«Non ci interessa soccorrere il governo ma solo salvare vite umane»

11 gennaio 2019

“il manifesto”
11 gennaio 2019

Luca Kocci

«Non ci interessa soccorrere il governo, ci interessa accogliere delle persone». Il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), che si farà carico di ospitare una decina dei migranti salvati in mare dalla Sea Watch (probabilmente i nuclei famigliari con i bambini, ma «siamo in attesa di notizie dalle autorità», fanno sapere dalla Fcei), lo dice chiaro: l’iniziativa di evangelici e valdesi italiani non è un abbraccio al trio Conte-Salvini-Di Maio, ma ai migranti lasciati in mare per più di due settimane da un’Europa che chiude i porti e alza i muri.

Del resto è scritto chiaramente nel “Manifesto per l’accoglienza” che Fcei e valdesi hanno approvato l’estate scorsa e affisso in tutte le loro chiese e strutture presenti in Italia: «Respingiamo la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani. Denunciamo la campagna politica contro gli immigrati e i richiedenti asilo. Ci opponiamo alle politiche italiane ed europee di chiusura delle frontiere, di respingimento e di riduzione delle garanzie di protezione internazionale dei richiedenti asilo. Crediamo nella necessità dell’integrazione degli immigrati in una società accogliente, capace di promuovere l’incontro e lo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione».

Pastore Negro, come sono andate le cose?

«Siamo impegnati da anni nel progetto dei corridoi umanitari e solidali con le Ong che effettuano operazioni di salvataggio in mare. Abbiamo una partnership con Open arms, a cui forniamo operatori e contributi economici. Prima di Natale abbiamo firmato un accordo con Sea Watch per le attività degli aerei che sorvolano il Mediterraneo per monitorare la situazione di eventuali naufraghi. Quindi seguiamo la vicenda dall’inizio, tanto che la vicepresidente della Fcei, Christiane Groeben, faceva parte della delegazione internazionale che il 4 gennaio è salita a bordo della Sea Watch per rendersi conto delle condizioni dei migranti e per chiedere una soluzione. Come Fcei, insieme anche alla Diaconia valdese, abbiamo comunicato al ministero degli Esteri la nostra disponibilità ad accogliere i migranti delle due navi, senza oneri per lo Stato, utilizzando i fondi dell’otto per mille e le donazioni di alcune Chiese estere, soprattutto tedesche. E mercoledì sera siamo stati contattati da Palazzo Chigi».

È un soccorso al governo?

«No, non è per niente un soccorso al governo, nel quale tuttavia abbiamo verificato che esistono sensibilità diverse. Da parte nostra c’è disponibilità al dialogo con chiunque, purché l’apertura e la volontà di dialogo sia reciproca».

Di cosa si tratta allora?

«Non ci interessa dare una mano al governo, che abbiamo più volte criticato. Vogliamo invece dimostrare l’assurdità dell’alternativa posta dal ministro dell’Interno che afferma “corridoi umanitari sì, salvataggi in mare no”. Se si accoglie lo si fa su tutti i fronti. Distinguere fra casi e situazioni  è assurdo. Con la nostra iniziativa affermiamo concretamente di fare accoglienza sia attraverso i corridoi umanitari sia con il salvataggio in mare dei migranti».

Il problema non nasce con Salvini e Di Maio…

«Ovviamente è più antico, riguarda anche il governo precedente. Ma anche lì le posizioni non erano tutte uguali: c’era Minniti, ma c’era anche Gentiloni, grazie al quale è stato possibile dare l’avvio all’esperienza positiva dei corridoi umanitari».

Ad agosto c’è stato il caso della nave Diciotti, ora la Sea Watch e la Sea Eye, domani ci sarà una nuova “emergenza”. Come se ne esce?

«Sicuramente non usando la questione immigrazione e i migranti in modo strumentale e populista. La soluzione non è passarsi il cerino da uno Stato all’altro. E nemmeno quella di andare in Polonia a cercare alleanze fra sovranisti. Dalla situazione non si esce facendo proclami di sovranismo. Se ne esce tutti insieme, con una soluzione europea. Per quanto riguarda l’Italia superando leggi sbagliate, come la Bossi-Fini e adesso alcune parti del decreto sicurezza. In generale con una profonda revisione delle politiche di accoglienza, in Italia e in Europa, dove una politica dell’accoglienza non esiste».

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Bergoglio agli ambasciatori: no a «nazionalismi e populismi». E «i governi aiutino i migranti»

8 gennaio 2019

“il manifesto”
8 gennaio 2019

Luca Kocci

«Nazionalismi» e «populismi» stanno riportando indietro l’Europa agli anni venti e trenta, quando queste tendenze «prevalsero» in diversi Stati.

È il passaggio centrale del lungo discorso che ieri mattina papa Francesco ha rivolto agli ambasciatori accreditati presso la Santa sede, ricevuti in udienza in Vaticano per il tradizionale saluto per il nuovo anno. Sono appuntamenti importanti quelli di inizio gennaio con il corpo diplomatico, perché i pontefici si rivolgono direttamente agli Stati (sono 183 quelli che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa sede), indicando l’agenda dei temi che Oltretevere si ritengono più importanti.

Il centenario, nel 2019, dell’istituzione della Società delle Nazioni, ha offerto a Francesco lo spunto per parlare in modo particolare delle relazioni internazionali e dell’insorgere di nuovi nazionalismi, che implicitamente fanno pensare ai vecchi fascismi.

«La Società delle Nazioni entrò in crisi per questi motivi», anche oggi si notano «i medesimi atteggiamenti» e «il riemergere di tendenze nazionalistiche che minano la vocazione delle Organizzazioni internazionali ad essere spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi», ha detto il papa. Per Bergoglio questo è anche «il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo». Si tratta di atteggiamenti che «rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale prevalsero le propensioni populistiche e nazionalistiche». In particolare, ha proseguito il pontefice, «preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia».

A farne le spese sono spesso i più deboli, a cominciare dai migranti. «Ancora una volta – ha aggiunto Francesco – desidero richiamare l’attenzione dei governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici». Quindi non solo persone in fuga dalle guerre – gli unici contemplati da Salvini –, ma anche migranti economici ed “ambientali”.

Un appello che ha rilanciato quello pronunciato domenica, al termine dell’Angelus in piazza San Pietro, quando il papa ha fatto esplicito riferimento ai migranti messi in salvo dalla Sea Watch e della Sea Eye, ancora lasciati in mare dai governi europei, fra cui quello italiano, che per primo ha avviato la strategia della chiusura dei porti. «Da parecchi giorni – ha detto il papa – 49 persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di Ong, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone».

E nel 2019, anniversario di un altro evento storico, quello della caduta del Muro di Berlino, Francesco ha espresso la sua preoccupazione agli ambasciatori per la tentazione da parte di molti, in Europa e nel Nord America, non di abbattere ma «di erigere nuove cortine» per «limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito»: si tratta di «soluzioni parziali», del tutto inutili per affrontare «una questione così universale». Per Bergoglio una «risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati» potrebbero essere i due Global compact sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare». Ma l’Italia non li ha sottoscritti.

Caserta: per il Consiglio di Stato, il Macrico non si vende. Una “vittoria” per mons. Nogaro

7 gennaio 2019

“Adista”
n. 45, 29 dicembre 2018

Luca Kocci

Potrebbe essere stata scritta la parola fine sulla ormai ventennale vicenda del Macrico, un’area di 33 ettari nel cuore di Caserta, nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come “piazza d’armi” e poi alle Forze armate italiane che lo trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, fino al 1994 quando venne assorbito dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc) che in questi decenni ha a più riprese tentato di venderlo al miglior offerente per fare cassa.

Pochi giorni fa il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell’Idsc contro il parere della Soprintendenza e della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Campania che avevano posto il vincolo sul Macrico, così da renderne di fatto impraticabile la vendita a privati, disinteressati all’acquisto di un’area impossibile da mettere a reddito. I supremi giudici amministrativi hanno stabilito che l’area del Macrico è di particolare interesse storico – in particolare in relazione alla storia militare della città, fin dai tempi dei Borboni – e quindi non può essere edificata. L’unica possibilità, a questo punto, pare essere dunque la cessione al Comune, affinché il Macrico venga “restituito” ai cittadini e si possa realizzare quel grande parco pubblico che tanto manca ai casertani. Sarebbe la “vittoria” dell’ex vescovo di Caserta, mons. Raffale Nogaro, che da sempre si è schierato per il “Macrico verde”, anche mettendosi di traverso rispetto ai progetti speculativi dell’Idsc.

La vicenda inizia alla metà degli anni Novanta del secolo scorso. L’area in questione è l’ex-Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati): 324.533 metri quadrati – tre quarti dei quali coperti da alberi e prati – situati nel centro di Caserta. Di proprietà della Chiesa fin dal XVII secolo, nell’Ottocento l’area venne ceduta in affitto ai Borboni che la usarono come Campo di Marte, per le esercitazioni militari; nel dopoguerra, passò alle Forze Armate italiane che la trasformarono in magazzino e caserma, costruendo capannoni in lamiera e amianto ed edifici in muratura per un totale di 500mila metri cubi, occupando circa un quarto della superficie. Negli anni Ottanta, la Curia di Caserta avviò una causa per ottenere la restituzione dell’area che fu vinta nel 1994. Il Macrico tornò così ad essere a disposizione della diocesi e, per legge concordataria, essendo un «beneficio ecclesiastico», ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, con personalità giuridica autonoma, indipendente quindi, dal vescovo della diocesi, al quale deve chiedere l’autorizzazione solo per cifre superiori ai 250mila euro.

Un primo tentativo di vendita venne bloccato nel 2000 dall’allora vescovo di Caserta, mons. Nogaro che, durante il Te Deum di fine anno, pronunciò parole molto dure, arrivando perfino a minacciare le dimissioni, contro un’operazione che rischiava di trasformarsi in una gigantesca speculazione (v. Adista Notizie n. 9/01). E proprio sull’onda di quel Te Deum si costituì un comitato Area ex Macrico (poi comitato Macrico Verde) che, negli anni, si è sempre battuto per salvare il terreno dai numerosi tentativi di vendita ai costruttori – un affare per l’Idsc da almeno 35 milioni di euro – e per farne uno spazio pubblico verde a disposizione di tutta la città (v. Adista Notizie nn. 9, 11, 13, 15, 43, 51, 63, 73 e 87/07; 65/08). Fino a quando riuscì ad ottenere che la Soprintendenza ponesse il vincolo, chiudendo così la questione.

L’Istituto sostentamento del clero però, subito dopo il pensionamento di mons. Nogaro nell’aprile 2009, fece ricorso al Tar, che in un primo momento annullò la decisione della Soprintendenza (v. Adista Notizie n. 8/12). Quando poi il vincolo venne ripristinato, l’Idsc fece un nuovo ricorso al Consiglio di Stato, che qualche giorno fa lo ha respinto, chiudendo definitivamente – sembra – la questione.

La Chiesa di Caserta restituisca alla città come «bene comune indivisibile» il Macrico, sarebbe questa l’unica opera di giustizia possibile, coerente con il Vangelo, con la Dottrina sociale della Chiesa e con le parole di papa Francesco, chiedevano quattro anni fa (v. Adista Notizie n. 29/14), in occasione della visita di papa Bergoglio a Caserta, le associazioni cattoliche e laiche casertane riunite nel comitato Macrico Verde (i padri sacramentini di Casa Zaccheo, le suore orsoline di Casa Rut e della cooperativa NewHope, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani, ma anche Italia Nostra e Legambiente). «Non chiediamo che la Chiesa doni nulla – si legge ancora –, ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti». Chissà cosa ne pensa il vescovo di Caserta, mons. Giovanni D’Alise, che sul Macrico, fino ad ora – ma c’era ancora un procedimento amministrativo in corso – non ha ancora preso una posizione chiara.

“Maratona dell’umanità”: in piazza a Modena, i nomi delle 34.361 vittime dell’Europa dei muri

7 gennaio 2019

“Adista”
n. 45, 29 dicembre 2018

Luca Kocci

«Omar “Susi”, ragazzo, 16 anni, morto schiacciato da un camion nel porto di Ceuta, in Spagna». «N.N., uomo, annegato a largo di Tripoli, dopo che la guardia costiera libica ha impedito l’intervento di una barca di una Ong».

Sono fra i primi nomi della lunghissima lista di 34.361 uomini, donne, bambini e bambine morti nel Mediterraneo, sui sentieri di montagna o lungo le strade e le ferrovie tra il 1 gennaio 1993 e il 5 maggio 2018 nel tentativo di raggiungere l’Europa dall’Africa e dal Medio Oriente compilata dall’associazione olandese United for Intercultural Action (e pubblicata in Italia dal quotidiano il manifesto e dal settimanale Internazionale e in Europa dal britannico Guardian e dal tedesco Tagesspiegel nello scorso giugno).

Tutti i 34.361 nomi vengono letti ad alta voce, in piazza Grande, a Modena, dalle 8 del mattino di sabato 22 dicembre fino alle 13 di domenica 23 dicembre, anche di notte, in una lunga staffetta di voci che si alterneranno in una inedita “Maratona dell’umanità” lunga 29 ore.

C’è il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, l’arcivescovo mons. Erio Castellucci, la parlamentare europea Cecile Kyenge (che il senatore leghista Roberto Calderoli paragonò ad un «orango» e ora andrà a processo per diffamazione dopo che la Corte costituzionale ha sentenziato che l’ex ministro non può godere della «insindacabilità sugli insulti»), i Modena City Ramblers, i rappresentanti delle comunità straniere sul territorio, il mondo della scuola, dell’informazione, dello sport, del terzo settore e tutti i cittadini e le cittadine che vorranno aggiungersi, anche all’ultimo momento.

Molte le associazioni coinvolte, laiche e cattoliche, coordinate dal Centro servizi per il volontariato di Modena: le Acli, Amnesty International, gli scout dell’Agesci, i partigiani dell’Anpi, l’Arcigay, la Cgil, il Coordinamento per la democrazia costituzionale, le Donne in nero, Emergency, Libera, Mani Tese, il Movimento nonviolento, diverse parrocchie e scuole del territorio. Tutte insieme per «riconoscere dignità a ognuna delle persone morte nel mare Mediterraneo o ai confini d’Europa, nominandole una a una, per fermare l’emorragia di umanità che sta abbrutendo la nostra società».

Non solo numeri (che frattanto sono diventati molti di più dei 34.361 “censiti”), ma nomi e soprattutto storie di donne e uomini che non ce l’hanno fatta, respinti dalla Fortezza Europa. C’è chi è annegato nel Mediterraneo; chi ha tentato di attraversare a nuoto il fiume Evros, tra Turchia e Grecia, ed è stato risucchiato dalla corrente; chi è soffocato nel cassone di un camion o congelato sul tetto di un treno; chi è morto di freddo attraverso le Alpi oppure lungo la Balkan Route.

«La maratona dell’umanità è una testimonianza, una sfida a recuperare il senso dell’essere umani e una denuncia della tragedia infinita» provocata dalle politiche dei muri e dei respingimenti, spiegano gli organizzatori. «Un lungo elenco, ma ancora parziale, che prende avvio nel 1993, e attraversa quindi diversi anni e diversi governi, e provoca una vertigine ad ascoltarlo. Per questo vogliamo leggere tutti i nomi della lista, perché nessun uomo è un’isola, e la morte di questi uomini, donne e bambini ci sminuisce. Tutti».

Pedofilia, il papa ringrazia i media: la verità va detta

22 dicembre 2018

“il manifesto”
22 dicembre 2018

Luca Kocci

«Il male degli abusi grida vendetta a Dio». Dopo aver affrontato, negli anni passati, le «malattie curiali» e le resistenze alle riforme, quest’anno gli auguri natalizi di papa Francesco ai cardinali della Curia romana sono dedicati alla «piaga degli abusi» commessi dal clero: «abusi di potere, di coscienza» e soprattutto «sessuali».

«Anche oggi ci sono tanti uomini consacrati che abusano dei deboli, approfittando del proprio potere morale e di persuasione. Compiono abomini e continuano a esercitare il loro ministero come se niente fosse», ha detto il papa. «La Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti, non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso. È innegabile che alcuni responsabili, nel passato, per leggerezza, incredulità, impreparazione, inesperienza o superficialità spirituale e umana hanno trattato tanti casi senza la dovuta serietà e prontezza. Ciò non deve accadere mai più».

Sebbene con molte cautele («dobbiamo giudicare il passato con l’ermeneutica del passato»), l’autocritica c’è. Del resto errori di «sottovalutazione» li ha compiuti lo stesso Francesco, per esempio minimizzando inizialmente il grave scandalo pedofilia del Cile, esploso proprio quest’anno («non ci sono prove, sono tutte calunnie», aveva detto a gennaio). Salvo poi tornare sui propri passi e allontanare fino ad ora sette vescovi colpevoli di aver commesso o coperto abusi sessuali. E tre giorni fa ad essere rimosso perché coinvolto in un caso di pedofilia è stato il vescovo ausiliare di Los Angeles, mons. Salazar.

«A quanti abusano dei minori vorrei dire: convertitevi e consegnatevi alla giustizia umana, e preparatevi alla giustizia divina», ha aggiunto Francesco. Anche se, nonostante le parole del papa, quello della denuncia dei preti pedofili alle autorità civili resta un punto dolente della proclamata “tolleranza zero”. Le linee guida della Cei in tema di pedofilia, per esempio, non prevedono questo automatismo. Chissà se nella nuova versione, attesa per maggio, verrà inserito.

Una parola è anche in difesa dei mezzi di informazione, spesso accusati di cercare volutamente lo scandalo. Francesco sembra non pensarla così: ringrazio quei media, ha detto, «che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime», «lo scandalo più grande è quello di coprire la verità».

Salvini si dice cristiano ma ignora il Vangelo. I vescovi Bettazzi e Bregantini bacchettano il ministro

21 dicembre 2018

“Adista”
n. 44, 22 dicembre 2018

Luca Kocci

Un ministro cristiano contrario al Vangelo. Si tratta di Matteo Salvini (vicepremier e ministro degli Interni) secondo mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presiedente di Pax Christi, come scrive in una breve e perentoria lettera a Corrado Augias, pubblicata su Repubblica, nella sua rubrica delle lettere, lo scorso 8 dicembre

«Egregio dottor Augias – scrive Bettazzi – vorrei chiederle se condivide la mia disapprovazione nei confronti di un ministro che si professa pubblicamente cristiano (nessuno lo ha mai obbligato a farlo), ma poi agisce in modo così contraddittorio non solo con i richiami del papa, ma del Vangelo stesso che (Mt 25, 42-43) dichiara “maledetto” e spedisce al fuoco eterno chi non dà da mangiare all’affamato e chi non visita l’ammalato ed il carcerato, ma anche chi non accoglie lo straniero». Prosegue il vescovo: «Mi si può ribattere che le decisioni politiche sono prese da chi è stato votato ed è giusto; ma se qualcuno rivendica la propria identità cristiana, bisognerebbe che poi fosse coerente per non essere contestato da ogni fratello cristiano».

La risposta di Augias è duplice, una «spiccia», come afferma egli stesso, e una «un po’ più problematica».

«Un ministro che si professa con insistenza cristiano – ecco la risposta “spiccia” –, che arriva al punto di accompagnare i suoi interventi politici ostentando i simboli di quella religione, sfrutta a proprio vantaggio il sentimento religioso popolare, una volta predominante, oggi per la verità un po’ meno». E Augias richiama altri esempi, del recente passato: «Anche Silvio Berlusconi, che di cristiano nel suo comportamento privato aveva così poco, amava ostentare pietà religiosa e attaccamento alla Chiesa. Il suo comportamento a molti piaceva. Quando si produsse in una barzelletta blasfema trovò perfino un eminente prelato di Curia (si trattava di mons. Rino Fisichella, ndr) che lo giustificò asserendo che “le bestemmie vanno contestualizzate” (sic)».

Poi c’è la risposta «più problematico», che analizza gli intrecci tra il potere civile e quello religioso. «Penso a certi atteggiamenti della Democrazia cristiana», scrive Augias (peraltro ricordati anche da Bettazzi: «Già a suo tempo iniziai le mie “lettere aperte” contestando il presidente del Consiglio che giustificava la pratica delle tangenti “perché in politica tutti fanno così!”. Ma allora, ribattei, “non proclamarti cristiano”, sia pure con l’attenuante del “demo”». Oppure «alla conduzione della Conferenza episcopale (e qui è implicito il riferimento al ventennio ruiniano, ndr), dove era evidente un rapporto di reciproca convenienza: noi evitiamo di condannare la vostra indecenza per non danneggiarvi in termini di voti, voi chiudete un occhio sulla nostra riluttanza fiscale (chiamiamola così), sulla conduzione delle scuole confessionali, sull’oggettiva ingiustizia nella distribuzione dei proventi ex 8 per mille».

«Oggi non è più così», ritiene Augias. «Il papato di Francesco ha tagliato con le connivenze di questo recente passato. Anzi, lo ha fatto con tale nettezza da suscitare all’interno stesso della sua Chiesa e della stessa Curia non poche ostilità. Il sant’uomo sta pagando a caro prezzo questo suo desiderio di riavvicinarsi allo spirito evangelico. Un ministro che col Vangelo nulla ha a che spartire cerca di sfruttare i cascami di queste recenti ambiguità». Non lo cita espressamente, ma un appunto a Salvini arriva anche da mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano, su Famiglia Cristiana (16/12): «Non si può invitare a fare il presepe e non accogliere negli Sprar una coppia vera di giovani sposi che hanno avuto un bimbo qualche mese fa e che ora sono per strada (si tratta di Yousef e Faith, genitori di una bimba di sei mesi e in attesa di un altro figlio, che sono stati espulsi dal Centro di accoglienza di Crotone e gettati su una strada, a causa del decreto sicurezza, ndr). Non si può venerare il crocifisso senza aver solidarietà con i crocifissi della storia». Prosegue il vescovo di Campobasso: «Sono molto belle le nostre tradizioni religiose popolari», continua nella sua riflessione Bregantini, «ma guai se ci accontentiamo solo di questa bellezza. Anzi, quello che viviamo in queste dimensioni religiose diventa ipocrisia se non c’è raccordo con quello che si vive nella realtà quotidiana. Si rischia di andare contro il mistero stesso che celebriamo. Non siamo certo contro chi fa il presepe e mette il crocifisso, purché questo gesto sia coerente. Che facciano il presepe, ma non contro qualcuno. Che mettano il crocifisso, ma sapendo che questo non basta. Chi prepara il presepe e appende il crocifisso sappia che mette il cuore dentro una linea di solidarietà».

Un nuovo partito dei cattolici? Intanto un “forum civico”. Il card. Bassetti conferma

21 dicembre 2018

“Adista”
n. 44, 22 dicembre 2018

Luca Kocci

Dopo le indicazioni del vescovo emerito di Prato, mons. Gastone Simoni, sulla rinascita di un nuovo partito ad ispirazione cattolica («Noi proporremo qualcosa di nostro», «un’aggregazione che al Partito popolare di sturziana memoria faccia diretto riferimento») con la regia occulta della Conferenza episcopale italiana e della Segreteria di Stato Vaticana (v. Adista Notizie n. 43/18), è ora il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, a parlare esplicitamente dell’impegno in politica dei cattolici in un’ampia intervista rilasciata ad Avvenire (9/12).

Non si tratta del “partito cattolico” evocato da Simoni, ma di un “Forum civico”, che però del partito potrebbe essere l’anticamera.

«È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica», spiega Bassetti, che poi precisa: è «un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assu mere come bussola dei loro comportamenti quella “visione martiriale” della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all’opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del “martirio quotidiano”. Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell’umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno. Se fosse stato veramente recepito, avremmo superato quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti “cattolici del sociale” e i “cattolici della morale”. Dobbiamo tornare all’unità del messaggio evangelico e capire fino in fondo che la difesa della vita e della famiglia è collegata inscindibilmente con la cura dei poveri, degli ultimi e degli scarti della società».

Ma non si tratterebbe, almeno in una prima fase, di un partito. «Ci sono già tantissime esperienze sul territorio a livello associativo o anche singole iniziative», spiega Bassetti. «Esperienze che forse andrebbero messe in rete in una sorta di Forum civico. Occorrono giovani laici cattolici, trentenni e quarantenni, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura. E che soprattutto sappiano essere il sale della terra. Sappiano cioè parlare e dialogare con tutti coloro, senza distinzione di fede e cultura, che hanno veramente a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa. Senza creare nuovi ghetti e nuovi muri».

C’è già un “programma”, che il presidente della Cei declina come «priorità per il nostro Paese»: il «lavoro precario e la disoccupazione; il fortissimo decremento delle nascite; la famiglia attaccata dalle ideologie, la famiglia che si spezza e la famiglia sola nel vortice quotidiano; i giovani abbandonati e i giovani costretti a lasciare l’Italia per lavoro». Quanto di più distante dalle politiche del governo Lega-5 Stelle: «non bisogna cercare scorciatoie demagogiche o alimentare aspettative illusorie. Soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco del conflitto sociale e occorre affrontare in positivo le questioni dei migranti e dell’Europa».

Si vedrà quello che succederà nei prossimi mesi, anche perché lo spazio per una operazione del genere sembra piuttosto angusto. Intanto però si può dire con certezza che i vescovi sono in movimento.

Un passaggio dell’intervista di Bassetti è dedicato al paventato taglio del fondo per l’editoria. Due settimane fa ci fu l’intervento molto netto contro i tagli annunciati dal Movimento 5 Stelle da parte della Federazione dei Settimanali Cattolici, che riunisce oltre 180 settimanali diocesani (v. Adista Notizie n. 42/18). Ora a parlare è direttamente il presidente della Cei. «Si sta prospettando da diverse settimane il taglio ai contributi pubblici per l’editoria e il pluralismo», dice Bassetti. «Sarebbe uno sbaglio vararlo perché penalizzerebbe non solo Avvenire, ma anche numerose altre testate fra cui quelle diocesane. Testate che danno voce ai territori, che sono espressione di comunità vive e che rappresentano una pluralità di visioni».

La partita si deciderà nei prossimi giorni, quando il Parlamento dovrà approvare la legge di bilancio, già passata alla Camera (senza riduzione del fondo editoria) ed ora in discussione al Senato, dove i tagli potrebbero rientrare dalla finestra tramite un emendamento.

Una maratona con 34 mila nomi di migranti morti

20 dicembre 2018

“il manifesto”
20 dicembre 2018

Luca Kocci

Ci vogliono ventinove ore consecutive per leggere tutti i nomi dei 34.361 uomini, donne, bambini e bambine morti nel Mediterraneo, sui sentieri di montagna o lungo le strade e le ferrovie tra il 1993 e il 2018 nel tentativo di raggiungere l’Europa dall’Africa e dal Medio Oriente.

Verranno proclamati ad alta voce, in piazza Grande, a Modena, dalle 8 del mattino di sabato 22 dicembre fino alle 13 di domenica 23, senza sosta, anche di notte, in una lunga staffetta di voci che si alterneranno in una inedita “Maratona dell’umanità”. Ci sarà il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, l’arcivescovo mons. Erio Castellucci, la parlamentare europea Cecile Kyenge (che il senatore leghista Roberto Calderoli paragonò ad un «orango» e che ora andrà a processo per diffamazione dopo che la Corte costituzionale ha sentenziato che l’ex ministro non può godere della «insindacabilità sugli insulti»), i Modena City Ramblers, i rappresentanti delle comunità straniere sul territorio, il mondo della scuola, dell’informazione, dello sport, del terzo settore e tutti i cittadini e le cittadine che vorranno aggiungersi, anche all’ultimo momento.

Molte le associazioni coinvolte, laiche e cattoliche, coordinate dal Centro servizi per il volontariato di Modena: le Acli, Amnesty International, gli scout dell’Agesci, i partigiani dell’Anpi, l’Arcigay, la Cgil, il Coordinamento per la democrazia costituzionale, le Donne in nero, Emergency, Libera, Mani Tese, il Movimento nonviolento, diverse parrocchie e scuole del territorio. Tutte insieme per «riconoscere dignità a ognuna delle persone morte nel mare Mediterraneo o ai confini d’Europa, nominandole una a una, per fermare l’emorragia di umanità che sta abbrutendo la nostra società».

Non solo numeri (appunto 34.361, che frattanto sono diventati molti di più), ma nomi – quelli pubblicati dal manifesto, lo scorso 22 giugno (e da Internazionale, dal britannico Guardian e dal tedesco Tagesspiegel) con un inserto speciale di 56 pagine della lista curata dall’associazione olandese United for Intercultural Action – e soprattutto storie di donne e uomini che non ce l’hanno fatta, respinti dalla Fortezza Europa. C’è chi è annegato nel Mediterraneo; chi ha tentato di attraversare a nuoto il fiume Evros, tra Turchia e Grecia, ed è stato risucchiato dalla corrente; chi è soffocato nel cassone di un camion o congelato sul tetto di un treno; chi è morto di freddo attraverso le Alpi oppure lungo la Balkan Route.

«La maratona dell’umanità è una testimonianza, una sfida a recuperare il senso dell’essere umani e una denuncia della tragedia infinita» provocata dalle politiche dei muri e dei respingimenti, spiegano gli organizzatori. «Un lungo elenco, ma ancora parziale, che prende avvio nel 1993, e attraversa quindi diversi anni e diversi governi, e provoca una vertigine ad ascoltarlo. Per questo vogliamo leggere tutti i nomi della lista, perché nessun uomo è un’isola, e la morte di questi uomini, donne e bambini ci sminuisce. Tutti».

 

«No alla politica che accusa i migranti di tutti i mali»

19 dicembre 2018

“il manifesto”
19 dicembre 2018

Luca Kocci

«Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali».

Parla al mondo papa Francesco, con il messaggio per la Giornata mondiale della pace (1 gennaio), ma le sue parole di condanna di «xenofobia» e «razzismo» assumono un particolare peso in Italia, dove è in atto una persecuzione contro i migranti, diventata norma di legge con il decreto sicurezza, firmato dal vicepremier-ministro dell’Interno Matteo Salvini e sostenuto dal governo Lega-5 stelle. «Viviamo in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi». Invece, prosegue il papa, «ogni comunità, ogni Paese, ogni continente» sono la «casa» di tutti e tutte, «senza distinzioni né discriminazioni».

Il messaggio per la 52ma Giornata mondiale della pace – inventata da Paolo VI nel 1968 – è dedicato alla politica («La buona politica è al servizio della pace»), «veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza», «forma eminente di carità» (espressione di papa Montini) «se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone».

Ma se politica significa solo «ricerca del potere», essa genera «abusi ed ingiustizia» e diventa «strumento di oppressione, di emarginazione, di distruzione», anche a causa della «proliferazione incontrollata delle armi». I «vizi» della politica secondo Francesco? «La corruzione, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia, il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio».

Anche per questo, conclude, «non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato».

Tagli ai cappellani militari? Sì, anzi no, forse

15 dicembre 2018

“Adista”
n. 43, 15 dicembre 2018

Luca Kocci

In arrivo un taglio alle spese per i cappellani militari? Sì, dice la ministra della Difesa Elisabetta Trenta; il taglio delle spese è già stato effettuato, aggiunge mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare; no, nessuna riduzione, le spese per pagare gli stipendi ai preti-soldato restano di dieci miliardi, dimostrano le tabelle allegate alla legge di bilancio. Forse saranno tagliate, ma non prima del prossimo anno, se e quando il Parlamento ratificherà l’Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze Azrmate siglata da governo e Vaticano lo scorso 8 febbraio (v. Adista Notizie nn. 7 e 11/18). La disputa e la confusione emergono quando Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm), rileva che «nella legge di bilancio anche per il 2019 spuntano fuori la bellezza di 9.410.272 euro destinati a pagare gli stipendi dei 166 cappellani militari. Al grido di “onestà onestà” dopo Tap, Tav, Ilva, F35 e prescrizione, anche un’altra battaglia dei parlamentari grillini della prima ora per eliminare dal bilancio dello Stato i costi dei cappellani militari e farli pagare alla Chiesa, è finita nel cestino della carta straccia». «È evidente – commenta Comellini – che tra il dire e il fare c’è una enorme differenza e anche eliminare le caste e i loro privilegi non sembra essere più tra gli obiettivi dei pentastellati del governo giallo-verde. Infatti, leggere nero su bianco che nel 2019 i cittadini dovranno ancora mantenere un piccolo esercito di preti soldato rende evidente che la capitana Elisabetta Trenta, nonostante il suo ruolo di ministro della Difesa, non ha potuto fare altro che genuflettersi, come i suoi predecessori, ai piedi dell’onnipotente generale-monsignore Santo Marcianò, capo dell’Ordinariato militare. Nonostante il numero dei preti-soldato sia leggermente diminuito rispetto agli anni scorsi, la spesa è rimasta sostanzialmente invariata e ciò è dovuto anche agli effetti economici del riordino delle carriere dei militari, fortemente voluto dalla ex ministra Pinotti. Riforma che ha aumentato a dismisura il numero dei dirigenti militari, compresi i cappellani».

La ministra Trenta – che guida il dicastero della Difesa ed è coniugata con un alto ufficiale delle Forze Armate, nuovo genere di conflitto di interessi non ancora censito – replica, piccata, in una dichiarazione all’AdnKronos. «Chi ha parlato di giravolta – afferma la ministra – ha diffuso un’altra grandissima fake news perché è esattamente il contrario: in base a un’intesa siglata tra lo Stato italiano e lo Stato vaticano andiamo verso una rivisitazione dell’ordinamento dei cappellani militari, che tra le altre cose prevede un taglio dell’organico e una riduzione del trattamento economico accessorio per un risparmio che, secondo le nostre stime, dovrebbe raggiungere quasi i 3 milioni di euro all’anno. Gli uffici competenti, dietro iniziativa della Presidenza del Consiglio dei ministri a cui compete la materia, stanno valutando le vie normative percorribili per concretizzare quanto prima l’Intesa».

Quindi è la volta di mons. Frigerio, che taglia corto: abbiamo già dato! «Oggi noi cappellani militari siamo 140 – spiega all’AdnKronos il vicario generale dell’Ordinariato militare nonché generale di divisione. L’organico ne prevede 204, il che significa che siamo sotto organico di 64 unità». «L’ordinario militare Santo Marcianò, nominato dal papa nel 2013, sta facendo un’ottima selezione. I criteri naturalmente sono diventati più stringenti anche alla luce degli scandali nella Chiesa. Di fatto, anche oggi facciamo risparmiare il bilancio dello Stato per necessità. Dal 2012 ad oggi, il risparmio è all’incirca pari a 30 cappellani all’anno. Nel 2018, contrariamente a quanto si è conteggiato, i cappellani militari sono costati cinque milioni di euro allo Stato, non nove milioni».

Nel caos di dichiarazioni, controdichiarazioni e soprattutto numeri in libertà, la situazione pare invece abbastanza chiara.

Le cifre per il 2019 sono quelle presenti nella tabella allegata alla legge di bilancio in discussione al Parlamento, ovvero una spesa di 9.410.272 euro (più o meno la stessa cifra che lo Stato spende ogni anno, dal 2015). Detto questo, è vero che nel febbraio 2018 Italia e Santa Sede hanno siglato una bozza di intesa sull’assistenza spirituale alle Forze Armate. Ma questa Intesa, non essendo ancora stata ratificata dal Parlamento, al momento è inapplicata. E anche quando lo sarà, non è detto che le cose cambino in maniera sostanziale, dal momento che «l’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiegava la nota di Palazzo Chigi che annunciava il raggiungimento dell’accordo sullo schema di Intesa. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Quindi resta tutto: gradi e stipendi. I quali, in base alle tabelle ministeriali dopo il “riordino delle carriere”, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126.576 euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di Corpo d’armata); 103.956 per il vicario generale (generale di divisione); 85.848 per il terzo cappellano capo (colonnello); 62.995 per il secondo cappellano capo (tenente colonnello); 58.326 per il primo cappellano capo (maggiore); 48.810 per il cappellano capo (capitano); 43.621 per il cappellano addetto (tenente).

Unica novità prevista dall’Intesa sembra essere la riduzione di circa 40 unità del numero dei cappellani, con un risparmio per lo Stato di un paio di milioni di euro.

Ma fino a quando il Parlamento non ratificherà l’Intesa, tutto resterà come prima. Il 2019 sarà l’anno buono?

In ogni caso, di smilitarizzazione dei cappellani militari, come da decenni chiedono Pax Christi e le Comunità di base, nemmeno a parlarne.