Sinodo valdese: corridoi umanitari, no alle leggi contro le moschee

27 agosto 2016

“il manifesto”
27 agosto 2016

Luca Kocci

Verità e giustizia per Giulio Regeni, rilancio del progetto “Corridoi umanitari” e della richiesta ad Italia ed Europa di una politica inclusiva sulle migrazioni, preoccupazione per le leggi “antimoschee” di Lombardia e Veneto, rifiuto della retorica della «guerra di religione». Con l’approvazione di una serie di ordini del giorno, che affrontano sia temi religiosi ed ecclesiali sia questioni sociali e politiche, si è chiuso ieri a Torre Pellice il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi italiane.

L’ultimo atto dei sei giorni di confronto e deliberazioni democratiche fra i 180 “deputati” – che hanno rinnovato la fiducia al pastore Eugenio Bernardini come moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione di metodisti e valdesi – è stato un grido contro il terrorismo, l’islamofobia e la guerra: il Sinodo ha espresso «viva preoccupazione» per «l’escalation del terrorismo di matrice islamista che colpisce in vari Paesi a maggioranza islamica, in Europa e nel resto del mondo», ma anche denunciato «la crescita di un pregiudizio anti-islamico che pretende di associare un’intera comunità di fede al terrorismo e alla violenza jihadista». È «una bestemmia l’associazione del nome di Dio a strategie di terrore, violenza e omicidio», ma non è in corso nessuna «guerra di religione».

Oltre ad argomenti importanti per la vita delle Chiese valdesi e metodiste – a cominciare dall’otto per mille, in calo di poco più del 5% dopo anni di crescita, su cui è stata riconfermata la linea del «nemmeno un euro per il culto» ma tutto alla cultura e al sociale, pur ribadendo che «siamo una Chiesa» –, al Sinodo si è parlato anche di migrazioni, libertà religiosa e di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel febbraio scorso, per cui è stato approvato uno specifico ordine del giorno in cui si chiede a Italia ed Egitto «di proseguire nella ricerca della giustizia e della verità».

Sul tema della libertà religiosa in Italia, severa critica all’approvazione delle leggi sull’edilizia di culto di Lombardia e Veneto, che «limitano diritti costituzionalmente garantiti quali la libertà di coscienza e di religione»: leggi contro tutte le confessioni religiose che non hanno ancora firmato un’Intesa con lo Stato italiano, di fatto veri e propri provvedimenti anti-moschee approvate dalle due Regioni a trazione fascio-leghista. I valdesi rilanciano la necessità di una legge quadro sulla libertà religiosa che superi quella del 1929 sui «culti ammessi» e fanno una proposta: il 17 febbraio, data dell’emancipazione dei valdesi grazie alle lettere patenti del 1848 del re Carlo Alberto (ma anche il giorno in cui, nel 1600, Giordano Bruno fu messo al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione), sia la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

Confermato l’impegno sulla questione migrazioni, con i “Corridoi umanitari” («da progetto pilota potrebbe trasformarsi in un efficace strumento di gestione dei flussi migratori verso l’Europa», ha auspicato il responsabile, Paolo Naso) e l’appello per «una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti», ha ribadito Bernardini. Un pensiero e un atto concreto anche sul terremoto che ha colpito l’Italia centrale proprio durante il Sinodo: la Federazione delle Chiese evangeliche ha aperto una raccolta fondi a favore delle popolazioni per interventi di urgenza.

Valdesi gay friendly

21 agosto 2016

“il manifesto”
21 agosto 2016

Luca Kocci

Comincia oggi a Torre Pellice (To), “capitale” delle valli valdesi piemontesi, il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che contano in Italia circa 30mila fedeli. I 180 “deputati” eletti dalle comunità (90 laici e 90 pastori, più di un terzo donne) si riuniscono fino a venerdì per discutere e deliberare democraticamente su temi ecclesiali e sociali, dall’ecumenismo all’otto per mille, dalle “nuove famiglie” alle migrazioni, questione su cui sono in prima linea con i “Corridoi umanitari”, un programma di arrivo in sicurezza e accoglienza nel nostro Paese di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.

Ne parliamo con il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Corridoi umanitari: quale bilancio si può fare?

L’iniziativa ha un valore prevalentemente simbolico, soprattutto per i suoi numeri modesti: circa 300 persone sono state trasferite in sicurezza in Italia. Ma è stata riconosciuta da parte di Mattarella, del ministro Gentiloni, del papa, come una modalità che governi europei ed istituzioni internazionali dovrebbero replicare per andare incontro a chi non può continuare a vivere in zone devastate dalla guerra e dalla violenza. È la dimostrazione che è possibile affrontare la questione in modo umano e programmato e non solo emergenziale. Serve subito una politica europea diversa, che promuova l’accoglienza e affronti le cause dei conflitti.

Da anni nelle comunità valdesi si benedicono le unioni omosessuali. Ora anche l’Italia ha una legge sulle unioni civili. Siete soddisfatti?

Nel 2010 il Sinodo, dopo un dibattito che ha diviso e lacerato anche la nostra Chiesa, ha accolto la possibilità di benedire unioni di persone dello stesso sesso, con alcuni limiti, perché siamo una comunità di fede, non una “agenzia matrimoniale”: che almeno uno della coppia sia un membro della nostra Chiesa e che i partner mostrino di voler vivere con stabilità la loro unione. Quindi apprezziamo la legge: tutto ciò che aiuta a consolidare i rapporti di solidarietà, di affetto, di sostegno reciproco non indebolisce ma rafforza la società.

E la stepchild adoption?

Quando un rapporto di genitorialità non biologica è già in atto, ci sembra nell’interesse dei minori riconoscere il ruolo del partner anche dello stesso sesso, come del resto già fanno molti giudici. Siamo una Chiesa “gay friendly”, ma in crescita, ci sono ancora opinioni diverse, però indubbiamente delle decisioni sono state prese.

Durante questo Sinodo verrà approvato il documento sulle “nuove famiglie”?

Probabilmente verrà votato nel Sinodo del 2017. Abbiamo voluto chiamarlo “nuove famiglie” perché siamo convinti che esistano vari modi di essere famiglia, ma siamo ancora discutendo. Cerchiamo di trovare fra noi sempre il massimo consenso possibile, non ci basta la metà più uno, anche perché, soprattutto nel campo dell’affettività, se non c’è il pieno convincimento, le vittorie sono fragili e si rischiano dei contraccolpi negativi.

Dopo anni di crescita, le firme per l’otto per mille ai valdesi sono in calo: dalle 604mila del 2012 (40 milioni di euro) alle 562mila del 2013 (37 milioni). Come mai?

Difficile dirlo. Tutti hanno registrato un calo, tranne la Chiesa cattolica (cresciuta di 40mila firme, incasso di 1.018 milioni, ndr), forse anche grazie all’effetto papa Francesco. Ci sono stati nuovi ingressi, ortodossi e battisti, ce ne saranno anche il prossimo anno, buddisti e induisti, quindi potrebbe esserci una nuova flessione. È la conferma che l’Italia è un Paese sempre più plurale.

Nella Chiesa valdese qualcuno avanza delle perplessità sul “nemmeno un euro per il culto”, l’elemento che ha vi sempre caratterizzato, perché ridimensionerebbe il valore del religioso rispetto al sociale. Ci saranno dei ripensamenti su questo punto?

Quando abbiamo aderito all’otto per mille abbiamo deciso di tenere fuori il culto, il mantenimento dei pastori, la manutenzione delle chiese perché pensiamo che ognuno sia libero di sostenere la propria organizzazione religiosa, ma il contribuente che non aderisce ad una fede non deve pagarne i costi. E abbiamo voluto inserire questo punto anche nell’accordo sottoscritto con lo Stato. Quindi per un ripensamento ci vorrebbe prima una votazione del Sinodo e poi una modifica della legge.

Avete intensificato la pubblicità per l’otto per mille, che passa anche sulle reti televisive nazionali. Si tratta di un cambiamento rispetto al vostro tradizionale “basso profilo”…

Destiniamo a pubblicità e comunicazione non più del 3%, essendo aumentate le entrate è cresciuta anche la cifra per la pubblicità, ma non abbiamo cambiato criterio. Abbiamo riflettuto se diminuire questa percentuale, d’altro canto c’è anche chi lamenta di non essere sufficientemente informato. Resta il fatto che occorre aprire un dibattito su come si possano finanziare le organizzazioni religiose. Oggi, per esempio, con l’otto per mille non è possibile sostenere il mondo islamico, ma ci sono flussi di denaro che arrivano dall’estero, non si sa bene da chi, per i bisogni religiosi della popolazione musulmana in Italia. È questa la soluzione? Credo che occorra discuterne e capire se non ci sia un altro modo che consenta un accesso più trasparente alle risorse, sia pubbliche che private.

Il 31 ottobre si aprirà il cinquecentenario della Riforma protestante. Qual è l’attualità di Lutero?

Lutero, come ancora prima i valdesi, ha compreso che la fede cristiana trova il suo massimo valore nell’essenzialità. Lo splendore, le aggiunte che ci sono state nel corso dei secoli hanno offuscato e nascosto la forza di rottura della fede cristiana. Bisogna recuperare l’essenzialità della fede.

Nuova nomina, vecchio stile? Dopo solo due anni il vescovo di Caserta è in odore di trasferimento

9 agosto 2016

“Adista”
9 agosto 2016

Luca Kocci

È arrivato a Caserta poco più di due anni fa, ma il vescovo del capoluogo campano, il focolarino mons. Giovanni D’Alise, sarebbe già sul punto di fare le valige. Da ambienti interni e comunque molto vicini alla curia casertana si dà infatti per certo l’imminente trasferimento di D’Alise alla guida della diocesi di Nola, dove il vescovo Beniamino Depalma ha da poco compiuto 75 anni, rassegnando le canoniche dimissioni per raggiunti limiti di età. Sponsor dell’operazione – a cui mancherebbe solo la firma finale di papa Francesco – sarebbe mons. Giovanni Angelo Becciu, focolarino come D’Alise ed influente monsignore di Curia (romana), sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana (una sorta di ministro degli Interni di Oltretevre) nominato da Benedetto XVI e confermato da Francesco.

Il trasferimento, se confermato, sarebbe quanto meno inusuale. D’Alise infatti, ha 68 anni, e almeno altri sette anni di episcopato davanti a sé, che non sono pochi ma nemmeno così tanti per giustificare l’avvio del ministero in una nuova diocesi. Tanto più che a Caserta è arrivato da pochissimo tempo: nominato da papa Francesco vescovo di Caserta nel marzo 2014 – successore di mons. Pietro Farina, prematuramente deceduto nel settembre 2013 –, è entrato in diocesi nel mese di maggio, poco più di due anni fa, un tempo eccezionalmente breve per l’esercizio di un ministero episcopale.

A meno che non siano intervenute circostanze particolari. E in effetti, pur nella sua brevità, l’episcopato di mons. D’Alise è stato caratterizzato da una serie di episodi che hanno avuto come protagonista – non sempre positivo – il vescovo, a cominciare dalla “blindatissima” e costosissima cerimonia di insediamento (v. Adista Notizie n. 20/14).

Nel luglio 2014, dopo che papa Francesco annunciò che sarebbe andato a Caserta a trovare il suo amico pastore pentecostale Giovanni Traettino, D’Alise mise in campo tutte le proprie amicizie vaticane (in primis il card. Angelo Comastri, oltre allo stesso Becciu)e fece in modo che, due giorni prima della visita alla Chiesa evangelica della riconciliazione del pastore Traettino, il papa andasse a Caserta, per una visita-lampo di poche ore su cui molti preti della diocesi espressero una serie di riserve, per l’improvvisazione con cui era stata preparata e per la rigida censura operata dallo stesso D’Alise sugli interventi dei preti – che ha voluto leggere e vagliare in anticipo – durante l’incontro con il clero casertano («Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione – dissero allora alcuni di loro –. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata»). A febbraio 2015, poi, un nuovo episodio, con l’allontanamento dall’episcopio di un centinaio di scout impegnati in un fine-settimana di formazione che, secondo il vescovo, stava durando troppo e non era stato autorizzato (v. Adista Notizie n. 13/15 e Adista Segni Nuovi n. 23/15). Nella scorsa primavera, l’organizzazione di un percorso sul Giubileo per gli studenti delle scuole casertane a cui venne chiesto un contributo di 4 euro a testa per l’organizzazione; ma alcune scuole – molto poche in realtà – si sfilarono, perché «il Giubileo della misericordia non si paga» (v. Adista Notizie n. 12/16). Infine la chiusura dell’Istituto di Scienze religiose, accorpato a quello di Capua

Insomma una serie di episodi che hanno aumentato i dissensi e i malumori dei confronti di D’Alise, il quale, resosi conto che a Caserta gli spazi stavano diventando per lui sempre più stretti, dopo aver tentato invano di essere spostato a Benevento, starebbe per ottenere, per intercessione di Becciu, il trasferimento a Nola, una diocesi con un territorio più ampio di quello di Caserta – nonché sede di importanti industrie, a cominciare dalla Fiat di Pomigliano d’Arco, dove il vescovo Depalma ha più volte manifestato insieme agli operai (v. Adista Notizie nn. 25, 34 e 52/09 e 27/13) –, ma sicuramente meno importante, per cui non si può parlare di una promozione, semmai di una via di uscita da un ambiente sempre più insofferente al proprio vescovo.

Se il trasferimento di D’Alise a Nola dovesse effettivamente arrivare, sarebbe anche il segnale di un freno al rinnovamento degli ultimi mesi operato dal papa nei confronti delle diocesi campane. Infatti dopo due nomine episcopali di rottura – ed esterne alle tradizionali cordate, rappresentate soprattutto dai cardinali Sepe e Vallini, che hanno di fatto gestito l’episcopato campano nell’ultimo decennio –, come quella di mons. Felice Accrocca a Benevento (prima parroco a Latina) e di mons. Domenico Battaglia a Cerreto Sannita (prima parroco a Catanzaro e presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche fondata da don Mario Picchi), si tornerebbe al passato dei giochi di potere e delle pedine mosse dall’alto. Papa Francesco ci metterà la sua firma?

Si è dimesso Martin Drennan, vescovo che coprì i preti pedofili

30 luglio 2016

“il manifesto”
30 luglio 2016

Luca Kocci

Ci sono voluti sei anni, ma alla fine ha lasciato la guida della diocesi di Galway e Kilmacduagh (Irlanda) mons. Martin Drennan, ex vescovo ausiliare di Dublino, accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori compiuti da alcuni preti della sua diocesi denunciati nei due rapporti governativi – Ryan e Murphy, risalenti al 2009 – che svelarono il pesante coinvolgimento del clero irlandese in uno dei più grandi scandali di pedofilia che ha riguardato la Chiesa cattolica.

Dal punto di vista formale non si tratta di una rimozione. «Il santo padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Galway and Kilmacduagh, presentata da mons. Drennan, in conformità al can. 401 paragrafo 2 del Codice di diritto canonico», si legge nello scarno comunicato della sala stampa vaticana. Ma il paragrafo 2 – a differenza del paragrafo 1, che determina il pensionamento ordinario per raggiunti limiti di età, 75 anni – regola le dimissioni «per infermità o altra grave causa», una formula che spesso nasconde il coinvolgimento dei vescovi in faccende indicibili. E infatti nella nota della Conferenza episcopale irlandese si spiegano le dimissioni «sulla base di motivi di salute e per suggerimento dei medici», e nella breve biografia di mons. Drennan non si fa alcun riferimento alla questione pedofilia.

Insomma, al di là dell’estremo tentativo di nascondere i fatti del passato, quelle di Drennan – che a gennaio ha compiuto 72 anni e quindi avrebbe avuto almeno altri due anni e mezzo di episcopato davanti a sé – sarebbero dimissioni “incoraggiate” dalla Santa sede. Anche se qualche dubbio permane, dal momento che la regola non varrebbe per tutti. Infatti dei sei vescovi chiamati in causa dai rapporti governativi per aver insabbiato i casi di abusi sessuali sui minori – ma che si sono sempre dichiarati non responsabili dei fatti loro addebitati –, Drennan è il quarto ad essere stato pensionato, ma altri due, mons. Eamonn Walsh e mons. Raymond Field, benché abbiano presentato le dimissioni a fine 2009 – quando sul soglio pontificio sedeva papa Ratzinger, che pure mise in riga la Chiesa irlandese dopo la pubblicazione dei rapporti governativi – sono tuttora in servizio come vescovi ausiliari di Dublino. Segno che Oltretevere non sono convinti di un loro effettivo coinvolgimento, oppure che si preferisce fare finta di nulla.

Il primo dei due rapporti, quello della commissione presieduta dal giudice dell’Alta corte Sean Ryan, pubblicato nel maggio 2009, prese in esame un periodo di oltre 60 anni, a partire dal 1936, indagando su oltre 30mila casi di abusi sessuali, fisici e psicologici su minori che vivevano per lo più in scuole, orfanotrofi e riformatori gestiti da enti cattolici. Risultarono coinvolti oltre 800 fra preti, religiosi, suore e laici, molti dei quali appartenenti alle congregazioni dei Christian brothers e delle Sisters of Mercy.

Il rapporto Murphy – pubblicato nel novembre 2009, alla fine di un’indagine condotta da una commissione indipendente incaricata dal governo e guidata dal giudice dell’Alta corte Yvonne Murphy – analizzò invece decine di denunce contro preti e religiosi per abuso sessuale tra il 1975 e il 2004, per valutare le conseguenti azioni delle istituzioni ecclesiastiche. Emerse che «la preoccupazione principale dell’arcidiocesi di Dublino nella gestione dei casi di abuso sessuale su minori, almeno fino alla metà degli anni ‘90, è stata mantenere il segreto, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e preservare il suo patrimonio. Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime erano subordinate a queste priorità. L’Arcidiocesi non ha rispettato le norme del diritto canonico e ha fatto del suo meglio per evitare qualsiasi applicazione della legge dello Stato».

Mons. Bertolone: «La ‘ndrangheta è l’antievangelo». Un secolo di documenti antimafia della Chiesa calabra

28 luglio 2016

“Adista”
n. 28, 30 luglio 2016

Luca Kocci

«Ogni mafia, anche se usa un linguaggio pseudo religioso, è un’organizzazione pagana, atea e areligiosa», e «gli adepti sono degli scomunicati». L’arcivescovo di Catanzaro, mons. Vincenzo Bertolone, ribadisce la condanna senza appello delle organizzazioni mafiose, in particolare della ‘ndrangheta calabrese, la regione di cui, dal settembre 2015, guida la Conferenza episcopale.

L’occasione viene fornita dalla pubblicazione – da parte della casa editrice Tau di Assisi – di un prezioso volumetto che riproduce alcuni dei principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anno dalla Conferenza episcopale calabra (La ‘ndrangheta è l’antievangelo. Un secolo di documenti, pp. 144, euro 12). Una sorta di antologia antimafia che comincia con la Lettera pastorale dell’episcopato calabrese per la Santa Quaresima del 1916, in cui si ponevano le prime basi per una purificazione della pietà popolare, individuando, già allora – e non si può non pensare agli “inchini” di oggi delle statue mariane sotto le case dei boss –, punti deboli come le «processioni, il ruolo dei padrini, la scarsa formazione del clero»; e si conclude, nel giugno 2015, con gli Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare (v. Adista Notizie n. 31/15), che si affiancano e completano la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) il 25 dicembre 2014, la quale definì la mafia «struttura di peccato» (v. Adista Notizie n. 2/15).

Quello della ‘ndrangheta, scrive mons. Bertolone nella presentazione al libro, è «un fenomeno vecchio, capace di trasformarsi continuamente, non parallelo ma intimamente legato al contesto sociale e culturale calabrese» che però viene poi ampiamente superato: a partire dagli anni ’50, aggiunge il presidente della Cec, «le mafie escono dal loro ambito storico dell’onorata società latifondista, trasferendosi dalla campagna alla città, alla Regione, al Paese, al continente europeo e al mondo intero», agendo «come una multinazionale del crimine e degli affari».

In questa storia e in questo percorso si intreccia anche il cammino della Chiesa, dal momento che la ‘ndrangheta – così come le altre mafie – occupa anche lo spazio religioso, utile per lo costruzione del proprio consenso sociale nei territori. Da questo punto di vista, mons. Bertolone riconosce i tentennamenti della Chiesa cattolica, ma rivendica i progressi fatti, soprattutto negli ultimi decenni: ci sono stati «ritardi», che però non possono essere fatti passare «per immobilismo generalizzato, per silenzi, omissioni e in qualche caso larvata connivenza». E vengono citati la Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, la lettera dei vescovi calabresi del 1975 intitolata Episcopato calabro contro la mafia disonorante piaga della società e i documenti della Conferenza episcopale degli anni ’80 e ’90, a cominciare da Educare alla legalità del 1991.

Insomma, conclude Bertolone – che è stato anche postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra 15 settembre 1993 per il suo impegno pastorale e civile antimafia –, «non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché omertosi silenzi di molti», di cui i credenti «sanno e vogliono chiedere perdono»; ma, soprattutto dopo la «svolta» del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a parlare con voce più chiara, chiamando «ateismo e irreligione la sensibilità mafiosa, stigmatizzandone il perverso e diabolico tentativo di scimmiottare riti e linguaggi religiosi, o addirittura adulterare processioni, solennità religiose, santuari e aggregazioni di fede». L’antidoto al «veleno mafioso» è sempre lo stesso: il Vangelo.

Dolore per le vittime ma un chiaro no allo scontro religioso

27 luglio 2016

“il manifesto”
27 luglio 2016

Luca Kocci

Quello avvenuto ieri mattina nella parrocchia di Saint Etienne du Rouvray, vicino Rouen, è il primo attacco terroristico compiuto in una chiesa cattolica europea rivendicato dall’Isis.

Troppo presto per dire se si tratti dell’apertura di un nuovo fronte in Europa. Le modalità dell’azione, nonostante la ferocia dell’atto, in base alle prime notizie che arrivano dalla Francia – due assalitori isolati, armati di coltello – porterebbero ad escluderlo. In ogni caso le reazioni della Santa sede e dell’episcopato francese parlano di dolore e preoccupazione, ma sono soprattutto tese a smorzare ogni possibile “scontro di civiltà” che coinvolga le religioni.

«Il Signore ispiri a tutti pensieri di riconciliazione e fraternità in questa nuova prova», ha scritto il segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, in un telegramma «inviato a nome del santo padre» all’arcivescovo di Rouen, monsignor Lebrun. «È una nuova notizia terribile, che si aggiunge ad una serie di violenze che in questi giorni ci hanno sconvolto, creando immenso dolore e preoccupazione», ha aggiunto il portavoce della Santa sede, padre Lombardi, dicendo che il papa «partecipa al dolore e all’orrore per questa violenza assurda, con la condanna più radicale di ogni forma di odio». E il quotidiano della Santa sede, L’Osservatore Romano, titola a tutta pagina «La semina dell’odio» e scrive, in un fondo del direttore Giovanni Maria Vian: «Va detto e ripetuto ancora una volta, con la stragrande maggioranza degli esponenti religiosi di ogni fede, che le religioni non sono di per sé all’origine della violenza, ma al contrario che in esse vi sono i semi della convivenza e della pace. Semi che possono e devono essere curati e coltivati da ogni essere umano che professi una credenza religiosa, insieme a ogni donna e a ogni uomo di buona volontà», «l’odio seminato per fomentare lo scontro tra culture e tra religioni evocando e agitando fantasmi del passato deve essere in ogni modo respinto e prevenuto da tutti». Ha capito al volo il fascio-leghista Salvini, che si è sfogato su Facebook: «Francia, sgozzano il parroco inneggiando allo Stato islamico. Ma sì, che volete che sia, l’Islam è pace… Saranno contenti quegli uomini di Chiesa che festeggiano il Ramadan e predicano sbarchi, silenzio, accoglienza e sottomissione».

Un messaggio di pace è giunto anche dall’arcivescovo di Rouen, che si trovava a Cracovia, dove ieri è cominciata la Giornata mondiale della gioventù, e che è subito ripartito per la Francia: «La risposta giusta al terrorismo è quella di riunirsi e vivere la fratellanza e l’incontro tra i popoli», ha dichiarato alla Radio Vaticana. «Non vogliamo chiedere allo Stato una protezione particolare, lo Stato deve assumersi le proprie responsabilità, ma io non voglio pensare di pregare con le guardie intorno, le chiese sono sempre aperte e questo deve continuare». E poi un appello «a tutti gli uomini di buona volontà: non fate di tutta l’erba un fascio, vivete nell’amore che non chiede vendetta».

È certo però che l’aggressione di Rouen farà salire la tensione a Cracovia, dove oggi arriverà papa Francesco – che venerdì visiterà anche il lager di Auschwitz Birkenau – e dove fino a domenica si raduneranno centinaia di migliaia di giovani da tutta Europa per il tradizionale mega-raduno biennale della Gmg.

Antimafia sotto attacco nel Casertano: colpita una cooperativa vicina a Libera

26 luglio 2016

“Adista”
n. 27, 23 luglio 2016

Luca Kocci

Quattro ettari di terreno coltivati a noci andati in fumo insieme ad un pezzo del “Giardino della memoria”, i cui alberi ricordano le vittime innocenti di mafia.

È il terzo attentato mafioso in pochi giorni contro le cooperative agricole antimafia. Prima è stata la volta di due aziende calabresi di Goel Bio – il consorzio di cooperative sociali che aggrega gli agricoltori della Locride che si oppongono alla ‘ndrangheta –, le quali si sono viste tagliare gli alberi di ulivo (v. Adista Notizie n. 25/16) ed estirpare le cipolle rosse di Tropea appena messe a dimora (v. Adista Notizie n. 26/16). La scorsa settimana è toccato alla cooperativa “Al di là dei sogni” di Sessa Aurunca (Ce) – aderente al consorzio Nuova cooperazione organizzata (che fa parte della galassia di Libera, di don Luigi Ciotti), il cui acronimo, Nco, fa il verso alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, attiva negli anni ‘70 e ‘80 – che produce ortaggi e frutta su 17 ettari di terreno confiscati al clan Moccia, dando lavoro a più di venti persone con disagio mentale, diverse delle quali provenienti dall’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa.

Le fiamme, appiccate in più punti, hanno risparmiato i terreni e le coltivazioni circostanti, ma hanno completamente distrutto quattro ettari di terra coltivati a noci ed interessato anche una parte del “Giardino della memoria”, boschetto simbolico impiantato dai giovani di “Al di là dei sogni” per ricordare con ogni albero una vittima innocente di mafia, a cominciare da don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe (Ce) ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 per il suo impegno pastorale e civile antimafia (v. Adista Documenti n. 28/94). Sui terreni andati in fiamme è stata fatta ritrovare anche una testa di bufala, per gli inquirenti un segnale di avvertimento.

«Se pensano di fermarci in questo modo, hanno sbagliato i conti. Siamo abituati a non abbassare la testa», ha risposto subito Simmaco Perillo, responsabile della cooperativa “Al di là dei sogni”, parlando ad una cinquantina di volontari arrivati da tutta Italia per i campi estivi di lavoro organizzati da Libera. «Solidarietà alla cooperativa aderente», «condanna» dell’episodio e promessa di «non indietreggiare di un solo passo» sono arrivate dal Comitato don Peppe Diana, Libera Caserta, Forum nazionale dell’Agricoltura sociale e Consorzio Nuova cooperazione organizzata. E Mariano Di Palma, coordinatore della segreteria regionale campana di Libera ha aggiunto: «La cooperativa “Al di là dei sogni” è uno dei segni più importanti del riscatto dei territori campani, una realtà che a Sessa Aurunca con coraggio ha trasformato un pezzo di territorio che prima era in mano alle camorre in una realtà produttiva, credibile, capace di costruire attorno alla cooperativa una comunità che racconta una storia straordinaria. L’attacco che è stato fatto ai danni del bene è un atto vile che però non intimidisce nessuno di noi. Non abbiamo paura. La forza della nostra rete è innanzitutto quella di reagire assieme per liberare i territori. I beni confiscati sono occasione di posti di lavoro, di una nuova occupazione, libera da mafie e sfruttamento. I beni confiscati sono il potere dei segni contro i segni del potere come direbbe qualcuno. E da qualche anno anche di più: una realtà economica del territorio che dimostra che non è semplice testimonianza, ma alternativa reale alle camorre».

Non è la prima intimidazione che la cooperativa “Al di là dei sogni” subisce. Gli attacchi erano cominciati già alla consegna delle chiavi del bene confiscato da parte del Comune di Sessa Aurunca, alla fine di dicembre 2008. La masseria era stata ristrutturata con fondi europei (1.020.000 euro), ma all’ingresso gli assegnatari si erano accorti che i bagni non avevano le finestre e che le porte sbattevano contro i water. Denunciarono tutto e, in risposta, pochi giorni dopo ci furono atti vandalici sui terreni. L’ultimo attentato lo scorso 16 gennaio: alla vigilia dell’arrivo di un gruppo di ragazzi per un periodo di pratica nell’azienda agricola, ignoti hanno distrutto l’impianto idraulico, sfondato porte e finestre, tranciato cavi dell’elettricità e buttato giù due pareti. Per ricominciare, anche questa volta, il prossimo 23 luglio, nell’ambito del Festival dell’impegno civile, a Maiano di Sessa Aurunca, sui terreni di “Al di là dei sogni”, è prevista un’iniziativa di solidarietà.

Dopo gli ulivi, le cipolle. Continuano intimidazioni e furti ai danni delle cooperative anti-‘ndrangheta

15 luglio 2016

“Adista”
n. 26, 16 luglio 2016

Luca Kocci

Mentre ancora si stavano facendo i conti dei danni dell’intimidazione subita da un’azienda agricola di Stilo (Rc) lo scorso 25-26 giugno (v. Adista Notizie n. 25/16), un’altra cooperativa agricola aderente a Goel Bio – il consorzio di cooperative sociali che aggrega aziende agricole calabresi che si oppongono alla ‘ndrangheta –, la coop Briatico Welfare, ha subito un nuovo attacco: nella notte tra il 30 giugno e l’1 luglio, ignoti hanno estirpato e portato via cipolle rosse di Tropea biologiche per un valore di circa ottomila euro, che verrà immediatamente rimborsato dal consorzio.

«Il furto – raccontano dal Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi, di cui Goel Bio fa parte – nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini – è avvenuto ad opera di ignoti che si sono introdotti nei campi coltivati la notte stessa in cui le cipolle erano state messe a dimora a terra, ad essiccare, e si sono dileguati nel buio. Mancavano due ore all’alba quando i rappresentanti della cooperativa si sono recati nel campo a tirare le cipolle e metterle in cassetta nel capannone, ma al loro posto hanno trovato i solchi lasciati dal mezzo con cui presumibilmente ne hanno portato via oltre cinquanta quintali».

Anche qualche altro produttore in zona è stato colpito da analoghi furti, quindi stavolta potrebbe anche non trattarsi di aggressioni ed intimidazioni di matrice ‘ndranghetista, come invece probabile per l’episodio di Stilo e per i numerosissimi attentati di cui sono state fatte oggetto negli anni le cooperative del consorzio Goel (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15. Ma la coincidenza di due atti in meno di una settimana – a Briatico il furto delle cipolle appena impiantate, a Stilo l’abbattimento di 13 alberi di ulivo – contro due aziende agricole aderenti allo stesso consorzio noto per il suo impegno antimafia e per la legalità, non consente di respingere questa ipotesi.

«Ogni volta che veniamo colpiti diventiamo più forti», spiega Vincenzo Linarello, presidente di Goel e direttore dell’Ufficio per la Pastorale del Lavoro della diocesi di Locri-Gerace». «Da una parte ci siamo noi che creiamo sviluppo e lavoro in Calabria, dall’altra parte c’è la ‘ndrangheta che distrugge, ruba e devasta. Il nostro consenso cresce, la gente è dalla nostra parte. Per questo piantiamo 26 alberi di ulivo (a Stilo, dove ne sono stati abbattuti 13, n.d.r.), per far vedere che da ogni aggressione ne usciamo rafforzati!». L’appuntamento con la “festa della Ripartenza” è in contrada Tavoleria, a Stilo, il prossimo 15 luglio.

Escono i gesuiti, entra, o meglio rientra l’Opus Dei

12 luglio 2016

“il manifesto”
12 luglio 2016

Luca Kocci

Escono i gesuiti, entra, anzi rientra, l’Opus Dei.

Dopo dieci anni trascorsi alla guida della Sala stampa della Santa sede, il 74enne gesuita padre Federico Lombardi lascia l’incarico di “portavoce del papa”. Al suo posto arriva il giornalista statunitense Gregory Burke, membro numerario dell’Opus Dei, cioè un laico che ha il vincolo del celibato e che è pienamente inserito nell’organizzazione che Giovanni Paolo II volle eleggere come Prelatura personale, caso unico nell’ordinamento canonico della Chiesa cattolica romana.

Si tratta di una “seconda volta” dell’Opus Dei nell’ufficio che gestisce la comunicazione del papa e, in un certo senso, di un ritorno all’èra Wojtyla: prima di Lombardi, infatti, la Sala stampa vaticana è stata guidata per 22 anni – dal 1984 al 2006, buona parte del pontificato di Giovanni Paolo II – dallo spagnolo Joaquín Navarro-Valls, anche lui numerario dell’Opus Dei.

Arriva anche una nuova vicedirettrice: la giornalista spagnola (corrispondente da Roma per la radio cattolica spagnola Cadena Cope) Paloma García Ovejero, la prima volta di una donna, in linea con quella valorizzazione delle donne anche nei ruoli decisionali più volte proclamata da papa Francesco ma che, fino a ieri, si era vista poco.

È presto per dire cosa cambierà nella comunicazione della Santa sede, bisognerà attendere i nuovi portavoce alle prime prove, da agosto in poi, perché padre Lombardi resterà in carica fino al 31 luglio, quando rientrerà dall’ultimo viaggio internazionale con papa Francesco, in Polonia (per la Giornata mondiale della gioventù), dove visiterà anche il lager di Auschwitz.

Risultano però evidenti tre scelte: l’internazionalizzazione, la laicizzazione e, in un certo senso, una maggiore professionalizzazione della Sala stampa vaticana. Al posto di due religiosi italiani – Lombardi e il vicedirettore padre Benedettini, in carica fino a gennaio, sostituito proprio da Burke – due giornalisti professionisti stranieri e laici (anche se Burke è un laico sui generis, in quanto numerario dell’Opus Dei).

Che non necessariamente, però, significherà una maggiore apertura, visti i profili piuttosto diversi di Lombardi e Burke. Nipote del gesuita Riccardo Lombardi – il “microfono di Dio” che nel triennio 1945-48 arringava le folle per la Dc – e del giurista Gabrio Lombardi – democristiano di destra, che fu presidente del Comitato per il referendum per l’abrogazione del divorzio nel 1974 –, Federico Lombardi da gesuita è stato moderatamente vicino alla linea riformatrice del “generale” (il superiore dei gesuiti nel mondo) Pedro Arrupe e sostenitore delle posizioni di padre Bartolomeo Sorge, e da direttore della Sala stampa vaticana ha mostrato doti di grande equilibrio “gesuitico”, trovandosi a gestire passaggi “storici”, come le dimissioni di Ratzinger, o particolarmente delicati, come Vatileaks. Burke, 56 anni, ha studiato dai gesuiti ma presto si è avvicinato all’Opus Dei, giornalista professionista, ha lavorato come corrispondente da Roma per il settimanale cattolico conservatore National Catholic Register e per Fox News, l’emittente di Murdoch considerata filo-repubblicana, dal 2012 lavora anche in Vaticano, prima come consulente per la comunicazione e, da dicembre, come vice-direttore della Sala stampa, in attesa della nomina di ieri.

Cooperativa antimafia ancora sotto attacco. “Ripartiremo ancora più forti”

10 luglio 2016

“Adista”
n. 25, 9 luglio 2016

Luca Kocci

La firma non c’è, ma quello avvenuto a Stilo (Rc) nella notte fra il 25 e il 26 giugno sembra proprio essere l’ennesimo attentato intimidatorio che ha colpito un piccolo produttore di Goel Bio, il consorzio di cooperative sociali che aggrega aziende agricole della Locride che si oppongono alla ‘ndrangheta (Goel Bio a sua volta fa parte di Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini).

Ignoti si sono introdotti nell’uliveto dell’azienda a conduzione famigliare di Daniele Pacicca, socio di Goel Bio che produce l’olio extravergine di oliva “Carolea”, e a colpi di sega hanno abbattuto tredici alberi di ulivo di venti anni di età. «Quei tredici alberi di ulivo abbattuti sul terreno sono l’icona più rappresentativa del disonore della ‘ndrangheta in terra di Calabria», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel e da qualche settimana di nuovo direttore dell’ufficio della pastorale del lavoro della diocesi di Locri-Gerace. «Il popolo calabrese onesto – prosegue –, con fatica, cerca di creare lavoro e sviluppo in Calabria. Il popolo calabrese onesto pianta alberi di ulivo per produrre olio. La ‘ndrangheta taglia e distrugge gli alberi. Cerca di recidere ogni possibilità di futuro per la Calabria. Questa è l’unica cosa che sanno fare».

Collegare l’atto vandalico alla ‘ndrangheta – benché non vi siano prove evidenti – è piuttosto semplice. «Nella Locride è molto difficile che atti di questo genere non siano eseguiti o perlomeno “autorizzati” dalle cosche», spiega Linarello, che ricorda come a pochi chilometri da Stilo ci sia Monasterace, sede di un’altra azienda aderente a Goel Bio, “A Lanterna”,  fatta oggetto di sette attentati in sette anni, l’ultimo ad ottobre 2015, quando alcune persone si introdussero nel capannone per il ricovero delle attrezzature dell’azienda e lo incendiarono, distruggendolo completamente, insieme anche a tutti gli attrezzi agricoli posti all’interno, tra cui un trattore, il gasolio agricolo e l’attrezzatura meccanica (v. Adista Notizie n. 39/15). E Goel Bio è una realtà che presenta un modello di agricoltura etica e solidale che dà fastidio in «un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che – aggiunge Linarello – vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei calabresi. Per questo abbiamo scelto di stare al fianco degli agricoltori onesti, che resistono giorno per giorno alle pressioni mafiose, che si sono impegnati a rispettare l’ambiente con produzioni biologiche, che si sforzano di promuovere la dignità del lavoro e del territorio».

Dopo l’incendio doloso del 2015 a Monasterace, Goel Bio ha riacquistato il trattore e gli attrezzi agricoli e riparato il capannone per ripartire subito. La stessa cosa accadrà ora, annuncia Linarello: «Goel ripianterà gli alberi di ulivo e farà in modo che, così come è successo a “A Lanterna”, anche l’azienda di Daniele Pacicca possa ripartire ancora più forte e prospera di prima!».


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