologico. «C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita – scrive Gesualdi –. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata, quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione». Tanto più che, aggiunge, «come tutti i malati terminali, negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetuate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà».

«Per l’insieme di questi motivi – conclude la sua lettera Michele Gesualdi – sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire la eutanasia, ma solo di lasciare libero, l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La rapida approvazione delle legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie».

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Papa Francesco: «Illegali, immorali e illogiche: abolite le armi nucleari»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«Illegali, immorali, illogiche: vanno abolite». Sono le armi nucleari secondo papa Francesco, i premi Nobel per la pace e gli esponenti delle associazioni pacifiste, riuniti ieri e oggi in Vaticano per il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”.

Un appuntamento inedito per la Santa sede – è la prima volta che si parla di disarmo nei sacri palazzi insieme a molti soggetti della società civile anche esterni al mondo cattolico –, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, che incidentalmente capita nel mezzo delle tensioni fra Corea del Nord e Usa. Ma è un’azione di mediazione del Vaticano fra Pyongyang e Washington, anche se il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, non la esclude: «Stiamo parlando con alcuni membri della Conferenza episcopale coreana (del sud) per vedere come si può entrare in contatto con il regime della Corea del Nord. Non so se ci riusciremo, ma ci stiamo provando», ha rivelato aprendo i lavori del simposio.

L’iniziativa di questi giorni parte da lontano. Da quando all’Onu, nella scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 7 luglio, con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non c’è l’Italia né gli altri aderenti alla Nato, la cui vice-segretaria generale, Rose Gottemoeller, partecipa al convegno in Vaticano. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto provocatoriamente mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi.

Ieri c’è stato l’intervento di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza i 350 partecipanti al simposio e ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo», dal momento che «le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote».

«La spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta», ha detto il papa, e «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari» e i rischi «di una detonazione accidentale».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana». In questo senso le vittime – sono presenti alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare», ha ammonito Francesco, facendo tornare alla mente le parole della Pacem in Terris di Giovanni XXIII (la guerra «alienum a ratione», estranea alla ragione), che però egli stesso ha consentito fosse recentemente nominato santo patrono dell’Esercito italiano: contraddizioni di un pontificato non facile da decifrare.

Nel fallimento nel diritto internazionale (incapace di impedire «che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche»), le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato papa Francesco – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali».

I lavori sono andati avanti tutto il giorno. Fra gli altri sono intervenuti Muhammad Yunus (fondatore della Grameen Bank), che ha sottolineato come occorra rimuovere le «cause strutturali della povertà» e come gli armamenti siano una di queste cause strutturali; Jody Williams (presidente del Nobel women’s initiative), «indignata di fronte alle enormi spese militari e per gli armamenti»; Adolfo Pérez Esquivel, che ha parlato del «dialogo tra i popoli e delle prospettive per il disarmo»; Beatrice Fihn, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (Ican), che ha spiegato come si è giunti all’adozione del Trattato e le prospettive future. E cinque premi Nobel per la pace (El Baradei, Maguire, Pérez Esquivel, Williams e Yunus) hanno redatto e consegnato al papa un documento in cui auspicano che sia «il lavoro coordinato della società civile, delle comunità religiose, delle organizzazioni internazionali ad aprire la strada affinché gli Stati abbandonino queste armi, capaci nello spazio di un attimo di far scomparire la vita. L’unico modo di garantire la pace mondiale e di prevenire la diffusione delle armi nucleari è abolirle. Non sarà facile, ma è possibile».

«Una nuova tappa della lotta laica e cattolica per il disarmo»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«L’idea del disarmo totale non è scontata nemmeno nella Chiesa cattolica, dove esiste ancora qualche residuo della vecchia dottrina della guerra giusta. Quindi questo convegno che si svolge in Vaticano e a cui prende parte anche papa Francesco ha un valore doppio: è una tappa ulteriore della lotta collettiva per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane».

È il giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, sul simposio sul disarmo che si sta svolgendo in Vaticano a cui sta partecipando insieme ad altri dirigenti del movimento cattolico internazionale per la pace e a 350 esponenti di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo.

Don Sacco, questo convegno è davvero così importante?

«Direi proprio di sì, perché cade in un momento storico particolare, con i nuovi venti di guerra che spirano nel mondo, e perché non è estemporaneo ma frutto di un percorso che dura da tempo. Certo poi bisognerà fare in modo che non resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi».

E come si fa ad evitarlo?

«Facendo uscire da queste stanze i contenuti che qui si stanno discutendo e trasformandoli in mobilitazione sociale e, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, in azioni culturali ed educative verso i cittadini».

Anche verso il governo italiano che ha deciso, senza nemmeno dare spiegazioni, di non firmare il Trattato Onu sul divieto delle armi nucleari?

«Certamente. Il nostro Paese non ha firmato perché fa parte della Nato, e ovviamente la Nato ha bloccato qualsiasi adesione. Del resto siamo anche noi uno Stato nucleare: ormai si sa che in Italia sono conservate diverse decine di bombe atomiche. Allora bisogna essere in grado di avviare una mobilitazione dal basso, della società civile ma anche delle parrocchie e delle comunità cattoliche, per spingere il governo a sottoscriverlo. In questa azione non bisogna essere timidi, nemmeno la Chiesa».

Ci sarà questa mobilitazione?

«Dobbiamo impegnarci tutti. Il disarmo non è materia da addetti ai lavori ma deve diventare patrimonio di tutti. E per questo ci vuole anche un’azione culturale capace di scardinare l’idea di dover attaccare, magari per primi, non sono nelle guerre ma anche nella vita di tutti i giorni. I fatti di Ostia di questi giorni, con l’aggressione ai giornalisti Rai, non sono forse un indizio che questa cultura è radicata e diffusa?».

La sua parrocchia si trova non troppo lontano da Cameri, dove si stanno assemblando i cacciabombardieri F35, che fra l’altro sono in grado di portare e sganciare ordigni nucleari…

«È vero. E tutto succede nel disinteresse generale e nel silenzio della politica, che anzi è complice, perché in fondo vede nella guerra un grande business. Perciò dico che iniziative come quella di questi giorni sono importanti se riescono ad accendere i riflettori su queste zone in ombra e se si trasformano in mobilitazioni, in campagne, in scelte ed azioni concrete».

«Il fumo fa male», la Santa sede non spaccia più

10 novembre 2017

“il manifesto”
10 novembre 2017

Luca Kocci

Niente fumo, siamo cittadini vaticani. Papa Francesco ha stabilito che il Vaticano non venderà più sigarette ai propri dipendenti a partire dall’1 gennaio 2018. «La Santa sede non può contribuire ad un esercizio che danneggia la salute delle persone», spiega il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. «Secondo l’Oms – aggiunge –, ogni anno il fumo è la causa di oltre sette milioni di morti nel mondo. Quindi nonostante le sigarette vendute ai dipendenti e pensionati del Vaticano ad un prezzo scontato siano fonte di reddito per la Santa sede, nessun profitto può essere legittimo se mette a rischio la vita delle persone».

Terminerà così un business milionario che da decenni riempie le casse vaticane. La tabaccheria “tax free”, infatti, incassa circa dieci milioni di euro l’anno, grazie alle sigarette vendute teoricamente solo ai residenti e ai dipendenti dello Stato del papa, in realtà a molti altri che vi hanno accesso, altrimenti non si spiegherebbe un volume di affari così alto, a meno i cittadini vaticani non fumino come turchi.

Ma se un negozio chiude, altri restano aperti, rigorosamente esentasse: la farmacia (32 milioni annui), il distributore di benzina (27 milioni) e il supermercato (21 milioni), che vende soprattutto alcolici e superalcolici.

Il papa alle Ardeatine e a Nettuno: «Non più la guerra»

3 novembre 2017

“il manifesto”
3 novembre 2017

Luca Kocci

Cento anni dopo l’appello di Benedetto XV «ai capi dei popoli belligeranti» che combattevano la prima guerra mondiale a fermare «l’inutile strage», un nuovo grido di pace risuona in mezzo alle croci del cimitero americano di Nettuno con la voce di papa Francesco, che ieri, 2 novembre, vi si è recato in visita: «Non più la guerra. Non più questa strage inutile».

Il pontefice ricorda i morti delle guerre di ieri, troppo spesso mascherati da eroi dalla retorica patriottarda: «Oggi è un giorno di lacrime – dice il papa nell’omelia della messa al cimitero dove sono sepolti 7.861 militari statunitensi morti durante la seconda guerra mondiale, fra lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943 e la battaglia di Anzio dei primi mesi del 1944 –. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: “Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria”. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare». Pensa anche alle guerre di oggi: «Non più la guerra. Dobbiamo dirlo oggi, che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. “Non più, Signore. Non più”. Con la guerra si perde tutto», la guerra è «la distruzione di noi stessi». E denuncia la lezione della storia che «l’umanità non ha imparato» e «sembra che non voglia impararla». «Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra – conclude –, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una “primavera”. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti», perché «questo è il frutto della guerra: la morte».

Nel tardo pomeriggio, seconda tappa di questo particolare pellegrinaggio sui luoghi della memoria e della violenza, alle Fosse Ardeatine, dove sono sepolte le 335 vittime della rappresaglia nazista delle Ss di Kappler dopo l’azione militare dei Gap a via Rasella il 23 marzo 1944.

Francesco sosta in una lunga preghiera silenziosa accanto alla lapide che ricorda i partigiani uccisi: «Fummo trucidati in questo luogo perché lottammo contro la tirannide interna, per la libertà e contro lo straniero, per l’indipendenza della Patria. Sognammo un’Italia libera, giusta, democratica. Il nostro sacrificio ed il nostro sangue ne siano la sementa ed il monito per le generazioni che verranno». Depone un fiore sulle prime lapidi del sacrario, «luogo consacrato ai caduti per la libertà e la giustizia» dove dobbiamo «toglierci i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza, come ricorda nelle parole pronunciate dopo la preghiera del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. E, prima di far ritorno in Vaticano, firma il Libro d’onore: «Questi sono i frutti della guerra: odio, morte, vendetta».

Papa Francesco e papa Giovanni patrono dell’esercito: chi non corregge acconsente

2 novembre 2017

“Adista”
n. 38, 4 novembre 2017

Luca Kocci

Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. Ma in questo caso si può affermare che chi non corregge acconsente. Il soggetto è papa Francesco, l’oggetto è papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

Pochi giorni fa, infatti, Francesco ha soavemente rimproverato ma decisamente corretto il card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore di una interpretazione restrittiva del Motu proprio di papa Francesco Magnum Principium, con il quale, in linea con il Concilio Vaticano II, viene aumentata l’autonomia delle Conferenze episcopali nazionali e regionali in merito alle traduzioni liturgiche.

Ma il cardinale ultraconservatore Sarah è lo stesso che il 17 giugno ha firmato il Decreto – lo scorso 12 settembre solennemente consegnato dall’ordinario militare-generale di corpo d’armata mons. Santo Marcianò nelle mani del capo di Stato maggiore Danilo Errico alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti – con cui, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco», san Giovanni XXIII papa viene stabilito «patrono presso Dio dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie n. 32/17).

Su questo aspetto, nonostante il profilo basso mantenuto anche in occasione della memoria liturgica di papa Roncalli (11 ottobre) – quando non c’è stata “l’invasione” di piazza San Pietro da parte di migliaia di militari in divisa come annunciato dall’Ordinariato militare (v. Adista Notizie n. 36/17), papa Francesco non ha detto nulla, tantomeno ha ritenuto di dover “correggere” il card. Sarah.

Eppure in tanti si erano mossi a chiedere al prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di ripensarci e al papa di ordinare il dietrofront per non far indossare la mimetica al papa santo della Pacem in Terris: innanzitutto il movimento Pax Christi, che con il proprio presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, ha affermato subito di ritenere «irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in Terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»; poi diciassette vescovi hanno firmato un documento nel quale domandano come può Giovanni XXIII «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione» e chiedono di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 34 e 36/17); infine centinaia di associazioni, movimenti e singoli cattolici.

A questo punto, nulla essendo accaduto, è fin troppo facile – e, riteniamo, per nulla arbitrario – trarre qualche conclusione. Se Francesco ha corretto il card. Sarah sui testi liturgici, questo significa che un cardinale può essere corretto dal papa, nel momento in cui emana un atto o esprime un parere ritenuto errato o fuori luogo. Il papa però non ha corretto il cardinale sulla decisione di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, pertanto si deduce che papa Francesco condivida pienamente tale scelta. Con buona pace di chi sosteneva – o forse sperava – che Francesco fosse stato scavalcato e che il nuovo patronato, fortemente sponsorizzata dall’Ordinariato militare e dai vertici delle Forze armate, fosse stato stabilito all’insaputa, se non contro, papa Francesco. Ma chi non corregge acconsente

Basta armi nucleari. Tra Kim e Trump ci si mette il papa

31 ottobre 2017

“il manifesto”
31 ottobre 2017

Luca Kocci

Mentre la tensione fra Corea del nord e Stati Uniti resta alta, e Kim Jong-un e Donald Trump paventano il ricorso all’atomica, la Santa sede organizza in Vaticano per il 10-11 novembre un convegno internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” a cui parteciperanno 11 premi Nobel per la pace (fra cui Beatrice Fihn, direttrice dell’Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), i vertici di Onu, Nato e gli ambasciatori di molti Stati, fra cui gli Usa.

«Ma è falso parlare di una mediazione da parte della Santa sede» fra Nord Corea e Stati Uniti, precisa il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. Del resto la preparazione dell’iniziativa da parte del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale era cominciata ben prima dell’aumento della temperatura fra Pyongyang e Washington ed aveva l’intenzione di sostenere l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (lo scorso 7 luglio con il voto di 122 Paesi), del Trattato sul divieto delle armi nucleari.

Un accordo per la cui firma papa Francesco si era speso direttamente, scrivendo a Elayne Whyte Gómez, che guidava i negoziati. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza in questo mondo multipolare del XXI secolo, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scriveva Francesco. Le preoccupazioni aumentano «quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio», senza considerare «lo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano». Pertanto, concludeva il papa, «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario».

Quello per il disarmo è un terreno sul quale l’impegno di Francesco è stato sempre netto, senza le contraddizioni che si notano in altri campi. Sabato scorso, all’apertura della Settimana sociale dei cattolici, a Cagliari sul tema del lavoro, ha puntato il dito contro quei «lavori che nutrono le guerre con la costruzione di armi», incassando il sostegno del presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti, che ha ricordato «le fabbriche che proprio qui in Sardegna producono bombe che poi l’Italia vende tranquillamente all’Arabia Saudita impegnata da anni a bombardare lo Yemen. I lavoratori sono in una sorta di ricatto, proprio per la mancanza di lavoro».

Proprio sul fronte italiano, ci sono due iniziative nate dal mondo cattolico di base.

La prima del movimento Noi Siamo Chiesa che ha promosso una lettera aperta al card. Bassetti, presidente della Cei, perché i vescovi – sempre in prima linea sui “valori non negoziabili” – incoraggino i cattolici alla mobilitazione affinché l’Italia firmi il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Onu (il nostro Paese non l’ha votato, allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici, i grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, il Parlamento ne ha discusso «in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse la sua posizione»).

La seconda da parte dei delegati della diocesi di Iglesias alla Settimana sociale (dove ha sede il Comitato riconversione Rwm, la fabbrica che vende le bombe all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen) che in una petizione pubblica chiedono al premier Gentiloni, in questi giorni in visita anche in Arabia, che «si adoperi per fermare immediatamente l’invio di quegli ordigni» e «per la riconversione della fabbrica a produzioni civili, con piena salvaguardia dell’occupazione».

Allontanato dal catechismo perché disabile? Il caso in una parrocchia di Bari

30 ottobre 2017

“Adista”
n. 37, 28 ottobre 2017

Luca Kocci

Un bambino disabile viene allontanato dal catechismo e dalla messa domenicale perché è affetto da un lieve difetto cognitivo e da un deficit comportamentale, fa confusione, e quindi disturba gli altri bambini. Succede a Bari, nella parrocchia di Santa Croce. Ma il parroco, don Vito Marziliano, si difende: si è trattato di un equivoco.

La cronaca, che traiamo volutamente da Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale, racconta la vicenda in cui si confrontano, o scontrano, due versioni contrastanti. «Il racconto della donna è circostanziato», si legge su Avvenire (14/10). «Per due volte, la seconda in compagnia di un’amica, avrebbe chiesto al parroco di iscrivere il figlio di 10 anni, disabile, al catechismo e di poter seguire la Messa. Ricevendo altrettanti rifiuti perché “la presenza del piccolo non avrebbe permesso agli altri bambini di seguire la celebrazione in quanto il parroco non ha esperienza con questi soggetti”. La donna non molla: “Ho sempre assicurato che il bambino avrebbe avuto sempre l’assistenza di un’educatrice”. Poi il sacerdote le avrebbe chiesto se l’educatrice sarebbe riuscita a far capire al figlio il messaggio cristiano e se tra le necessità del bambino ci fossero quelle di alzare la voce o di alzarsi spesso. “Perché in questo caso sarebbe stato difficile farlo partecipare anche alla Messa”. Il racconto della donna continua: “Don Vito mi ha detto che dopo tanti anni è finalmente riuscito a costruire un numeroso gruppo di bambini: la presenza di mio figlio durante la funzione domenicale li avrebbe disturbati”. La notizia fa il giro della comunità. La mamma incalza: “A chi ha chiesto spiegazioni su questo atteggiamento, è stato risposto che la parrocchia non è una scuola di calcetto. Io voglio solo che su certi temi sia fatta informazione”».

La replica della parrocchia arriva per iscritto: «È noto il rinnovato impegno che la nostra comunità parrocchiale profonde nell’attenzione e nella cura per la preparazione dei bambini ai sacramenti, con la partecipazione e la collaborazione delle famiglie», scrive il parroco. «Nel caso concreto si è data piena adesione alla richiesta di preparazione del piccolo, pur essendo appartenente ad altra parrocchia, e nessuno ha voluto respingerlo o negargli i Sacramenti: appreso della particolare disabilità di cui questi è portatore, ci si è limitati (doverosamente, anche e soprattutto nell’interesse del minore) a richiedere una particolare collaborazione alla famiglia, chiedendo anche di fornire delle linee guida comportamentali da tenere in caso di manifestazioni acute (linee che soltanto la famiglia può fornire): lo spirito di tale richiesta è stato probabilmente equivocato».

Equivoco o meno, certo è che qualcosa è accaduto e che la mamma del bambino disabile in un modo o nell’altro non si è sentita pienamente accolta dal parroco.

Sulla vicenda ha scritto una appassionata e immaginifica lettera aperta Saverio Tommasi, videomaker, giornalista e scrittore fiorentino. «Se Dio c’è, caro don Vito, io non penso che ti fulminerà. Anzi, quando morirai ti porterà in Paradiso perché Lui è Dio e perdona tutti», scrive Tommasi. «Se Dio c’è, caro don Vito, ti farà sedere su una nuvola un po’ distante dagli altri, che siano lontani sì, ma abbastanza vicini perché tu possa pensare “perché io me ne devo stare qui da solo su una nuvola”. Se Dio c’è, caro don Vito, la nuvola su cui ti avrà fatto sedere sarà gonfia di pioggia, così che tu stando seduto ti bagni il culo e ti venga un raffreddore forte forte forte che tanto sei già morto, cosa vuoi che possa succederti peggio di così. Se Dio c’è, caro don Vito, con l’umido che prenderai ti farai degli starnuti così grandi che ogni volta che farai “etciù”, circa tre volte al minuto, ti usciranno duecentocinquanta grammi di moccio dal naso e tu non avrai nessun fazzoletto in tasca, e allora lo chiederai a Dio, che ne avrà una dozzina perché lui è Dio e ha tutto, che ti guarderà e ti dirà: “Bisogna vedere, caro don Vito, ci ho messo tanto a creare un gruppo affiatato qui in Paradiso, tutti senza raffreddore, non vorrei che dandoti questo fazzoletto tu portassi il raffreddore agli altri, poi la situazione diventerebbe ingestibile, non è per cattiveria” che è più o meno quello che tu hai risposto alla mamma di Giacomino quando lei voleva iscriverlo a catechismo»

Un giorno, prosegue la lettera in forma di storia, in Paradiso arriverà anche Giacomino (il nome di fantasia scelto da Tommasi per il bambino disabile, n.d.r.) e si avvicinerà a don Vito: «“Ehi, don, fa umido da queste parti. A star qui il raffreddore non ti passerà mai, vieni di là con noi”. E tu don Vito ti vergognerai così tanto che vorrai scavarti una buca su una nuvola per seppellirti da risorto», «seguirai Giacomino», «passerai davanti a Dio, che ti darà uno scappellotto fra capo e collo assestato al millimetro, perché Dio quando fa le cose le fa precise, «tu lo guarderai e gli dirai: “Ma come, proprio Lei, signor Dio”. E Lui, sorridendo: “Non sai da quant’era che aspettavo questo momento”. Poi Giacomino ti porterà insieme agli altri, te li presenterà, ometterà la storia indegna che gli hai fatto vivere sulla Terra, e diventerete amici».

La Chiesa italiana si mobiliti per il disarmo nucleare. Cattolici scrivono al card. Bassetti

23 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

La Conferenza episcopale italiana chiami i cattolici alla mobilitazione in favore del Trattato sul divieto delle armi nucleari approvato a luglio dall’Assemblea generale dell’Onu (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17). Lo chiedono decine di cattolici – molti laici ma anche diversi preti e religiosi – che hanno firmato una lettera indirizzata al card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, promossa dal movimento Noi Siamo Chiesa, su una «una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana».

«Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare», si legge nella lettera. Un rischio mai superato, che anzi sta progressivamente generando «assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza». Eppure, «pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile», a cui si sono uniti anche molti Stati – quelli liberi da armi nucleari – per «pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo». Ma la marcia dell’umanità, prosegue la lettera, va in un’altra direzione: «La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art. 6 del Trattato di non proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ‘90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali».

Il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio 2017 con il voto favorevole di 122 Paesi è allora un’importante novità, che potrebbe rilanciare la battaglia anti-atomiche. Prevede infatti l’avvio di «trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare» e vieta la «minaccia d’uso» delle armi atomiche, bocciando così la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore». Ma perché sia giuridicamente vincolante ha bisogno della ratifica di almeno 50 Stati. L’Italia – che detiene armi nucleari, benché di proprietà Usa, nella basi di Ghedi (Bs) e Aviano (Pn) –, denuncia la lettera a Bassetti, non l’ha votato, «senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità», ma evidentemente allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici. I grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, e il Parlamento ne ha discusso, «con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione».

«La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato», che invece – si legge nella lettera – ha incassato il sostegno convinto di papa Francesco, il quale, fra l’altro, ha scritto alla presidente della Conferenza Onu in cui si è discusso del Trattato, Elayne Whyte Gòmez: «Mi auguro che questo Trattato – ha affermato il papa – possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata». E poi, il 26 luglio, Giornata mondiale dell’Onu per il disarmo nucleare, ha ribadito su twitter: «Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte».

Anche per questo, Noi Siamo Chiesa ha promosso la lettera a Bassetti: «A partire dalla nostra fede – si legge –, ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostri movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro Paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’articolo11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi». Quindi l’appello finale al presidente della Cei: « Caro card. Bassetti, da lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo».

Don Lorenzo Milani: la parola e la storia

19 ottobre 2017

19 ottobre 2017

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti, alla parrocchia di San Saturnino e a don Marco che ci ospitano, a Nadia Neri e Sergio Tanzarella, che dopo presenterò più ampiamente.

Ci troviamo qui per confrontarci e per ricordare quella figura straordinaria di prete e maestro che è stato don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967).

 

Ripropongo alcuni passaggi essenziali della sua vita e della sua azione pastorale e sociale, anche se molti in sala li avranno ben presenti.

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 in una famiglia della ricca borghesia fiorentina, laica (la madre, di origine ebraica, non è praticante) e colta, che annovera al suo interno importanti intellettuali in diversi campi. A vent’anni si converte al cattolicesimo (apparentemente in maniera abbastanza improvvisa, anche se un recente libro della nipote di don Milani, Valeria Milani Comparetti, Carezzarsi con le parole. Don Milani e suo padre, Conoscenza edizioni, che indaga i rapporti con il padre, evidenzia un rapporto meno distante di quello che si pensava con la religione) e diventa prete. Un prete che da subito si sforza di vivere il Vangelo in modo radicale. Prima accanto e insieme ai giovani operai di Calenzano (borgo tessile nei pressi di Firenze), dove fa il viceparroco e avvia una scuola serale appunto per i giovani operai che non avevano possibilità di leggere, studiare…. Ci sono i primi scontri con la Curia, non per motivi dottrinali – l’ortodossia di Milani non sarà mai messa in discussione – ma politici: siamo negli anni (1948-1953) dello scontro Dc-Pci, don Milani non è comunista, anzi ne prende le distanze (aprendo però le porte ai giovani operai, anche se comunisti), ma nemmeno si allinea ciecamente e supinamente alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953.

E così, nel dicembre 1954, viene mandato a Barbiana, un piccolo borgo, anzi un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello: una parrocchia destinata alla chiusura, dove sarebbe dovuto andare un prete da Vicchio solo per celebrare la messa domenicale, ma che viene tenuta aperta proprio per isolarvi don Milani, giovane prete di 30 anni. A Barbiana, come a Calenzano, don Milani mette in piedi una scuola, la scuola di Barbiana, per i piccoli contadini e pastori del monte Giovi. Un’esperienza dirompente, che denuncia il classismo della scuola italiana degli anni ’50 e ’60 (non c’era ancora la scuola media unica), che fornisce ai suoi allievi – bambini e adolescenti cacciati dalla scuola statale – gli strumenti culturali e critici per essere «cittadini sovrani» e che nel 1967 produrrà quel testo straordinario che è Lettera a una professoressa, stravolto da una falsa lettura sessantottina che la trasforma nel vessillo del “sei politico” – dando la stura, nei decenni successivi, alle numerose accuse a don Milani di essere uno dei responsabili dello sfacelo della scuola pubblica –, ignorando profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe di quel tempo ma sostenitore di una scuola rigorosa e austera (come era quella di Barbiana), ma per tutti e tutte.

Muore nel 1967, per un linfoma che lo dilaniava da anni. «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrive nel suo “testamento”.

 

Abbiamo scelto come titolo di questo incontro “Don Lorenzo Milani: la parola e la storia” perché la parola e la storia sono due possibili chiavi di lettura del ministero e dell’azione di don Milani.

 

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non sono, gli impoveriti, una categoria generica e astorica, ma persone concrete: «Non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio», scrive a Nadia Neri. E sono i giovani operai di Calenzano e i giovanissimi montanari del Mugello.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

 

Passo a presentare Nadia Neri, che alla fine del 1965, quando era giovane studentessa di Filosofia a Napoli – oggi Nadia è una psicoanalista e psicoterapeuta – scrisse una lettera a don Milani. Una lettera che deve aver “bucato”, perché provoca questa straordinaria risposta di don Milani, malato e sofferente, prossimo alla morte. La leggiamo tutta, perché ne vale la pena, dal testo originale, che Nadia conserva e che mi ha donato in fotocopia, anni fa, quando la cercai e andai a trovarla

 

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,

da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.

Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.

So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.

Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.

E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.

Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

 

A Nadia chiedo due cose: di raccontarci la vicenda di questa lettera e di parlarci della lettera ai cappellani militari e della lettera ai giudici di don Milani, che sono poi il motivo che la spinsero a scrivere a un prete lontano, che nemmeno conosceva

Ricordo la vicenda: nel febbraio 1965 un gruppo di cappellani militari in congedo della Toscana attacca gli obiettori di coscienza al servizio militare («I cappellani militari in congedo della regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che,estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»; don Milani legge sulla Nazione di Firenze il comunicato – a Barbiana si leggeva tutti i giorni il quotidiano – e risponde ai cappellani militari; la sua lettera viene pubblicata da Rinascita, periodico del Pci; un gruppo di ex combattenti denuncia Milani, che viene processato; non può andare al processo, perché malato, ma scrive una lettera di “autodifesa” ai giudici; assolto in primo grado, condannato in secondo, se non fosse morto prima; questi testi sono raccolti e pubblicati da Sergio Tanzarella in un libro edito dal Pozzo di Giacobbe che è disponibile in sala)

 

 

Sergio Tanzarella, docente alla Gregoriana di Roma e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, lettore e studioso di Milani da 30 anni,  è uno dei quattro curatori dei due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani, in particolare della Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, e del secondo volume, insieme ad Anna Carfora, che contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata.

Intervento libero. Ringraziandolo per il suo lavoro, che ci consente di leggere don Milani in maniera corretta ed integrale, perché molti, anche in tempi recenti, parlano di Milani senza averlo letto: la lettura sessantottina di Lettera a una professoressa, la prima mistificazione; l’ultima quella di Walter Siti che scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa poi a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile.

[audio completo dell’incontro del 19 ottobre alla parrocchia di San Saturnino martire a Roma con Nadia Neri (dal minuto 18) e Sergio Tanzarella (dal minuto 40):
http://www.mediafire.com/file/hhsw95g55a30649/171019_roma_dmilani_lapatolaelastoria.MP3%5D