La rivolta dei vescovi contro l’«arruolamento» di Giovanni XXIII nell’esercito

24 settembre 2017

“il manifesto”
24 settembre 2017

Luca Kocci

No a papa Giovanni in mimetica, anfibi ed elmetto. Cresce fra i cattolici la protesta contro la decisione vaticana di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’esercito.

Quattordici vescovi e alcune personalità del mondo cattolico (fra cui don Ciotti, padre Zanotelli, lo storico Alberto Melloni, la presidente delle teologhe italiane Cristina Simonelli) hanno firmato una lettera aperta, promossa da Pax Christi, che esprime «profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII papa quale patrono presso Dio dell’Esercito italiano» e chiede di «rivedere la decisione».

Sono stati l’Ordinariato militare, guidato dall’arcivescovo-generale di corpo d’armata Marcianò, e i vertici delle Forze armate a volere fortemente papa Roncalli patrono dell’esercito. Lo scorso 17 giugno l’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha firmato il decreto di proclamazione. E il 12 settembre, nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, mons. Marcianò lo ha consegnato al generale Errico, presente la ministra della Difesa Pinotti.

Nel mondo cattolico pacifista è subito montata la protesta: Pax Christi per prima ha criticato la scelta; mons. Nogaro, ex vescovo di Caserta, ha qualificato come «infamia» questo «patronato militaresco»; Noi Siamo Chiesa ha parlato di «sopruso che offende il Vangelo».

Ora la lettera aperta, sottoscritta da quattordici vescovi (fra cui i presidenti di Pax Christi International e Italia) che contestano la decisione e chiedono alla Santa sede di ripensarci. «Come può il papa della Pacem in terris, del Concilio Vaticano II e del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si legge. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ricorda la Pacem in terris». Troppo spesso «la parola pace è usata per mascherare operazioni di guerra», invece «riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace». Piuttosto papa Giovanni sia «proposto a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti».

Domani si apre l’assemblea della Cei, la prima guidata dal nuovo presidente card. Bassetti, a cui pure è indirizzata la lettera: manifesterà la propria perplessità? Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. A meno che lo stesso Francesco o qualcun altro in Vaticano non ordini il dietrofront.

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Il “papa buono” mette l’elmetto. Giovanni XXXIII nuovo patrono dell’esercito

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

“Patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. È il nuovo titolo attribuito a Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris, l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», ovvero «estranea alla ragione».

Lo ha stabilito un Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (Prot. N. 267/17), firmato lo scorso 17 giugno dal prefetto, l’ultraconservatore card. Robert Sarah, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco». Pare difficile pensare che papa Francesco ne sia stato tenuto all’oscuro, anche se l’agenzia Ansa afferma di aver appreso «da qualificate fonti vaticane» che «la Segreteria di Stato della Santa Sede non è stata informata». In ogni caso, se tutto fosse avvenuto ad insaputa e contro la volontà di Francesco, il papa non avrebbe che da annullare il Decreto della Congregazione. Ma c’è anche chi, come lo storico Alberto Melloni, sostiene su Twitter che «il decreto del card. Sarah su Roncalli patrono dell’esercito è nullo: i patroni li chiedono le conferenze episcopali».

Il 12 settembre, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito a cui hanno partecipato, fra gli altri, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, il capo di Stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano, alcuni ordinari militari emeriti (mons. Gaetano Bonicelli, mons. Giuseppe Mani e mons. Giovanni Marra), l’attuale vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Santo Marcianò, ha consegnato il Decreto vaticano al generale Danilo Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi) – rivela ad Adista mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, nonché generale di divisione – il papa riceverà 7mila militari in Vaticano e poi sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro (v. nelle notizie successive).

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 1996 quando, dopo la consegna, il 3 novembre, da parte dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, della Bandiera di guerra all’Esercito, inizia a circolare l’idea di un santo patrono anche per l’Esercito, unica forza armata “orfana” (l’Aeronautica aveva già la Madonna di Loreto e la Marina santa Barbara). Nel 2002, l’ordinario militare di allora, mons. Mani, lancia il nome di Giovanni XXIII. Con il suo successore all’Ordinariato, card. Angelo Bagnasco – poi alla guida della Cei –, la proposta di papa Roncalli prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate. Le iniziative per promuovere la devozione a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano si moltiplicano, e decollano durante gli ultimi due ordinari militari, mons. Vincenzo Pelvi e mons. Marcianò, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nel Decreto vaticano che lo proclama patrono dell’Esercito, commentato con grande enfasi anche sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dal teologo don Ezio Bolis.

Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è decisamente più complesso. Nell’ottobre 1901, il futuro Giovanni papa XXIII abbandona temporaneamente gli studi teologici presso il seminario per prestare servizio nel Regio esercito italiano al posto di suo fratello Zaverio, la cui presenza era necessaria in famiglia, a Sotto il Monte (Bg), per il lavoro nei campi. Dopo un anno di ferma presso la caserma Umberto I di Bergamo – dove viene promosso sergente ed evidenzia doti di ottimo tiratore –, a novembre si congeda e, in una lettera al rettore del seminario di Bergamo, mons. Vincenzo Bugarini, dove studia, scrive: «Finalmente sono ritornato chierico un’altra volta e per sempre anche nell’abito. Appena uscito di caserma mi sono spogliato dell’uniforme aborrita, ho baciato piangendo la mia cara sottana e sono tornato fra i superiori e i parenti fatto più degno della loro compagnia. “Iam hiems transiit, imber abiit et recessit”. L’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata». E pochi giorni dopo, riporta nei suoi Diari: «Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio anno di vita militare l’ho ben toccato con mano. Oh, come l’esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare la città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta?». Un giudizio che negli anni successivi verrà parzialmente sfumato, ma mai al punto da assumere connotazioni interamente positive.

Il 23 maggio 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, Roncalli viene richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di «sergente di sanità», poi – dal 28 marzo 1916 al 10 dicembre 1918 – come cappellano. Il clima interventista lo condiziona profondamente, come del resto capita anche a don Primo Mazzolari. «L’amore di patria non è altro che l’amore del prossimo, e questo si confonde con l’amore di Dio», scrive Roncalli ai fratelli, auspicando però una rapida fine del conflitto. Eppure alla fine della guerra, riemerge la profonda avversione alla vita militare che già aveva espresso in passato. «Deo gratias», scrisse nelle sue Memorie. «Mi sono recato all’Infermeria presidiaria per la mia visita di congedo alla Direzione dell’ospedale militare; e tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, n.d.r.). Con quanta gioia l’ho fatto!». Ma ora, a Roncalli, viene di nuovo fatto indossare l’elmetto.

Giù le mani dal papa della “Pacem in Terris”. Le reazioni del mondo cattolico

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina (il 12 settembre, n.d.r.). Voglio informarmi molto bene dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione». Cade dalle nuvole il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana alla notizia che Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano (v. notizia precedente). Del resto, come spiega mons. Angelo Frigerio, vicario generale militare, nell’intervista rilasciata ad Adista (v. notizia successiva), Ordinariato militare e Stati maggiori delle Forze armate hanno aggirato la Cei bussando direttamente alla porta del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Ma anche in Vaticano si avanza qualche dubbio: «Penso che questa mossa sia nata dalla buona volontà di persone che vogliono avere un loro patrono. Però bisogna stare attenti a non manipolare i santi», dichiara mons. Silvano Maria Tomasi, membro del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Molto critiche, invece, le reazioni di altri vescovi, movimenti e associazioni, a cominciare da Pax Christi.

 

Mons. Ricchiuti (Pax Christi): è il papa della pace, non degli eserciti

«Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’Enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale che, non lo possiamo dimenticare, fu definita da Benedetto XV “inutile strage”. È molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Pensare a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito lo ritengo anticonciliare anche alla luce della forte ed inequivocabile affermazione contenuta nella Pacem in terris: “Con i mezzi di distruzione oggi in uso e con le possibilità di incontro e di dialogo, ritenere che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace è fuori dalla ragione, alienum a ratione”. È “roba da matti”, per usare un’affermazione di don Tonino Bello, anch’egli presidente di Pax Christi fino al 1993. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il papa buono, il papa della pace, e non degli eserciti. Sono certo che questo sentire non sia solo di Pax Christi, ma di tante donne e uomini di buona volontà, a cui chiediamo di unirsi con ogni mezzo a questa dichiarazione per esprimere il proprio rammarico per una decisione che non rappresenta il sensus fidei di tanti credenti che hanno conosciuto Giovanni XXIII o che ne apprezzano la memoria di quella ventata profetica che ha indicato alla Chiesa nuovi sentieri di giustizia e di pace».

 

Mons. Nogaro: un patronato militaresco scandaloso

Interviene anche l’ex vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che dice ad Adista: «Mi chiedo se il “papa buono” può essere vituperato con questa arbitraria designazione. Oggi che si deve gridare contro il commercio e l’uso delle armi, ogni genere di armi, è una infamia scegliere papa Giovanni come patrono dell’Esercito italiano. Le forze armate di tutto il mondo sono la minaccia del mondo. Ed è qualcosa di ignobile pensare che chi ha operato sempre per la pace, come per esempio nella crisi di Cuba, venga usato come patrono. La serenità e il sollievo che ci fu nel mondo dopo il rischio di quella guerra nucleare si devono solo a papa Giovanni. Mi fa quindi orrore questa speculazione sulla sua immagine. Questo “patronato militaresco” scandalizza nella forma più forte perché ribalta i valori. Il papa che ha vissuto e ha pagato per la pace viene costretto a diventare il protettore delle armi e di quelli che le usano».

 

Comunità papa Giovanni XXIII: una forzatura

Severo il giudizio dell’associazione che di papa Roncalli porta il nome, la Comunità papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. «Tra le nostre fonti di ispirazione c’è proprio il Magistero di pace di papa Giovanni XXIII e il suo modo di operare sempre teso a favorire l’incontro e non il conflitto», spiega Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità. «Ci sembra decisamente una forzatura farlo diventare patrono di un esercito – prosegue –. Ci sembrerebbe più opportuno che il papa buono potesse essere patrono degli operatori di pace, a partire dai tanti giovani che svolgono con noi il servizio civile nelle zone di conflitto, per “sanare le ferite e costruire ponti”, come ha recentemente invitato a fare papa Francesco. Preghiamo che il Signore illumini i cuori per una scelta che tenga conto del sentire dell’intero popolo di Dio».

 

Noi Siamo Chiesa: un sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista

«Radicale dissenso» esprime il movimento Noi Siamo Chiesa: «Il “complesso” militare-clericale, che da venti anni si è organizzato per raggiungere questo obiettivo con il contributo dei vescovi  militari e, in particolare, del card. Angelo Bagnasco (già generale di Corpo d’armata), ha raggiunto i suoi scopi. Essi sono  quelli di dare “copertura” pastorale e mediatica a strutture che di evangelico non hanno niente e che sono in aperta contraddizione con i messaggi di pace con cui papa Francesco interviene tutti i giorni», si legge in una nota del movimento. «Il papa della Pacem in terris, della mediazione nella crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della Gaudium et Spes, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a favore  della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche  delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in Afghanistan (2001), in  Iraq (2003) e in Libia (2011). Non possiamo che manifestare il nostro radicale dissenso, tanto più doloroso e significativo se questo Decreto è stato condiviso, magari obtorto collo, da papa Francesco». Prosegue Noi Siamo Chiesa: «Ci chiediamo perché i vescovi italiani siano stati, come sembra, del tutto ignorati dal Vaticano nel prendere questa decisione che ad essi, secondo logica, avrebbe dovuto eventualmente spettare. È questa la riforma della Curia romana che si vuole fare? Ci chiediamo poi che senso abbia un patrono dell’esercito italiano a fronte di possibili patroni celesti di altri eserciti, magari destinati su questa terra a combattersi. Ci viene alla mente la logica perversa dei soldati italiani che durante la Grande guerra, in nome del Re e del loro Dio cattolico, sul Carso combattevano gli austriaci che vi si opponevano  in nome del loro imperatore e del loro “diverso” Dio cattolico. Pensiamo/speriamo che questa situazione non passi sotto silenzio nel mondo cattolico italiano, che non sia ovattata  con belle ed ipocrite parole, ma che ci sia invece una vera e propria reazione di fronte a quello che riteniamo essere un vero e proprio sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista che si ispira al messaggio di papa Giovanni».

 

Efrem Tresoldi (Nigrizia): un oltraggio alla memoria del papa

«La nomina di san Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano è un oltraggio alla memoria del papa che dentro la Chiesa e nella società ha lasciato il segno come uomo di dialogo e di pace», scrive p. Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, mensile dei missionari comboniani. «È stato affermato che Giuseppe Angelo Roncalli, papa dal 1958 e promotore del Concilio vaticano II, è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale. Una giustificazione che non tiene conto dell’evoluzione umana e spirituale del papa che, il 25 ottobre 1962, contribuì a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando di persona tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e facendo rientrare la “crisi dei missili a Cuba”. L’enciclica Pacem in terris è la incontrovertibile testimonianza dell’impegno di un uomo che ha creduto nel dialogo e nella continua ricerca della pace tra i popoli. Gli insegnamenti dell’enciclica risultano ancora più validi oggi». Per questo, conclude Tresoldi, «Nigrizia si associa a quella vasta parte del mondo cattolico, Pax Christi in testa, che contesta la nomina voluta dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, e avallata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Una nomina che contrasta con il pensiero e con l’azione del santo papa. Si vorrebbe, al contrario, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da armi e da eserciti, e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva per disinnescare e risolvere i conflitti».

 

Mao Valpiana (Movimento nonviolento) e Vito Mancuso: magari ri-convertirà l’esercito

«L’idea di nominare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano è certamente un errore. La vita e l’apostolato di Angelo Roncalli, il “papa buono”, il pontefice della Pacem in terris, testimoniano una tensione verso l’arte della pace più che l’arte della guerra», commenta Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento e direttore di Azione nonviolenta, che però esprime un auspicio: «Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, è stato un segno dei tempi in vita, chissà che non lo sia in futuro anche come protettore dell’Esercito, capace di ri-convertirlo in esercito di pace, esercito della difesa civile non armata e nonviolenta. La provocazione lanciata dall’Ordinariato militare si può trasformare in un boomerang: la protezione di papa Roncalli potrebbe scuotere dalla fondamenta ruolo e funzione dell’esercito. Sarebbe bello, uno di quei “miracoli” che a volte i santi riescono a fare…».

Sulla stessa linea il teologo Vito Mancuso, su Facebook: «Molti polemizzano perché, avendo egli scritto la Pacem in terris, questa scelta non sarebbe coerente con la sua storia e, da pacifista, lo si trasformerebbe in un militarista. Ma è proprio così? La Pacem in terris è ancora lì, così come gli altri testi di Giovanni XXIII, e ora che è il loro santo patrono, i militari potranno essere un po’ più sensibili alle sue argomentazioni. Non è questa forse un’opportunità? Io non capisco bene il senso dei “santi patroni”, ma ammettendone il senso chi avrebbe dovuto essere il patrono dell’esercito? Un guerrafondaio come Bernardo di Chiaravalle, banditore della crociata e elogiatore dei templari? O Pio V che fece sterminare i valdesi di Calabria? Io penso che la scelta di Giovanni XXIII con la sua carica profetica possa fare del bene all’esercito. Insomma papa Francesco e chi l’ha consigliato a mio avviso non hanno sbagliato».

 

Sergio Tanzarella: un arruolamento forzato e mistificatorio

Il parere dello storico, Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa nella Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale e all’Università Gregoriana di Roma: «Mi meraviglio che il generale-vescovo Marcianò abbia fatto un passo così sconsiderato», spiega ad Adista. «Mentre papa Francesco va in pellegrinaggio sulla tomba di Mazzolari, il parroco di Tu non uccidere e che della I guerra mondiale progressivamente comprese e denunciò l’inganno, e sulla tomba di don Milani, il prete autore della lettera ai cappellani militari, il generale-vescovo Marcianò arruola il povero san Giovanni XXIII alla protezione delle Forze armate. Un’iniziativa dissennata, fondata soprattutto sull’ignoranza e sulla superficialità. Chiunque legge gli scritti di Roncalli si avvede di questa profonda riflessione sulla pace e sul progressivo rifiuto di tutte le guerre. La Pacem in terris non lascia dubbi. Ma ancora prima il papa era stato esplicito già nella enciclica Ad Petri cathedram: “Se ci diciamo e siamo fratelli, se siamo chiamati ad una medesima sorte nella vita presente e nella futura, come è mai possibile che alcuno tratti gli altri da avversari e da nemici? Perché invidiare gli altri, suscitare odio e rivolgere armi micidiali contro i fratelli? Abbastanza si è combattuto fra gli uomini. Troppi giovani nel fiore dell’età hanno versato il loro sangue. Già troppi cimiteri di caduti in guerra esistono, e ci ammoniscono, con voce severa, a raggiungere una buona volta la concordia, l’unità, una giusta pace. Pensi quindi ognuno, non a ciò che divide gli animi, ma a ciò che li può unire nella mutua comprensione e nella reciproca stima”. Si tratta quindi di un arruolamento forzato e mistificatorio – prosegue Tanzarella –. Ancora più stupore suscita il fatto che i vertici della Cei e molti vescovi dichiarino di essere stati totalmente tenuti all’oscuro. Ma il generale-vescovo a chi esattamente risponde? A papa Francesco o al ministro Pinotti? Con chi si confronta, con i confratelli vescovi o con i generali? E la collegialità, la comunione, la sinodalità sono solo belle parole per i convegni? Davanti a questa violenza fatta a un santo papa che della pace fece il suo motto, esse sembrano cancellate dalla potenza degli Stati maggiori. Ma non sarà certo papa Giovanni a proteggere le ennesime guerre italiane mascherate ancora da missioni di pace: Iraq, Serbia, Afghanistan grondano sangue inutilmente versato di cittadini inermi. E nulla potrà papa Giovanni per i tanti soldati italiani colpiti da tumori a causa dell’esposizione all’uranio impoverito e che ancora muoiono nel totale abbandono. Se lo hanno fatto patrono per questo hanno proprio sbagliato santo, e certo anche religione».

 

“Nessuna contraddizione. La pace si difende anche con l’esercito”. Intervista a mons. Frigerio

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«Buongiorno mons. Frigerio». «Ah Adista, avete sempre il colpo in canna voi!». «No monsignore, non usiamo armi, siamo pacifisti». «Ma anche io sono pacifista!». Comincia così la nostra conversazione con mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare – nonché generale di divisione – sulla proclamazione di Giovanni XXIII a patrono dell’Esercito italiano.

Allora monsignore, come sono andate le cose?

«Il 17 giugno 2017 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha emanato un decreto, firmato dal prefetto card. Robert Sarah ma con il mandato del papa, che accoglie la proposta dell’Ordinariato militare di eleggere san Giovanni XXIII “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”».

Papa Giovanni autore della Pacem in terris e patrono dell’Esercito: non le sembra una contraddizione?

«No, per niente. Giovanni XXIII può essere patrono di tante cose. Magari domani verrà scelto anche come patrono della pace universale».

Ci illustri il percorso che ha determinato questa scelta.

«Comincia il 3 novembre 1996, quando il presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, consegna la Bandiera di guerra all’Esercito italiano, e l’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Giuseppe Mani, la benedice. Allora nell’Ordinariato militare, tra i cappellani e tra molti militari si inizia a pensare alla possibilità di un patrono per l’Esercito, anche perché avere un patrono per tutta la Forza armata può contribuire a riscoprire unità, identità e appartenenza. Ci si ragiona, si discute, nel 2002 si decide che in effetti è opportuno individuare un patrono per l’Esercito, e con mons. Mani si fa il nome di Giovanni XXIII. La proposta viene presentata ufficialmente al nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Angelo Bagnasco, il quale dà il suo consenso. Anche i vertici delle Forze armate – in particolare il capo di Stato Maggiore, Giulio Fraticelli, e il generale Emilio Marzo – approvano, e così si comincia a promuovere e a proporre la devozione alla figura di papa Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano».

Sono tutti convinti della scelta?

«No, infatti a seguito di qualche dubbio riscontrato in seno alla “compagine ecclesiale”, in accordo con il nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, nell’autunno 2008 mi reco personalmente a Sotto il Monte (Bg), paese natale di Roncalli, a far visita all’arcivescovo emerito di Loreto e già segretario particolare di Giovanni XXIII, mons. Loris Capovilla, il quale manifesta con entusiasmo e commozione il suo pieno e convinto assenso e incoraggiamento a continuare con determinazione nel progetto di avere papa Giovanni come patrono dell’Esercito».

Mons. Pelvi però nega che tale consenso ci sia stato. Al giornalista Carlo Di Cicco ha riferito che Capovilla “non mi ha detto niente in proposito perché nulla ho mai chiesto a lui in proposito”. Comunque mons. Capovilla è morto, non può né confermare né smentire. Andiamo avanti…

«Nel dicembre 2009, presso Palazzo Esercito, la sede dello Stato maggiore, viene inaugurata la cappella dedicata a papa Giovanni dove sono conservate alcune sue reliquie. Quindi il successore di mons. Pelvi, l’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’Esercito, Claudio Graziano prima e Danilo Errico poi, portano a termine l’itinerario che, con il decreto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, conduce alla definizione di san Giovanni XXIII quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, in Vaticano ci sarà un’udienza speciale di papa Francesco a 7mila militari, accompagnati dall’ordinario mons. Marcianò e dal capo di Stato maggiore, e poi, durante la messa, l’annuncio del nuovo patrono».

Come mai la scelta è caduta proprio su Giovanni XXIII?

«Perché ha svolto il servizio militare, da cui è stato congedato come sergente. E perché, insieme ad altri diecimila ecclesiastici, nel 1915, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, è stato richiamato come sergente di sanità, prima di diventare cappellano militare, fino al congedo definitivo del 1919. Il resto lo conosciamo: nunzio apostolico, patriarca di Venezia, papa, iniziatore del Concilio Vaticano II, autore della Pacem in terris».

Ecco appunto, la Pacem in terris. Ribadisco: non le pare una contraddizione che il papa della pace sia patrono dell’Esercito italiano?

«No, perché il papa della Pacem in terris era già papa quando l’11 giugno 1959 ricevette in Vaticano i cappellani militari in congedo, che avevano fatto la prima e seconda guerra mondiale, e ricordando questi periodi disse loro: “L’anno di volontariato sui vent’anni (la prima guerra mondiale, n.d.r.) fu anzitutto per Noi assai utile e fecondo, perché, permettendoci una vasta conoscenza di persone, in condizioni tutte particolari di vita, Ci diede la preziosa possibilità di penetrare sempre più a fondo nell’animo umano, con incalcolabile giovamento per la Nostra preparazione al ministero sacerdotale (…). Epoca dunque di spirituale arricchimento, a cui si aggiunge l’opera costruttiva della disciplina militare, che forma i caratteri, plasma le volontà, educandole alla rinunzia, al dominio di sé, all’obbedienza. (…) Sentimmo quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro col suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita”».

E il Concilio?

«Nella Gaudium et Spes, al numero 79 è scritto che “coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace”. E questa è dottrina».

È vero, ma all’inizio dello stesso paragrafo è scritto che «ogni giorno in qualche punto della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati».

«Noi deploriamo la negatività delle guerre ma difendiamo chi ha obbedito al servizio militare. E questo è stato Giovanni XXIII».

Bergoglio accusa: «La Chiesa ha agito in ritardo contro la pedofilia»

22 settembre 2017

“il manifesto”
22 settembre 2017

Luca Kocci

Sul contrasto alla pedofilia del clero, «la Chiesa è arrivata un po’ tardi», e «quando la coscienza arriva tardi anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi». Papa Francesco riceve in udienza i membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori ed esprime una chiara autocritica su come le istituzioni ecclesiastiche cattoliche hanno affrontato la questione pedofilia. Per esempio facendo ricorso alla «pratica di spostare da una diocesi all’altra» i preti pedofili, senza denunciarli, e in questo modo consentendo loro di continuare ad commettere abusi altrove, dove non erano conosciuti.

Severo anche il giudizio sull’operato della Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa degli abusi e di cui il papa denuncia le lentezze: «Ci sono tanti casi che non vanno avanti». Inoltre nella commissione interna all’ex Sant’Uffizio, aggiunge Francesco, permane ancora l’indulgenza: «Ci sono troppi canonisti, esaminano se tutto il processo va bene, se non c’è un qui pro quo», ma così «c’è la tentazione degli avvocati di abbassare la pena».

L’autocritica del papa è anche personale, in riferimento al caso di don Mauro Inzoli – il prete di Cl condannato a 4 anni e 9 mesi per pedofilia – e alla sua decisione di non procedere immediatamente alla dimissione dallo stato clericale, arrivata solo dopo la condanna penale. «Ma dopo due anni questo è ricaduto», confessa Francesco, che ammette di «aver imparato da questo sbaglio»: «Anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello», afferma il pontefice. «Chi viene condannato può rivolgersi al papa per chiedere la grazia. Io mai ho firmato una di queste e mai lo firmerò». Resta tuttavia il nodo della denuncia del prete pedofilo alle autorità civili: questo ancora non avviene, e Francesco non ne fa cenno nel suo discorso. Un punto dolente che, se non affrontato, rende meno credibile la “tolleranza zero” applicata a livello canonico.

Frattanto da Oltretevere arriva anche un’altra notizia: la gendarmeria vaticana, ufficialmente per ragioni di «sicurezza» – ma qualcuno parla di «decoro» –, ha allontanato dall’area di piazza san Pietro i clochard, aumentati da quando papa Francesco ha fatto costruire un dormitorio oltre che bagni e docce sotto al colonnato. Un intervento “stile Minniti” che ha suscitato perplessità, tanto da costringere il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, ad una precisazione: «Sono state esclusivamente ragioni di sicurezza ad aver determinato l’allontanamento dei senza fissa dimora da alcune aree extraterritoriali nei pressi del Vaticano. I clochard possono tornare la sera a dormire sotto i propilei dell’ultimo tratto di via della Conciliazione e sotto il colonnato di piazza san Pietro per proteggersi dalla pioggia. Ma di giorno non possono più restare per ragioni di sicurezza: le loro borse e valigie non possono essere continuamente controllate e non sempre si riusciva poi a sapere di chi erano quando le lasciavano per andarsene in giro».

Brindisi: attacchi e solidarietà al parroco che sostiene l’accoglienza dei migranti

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre

Luca Kocci

Il parroco prende posizione a favore dei diritti dei migranti e dei senza casa; un comitato di quartiere, sostenuto anche da alcuni esponenti politici della destra locale, lo contesta pubblicamente; gli altri parroci della città e i cattolici di base si schierano a sostegno del parroco.

Succede a Brindisi, dove il Comitato dei cittadini del rione Paradiso protesta contro l’ipotesi (non confermata dal commissario prefettizio che da tre mesi amministra la città) di realizzare nel quartiere una tendopoli per i migranti, oggi ospitati in un dormitorio in pessime condizione. Ma il parroco di San Nicola, don Cosimo Zecca, non ci sta: non sostiene l’azione del Comitato e anzi dichiara che «la mia chiesa e questa comunità parrocchiale sono aperte a tutti, senza discriminazioni e cercano di vivere il Vangelo che non a caso ha detto: “ero forestiero e mi avete ospitato”. Quando mi si rimprovera che faccio politica, dico: certo, se la politica vuol dire dal termine polis, interessarsi della città». Allora il Comitato organizza una nuova manifestazione contro lo stesso parroco – un presidio sul sagrato della chiesa, durante una messa vespertina di fine agosto –, reo di non aderire alle proteste anti-tendopoli e anzi di predicare l’accoglienza evangelica. «Don Zecca si sta schierando, quando il suo compito da uomo di Chiesa dovrebbe essere quello di riportare il tutto nei giusti binari, con il dialogo e con il confronto», si legge in un comunicato del Comitato dello scorso 4 settembre. «Don Cosimo dovrebbe fare da collante tra i suoi fedeli e non già creare ulteriore astio e divisione».

Ma con don Zecca si schierano anche tutti i parroci di Brindisi, che esprimono «la più profonda solidarietà al nostro confratello don Cosimo Zecca, reo, secondo alcuni, di aver predicato con franchezza il Vangelo del rispetto e dell’accoglienza degli ultimi». Scrivono i parroci: «Constatiamo, nella nostra città e all’interno delle nostre comunità parrocchiali, un diffuso e crescente senso di frustrazione, dovuto, sostanzialmente, a complesse problematiche attribuibili al degrado sociale e alla mancanza di lavoro. Ci duole che alcuni fanno leva su tale malessere per istigare i cittadini a mettere in atto rabbiose manifestazioni di protesta gratuita e provocatoria, a volte anche nei confronti di chi fa solo il proprio dovere, individuando nel luogo comune della paura del diverso il capro espiatorio di ogni malessere collettivo. Non è certamente questa la strada da percorrere, se si vuole venir fuori dai problemi che ristagnano da anni e che hanno bisogno di ben altre soluzioni, pacifiche, condivise e ponderate, le quali devono andare necessariamente nella direzione di serie politiche di convivenza civile e di integrazione sociale». Inoltre, aggiungono i parroci, «troviamo alquanto ingeneroso e offensivo scagliarsi contro le parrocchie e i preti, i quali sovente non si sentono sostenuti nel loro svolgere, nel tessuto connettivo della città, un’opera preziosa di promozione umana, prima che di evangelizzazione, supplendo non di rado a carenze amministrative, organizzando, per così dire, la speranza della gente». Ma non senza una qualche autocritica: «Quanto accaduto ci fa interrogare sulla qualità e l’efficacia del nostro lavoro pastorale. Perciò, a quanti frequentano i nostri itinerari di fede o le nostre assemblee domenicali, ricordiamo che necessariamente dobbiamo sforzarci di incarnare in una fattiva e quotidiana prassi di carità quanto abbiamo ascoltato e pregato. Del resto su questo, e non altro, saremo dal Signore giudicati: “…ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). In un mondo indifferente e spesso sordo ai richiami dei più poveri, questo deve marcare la  “differenza” cristiana». E, se è doveroso che la politica svolga la propria parte mettendo a punto “schemi alternativi ad una migrazione massiccia e incontrollata” e se è giusto che essa si prodighi affinché siano evitati “disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra coloro che accolgono” – i parroci richiamano il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – non dimentichiamo, almeno noi, (le parole del card. Parolin al meeting di Comnione e Liberazione a Rimini, all’indomani dello sgombero dei migranti da piazza Indipendenza a Roma, n.d.r.) che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Con don Zecca anche i cattolici di base brindisini del gruppo “Manifesto 4 ottobre” che «esprime solidarietà a don Cosimo e alla comunità parrocchiale di San Nicola e respinge il tentativo di confinare la testimonianza del Vangelo nella pratica di riti e nel rispetto esteriore di precetti al di fuori della storia e dei suoi conflitti. I cristiani stanno dalla parte dei più deboli e degli sfruttati e non comprendono cosa significhi salvare le anime senza salvare l’intera persona dall’ingiustizia. Il Vangelo non propone una “salvezza dell’anima” mentre gli uomini e le donne sono fatti oggetto di soprusi da parte di profittatori e di mafie». Conclude il gruppo: «Molti stranieri poveri a Brindisi vivono già nei diversi quartieri, pagano l’affitto a volte di case fatiscenti, o vivono nelle botteghe di alcuni artigiani o nelle campagne dove lavorano. La paura che si spostino al Paradiso nasce dalla mancanza di conoscenza della realtà. Il quartiere Paradiso ha ben altri problemi: una mortalità generale più alta dell’intera città dovuta alla povertà della sua popolazione, la mancanza di servizi essenziali, vandalismo, bullismo, spaccio di droga, un degrado urbanistico che incide sulla condizione psicosociale di molte persone. Per questo esprimiamo piena solidarietà alla Comunità Parrocchiale di San Nicola ed al suo parroco perché crede e opera per una società più giusta in coerenza col Vangelo».

 

C’è una mano “nera” dietro ai furti della Comunità delle Piagge?

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre 2017

Luca Kocci

Nuovo furto alla comunità delle Piagge di Firenze, la comunità cristiana di base animata da don Alessandro Santoro. Nella notte dello scorso 31 agosto, i “soliti ignoti” hanno forzato e danneggiato il portone del magazzino della cooperativa sociale Il Cerro (una delle attività nate all’interno della Comunità) e rubato buona parte delle attrezzature delle attività di giardinaggio e riciclaggio del ferro, che danno lavoro ad alcune persone del quartiere, oltre che allo stesso don Santoro. E tutto avviene pochi giorni dopo la forte presa di posizione della Comunità e di don Santoro in sostegno di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pistoia) fatto oggetto degli attacchi fascisti di Forza nuova e razzisti per il suo impegno accanto ai migranti (v. Adista Notizie n. 30/17).

Al di là del valore materiale del furto – le perdite ammontano a circa 3.500 euro, una cifra ingente per i bilanci della cooperativa – «il danno più grosso è però sicuramente quello morale», spiegano dalla Comunità. «Le persone che lavorano all’interno della cooperativa – proseguono – hanno ricevuto un colpo molto duro. Abbiamo sentito in loro, rabbia, delusione, amarezza e sconforto. Non si spiegano le ragioni dell’accaduto, soprattutto nella forma “pesante” con cui è avvenuto. La motivazione di questo atto violento è purtroppo ancora una volta quella di andare a colpire le attività della Comunità tutta a pochi giorni, era solo domenica scorsa, dalla presa di posizione pubblica a difesa di Don Biancalani di Vicofaro: offeso e oltraggiato da persone pervase dalla stessa cultura razzista e fascista che serpeggia nelle nostre città e nei nostri quartieri. Coloro che hanno materialmente colpito la Comunità e la cooperativa sociale di lavoro sono sicuramente dei balordi con disagio sociale, ma le teste che manovrano e muovono queste persone sono altre… Ne siamo certi».

Non è la prima volta che la Comunità delle Piagge è bersaglio di furti e danneggiamenti. Nel maggio 2014, per esempio, venne incendiato il furgone utilizzato sempre dalla cooperativa Il Cerro (v. Adista Notizie n. 19/14); e nel marzo 2009, in un raid neofascista, vennero rubati degli oggetti, danneggiato il salone della Comunità dove venne anche abbandonato sul pavimento un manganello con alcune scritte inneggianti a Mussolini e al fascismo (v. Adista Notizie n. 37/09).

«Domenica abbiamo espresso la nostra posizione sulla vicenda di Don Biancalani – spiega don Santoro –, cercando di far comprendere il senso e l’importanza di questo impegno sull’accoglienza, che è un dovere precipuo sia per chi è cittadino consapevole, sia per chi è credente e cristiano. E io penso che questo abbia avuto poi, in qualche modo, una risonanza dentro il nostro quartiere dove da un po’ di tempo, da sempre, ci sono frange e gruppi che si muovono in una direzione esattamente opposta a questa e che vorrebbero fare dell’ordine e la sicurezza la cosa più importante». La cosa preoccupante, prosegue, «è che questa cultura che si sta pian piano diffondendo mi sembra un po’ legittimata dalle varie politiche in Europa, in Italia, ma anche dalla poca consapevolezza e memoria storica delle persone, dalla poca lungimiranza e capacita di cogliere il senso di questa trasformazione. In periferia, dove magari il disagio sociale è più importante, ovviamente questo tipo di culture si innestano in maniera molto più prepotente e più forte, ed è più facile che questa miscela crei situazioni esplosive, difficili da gestire. Quindi anche noi facciamo i conti con questi meccanismi».

«Non vi chiediamo niente altro se non continuare con noi, insieme a noi, nel costruire giorno per giorno una cultura di pace, di accoglienza, di convivialità delle differenze, senza perdere la tenerezza, aiutandoci a resistere nonostante tutto», l’appello finale della Comunità. «Noi ci rimbocchiamo ancora una volta le maniche e riprendiamo il nostro lavoro quotidiano. Ognuno di voi continui ad essere amico, amica, compagno e compagna solidale di questa nostra esperienza».

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

Papa Francesco: «Accogliere i migranti, ma con prudenza»

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

I governi devono accogliere i migranti «con prudenza», tenendo conto di «quanti posti ho», ma resta il fatto che i campi profughi libici sono dei veri e propri «lager».

Papa Francesco, nella consueta conferenza stampa “volante” a bordo dell’aereo che ieri da Bogotà lo ha riportato a Roma dopo il suo viaggio apostolico in Colombia, risponde ad una domanda sulle politiche dell’Italia rispetto alla questione Libia-migranti e dà un colpo al cerchio e uno alla botte del governo Gentiloni e alla linea Minniti (come del resto aveva fatto anche il nuovo presidente della Cei, cardinal Bassetti, ad agosto): sì all’accoglienza «prudente», no agli accordi con i Paesi – come appunto la Libia – i cui centri per i migranti funzionano come «lager».

«Io sento un dovere di gratitudine per l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti», e «accogliere è un comandamento di Dio», dice Francesco, che conferma di aver incontrato privatamente Gentiloni sebbene per parlare di altro. «Ma un governo – prosegue – deve gestire questo problema con la virtù propria del governante: la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non devo solo riceverli, ma integrarli. Terzo, c’è un problema umanitario. L’umanità prende coscienza di questi lager, le condizioni in cui vivono nel deserto? Io ho visto delle foto, ci sono gli sfruttatori…».

Parole non del tutto nuove, simili a quelle pronunciate tornando dalla Svezia, a novembre: «Non si può chiudere il cuore a un rifugiato – disse allora il papa –, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare». Con la rilevante aggiunta, però, dei campi profughi come lager, anche questa una parola già usata in passato. A cambiare, secondo Francesco, deve essere l’approccio complessivo verso l’Africa. «Nell’inconscio collettivo nostro c’è un principio: l’Africa va sfruttata», spiega. «Tanti Paesi sviluppati vanno in Africa per sfruttare, dobbiamo capovolgere questo. L’Africa è amica e va aiutata a crescere».

Un’altra domanda, a proposito di urgenze, è sul cambiamento climatico e sulla responsabilità degli esseri umani. «Chi nega questo – ovvero le colpe degli uomini – deve andare dagli scienziati e domandare. Loro parlano chiarissimo, sono precisi», risponde netto Francesco. «Se non torniamo indietro, andiamo giù. Il cambiamento climatico si vede nei suoi effetti. Gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità morale, chi più piccola e chi più grande. Dobbiamo prendere questo tema sul serio», «la storia giudicherà le nostre decisioni».

 

Il papa in Colombia battezza la riconciliazione nazionale

9 settembre 2017

“il manifesto”
9 settembre 2017

Luca Kocci

Quella di ieri, interamente dedicata alla «riconciliazione», è stata la giornata centrale del viaggio di papa Francesco in Colombia.

Tre appuntamenti a Villavicencio – la messa sulla spianata di Catama, poi il grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale, infine la sosta alla croce della riconciliazione – per sostenere il fragile e controverso accordo di pace firmato l’anno scorso, con la decisiva mediazione di Raúl Castro, fra governo centrale e Farc (bocciato da un referendum popolare per poche migliaia di voti, poi modificato e approvato dal Parlamento) e quello, per ora temporaneo, siglato con l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), dopo un conflitto durato più di mezzo secolo.

Un negoziato sul quale la Santa sede ha investito direttamente (il segretario di Stato, card. Parolin, era presente alla firma degli accordi di Cartagena de Indias nel settembre 2016) e il cui esito positivo era stato posto come condizione per la visita del papa. L’accordo è stato parzialmente raggiunto: le Farc hanno concordato la fine delle ostilità e si sono trasformate in una forza politica parlamentare, l’Eln sta ancora trattando, intanto ha firmato un cessate il fuoco a tempo determinato, che potrebbe diventare definitivo. Ma le gambe che reggono la pace sono ancora fragili, tanto che il pontefice, nell’omelia della messa a Catama – a cui, secondo Bogotà, hanno partecipato quattrocentomila persone e durante la quale sono stati beatificati e dichiarati martiri un prete e un vescovo, quest’ultimo ucciso dall’Eln nel 1989 – ha sottolineato che «riconciliazione» non significa «adattarsi a situazioni di ingiustizia».

«Riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta; se fosse così, porterebbe solo sterilità e maggiore distanza», ha detto papa Francesco.

«Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto. Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo». Ma tutto ciò, ha aggiunto il pontefice, «non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti», non vuol dire «legittimare le ingiustizie personali o strutturali. Il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia». Quindi, ha concluso, «la riconciliazione si concretizza e si consolida con il contributo di tutti, permette di costruire il futuro e fa crescere la speranza. Ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento».

Dopo la messa, quando in Italia era notte – troppo tardi per darne conto -, si è svolto l’incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale. Oggi e domani le ultime due tappe del viaggio del papa, a Medellin e Cartagena, dai contenuti maggiormente pastorali. Lunedì il rientro a Roma